sabato 31 maggio 2014

Ferruccio Brugnaro; "Le follie non sono più follie" (Seam Edizioni, 2014)


Ferruccio Brugnaro è l’irresistibile voce della sincerità, dell’essere diretto e il desiderio di giustizia per quella invisibile classe operaia, e
la poesia che la rappresenta. 
Jack Hirschman

Non prevarranno

Le guerre
non prevarranno
non avranno
l’ultima parola.
È nata Piera Maria.
La gioia strepita
sui davanzali
del mondo.
La vita
trionfa.

[…Ho sempre cercato maestri, e ne ho trovati, mi considero fortunato. Da quando Francesco Conz mi prese sotto la sua ala, la mia vita cambiò, fui svegliato. E i maestri si susseguivano, da tutto il mondo, Hirschman, Ferlinghetti ecc. e sempre, prima o poi, saltava fuori il nome di Brugnaro, molto stimato, soprattutto negli ambienti della sinistra americana (ricordo le sue edizioni per la Marimbo press in California, a cura dello stesso Hirschman)…]
[…Come dice Francesco Moisio nella felice introduzione a “Un pugno di sole”, divenuto poi “Eine faust voll sonne” nell’edizione tedesca, la difficoltà principale sta nella definizione della sua poesia, così sfuggente per i critici; sono d’accordo, ma questa è la riprova che ci troviamo di fronte ad una novità, e dunque difficilmente catalogabile. Allora analizziamo un ingranaggio alla volta.
Vi sono delle parole necessarie alla interpretazione di questa poesia, e la prima è: umanità. Delle invenzioni italiche quella che mi garba di più. Dovremmo ricordarci più spesso di essere stati noi gli inventori dell’Umanesimo.
L'Autore al Mariconda di Mantova
Nel Novecento abbiamo visto comparire questa parola nel8 la letteratura legata alla Grande guerra, alla Resistenza, al Neo-realismo e, inoltre, era cara alla parte più sana della nostra sinistra. Brugnaro mi sembra il poeta che con precisa caparbietà ha proseguito nello scrivere alla luce di questo
importante principio. Altro aspetto latente è il concetto di “classe”, se vogliamo mutuato da Marx. Ecco Brugnaro è discepolo di questa visione degli “ultimi” (patrizi-plebei, feudatari-servitori della gleba, padroni-operai) ma da “ultimo”, come sorta di pacifico Spartaco della classe operaia.
Lui ha questa visione positivistica e quindi anche ottimistica della risoluzione dei nostri problemi sociali e aggiungerei ambientali.
La parola chiave di tutto è: fabbrica. Questo è il fatidico luogo nel quale tutto inizia e tutto finisce. Si tratta del petrolchimico di Marghera, che ha portato pane sì, ma ci si accorse ben presto avvelenato. Per cui si hanno testimonianze di uomini che non hanno potuto scegliere come vivere, bensì come morire. Di questi compagni e di se stesso Ferruccio parla, e caso raro in Italia, da operaio scrive, portando esperienza di prima mano. È poeta-operaio che parla della condizione dei lavoratori, senza il filtro dello scrittore-intellettuale, che per quanto virtuoso non può che descrivere in terza persona i disagi di altri. No, qui c’è l’esperienza diretta, le ore infinite ad inalare veleni tossici o i lutti sono i suoi, e di nessun altro. Per questo la sua poesia ti trascina via con sé, perché la forza della denuncia e del dolore non possono che provocare una mimesis nel contempo commuovente e disincantata, che provoca nel lettore, una volta aperta l’anima, una sola frase, immobile e perentoria: mai più!...] (Seam Edizioni, Giugno 2014)
dalla prefazione di Igor Costanzo


ISBN 9788881795239, pp. 76, € 10-00
coll. Inediti rari e diversi, a cura di
Beppe Costa  e Igor Costanzo





