lunedì 28 maggio 2012

Sinan Gudžević e L’altalena degli Spos(t)ati


Questa non è intervista ma un aperitivo e non è una nota critica,  è  un piccolo incontro e non so se è accaduto veramente. Probabilmente è accaduto, è possibile. Comunque… sono finita per scriverne sull’onda della  mia straconosciuta curiosità nei confronti delle persone e delle personalità prima ancora che dei poeti.
Incontro dunque Sinan Gudžević filologo, traduttore e poeta yugoslavo di cui vi voglio raccontare due cose.
Tante ne sono dette su di lui ma quel che vi dico io è che ho conosciuto un uomo triste, veramente, molto ironico, ma triste, amaro come un liquore d’erbe, un miscuglio di aromi che si confondono, di cui si trattiene solo quel particolare retrogusto.
Ci incontriamo a Salerno, fuori dal Museo Diocesano dove si tengono gli Incontri di Poesia Internazionale a cura di Casa della Poesia e decidiamo di prenderci un aperitivo.

Attacco con le solite banalità sul fatto che conosco la Serbia, che ho visitato anche la Bosnia, che adoro il suo paese d’origine, che ero a Sarajevo lo scorso settembre, insomma cose così. Dico, (ciliegina sulla torta) che il conflitto in Yugoslavia non è facile da capire! -E neppure difficile- risponde lui! Ecco questo è Sinan. Questa risposta dice molte cose: dice che non possiamo capire una situazione tanto complessa, che non la possiamo raccontare (ma questo in molti lo dicono), dice che lui non la può dire ma soprattutto che non la vuol dire! - Ecco - penso, ecco la forma poetica privilegiata da Sinan (che anche quando fa poesia rimane filologo), ecco a voi l’Epigramma. Forse mi sbaglio ma rifletto che la Guerra pretende una narrazione epica, tragica, disincarnata, al contrario dell’epigramma che è breve, denso semanticamente, incarnato nella realtà, vitale. E penso che quella guerra è servita per sfornare anche una certa letteratura, ma lui non ha abboccato all’esca dei “Poeti di Guerra”, ma qui è meglio che mi fermi…
Comunque lo osservo. Ha occhi abbassati, socchiusi (direi piuttosto sfuggenti) ma si capisce che il suo campo visivo dilata la realtà stessa e mi chiedo cosa veda davvero con quegli occhi, perché si intuisce chiaramente che lo sguardo si spinge lontano e forse indietro nel tempo e che poi improvvisamente le visioni si appiccicano sulle cose presenti nel reale: sarò anche romantica ma io credo che veda colonne greche, templi romani, fumi di terre bruciate, tombe antiche con solenni iscrizioni in latino.
Solenne lo è pure lui: -Dichiaro che questa è una bellissima giornata- qualcosa del genere, mentre ci spostiamo verso un bar all’aperto che si sporge sulla piazza mentre una strana atmosfera medioeval-commerciale (è in corso una festa medioevale?!?) avvolge il luogo.

Prima cosa: Sinan dichiara, rende unico, chiaro, incontrovertibile e ufficiale ciò che dice. Mi piace, mi piace come usa le parole e quell’italiano ricercato con le “R” arrotolate e le dolcissime “C” della pronuncia serba (ma conosce quasi alla perfezione moltissime lingue classiche e moderne: pare che abbia insegnato il Russo in Brasile per un intero anno!).

Seconda cosa dunque: la questione della lingua e delle lingue. Intuisco improvvisamente che, per lui, tenere insieme tradizione e modernità, sapere e facezie equivale a ricucire in una trama di tessuto vivo qualcosa che si è perso nella storia di un popolo e, lo so, con la storia della lingua serbocroata che scopro egli definisce come l’unica capace di volare. Un’aquila a cui hanno sparato nelle ali, aggiungo io. Vola anche lui sopra le parole che poi mi cadono addosso in forma di piccoli frammenti colorati, frammenti di una cultura vasta quanto una vasta malinconia e che percepisco solo condensata, appena intuibile dentro parole nette, ironiche sferzanti, semplicissime come quelle dei bambini. Credo che Sinan sia l’esempio vivente della parola che nel suo esser scelta , nella puntigliosità e sobrietà di stile ci dica chi è l’Uomo. D’altra parte lui stesso si considera orfano di lingua e questa è l’unica grande perdita che nessuna pace può risarcire. Sostiene infatti che la lingua è una patria e comprendo allora quel suo gironzolare per il mondo! Capisco bene che molti di questi intellettuali non possano, oggi, sentirsi cittadini in quello spezzatino di tante patrie e nessuna, che è oggi l’ex Yugoslavia. Mi viene in mente anche perché insista tanto col tema dell’Amore.
Per fare un esempio, nell’introduzione a una raccolta di poesie d’amore di Josip Osti, il nostro uomo scrive che “mentre diversi scrittori provenienti della ex-Jugoslavia si sono avidamente buttati a tematizzare orrori della guerra, pulizie etniche, stupri e campi di concentramento, perché il mercato dell'Europa occidentale lo richiedeva, Osti, anche se ferito dagli orrori della guerra nella sua intimità più profonda, è rimasto poeta anche in guerra” (ma anche Izet Sarajlic ribadisce che “la cosa più importante all’inizio è salvare le parole perché dall’erba al coltello sono troppo sporche di sangue “).

