
Ed è così che conosci infatti, attraverso ciò che scrive, che fa e non già per ciò che appare, dove lavora, se lavora, cosa abbia fatto, con chi e come vive.
Narrare il poeta che si racconta, attraverso luoghi tempi amori e nell’ineluttabilità del trascorrere di sé.
“Non è il tempo che se ne va, siamo noi che ce ne andiamo” scriveva De André ed è questa la caratteristica principale che si imprime nell’animo di chi la poesia la vive (oltreché scriverla). È il tempo, nel suo trascorrere che appare sempre più veloce, che ci ricorda il passato, vivere il presente e temere il futuro; allora forse è proprio qui che occorre soffermarsi e gustare, ricordando, se questo tempo ci consente – nel bene e nel male – di ricordare, o dimenticare o, ancora di più nascondere: fatti, cose, persone che sarebbe bene non ricordare.
Questo capita perlopiù, questo però è ciò che Sanchez non desidera e coglie, pagina dopo pagina, verso dopo verso, ogni attimo del proprio vissuto:
“…Serenamente ti festeggio
nei limiti
che mi permette il tempo
gran sabotatore di sogni.
Non posso pretendere
un’idea del domani
lascio i passi al sole
i cammini al vento
i pensieri
liberati all’istinto…”
Troviamo questa gioia del passato e presente:
Si parla di una donna almeno nel titolo, soprattutto a se stessi e quando senti che ciò che leggi è anche tuo, ecco che ti trovi certamente davanti ad un poeta e non a qualcuno che scrive poesie, come oggi accade e troppo spesso si tratta di lamentazioni personali che sono dirette esclusivamente a chi li scrive.
“ ma questa non è mia, quando l’ho scritta? O perché non l’ho scritta”.
E più che l’età avanza, non vi è tanto la paura della fine, ma il timore del corpo che si sfascia e non hai più capacità di gestire te e, quando chi come il Poeta (ma anche me che mi identifico) si sveglia senza troppo malessere, ecco:
Tutto si distacca: “l’assenza artificiale del mondo” svanisce : “nel complesso circuito della vita globalizzata”
“Il vento e il suo rumore di lontananza
passa da finestra a finestra
come una pettinatore di carte sciolte
di porte socchiuse
e ordina con la sua logica
I’ordine soggettivo della mia vita…”
I grandi poeti cileni della terra di Carlos sono dentro il suo corpo, lo hanno visitato e preso appieno e il Poeta lo sa, ne prende carico, (il libro è bilingue, scritto in spagnolo, tradotto dallo stesso autore che ha un lungo vissuto in Italia); vi ritrovo la musicalità naturale che la sua lingua possiede e la capacità d’infilarsi nella vita altrui, anche questa dote naturale di molti autori di lingua spagnola, da Lorca a Pacheco, da Salinas per finire a Neruda, col proprio impegno civile nei confronti delle ingiustizie che l’uomo sull’uomo compie e non ci si stupisca quando più che in altri, troviamo questa caratteristica anche in molti narratori (Jorge Amado, Coloane, Sepulveda fino a Jodorowsky per citare solo alcuni conosciuti e tradotti in Italia.
Ma Carlos è anche profondo conoscitore della poesia di tutto il mondo, amando particolarmente quella europea e orientale e si comprende ancor più leggendo il suo ultimo libro (motivo per ‘possederlo’, ma anche il precedente (La poesia, le nuvole e l’aglio) di quanta poesia d’altri si nutra l’Autore che nella poesia ritrova sé e perfino l’utilità del vivere ché, a volte, il poeta che ‘sente’ vede’ ‘immagina’ più di altri di quanta meschinità l’uomo si nutra, si governa e ci governa
beppe costa
E ricordati quando bussava
alla porta sbagliata
quando ti correvano incontro
animali estranei senza urla
incubi di ombre
eclissi di mistero.
i dolori equivoci
la bava che colava dalla bocca
la vendetta delle parole
che accendevano collere
il cristallo nero dell’orgoglio.
Ricordati pure
il tremore dell’aurora
e i cieli erranti
dove tornavi a soffrire
a
vvolto dalle tenebre.
nell'attesa di un sole riparatore
Memoria mia ricordati
che non puoi ricordare.

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