Bracciante, raccoglitore di stracci

Bracciante, raccoglitore di stracci
operaio degli altiforni
pescatore
venditore abusivo di crostacei
Mio padre
era così
adoratore del sole, adoratore
delle barene
silenzioso
fanatico del mare
Non hai mai parlato
con nessuno
analfabeta
credente solo nella vita
solo nel suo trascinare
inquietante
dai primi cenni dell’alba
ai tramonti fondi
Mio padre
così come è stato dentro
in questo mondo torbido
senza chiedere niente a nessuno
stanotte è sceso nel tempo
profondo
nei suoi grandi occhi che lui guardava
per ore e ore
da sinistra: Igor Costanzo, Andrea Garbin, Ferruccio Brugnaro,
Sandro Sardella a Venezia (1913)
Presentazione dell'antologia della Revolutionary Poets Brigade
"Heartfire", curata da Jack Hirschman e Agneta Falk 
negli universi incandescenti e amati
con dura segretezza.
Non sono triste
sono felice
contento
me lo risento dentro tutto
irruentemente
ora
col suo canto dalla nostra cucina nera
e senza finestre.
Il suo canto, più che un canto
il suo era ed è
un grido, un urlo selvaggio
denso
che io rilancio con tutta
la forza delle ferite
di un amore a brandelli
contro queste ore
di padroni affamati di sangue
di retate
contro le sbarre pesanti dell’emarginazione
contro le foreste di un dolore
e una solitudine senza fine.


Nota Biografica

Ferruccio Brugnaro, operaio a Porto Marghera dagli inizi degli anni ‘50, è nato a Mestre nel 1936, è autodidatta e vive a Spinea (Venezia). Ha fatto parte per molti anni del Consiglio di fabbrica Montefibre-Montedison, ed è stato per decenni uno dei protagonisti delle lotte del movimento operaio.
Nel 1965 Brugnaro comincia a distribuire nei quartieri,
nelle scuole, fra i lavoratori in lotta, i suoi primi ciclostilati di poesia, racconti, pensieri. È uno dei primi in Italia a diffondere la poesia in forma di volantino. Sui muri di Orgosolo si possono leggere sue poesie scritte ancora negli anni ‘70.
Ha pubblicato su molte riviste tra le quali: “La Fiera Letteraria”, “Letteratura”, “Tempo Presente”, “Nuovi Argomenti”, “Tempi Moderni”. Parte degli scritti, tirati al ciclostile e diffusi come volantini, sono stati raccolti dall’Editore Bertani e pubblicati nei volumi: “Vogliono cacciarci sotto”, 1975; “Dobbiamo volere”, 1976; “Il silenzio non regge”, 1978. Nel 1977 un gruppo di sue poesie è stato musicato dal cantautore Gualtiero Bertelli.
Brugnaro è presente in numerose antologie tra cui: “Il pubblico della poesia”, “Poesie realtà”, “Scrittori e industria”, “Cent’anni di letteratura”, “Poeti del dissenso”, “L’altro novecento”.
Con altri lavoratori nel 1980 dà vita a Milano ai quaderni di scrittura operaia “abiti-lavoro”.
Nel 1984 esce “Poesie” per conto della Cooperativa punti di Mutamento.

Nell’ottobre del 1990 vengono fatti affiggere sui muri di Venezia e di Mestre oltre cinquecento manifesti con una sua poesia contro la guerra. Lo stesso manifesto nel gennaio del 1991 è stato affisso sugli spazi pubblici di Roma. Nel 1993 esce il volume “Le stelle chiare di queste notti”,
editore Campanotto.
Nel 1996 su “Viceversa”, una rivista di Barcellona, appare un gruppo di suoi testi poetici con traduzione in spagnolo di Carlos Vitale. Nel 1997 undici sue poesie, tradotte in inglese da Kevin Bongiorni e Reinhold Grimm, vengono incluse nel n.29 di “Pembroke Magazine”, una pubblicazione internazionale dell’Università del Nord Carolina. Nel 1998 esce negli Stati Uniti, per conto della casa editrice Curbstone, “Fist of Sun”, un volume antologico della sua produzione poetica con traduzione del poeta americano Jack Hirschman. Nell’ultimo decennio sue poesie sono state pubblicate anche in Germania, Grecia, Inghilterra e Cina.
Nel 2000 Jack Hirschman traduce anche “Partial portrait of Maria” per la Deliriodendron Press. Nel 2002 appare in Francia, a cura dell’editore Editinter, il testo antologico “Le Printemps murit lentement” nella traduzione del poeta Jean-Luc Lamouille e in Italia l’editore Campanotto pubblica “Ritratto di donna”. Nel 2004 è uscito in Spagna il libro “No puedo callarte estos dìas” nella traduzione di Teresa Albasini Legaz. Nel 2005 esce a Berkeley “Portrait of a woman”, tradotto da Jack Hirschman.
È del 2006 “Verranno i giorni”, editore Campanotto. Brugnaro partecipa a San Francisco al Poetry Festival nel 2007 e nel 2009. Nel 2008 viene pubblicato in Francia, a cura di Editinter, “Ils veulent nous enterrer!” nella traduzione di Béatrice Gaudy e in Italia, per la Bohumil, l’audiolibro “La mia poesia nasce come rivolta”.
Nel 2009 Brugnaro viene invitato all’Intemational Poetry Meeting di Sarajevo dedicato a Jzet Sarajlic. Nel 2011 esce a Berkeley per l’editore Marimbo un testo antologico “The days will come” con la traduzione di Jack Hirschman e a Francoforte, a cura dell’editore Zambon, appare “Eine faust voli sonne” con la traduzione di Felix Ballhause e Letizia Fuchs-Vidotto.
Suoi testi appaiono spesso anche su varie riviste e giornali internazionali.


