venerdì 10 gennaio 2014

Donne allo specchio di Rocco Familiari al Teatro Due di Roma

Regia Krzysztof Zanussi
con Viviana Piccolo


L'autore: 
Rocco Familiari, regista, fondatore del “Festival Internazionale del Teatro” di Taormina, è un drammaturgo di lungo corso, con all’attivo numerosi testi messi in scena da registi famosi (da Trionfo a Missiroli, da Zanussi a Maccarinelli a Nanni a Zucchi) con grandi attori (fra gli altri: Andrea Giordana, Raf Vallone, Enrico Lo Verso, Paola Quattrini, Vanessa Gravina, Flavio Bucci), e, più di recente, scrittore (“L’odore” romanzo, 
edito nel 2006 da Marsilio, che ha ricevuto il prestigioso “Prix du Premier Roman”, “Il sole nero”, romanzo, Marsilio, premio “Padula”, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Zanussi, con Valeria Golino e Kaspar Capparoni; nel 2012 ha pubblicato una raccolta di racconti “Il ragazzo che lanciava messaggi nella bottiglia”, edito sempre da Marsilio (che ha ricevuto il premio “Joyce Lussu”), presso il quale sta per uscire un nuovo romanzo “Il nodo di Tyrone”). Alla sua produzione teatrale è dedicata la raccolta di saggi di Zina Crocè, “ErosThanatos nella drammaturgia di R.F.”, edita da Qualecultura nel 2013. I testi riuniti in questo spettacolo appartengono a momenti creativi diversi e molto distanti nel tempo.
Il testo:
“Ritratto di spalle” è il più lontano; risale infatti al 1973 ed è la prima opera pubblicata dall'autore (con Scheiwiller, nel 1977, nelle preziose edizioni “All'insegna del pesce d’oro"). È stato messo in scena la prima volta da Aldo Trionfo nel 1983.
Viviana Piccolo ne ha curato la regia e l’interpretazione al Teatro di Messina nel 2010 e riproposto poi al Teatro “La Soffitta” di Bologna nel 2012. Lo ha anche recitato a Lucca, a Villa Bottini, nello stesso anno, utilizzando come scenografia le sculture di Antonio Fraddosio ivi esposte. Questa nuova versione, rivisitata da un maestro della regia come Zanussi, è un ulteriore approfondimento dei temi della pièce, anche attraverso un affinamento dello stile di recitazione.    
“Donna allo specchio”, è invece uno degli ultimi lavori (è del 2000) ed è stato pubblicato per la prima volta nel volume “Teatro”, edito da Gangemi nel 2008, che raccoglie tutta la produzione drammaturgica di Familiari (con una prefazione di Krzysztof Zanussi e una introduzione critica di Dario Tomasello). L’attuale messinscena è pertanto una prima assoluta. Eppure, nonostante la differenza … d’età, o forse proprio per questo, i personaggi dei due “monodrammi” appaiono più vicini di quanto si potrebbe sospettare. Sono due donne colte in un passaggio estremamente delicato della loro esistenza, ritratte con la capacità, unanimemente riconosciuta dalla critica all’autore, di entrare nelle pieghe più sottili dell’animo femminile.
Sui due testi si riportano alcuni brani tratti dal volume di Zina Crocè prima citato. 
“Ritratto di Spalle, del 1977 è un raffinato ‘capriccio ontologico’ – secondo  l’espressione usata da Steiner per indicare l’essenza dell’opera d’arte… Il testo, al di là della sua forte dimensione estetica, ma anche per questo, ben può inserirsi all'interno del ‘flusso di coscienza’ di ispirazione joyciano/proustiana, sia per lo stile, privo di punteggiatura, sia per il contenuto, la sofferta ‘recherche’ di una donna, che, con una narrazione che si avvolge, e avvolge, in suoni, immagini, dissolvenze, suggestioni, rispecchiamenti, ricorda le situazioni significative della sua vita, dilaniata dalla doppia essenza del reale, Eros e Thanatos, e attanagliata dall'‘ipocondria della bellezza’… La donna, si vede “soltanto di spalle”, come di fronte a un gioco di specchi che, tragicamente, le impedisce di guardarsi “davanti”, di riconoscersi, di riappropriarsi del proprio sé, ormai smembrato.”
Foto: Giada Centazzo
In Donna allo specchio, del 2000, si ripropone – come in Ritratto di spalle - il ‘gioco’, anzi, il dramma, dello specchio, della maschera, che qui diventa ‘mancanza a essere’ (Lacan), cesura angosciante, dissociazione psichica, drammatica lacerazione tra corpo e anima. Una donna si rivolge alla chirurgia estetica per ‘rifarsi un’identità’, che, all'inizio, non si capisce bene se sia fisica o psichica :"Ho trascorso quasi metà della vita che probabilmente mi è toccata in sorte, chiusa dentro un involucro che non mi apparteneva, al quale la mia anima non apparteneva, un guscio che non riconoscevo come mio. Ho vissuto, intrecciato rapporti, amicizie, ho amato, odiato, con un corpo non mio. Come può esistere uno scarto così violento fra l’essere e l’apparire? Come può un corpo, che racchiude un’anima, non risplendere della bellezza  di quella?" Non sopporta più la sua immagine, rappresentazione del suo io scisso, il rapporto con lo specchio le provoca sofferenza.  Con lo specchio, infatti, ha un rapporto ossessivo, di dipendenza spasmodica, dolorosa, ma lo mantiene, nel tentativo di ricomporre, riconoscendosi, accettandosi, un’unità mai percepita: "È guardando l’immagine allo specchio, che si dà un’anima al proprio corpo". Anche se, aggiunge, "È pericoloso vedere la propria immagine". Torna alla memoria, qui, lo specchio del seminario X di Lacan, che spossessa il soggetto dell’autonomia del sé, genera angoscia…, per cui, l’ immagine speculare si trasforma in immagine del doppio che osserva, e, osservando, priva della soggettività, perturba… La mancanza della vecchia ‘identità’ dilata un vuoto abissale, insopportabile… Ormai preda dei suoi fantasmi, psichici e fisici, è irrimediabilmente lacerata dalla scissione…
Foto: Giada Centazzo
La frattura esplode, in tutta la sua drammaticità. Lo specchio, che doveva ricomporre l’identità, sancisce il drammatico trionfo del più cupo iato esistenziale. La divisione squarcia l’io, diventa delirio: "Sotto le dita, la pelle che accarezzo non è mia. È come se stessi accarezzando un’altra. È una sensazione vertiginosa. Io sono due persone". È scissione psicotica, double mind,  "perdita di ogni familiarità con il reale”. Ormai niente può ricucire lo strappo creato dalla divisione tra il soggetto e la sua rappresentazione. Unico meccanismo di difesa, automatico e inconscio, diventa ‘il diniego’ della realtà. In questo monodramma, forse più che in altre opere di Familiari, il tema dello specchio si propone, nonostante la brevità del testo, che comunque risulta intensamente espressivo, come visione dell’interiorità più che dell’esteriorità, e dunque, come contrapposizione tra l’occhio e lo sguardo, tra il vedere e il comprendere. Lo specchio… diventa metafora del rapporto interpersonale, che quasi mai diretto, ma, invece, spesso risulta filtrato dall'immagine della nostra immagine’.

