mercoledì 4 gennaio 2012

"Come se la risposta fosse sotto gli occhi" Jack Hirschman e l'utilità del vivere.


Il linguaggio più semplice è il più alto di tutti, il più sincero e altruista. Perché lascia che le parole significhino senza stordire la mente con i suoni del loro corpo. Sono capaci in molti di scrivere, le parole sono di uso comune e se una penna a sfera non è negata (ma forse, nemmeno così si può pensare…) tutti possediamo i mezzi per far significare le parole. C’è un problema, però. Le parole non significano da sole e tantomeno automaticamente. Le si compone.
Jack Hirschman, il compositore di poesie con un impegno civile inaudito costatogli, di certo, molte parole che ha provveduto a scrivere ancora più in grande. Lui lascia che la vita accada, accettando da lei il tempo per viverla; al resto ci pensa lui dando modo alle azioni di accadere dentro la sua mente e non all'esterno del corpo.
Jack non ha nulla da dimostrare, che senso ha avere un abbigliamento impeccabile quando in certe parti del mondo l’acqua è negata, suonano da presa in giro all’intelligenza quelle unghie laccate quando da qualche altra parte i bambini si sparano addosso.
Non è da tutti capire e addirittura c’è chi non capisce affatto, questa questione è vecchia come il mondo, ma forse possiamo capire, se non per intelligenza, per paragoni. E nelle parole di Jack se ne trovano a secchiate.
È segno d’umiltà accorgersi di dare importanza a cose sbagliate o credute importanti; come cominciare, quindi, a capirci qualcosa in un mondo considerato tale solo nei giorni festivi? Usiamo il dolore, lasciamo che ci prenda, se deve accadere… bene, accada, poi la vita si dimostrerà per quello che davvero è: una pagina bianca in cui tutti dobbiamo scriverci sopra il nostro nome e, facendo attenzione alla calligrafia degli altri, accorgerci se stiamo solo rovinando lo spazio con scarabocchi insensati, o se invece scriviamo possibili soluzioni ai grovigli dell’esistenza.
Sono poche le cose che risultano essere più urgenti e vere dell’emotività dell’uomo, solo le conseguenze derivanti dal non rispettare questa “legge”; Jack questo lo sa benissimo e scrive:


“Posso creare qualunque cosa
quando mi immergo
in questo atto solitario

e con “creare” intendo
che posso restar seduto e lasciare
che qualunque cosa si sollevi si alzi e

cada dalle mie dita
alla pagina. Non si tratta di un trucco,
né si tratta di una disciplina. (…)”

estratto da “Questo atto solitario”
-Volevo che voi lo sapeste- Multimedia Edizioni

Non è necessario saper creare qualunque cosa, forse però, sarebbe necessario essere capaci di stare seduti e lasciare che il cervello abbia il sopravvento su inculcamenti vari ed eventuali, tenendoci ben stretta la forza della nostra individuale emotività.
Noi esseri umani siamo come le parole, non significhiamo da soli e automaticamente; ma significhiamo e funzioniamo molto bene se composti da noi stessi. Non ci è stato richiesto qualcosa che non abbiamo. Ora è necessario saper essere uomini.

Stefania Battistella

Un giorno

Un giorno smetterò di scrivere e dipingerò soltanto
smetterò di dipingere e canterò soltanto
smetterò di cantare e me ne starò seduto soltanto
smetterò di stare seduto e respirerò soltanto
smetterò di respirare e morirò soltanto
smetterò di morire e amerò soltanto
smetterò di amare e scriverò soltanto.

(1999)




Solstizio d’inverno
per Sandro Spinazzi

Entrai nella Banca
del Solstizio d’Inverno
e gridai Buon Compleanno,
Joseph Stalin.

Questa è una rapina.
Tutti a terra.
Oggi mi interessano
i guadagni, non la gente.

Era ora che cominciassimo a rapinare le banche.
Ci tengono tutti per le palle.
Spero che voi lì per terra ascoltiate.
Questa è la Rivoluzione.

(1999)




Qualcosa di fondamentale
per la sezione 87 dell’AFL-CIO

Qualcosa di fondamentale come la notte
in cui chi dorme è inconsapevole che i suoi incubi
vengono spazzati via così che i suoi sogni possono
indossare i loro abiti migliori,

in cui la polvere degli affari di ieri
viene ripulita dai quattro angoli dell’ufficio
e le macchine dormono con un occhio aperto.

Qualcosa di fondamentale come i giganteschi
baffi della scopa che spazzano
i marciapiedi dell’infanzia, le aule
e le biblioteche di modo che anche i vecchi libri si sentono
nuovi di zecca.

Qualcuno di fondamentale come un fusibile
nella cantina di un palazzo in cui è saltata l’elettricità,
uno che si assicura che l’acqua viene fuori dai rubinetti,
che mantiene il necessario ordine delle cose al massimo
livello di discreta invisibilità, come la semplicità stessa,
è spesso l’immigrato indigeno alla radice


di ciò che fa andare avanti tutta la baracca:
il custode umano, che non deve essere tagliato
come un libro buttato via dai folli tagliatori che colpiscono alle spalle
della gente, quel lui o lei che è il vero
capo dello stato delle cose
ancora forse umane.

(1996)


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