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venerdì 30 maggio 2014

Memorie (quasi) vere: Naim Araidi

l'artista Shikanu' consegna l'opera-premio al Teranova
Lo avevo incontrato nel 2009 al Teranova Festival, organizzato da Mario Salis, cantante romano che vive in Francia e che tentava di avere un qualche successo anche in Italia.
Ero stato premiato l’anno precedente da un gruppo che collaborava con Mario e che faceva capo al chitarrista Paolo Travagnin, mentre l’anno successivo fui utilizzato per invitare altri poeti in modo da rendergli il lavoro organizzativo più semplice.
Avevo invitato alcuni degli amici Poeti dallo spazio: Barcellandi, Garbin, Assiri e altri, la gran parte ospiti nella mia casa (allora di tre stanze). Fra gli ospiti di Mario c’era Naim e un altro poeta arabo che assistettero a tutt’e tre le giornate: per la pessima organizzazione non ci incontrammo se non nel teatro del centro culturale francese e forse abbiamo preso un caffè insieme.
Solo nel 2012, segnalato da un professore presente su facebook, mi invitò, insieme a Stefania Battistella (non sarei mai andato solo), in Israele al Nissan Festival, da lui fondato 15 anni prima, in occasione della seconda Intifada, proprio per fare incontrare i poeti arabi con altri poeti provenienti da tutto il mondo.
sul terrazzo di casa di Adele Cambria
Questo senza dubbio è stato e continua a essere l’evento più importante legato a quelli del passato dove avevo avuto, in Sicilia soprattutto, la possibilità di incontrare autori provenienti da ogni parte della terra e che mi aveva stimolato a proseguire la mia attività di editore.
Sono tornato in Israele anche nel 2013 e nel 2014.
Così ho conosciuto ancor meglio Naim, fino a che, invitato al Festival di Sassari nel 2013 da Leonardo, non potendolo realizzare in Sardegna, abbiamo pensato di fare un gemellaggio a Roma invitandolo. Con altri ospiti è stato proprio nel mio quartiere al Parco della Cellulosa e in libreria.
Velocemente, aiutandoci con inglese e francese, abbiamo pubblicato anche una scelta di poesie di Naim, “Canzoni di Galilea” (Seam Edizioni), passando due splendide giornate ricche di emozioni insieme a lui e agli altri presenti.
Si è stabilito un rapporto fraterno, comprendendoci nei gesti e, con l’aiuto di Stefania, capendo ancora meglio la situazione del suo paese, della presenza degli arabi, degli ebrei, dei palestinesi e delle varie religioni.
Periodi di pace abbastanza lunghi col timore che ogni giorno possa cessare la convivenza. Dei palestinesi spesso noi conosciamo solo le situazioni della striscia di Gaza e dei territori occupati. Ma di questo certo, come scritto prima, occorrerebbe un libro a parte.
Naim (al centro con i poeti Igor Costanzo, Stefania Battistella, io e Gao Xing)
in attesa dell'inizio del Nisan poetry Festival
Nella nostra passeggiata a Roma siamo finiti anche a casa di Adele Cambria, scoprendola assolutamente disinformata sulla situazione di Israele. Lei, una delle migliori giornaliste italiane. 
Il fatto poi che un arabo, sebbene professore e poeta, potesse essere anche ambasciatore di Israele in Norvegia l’ha persino turbata: mi è parso di capire che per lei in Israele vivono solo ebrei e il resto della popolazione che vi è nata, è isolata o chiusa in campi delimitati.
Ma ben presto l'attività di ambasciatore si interrompe bruscamente, Naim, appunto come poeta, non poteva ubbidire agli ordini di un governo (quale esso sia) specialmente senza incidere sulla disinformazione che affligge da tempo tutta la civiltà occidentale.
con Andrea Garbin, Naim, io e
Igor Costanzo a Mantova