Il regista: 
Krzysztof Zanussi, il grande regista cinematografico e teatrale polacco, con il quale Familiari ha un consolidato sodalizio intellettuale, ha messo in scena vari suoi lavori: “Il Presidente”, nel 1992, con Raf Vallone, del quale ha realizzato anche una versione per la TV polacca con Jerzy Trela, “Herodias e Salome” nel 2000, con Paola e Selvaggia Quattrini e Massimo De Rossi, “Il sole nero”, film, tratto nel 2005 dal dramma “Agata”, con Valeria Golino, “L’odore”, in russo, a Perm, nel 2011; sta scrivendo attualmente una sceneggiatura tratta dai racconti di Familiari.
In questo lavoro, che ha messo in scena nel giugno del 2013 per il Festival di Pordenone, enuclea, dei due testi, proprio i punti di contatto profondi, utilizzando in maniera magistrale le doti di un’attrice sensibile e colta qual è la Piccolo.
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L'attrice:
Viviana Piccolo, attrice e regista, ha lavorato al teatro stabile d’Abruzzo, collabora anche con Fernando Arrabal, il quale ha scritto un testo apposta per lei, “IL castello dei clandestini” (Seam edizioni), e sempre dello stesso autore ha messo in scena Fando e Lis. Ha curato la regia dell’unico testo teatrale di Milan Kundera in collaborazione con l’autore stesso e l’Università degli studi di Trento.


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