lunedì 13 luglio 2009

Lettera al direttore de IL GIORNALE, Mauro Giordano... mai pubblicata...

Ci sono due cose che non sopporto nell’ambito della cultura italiana contemporanea: una è la presenza di una lunga lista di persone che a prescindere si schiera dalla parte del padrone, o difendendolo ostinatamente, o attaccando quelle persone che con le loro parole si posizionano entro una visione differente da quella del padrone; la seconda sono quelle persone che ancora, con la loro ristretta visione della poesia, perdurano nell’incessante denigrare il pubblico della poesia.
Nel mese di Maggio mi è capitato di assistere alla tragicomica reazione di una signora alle parole di Jack Hirschman, reazione che nel classico comportamento all’italiana è avvenuta nel momento in cui il poeta americano ha recitato l’arcano rom, testo dove attacca frontalmente il padrone. Ora, a distanza di poco più di un mese, mi capita di leggere questo articolo di Camillo Langone, autore che due anni fa ebbi modo di ascoltare nella mia città, a Mantova, e che, al tempo, mi incuriosì, devo ammetterlo, ma che ora incunea in me l’ennesimo fuocherello che da mesi alimenta in me un grande dubbio. Langone che sembra attaccare Mogol, ma che per farlo rispolvera i nomi di Giovanni Raboni e di Patrizia Valduga? Langone che cade nel pozzo senza fondo dove affoga il confronto poeta/cantautore? Langone che si fa voce della verità del poeta, una verità però tutta sua, che non coincide con la realtà? Langone che attacca milioni di “poetastri” dimenticandosi forse che proprio quelle persone sono la gran parte del pubblico della poesia? Vorrei sia chiaro che non è assolutamente mia intenzione scontrarmi col signor Camillo, poiché non vorrei ne apparire come il Peppone della situazione, ne addentrarmi in una discussione su un festival che non ho visto; è chiaro però che le sue parole, volendo o non volendo, mi portano purtroppo alla solita conclusione.

È troppo facile per Camillo Langone, pubblicato da Mondadori, attaccare Raboni a posteriori e Valduga, se teniamo in considerazione che gli Ultimi versi sono stati prima rifiutati da Einaudi, per i motivi che sappiamo, e in seguito pubblicati da un altro editore. Avrebbe fatto lo stesso Langone se non fosse stato in Mondadori? Sarei perciò curioso di sapere cosa ha fatto nascere in lui questo fastidio nei confronti di Valduga e Raboni, e Mogol, perché dal suo articolo non è molto chiaro dove voglia arrivare, e un lettore leggermente più attento della media potrebbe con estrema tranquillità ricollegare il tutto al solito, per altro troppo diffuso, servilismo giornalistico, che alla luce dei recenti fatti einaudiani, aventi per protagonisti autori come Saramago, Belpoliti e Cordelli, lascia intendere una linea editoriale sempre più chiusa ad ogni altra idea che non sia quella del padrone. Vorrei che Camillo Langone mi spiegasse al meglio questa sua ostilità nei confronti di quelli che chiama “poetastri”, capire chi sono, se io stesso devo definirmi tale, e chi l’autorizza a fare un’osservazione simile nei confronti di tante persone. Vorrei anche sapere cosa ne pensa di questa politica editoriale, se è vero che esiste, come vorrei sapere perché tanto lo infastidiscano i comportamenti di Mogol, l’opinione della Valduga e le poesie di Raboni. Vorrei chiedergli se forse ha paura delle poesie di Raboni sul cavalier menzogna, perché se così fosse ne sarei veramente felice, sarebbe il segnale che finalmente la figura del poeta sta forse tornando a far paura a quei potenti che gli danno, a Langone, la possibilità di continuare a scrivere su un quotidiano. Ma vorrei che le spiegasse bene queste cose, con la giusta onestà intellettuale, perché altrimenti le sue critiche sarebbero soltanto provocazioni gratuite, fatte da un autore che poeta non è, sperando che questa mia “classificazione” non lo offenda. Personalmente mi ritengo più che soddisfatto di quel poco che sino ad ora ho fatto nell’ambito della poesia, testi a verso libero inclusi. Ritengo invece che l’ostinarsi a proseguire in questo modo, su un quotidiano, un’argomentazione come la poesia, così trattata, sia cosa pressoché inutile. Non crede che forse sarebbe stato più utile ed interessante, al di là del fatto che critiche simili a quelle da lui fatte possono sì attirare maggiormente l’attenzione sull’autore dell’articolo, scrivere un articolo che esaltasse le cose positive del festival di Parma? In quel caso si sarebbe certamente evitato di scadere, come credo sia accaduto, nel banale e scontato giornalismo inconcludente.

Andrea Garbin

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