Di questo non sono bravo a scrivere, anche se proprio la mancanza di informazione o una informazione guidata mi ha sempre mortificato. C’è stato un tempo, come già scritto, in cui ho tentato di essere anche io un giornalista libero.
Dopo il gemellaggio romano con Ottobre in Poesia, organizziamo con Igor e Stefania (certi dell'accoglienza nelle scuole) con la collaborazione dell'aiuto dei soci del "Movimento del sottosuolo" un giro di quattro giorni (sei incontri!) fra Treviglio, Brescia, Mantova e Verona, con il libro Canzoni di Galilea, edito, appunto da 'noi' della Seam. Il successo è stato tale che, ogni giorno penso che debba tornare e incontrare più persone possibili, soprattutto studenti, con le loro domande senza peli sulla lingua, con la speranza (o certezza) di sapere di più di quanto avviene e come si viva in Israele (sappiamo sopratutto le tragedie di Gaza, che fanno notizia, certamente, ma non è tutto, appunto!
Naim con Leonard Cohen
Ma il dialogo e le sorprese con Naim non si concludono qui e chissà per quanto tempo ancora il nostro desiderio di appartenenza ci farà incontrare. Intanto in maggio sono di nuovo andato al Festival trovando la più grande (e gradita) sorpresa per un poeta: un libro con alcune mie poesie, tradotte in arabo, ebraico e inglese (un segreto che Stefania ha tenuto per sé per tanti mesi, avendo spedito lei le poesie).
Il libro è stato regalato nei giorni del festival a tutti i presenti e i poeti ospiti lo hanno trovato insieme al programma nella stanza d’albergo.
Ma la sorpresa non era finita qui. C’era anche una cerimonia sul palco, con una straordinaria targa (chiusa in una confezione trasparente, piena di fiori, che non toglierò mai, affinché non cadano).
Ecco che adesso mentre scrivo continuo a leggere, cercando di interpretare ciò che scrive:
poesie, passi della Bibbia, del Corano, le Guerre giudaiche di Giuseppe Flavio, la kabbalah (almeno queste sono le mie interpretazioni della sua scrittura in arabo ed ebraico che scrive su facebook).
Quanti italiani leggono questi libri? Mentre stavo traducendo la Lettera al generale Franco di Arrabal, portandomi anche dietro le poesie di Stefano Iori (ne ho scritto in un precedente post) trovo luoghi e pensieri che accomunano i tre poeti facendomi incontrare figure, fatti e persone che appartengono alla loro storia, storia di un Oriente che non riusciamo a voler capire.

Così adesso non resta che fare in modo che il Movimento dal sottosuolo e il Nisan Festival si incrocino anche in Israele a Maghar, visto che Naim, in occasione del suo ultimo viaggio in Italia a marzo è stato ospite di Igor Costanzo e molti di noi (ne facciamo parte anche io e Stefania) ne hanno conosciuto e apprezzato il valore umano, quello poetico lo conoscevamo già.


Una speranza o un sogno ma chi, come me, è riuscito con pochi soldi a realizzarne tanti?
In effetti il sogno non si è realizzato: il 2 ottobre 2015 Naim Araidi ci ha lasciati. (14.10.2015)
b.c.


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giovedì 29 maggio 2014

Memorie (quasi) vere: Gregory Corso

Come già scritto, a Castiglione di Sicilia (appena 3000 abitanti in provincia di Catania, a ridosso dell'Etna) con la complicità di Dario Bellezza e per il Premio Akesineide, inventato da Enzo Grasso, sindaco scrittore, gentiluomo d’altri tempi e mondi, avevamo l’opportunità di invitare grandi artisti, personaggi di valore, premi Nobel.
Non ho conservato giornali – all'epoca non ne conoscevo l’importanza – né tanto meno foto, salvo alcune, miracolosamente salvate ai miei 47 traslochi, cambi case, città, lavori.
Ma i ricordi dei momenti vissuti con scrittori, poeti, scienziati di mezzo mondo, malgrado i vuoti di memoria sono tanti e ‘notevoli’.
Il 1987 fu, forse, una delle edizioni più belle ed erano presenti, fra gli altri, Valerio Magrelli, Dante Maffia, Roberto Pazzi, Amelia Rosselli, Giorgio Bassani, ma spiccava su tutti la presenza di Gregory Corso.

L’andatura incerta, spesso trasversale a comprova che le birre riusciva sempre ad individuarle, Gregory viaggiava per le strade di Taormina, scoprendo ogni bar, nelle decorazioni, nei dipinti, nei soffitti e pavimenti tutti uguali e nelle qualità di birra - queste sì, spesso, diverse.

