domenica 11 novembre 2012

"Chicchinalana": viaggio in un mondo apparentemente sparito di Beppe Costa



Nascosti fra le pieghe e l’imbarazzo – che spero prima o poi arrivi a molti grandi editori e ai loro best seller – capita spesso di trovare quei libri piacevolmente a sorpresa. Non solo perché scritti nella nostra splendida lingua, spesso massacrata negli ultimi anni, ma soprattutto perché dopo averli letti, rimugini, ripensi e ricordi ogni piccolo particolare e ti senti parte della storia.
Non accade di rado e ormai la sorpresa arriva quasi sempre da editori minori, dal punto di vista della quantità, non certo per la qualità.
Mi era già successo qualche anno fa, curiosando fra ciò che i miei amici ‘fidati’ leggevano, con i romanzi di Cinzia Pierangelini, messinese, autrice di almeno 4 bei libri, in cerca ancora di editori più presenti nelle librerie: raro esempio di cecità editoriale.
Accade oggi con Loriana Pitzalis per il suo “Chicchinalana”, romanzo che riporta alla grande letteratura quando i protagonisti e i personaggi minori non venivano lasciati in giro fra le pagine, dimenticati e in cerca d’autore.
La storia intensa e ricca di emozioni è quella di una donna sarda, in un clima e un territorio stracolmo di tensioni, di abitudini e schiavitù come, d’altro canto, eravamo abituati nei romanzi di Verga e più recentemente in quelli di Garçia Marquez, e di un delitto ma che, sebbene trattato per alcune parti alla maniera di un giallo, giallo non è, se non per la tensione innata nel lettore di scoprire l’assassino e la motivazione del misfatto - alla lettura della scoperta di un cadavere -.
Chicchinalana, Ibiskos Editrice Risolo
Ma non è questa l’intenzione dell’autrice, raccontare invece, come in un ambiente ostile, con personaggi narrati nei loro più intimi caratteri fragili o violenti che siano, la protagonista Francisca, riesca a superare tradizioni quali vendetta o ricatti morali, ricostruendo la propria vita fuori da quello che sarebbe altrimenti diventato il suo destino (come troppo spesso abbiamo letto in tanti romanzi di ambientazioni popolari e contadine).
Talmente ogni figura è nitida e accurata in tutti i particolari, che si ha l’impressione di vedere i protagonisti, da Imperantoni a Simone fino al coltello nascosto fra le foglie con striature di rosso, o il figlioletto sporco fra lacrime e fango.
Come accade quando, dopo aver letto un libro, vedi il film da questo tratto, così la figura di Itala in “Non ti muovere” non ti calza con Penélope Cruz, sebbene brava come attrice, non l’avresti immaginata dopo avere letto il romanzo della Mazzantini.
Come mi accade e come il lettore avrà capito, vedo davvero la possibilità che “Chicchinalana” possa diventare un film, non solo per la storia che racconta, appunto ma, soprattutto, per la lezione civile e il coraggio che potrebbe imprimere a donne che vivono le stesse condizioni anche in tempi e luoghi diversi.
L’autrice avrà certo usato parti di eventi accaduti, come spesso accade nel primo romanzo, ma non siamo davanti a un narratore di fatti, bensì allo scrittore che pur avendo vissuto situazioni simili, ne trae spunto per ampliare, descrivere situazioni, peraltro immaginarie, per costruire una storia possibile non solo in Sardegna, non solo in un paese chiuso e colmo di tradizioni, in questo caso negative, bensì utilizzando il dolore per riemergere e costruire un futuro diverso e degno per una donna che non si piegherà al destino in qualche modo condizionato o imposto dalla società che le sta attorno.

Non credo vi aspettiate da me il resoconto di ciò che nella realtà accade (non è giusto narrare o indicare soluzioni prima che il romanzo venga letto): certo Francisca andrà via dai ‘suoi’ luoghi, ma solo per ritornarci quando è pronta per riabbracciare la vita che, per un verso il delitto le aveva tolta ma, principalmente, quando è ormai sottratta ad ogni legge di quella ‘normale’ vendetta cui siamo abituati.
Lo strazio a volte delle nostre vite e la successiva ribellione al destino sarà certo un esempio per i nostri figli, oggi così distanti (almeno apparentemente) dagli ideali e dalle ribellioni a qualsiasi forma di potere ed è per questo, che ci appaiono fragili e insicuri.

beppe costa 
Loriana Pitzalis: Chicchinalana, Ibiskos Editrice, pp 224, euro 15,00


Contatti:
Loriana Pitzalis: facebook

domenica 4 novembre 2012

La Poesia non ci salverà -di Valeria Raimondi-

La Poesia non ci salverà 1

Siamo consapevoli della follia della vita. Perciò scriviamo. Sapendo che la parola non cura, intravvedendo la guarigione, assecondando la morbosità.

