giovedì 20 marzo 2014

Memorie (quasi) vere: Léo Ferré

Nel camerino del Teatro Metropolitan di Catania,
dopo il concerto



“L’anarchia è la formulazione politica della disperazione. 
L'anarchia non è un fatto di solitari: la disperazione neanche. 

Sono gli altri a informarci sul nostro destino. 

Sono gli altri a farci, a distruggerci. Con gli altri si è un altro. 

Allora, distruggendo gli altri, distruggiamo noi stessi. È stato già detto; è importante che sia ripetuto...”
(Léo Ferré)




Come ho avuto modo già di scrivere, gli anni dall'80 all'87, mi risultano particolarmente confusi, avendo avuto il periodo più tumultuoso della vita privata, dell’attività editoriale, della collaborazione con troppe cose, quindi dal ‘Giornale del Sud’, al ‘Giornale di Sicilia’, la casa editrice, il premio Akesineide, la separazione, altre collaborazioni come ‘Reporter’, per fortuna alcuni giornali fanno da storia, a questa confusione, ed è innegabile la venuta di Leo Ferré a Catania e la relativa intervista pubblicata sul ‘Giornale di Sicilia’.

Malgrado Ferré sia andato via dalla Francia, le sue ‘canzoni’ sono anche edite, come quelle di Jacques Brel e Georges Brassens, da Gallimard, nella collana più prestigiosa forse al mondo di poesia: ‘Biblioteca della Pléiade’.
Le nostre collane di poesia con autori quali Neruda, Pessoa, recano invece prefazioni di Pelù, Jovanotti, che saranno bravi a cantare ma quanto a dirci di questi grandi poeti ecco che c'è da urlare!
E che gli editori sono finanziarie con dirigenti che hanno guardato sin da piccoli solo Italia uno, viene più di un sospetto. Quasi come quei critici che mi hanno contestato e non hanno voluto neppure firmare per la petizione in favore di Anna Maria Ortese e che oggi, tronfi e pettoruti (oltre che pagati) se la vanno a presentare come fosse una loro scoperta! Faranno i decennali, i ventennali, i trentennali, ecc. mangiano!
Per fortuna questo con Léo non accade, da  Enrico Medail a Mauro Macario alla figlia e persino quei tanti spazi in tutto il mondo a lui dedicati sono ‘gestiti’ da persone che hanno per Léo un grande rispetto. Come me.
È passato tanto tempo, ma il ricordo di Léo è assolutamente indimenticabile: nella politica, nell'amore, nei sogni, nella musica. Che Léo fosse anche direttore d’orchestra è sempre passato in secondo piano.
La contestazione studentesca in Francia del ‘68 e i risultati di questa, lo avevano talmente ‘nauseato’ da scegliere, come paese, l'Italia: Castellina in Chianti. Splendida! consona al suo modo di vivere.
Lì continuò a fare libri e dischi, quasi in proprio. Ricordo il suo traduttore dell’epoca Enrico Medail e la mia voglia di farlo conoscere di più, di ‘imporlo’ quasi anche ai giornali coi quali collaboravo ma, è sempre stata dura!
L’occasione però arriva.
Organizzato dal ‘Centro Culturale Francese’ di Catania, (1984) la sua presenza al Metropolitan, teatro nuovo e con tremila posti fu grande la mia gioia per avere avuto così la fortuna di conoscerlo e intervistarlo.
Ero indignato per il pubblico di trecento persone ch'era venuto ad ascoltarlo. Lui no!
Capì la mia ammirazione ma anche l'essergli simile e, abbastanza timido (sfido chiunque!) allora dal palco, mi indica e mi chiama in causa! (questo interloquire amichevole succederà diverse volte anche con Arnoldo Foà).
Mi rende partecipe dell'amore per ciò ch’è diverso. Della crescita che non può coinvolgere folle, ma che poco a poco bisogna conquistare.
Le trecento persone lo applaudirono come fossero trentamila!
Noto più per i testi delle canzoni ‘Gli anarchici’ e ‘Solitudine’, ho sempre preferito invece ‘Col tempo’ o ‘Piccina’. Perché in queste ultime si rispecchiano le altre, anzi tutte le altre.
‘Avec le temps’ ma preferisco sempre usare l'italiano, perché gli italiani lo usano sempre meno, è di straordinaria potenza, come ‘Non andare via di Brel. Potranno passare secoli ma neppure una sola riga sarà mai ‘datata’.
Nell'intervista che, per ragioni di spazio, mi è stata accorciata, Léo salva pochi dei nostri cantautori, De André soprattutto e Gino Paoli, coi quali collaborò. Siamo consapevolmente d'accordo, complici, e il tempo ha dato ragione.

Nelle foto (archivio personale) Ferré sul palco del Metropolitan di Catania.

Aggiungo che in quegli anni, avevo tentato di stampare le sue poesie, mi incrociavo con diritti musicali assurdi, costosi e pieni di trappole, tutto ben lontano dai suoi e miei desideri.
Lotte che dovevo affrontare per sopravvivere, difficile già con i libri di Arrabal, Bachelard, Halimi, che non riuscivo a diffondere né a pagarmi.
Léo aveva compreso appieno la mia forza ma anche il mio dolore; così la moglie, straordinaria e fedele compagna, quando stava male, nelle telefonate sembrava essere consapevole ch’io fossi un complice, e quasi mi voleva tranquillizzare per non ‘sentirlo’ nella sua ‘solitude’.
Dopo, molto dopo, ho incontrato il suo amico e traduttore italiano Mauro Macario (credo uno dei grandi poeti italiani, fra i più riservati e 'nascosti' a quella solita cultura ufficiale): ne ho ascoltate le canzoni, stavolta cantate da Gianluigi Cavaliere (Chantango) ed è come se il dolore si fosse acquietato, infine. Così che le vie percorse non erano totalmente in solitudine.

beppe costa

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