La pubblicità sul giornale La Sicilia 1987
Un abbraccio continuo di parole, non scritte, riflessioni, pensieri, ricordi che nulla avevano a che fare con alcun altro dei poeti fin lì incontrati, salvo poi, per certi versi Amelia Rosselli (a lei, più che i bar attiravano le pasticcerie, superata solo da Fernanda Pivano).
Le scalinate della chiesa di Castiglione dove si svolgeva il Premio erano affollate, il palco frontale e vasto nella piazza ricco dei colori forti della Sicilia, il pubblico ‘importante’ e gli ospiti (come a Taormina) nelle prime file con delle sedie comode per artisti non sempre molto giovani.
Corso, naturalmente era in qualche lato della piazza, in giro per i vicoli o seduto per terra, ignorato dal pubblico che, certo, non poteva immaginare che uno così vestito e mal messo fosse uno fra i più grandi poeti americani (e non solo).
Cominciava il balletto seguito dai ringraziamenti, e la presentazione di Fioretta Mari. Senza retoriche, né troppi discorsi lunghi e con il sindaco che brevemente annunciava.
Erano presenti anche Giacinto Spagnoletti, Maria Luisa Spaziani, Dacia Maraini e alcuni scienziati (premi Nobel dei quali non ricordo i nomi, cinesi, giapponesi o russi per me, siculo di tante generazioni impossibili da ricordare. Solo che da poco alcuni avevano ricevuto il Nobel.
L’idea infatti del sindaco Grasso era in fondo semplice: dare un premio di un milione di lire a personalità del mondo della cultura e la presenza di grandi scienziati rendeva appetibile la partecipazione a chiunque: per questo forse anche la mia.
Lo stesso Léopold Sédhar Senghor ha lasciato il proprio assegno di un milione all'autista.
Dal microfono parte il nome
«A voi, eccezionalmente, Gregory Corso».
La voce. Niente si muove, il pubblico si gira d’ogni parte finché dopo alcuni minuti, nel corridoio laterale, si vede un uomo che sembra correre o, forse, con passo affrettato, inseguito e poi agganciato da due carabinieri.
«Giovanni, Pasquale, lasciate quell'uomo è il poeta!»
Così costretti a mollarlo, ricordo Pinocchio, lasciarono libero di salire sul palco ma per prudenza adesso quasi accompagnandolo, l’eroe premiato.
Il seguito fu vero spettacolo per alcuni per tanti altri lo spettacolo vero e divertente s’era chiuso. Troppo presto.
Ma la sera ancora una sorpresa. Mentre cercavo di dormire nella mia stanza d’albergo, mi chiama Dacia:
«Beppe, per favore, ho Corso dietro la porta ubriaco marcio. Vuole che apra, vuole amarmi, dice almeno lui».
Corsi da Corso dietro la porta di Dacia e cercai di allontanarlo. Pensando di riuscirci, tornai in camera ma un’ora dopo squilla il citofono. Il portiere:
«Signor Costa, è impossibile, il vostro amico, sarà un poeta, ma ha scoperto la cantina e sta lì seduto, credo che abbia consumato una cassa di birre, piccola credo. Può venire? »

Ecco, la nottata si fece alba e ascoltai a lungo i racconti di Gregory: ho imparato molto. Ci incontrammo ancora ma quella notte scoprii la bellezza e la diversità dei poeti che vivono con un solo paio di scarpe, con un solo bagaglio (a volte) una busta.
Incontrai ancora Gregory con un amico suo editore di Venezia e con Dario Bellezza, andò a vivere a casa di Amelia Rosselli, fino al suicidio di Amelia (1996), poi si ammalò gravemente e ricordo solo di avere partecipato a una raccolta di fondi per riportarlo negli Stati Uniti, dove non rientrò più.
Non seppi perché nel ‘92 avendo aperto una libreria (con subito difficoltà economiche) non ho avuto modo di frequentare (quasi) più nessuno.
Morì nel gennaio del 2001. Seppellito al Cimitero acattolico di Roma come Amelia Rosselli, Dario Bellezza e tanti altri amici stranieri in patria.
A lui e a tanti altri poeti americani, e non solo, si deve la fusione fra musica e versi, cosa questa rifiutata dalla gran parte degli autori italiani del mio periodo, più soporiferi e attenti a che il pubblico si addormentasse alla loro prima poesia o, al limite, alla seconda.