Capisco adesso la determinazione a difendere, curare le parole e le loro origini più che i pensieri, le ideologie o i grandi temi. Capisco il suo amore per i paradossi perché a dividere, discernere e stringere le parole spremendole a fondo nell’abbraccio della ragione o meglio delle “ragioni” rimane quel succo prezioso e concentrato che è il paradosso, rigore e logica portate all’estremo di se stesse, sintesi di tutte le contraddizioni e verità, espressione che non spiega, contiene.

Ritornando all’aperitivo, per me diventa doppio quando mi scandalizzo perché non alcolico come avevo richiesto. Allora lui si impone, con garbo e classe, perché me ne portino un secondo, fatto finalmente come si deve. Nel frattempo cadono a terra le sue carte tra cui una poesia che poi la sera dovrebbe leggere pubblicamente e non riuscirà più a trovare! Gli chiedo qualcosa circa la verità e la Menzogna, io penso alla Poesia e alla Parola naturalmente, e mi sento rispondere filosoficamente che non sono della stessa materia, che l’una non è il contrario dell’altra, che sono due Qualità diverse, stanno su due Piani che non si incontrano. Capisco bene quel che vuol dire, anche se come spesso accade non saprei spiegarlo in modo preciso.

Nei giorni successivi ho il piacere di ascoltare gli aneddoti, i paradossi (Amico, ma tuo padre è ancora vivo? No, è ancora morto! ) le barzellette e anche un gustoso sogno dove gli amici presenti e viventi giacciono per errore uno nella tomba dell’altro!

foto: Valeria Raimondi
Ma l’altalena che c’entra? C’entra perché ci ritroviamo a chiacchierare seduti su un vecchio dondolo nel giardino di Sergio e Raffaella, noi due e il poeta Piqueras mentre dei bambini ci giocano accanto. Sinan dichiara ad un certo punto che quella è “ l’altalena degli Sposati” e chiede alla bimba di sei anni che vorrebbe salirci, se lei è sposata. La bambina nega, senza stupirsi troppo, e neppure il fratellino di tre anni pare lo sia: Sinan gentilmente le chiede di scendere dall’altalena. Siccome la piccola non cede, lui ci fa scendere tutti e piazza sull’altalena anche il fratellino “ Ecco, dichiaro ora che questa è l’altalena dei non sposati”.

Sinan è un elemento così.

Concludo dicendo che è un uomo dal forte abbraccio, e questo è molto “yugoslavo”, questo “pathos” che in lui si manifesta con misura e spesso viene trattenuto.
Mentre sto scrivendo alla radio informano che il Napoli vince la Coppa Italia. Non che mi interessi molto personalmente, ma sarà al settimo cielo il colto poeta intellettuale, tifoso sfegatato del calcio, del Napoli e del Partisan, Sinan Gudžević. Allora scelgo per l’occasione un epigramma calcistico e un secondo, fortemente autoironico.
Inserisco anche una fotografia che gli scattai a Sarajevo lo scorso autunno e che ho salvato col nome: SINAN IL CIECO VEGGENTE.

Valeria Raimondi



Da “Epigrammi Romani” - Sinan Gudžević - Multimedia Edizioni


LXXX

Fabio, chiedi perché per Napoli parto ben spesso, 
     Di domenica, solo, sempre a mezzodì.
Provi a voce a pensar: Pompei, l'antro della  Sibilla,
     Bacoli, Capo Miseno, Vesuvio, Posillipo forse.
Fabio, non è per questo: Maradona mi spinge al viaggio.
    Sappi che scendo dal treno sempre a Campi Flegrei.
Vesuvio e Bacoli posso vederli tutti i gorni,
      Ma Maradona, ben sai, solo di domenica c’è.

C

Calcoli, reuma, artrite li ereditai da madre
     Sonno inquieto e lieve da parte paterna mi viene,
Sudore notturno, prurito li presi dal nonno materno,
     L’indole a pianto e uggia  dono della nonna materna,
Flemma, facondia, fiacca dalla nonna paterna,
     il digrignare notturno traccia del nonno paterno.
Se a tutto aggiungi anche i miei propri tributi
     Due prolassi dorsali, ulcera, vitiligine e pressione
Forse infine avrai un’idea più chiara di quale
     Misero essere vuole burlarsi di Roma in versi.



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