Nell'arte o, meglio, nell'atto creativo, la pena coincide con la cura: la pena è quella che viviamo ed attraversiamo, è nella dimensione dell’Essere, nel trascorrere tragicomico degli eventi; la cura è nella lucida consapevolezza della follia della vita, che non vogliamo rinnegare.
La narrazione poetica è il luogo della cura.
La poesia e la scrittura sono salvifiche non come mero sfogo personale, ma perché per loro natura mostrano un orizzonte più vasto, una dimensione “altra” che può comprendere, e persino elevare e salvare, la follia dell’esistere, senza normalizzarla.
Perciò io difendo il diritto alla cura, ma anche quello alla morbosità.
Si scrive stando nel mezzo, come sospesi su un ponte che unisce le sponde, intravvedendo da lontano la guarigione: non si potrebbe mai più scrivere, una volta attraversato “il ponte”, perché solo da lì lo sguardo vede, comprende e tiene insieme le due sponde.
Così, sospesa sta la sentinella: il poeta che considera e vede.
Il poeta è veggente: viaggia pericolosamente dal “di qua” al “di là”, conoscendo la strada.
Nella malattia il dolore è inutile, sterile, non si può narrare dunque non diventa arte, perché la vita nella malattia è un surrogato.
Nella guarigione il dolore, come anche l’ispirazione, vengono richiesti in modi e in tempi stabiliti, che non sono quelli dell’arte.
Nel purgatorio della poesia c’è liberazione, il dolore è compreso, ma modulandosi e decantando diventa compatibile con la realtà.
Perciò bisogna vivere molto, stare tra la gente, riempire il ponte di presenze e di colore per poterci restare senza parlare solo di sé stessi.


La Poesia non ci salverà 2 – Noi salveremo la poesia.

Valeria Raimondi con "Io no (Ex-Io)" Thauma Edizioni
Mai innamorarsi della propria poesia, sarà la prima a tradire. Non ci salverà.
Poi, siamo tutti dannati, da prima. Condannati alla smemoratezza dell’oggi sapendo che altrove si cela la risposta, in altro tempo si pone l’esatta domanda.
Si parla la poesia prima di scriverla, ma prima ancora si vive, si pesa, si soffre: poi si cuce con quel po’ di vivo tessuto, si scava di fretta, a mani nude, si va giù di scalpello, levando dal marmo l’eccedenza, dalla scorza la polpa.
Talvolta, penso, possiamo salvarla noi. la Poesia. La salveremo forse. Tacendo.
Lasciando parlare le vite, le storie, cessando quest’uso improprio della parola, questa scandalosa emorragia, smettendo di scrivere.
Non abbiate paura di ciò che introducete, ma di ciò che esce dalla vostra bocca. Parola di vangelo, Luca credo. Amen.
Così, talvolta mi condannerei personalmente a un ergastolo di silenzio, non per una colpa, per un’intenzione! Espiazione: rinuncia. Sì, il mio tribunale fa continui processi per direttissima e la difesa si mostra debole, l’alibi inconsistente: il piacere narciso di leggersi, contemplare inchiostri, tracce, parole è sempre in agguato.
Mi autocondannerei per questo, lo so, ma anche nell’altro caso, la rinuncia intendo, non meriterei proscioglimenti. Sempre all’erta l’impietoso mio giudice. Nuovo capo d’imputazione: incoerenza
Ma infine colpevole di che? Di un’intenzione?
Infilassimo oggi ogni colpa, una dietro l’altra come perline su un filo, ne usciremmo innocenti come la bugia di un bambino, come un ladro per fame. Posso al massimo dichiararmi responsabile di ciò che ho detto, di ciò che ho omesso, del parlare, del tacere, delle contraddizioni, delle ispirazioni visionarie, delle aspirazioni incoerenti, dei falsi pudori, dell’andare con ritrosia a ritroso, del vizio letterario pubblico, delle virtù private coltivate in silenzio.
Dunque non sono io che pecco: è la poesia che mi tiene sul filo sottile, infido del dire-non dire, del senso letterario-letterale, del dare scandalo o tacere. Vivere o scrivere.
Dunque a mia discolpa questo solo posso dichiarare: la poesia è un imperativo, un’urgenza, un demone che muove l’istinto, ha in sé il germe del cambiamento, è macchiata di futuro, dunque è una rivoluzione che non possiamo non fare.
Non ci salverà personalmente, a meno che non ci salvi, tutti.



Angye Gaona: poeta, donna, colpevole di poesia

Avevo solo le mie parole.
Ma le mie parole fendevano
                                    il ventre molle del potere,
allora mi cucirono le labbra, mi vestirono
delle loro colpe infami,
dei loro abiti lerci.

Avevo solo le mie parole,                  leggère
ma le mie parole facevano troppo rumore,
come sogni colorati, e coprivano i loro spari
quindi le imprigionarono dentro mura mute
                                    perché altri non sognassero con me.

Avevo solo le mie parole,                  crude
puntate sulla loro vergogna
e le mie parole squarciavano il velo osceno,
e fu allora che tagliarono la mano
che impugnava la lama.

Avevo solo le mie parole,                  appena nate
che si alzavano in volo nella loro fetida aria
e allora mi tolsero l’aria,
mi rinchiusero affinché respirassi la loro.

Avevo solo i miei versi,                     liberi,
e la mia verità si aggrappava come edera
                                    ai loro piedi piantati nel fango
divenni dunque la più forte delle minacce
e misero a tacere me, la libertà e la poesia.


Avevo solo le mie parole innocenti, di poeta, di donna
ma poiché la poesia urla nel silenzio assordante
e come una donna può partorire figli
e può seppellire i morti,
delle mie parole ebbero infine così folle paura
che vollero ricacciarmele in gola.
Ma non posso ancora tacere.

Ho solo le mie parole, fatele vostre.
Perché si sappia di che stavo parlando.
Perché ho sempre detto solo ciò che da qui ho potuto vedere.

Valeria Raimondi 
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