Da Wikipedia: Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano scrisse:

“insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.







mercoledì 28 maggio 2014

Israele, in occasione del Nisan Poetry Festival



Israele

Sapevo di Israele
e di una verità
sono andato in Galilea
le verità diventavano due
a tenersi compagnia
Ho visto gli ulivi a distesa
per chilometri di strade moderne
e asfaltate e muri scorrere poco lontano

Sono tornato e stavolta
non riuscivo a vedere
Gerusalemme stava sopra la terra e io
troppo ignorante o
presuntuoso per salire
Le verità diventavano tre
Ho conosciuto i ‘poeti guerrieri’
di Gaza e di Giordania
le verità cominciavano a lottare
fra loro e tornato a Gerusalemme
si confusero e fusero in mucchi
con arabi ebrei palestinesi, israeliani
statunitensi, tedeschi, russi, cinesi
turchi, giordani, svedesi e noi
naturalmente ‘bravi da italiani’
come fosse un convegno fra nazioni

Ma, come scrive il Poeta, “Lei” sta in alto
ancora più del monte Carmelo
insieme, forse, stanno sopra la terra
Tornerò ancora in Israele,
le gambe tremano e cerco
nel cervello qualche verità simile alla realtà
Andrò ancora ad Haifa
e sul monte Carmelo
cercando, scavando fra ricordi
di ciò che credevo sapere:
niente era ed è vero

Tutto ciò che sappiamo
non viene dagli occhi né dalle orecchie
abbiamo visto e ascoltato per anni
santoni giornalisti preti
capi di stato che usano il termine Pace
che non c’è fra due amici,
né in un condominio
figurarsi fra popoli.
Ho visto ancora dal basso Gerusalemme
l’amano in troppi, Lei non si da nessuno
e si da a tutti
Le verità si trovano -forse- da qualche parte
in questa terra d’inferni e santità
ma so che inutilmente andrò ancora cercando
e per tanto tempo ancora


 Israel

I knew about Israel
and about a truth
I went to Galilee
the truth became two
to keep each other company
I saw the expanse of olive trees
for kilometers of modern roads
and paved and walls runs not far

I'm back and this time
I couldn't see
Jerusalem stood on the ground and I
too ignorant or
Maghar, traduzioni, foto di Jaqueline Alencar Polenco
presumptuous to climb
The truths became three
I knew the 'warrior-poets'
from Gaza and Jordan
the truths began to fight
between them and back to Jerusalem
intermingled and fused into heaps
with Palestinian, Arabs, Jews, Israelis
Americans, German, Russian, Chinese
Turks, Jordanians, Swedes and we
naturally 'like good Italians'
as if it were a meeting between nations

But, as the poet writes, She is at the top
even more of Mount Carmel
together, perhaps, they are above the earth
I'll be back again in Israel
the legs are shaking and I search
some truth in the brain, similar to reality
I will go again in Haifa
Nazareth, foto di Stefania Battistella
and on Mount Carmel
searching, digging between memories
of what I believed to know:
nothing was and is true

Everything we know 
doesn't came from the eyes nor from ears 
we've seen and heard for years 
journalists, priests, gurus 
heads of state who use the term Peace 
that there isn't between two friends, 
or in a building 
imagine between peoples. 
I've seen again from the bottom Jerusalem 
they love her in too many, She doesn't give herself nobody 
and to all 
The truths can be found somewhere -maybe-
in this land of hells and Holiness 
but I know that, uselessly, I'll still trying 
and for a long time again

 (traduzione di Stefania Battistella)













In occasione della 15a edizione del Nisan Poetry Festival è stata pubblicata una antologia in quattro lingue (arabo, ebraico, inglese e italiano)
La poesia Israele non è contenuta in questo testo in quanto scritta successivamente

leggi anche 

domenica 25 maggio 2014

Sottopelle di Stefano Iori, (Kolibris Edizioni)

Ciò che agli altri, di noi, appare, non rappresenta quasi mai, ciò che siamo.
Ancor più via via che gli anni scorrono e, molto spesso, se i sentimenti restano senza rughe, puliti, come i desideri, il nostro corpo va in crisi, trasformandosi fino al punto di non volerlo riconoscere quasi più. A volte, peggio ancora, rifiutandoci di accettarlo.
Per questo esiste forse la scrittura, ovvero per questo, alcuni riescono a trovare nella scrittura una possibilità di rispecchiarsi all’indietro, dentro, sopra o attraverso.
Questa è la prima sensazione provata nel leggere “Sottopelle” di Stefano Iori.
ISBN 9788896263785 pag. 84, € 12.00
Come spesso mi accade, scopro che anche con lui, l’incontro poteva avvenire, prima, molto prima, quando pubblicavo libri di Arrabal, di Dario Bellezza, di Riccardo Reim.
Ma si sa la vita, riserva sempre sorprese e la mia, così lunga, ancora probabilmente ne riserverà.
Eppure Iori sembra rifuggire da quanto scrivo, come nei versi che estraggo da "Di giorno in giorno"

[...Lavoro ogni giorno
per non conservare,
per non fare della vita
un cumulo di scorie,
una vescica gonfia
di parole, volti, fatti
che muoiono sul nascere
lasciando schegge appuntite
nella stanca memoria
Ogni alba sia pulita,
ogni singolo tramonto
un tocco di luce…]

Sottopelle, ultima raccolta dell’Autore è, come ben scrive Gio Ferri nell'introduzione, “Un viaggio sorpreso tra i meandri della mente, e la presenza/assenza dei corpi. Delle figure di un mito vissuto in una realtà tanto vitale quanto virtuale: gli incredibili, non credibili incantamenti televisivi o cinematografici che, storie del e nel nulla, oltre la superficialità apparente delle ombre, inseriscono il germe della metamorfosi nelle coscienza”.

La poesia di Iori, poeta che ama i Poeti. è rara, intensa che si nutre di quella visione dell’altro che pochi hanno in questi tempi bui di poesie da supermarket:


Iori in una lettura dal suo "Sottopelle"
(Foto Giovanni Cappellazzi)
Gente di strada

“Gente di strada
cuori di fretta
occhi di paura
orecchie stoppate
da cuffie e auricolari
bocche di noia
piegate a smorfie,
con o senza sigaretta,
con o senza caramella
Senza parole
Strada di Roma
strada di Milano
strada di Berlino
via del Non Sorriso”



Acuto osservatore annota nei suoi viaggi l’umanità che vive, ne traccia aspetti umani laceranti con strade desolate e muri screpolati, ricordandomi scene di Wenders, di Truffaut, di Renoir. Trasforma in parole scritte il destino dell’essere umano, riportandoci al suo, al nostro vivere con:

“Cala la notte

Il ruscello dell’infanzia,
lieto e curioso
Il turbine della gioventù,
furioso e veemente
La roccaforte della maturità,
solida e gagliarda
Il tramonto della vecchiezza,
amaro e pensoso
Il traguardo della morte,
gelido e silente
Notte che dilaga,
desolazione incalza”

Il libro si chiude con poesie dedicate a straordinari Poeti, da Celan a Pasolini, a Szymborska e Pavlova, struggenti e straordinari omaggi a poeti che lasceranno il segno e ci ricordano che la poesia è la vita che incontriamo, che abbiamo la fortuna di incontrare e, qualche volta no:

[...Sorridimi ancora, piega all'insù
la fessura sottile della tua bocca d'ossa
io farò lo stesso, con labbra di carne ammutolita,
orfano dell'illuminazione pungente
Da un incontro mancato a una lettera non scritta
passa non un'eternità, di più]


dedica a Wislawa Szymborska il rammarico per un incontro mai avvenuto.
Non metterò altri versi di Iori - certo che i più curiosi, - anche se sempre meno, vadano a cercarli per tenerseli sottopelle come accade a me.
Ma non sono che un lettore, di Poesia, non un critico (che spesso l’hanno sommersa, salvo poi partecipare, cerimonieri alla sepoltura della stessa, commemorando semmai dopo gli ‘ignorati’, quasi sempre i migliori che inosservati dalla critica, muoiono soli.
A volte, mi fermo e, come in questo caso, porto il libro con me, nei miei rari viaggi e “Sottopelle” mi ha fatto bene, l’ho tenuto e lo tengo caro, spostandolo solo dalla scrivania al comodino. Questo per me è raro, ma così è. Cercherò, visto che adesso lo conosco anche di persona, di seguirlo e saperne di più.
      
                                                                                                                                          beppe costa


al Teatro Sciale di Mantova (foto: Stefania Battistella)
Stefano Iori, giornalista mantovano, coltiva da tempo, nelle pieghe della professione, la passione per la poesia e la letteratura. Tali propensioni artistiche costituiscono lo sviluppo dell attività giovanile come attore e regista teatrale. Ha interpretato íl ruolo di Virgilio in quattro puntate della RAI dedicate al poeta latino nel bimillenario della morte.
Per l’Associazione industriali e la Provincia di Mantova ha pubblicato Scritture del teatro (Mantova 1992). Per Gremese Editore ha firmato la filmografia ragionata I grandi del cinema - Tinto Brass (Roma 2000). Ha inoltre contribuito, come curatore, alla pubblicazione di svariati testi di promozione culturale tra cui Le terre del Parmigiano Reggiano (Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 2003). Come addetto stampa del Centro Servizi Volontariato Mantovano ha firmato e curato numerosi volumi sulle tematiche della solidarietà.
È direttore responsabile dei “Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi”. Ha pubblicato la raccolta di poesie Gocce scalz. Una poesia dell’autore è inserita nell’antologia della IX edizione del Premio Colonna la “Tridacna”. Da due anni conduce la rassegna “Poesia in Taverna”, ciclo di incontri che gode del patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Mantova.


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giovedì 22 maggio 2014

Nenad Glišić e Beppe Costa: "Le zanzare" un duo di libri di Stefano Iori

Beppe Costa e Nenad  Glišić: due sorprese

Beppe ha pubblicato il suo primo libro di poesie nel 1970 (Una poltrona comoda, Giuseppe Di Maria editore). Sono passati 44 anni e oggi, ancora sorprende.
Per la forza, il tono, l'acutezza.
Molte recensioni della sua opera, forse le più banali, hanno scandito il suo fare poetico riportando nei giudizi il termine “anticonformismo”. Parola strana. Ma del vero c'è in questa espressione. La forma poetica e il senso dei versi di Beppe non sono infatti usuali, e mai è scontato il messaggio. Ma c'è molto, molto di più dell'anticonformismo.
ISBN 9788868670078, PP. 40, € 7.00
La terra (non è) il cielo!, dopo quasi mezzo secolo di versi, romanzi e scritti vari è infatti una silloge disincantata, emotiva e commotiva, da cui trabocca tutta la vis poetica dell'autore, lucidissima quanto polemica. Vis che corre per analogie in spazi e tempi differenti, multipli. Il poeta si abbevera voracemente della vita, moltiplica ricordi e inventa prospettive nuove ad ogni poesia. Anticonformista non voglio dirlo, però. E solo perché non vedo a cosa mai la poesia dovrebbe conformarsi. I versi di Beppe sono semplicemente liberi. Prendono spunto dalla vita e si cristallizzano in pietre preziose, seguono il filo ana-logico e poi logico e lucido di riflessioni profonde, andando ben oltre l'ironia. Prescindendo da conformismo o dal suo contrario, per dare luce alla verità interiore dell'uomo, distillata con l'alambicco del pensiero. Pensiero che sfida il mondo intero. Che si scaglia nel futuro. Perché aver paura della sfida col futuro... e con l'ignoto che il futuro rappresenta. L'esperienza di ogni umano cresce di giorno in giorno. Ma non basta a prevedere. A proporre, alludere, sperare, sì, però. È questo è quello che possiamo fare e che Beppe, puntualmente, fa. Da pensatore e poeta libero.
Quanto ho accennato genera oggi, con La terra (non è) il cielo!, un nuovo coerente tassello della poesia costiana.
Alcuni cenni sulle liriche della breve silloge.
Quella che apre la raccolta si pone in netta dissonanza rispetto agli amanti della musica di Giovanni Allevi. Quelli sì, veramente, sono i conformisti, giovanilisti, modaioli, trendisti.
Sembra dire il poeta. Ma che se ne fa, questi, di tali atteggiamenti? Certo non li assume, né li assolve.
C'è poi la poesia che dà titolo al volume “La terra (non è) il cielo!”: forte, semplice, scritta per riflettere senza incanto né stupore sul male della guerra. Anche “La bomba”, più avanti nel testo, tramite schegge di un ricordo d'infanzia, si leva a monito contro la guerra. Malinconia, delusione, fin quasi al dolore sommo della rassegnazione di fronte alla violenza.
La terza poesia cita Berlusconi. E sottolinea il devastante ruolo del luogo comune nella lingua, nella società, nel pensiero del nostro popolo. Sempre per connessioni analogiche, scava, valuta, pensa e risponde. Con semplicità chirurgica che arriva a toccare il lettore.
Oltre il verso e la parola: presenza, quasi gesto. Non sono versi divertiti, né divertenti. Il fumo dell'ironia aleggia su di loro, ma è destinata volutamente ad un minimo, seppur complice, cenno di sorriso, in risposta.
Non le elencherò tutte, ma voglio cercare di cogliere qualche sfumatura che le unisce. Il tempo, innanzitutto, che passa incidendo segni nel pensiero dell'autore. E su questi segni scorrono, come su rotaie, storie scarne eppure potenti. Mature, nel senso migliore del termine. Ovvero pronte per essere gustate al meglio del sapore, dell'odore, dell'intensità.
Teatro Sociale di Mantova: Fabio Bercellandi, Nenad  Glišić,
Andrea Garbin, Stefano Iori, Beppe Costa
Le poesie di Beppe si dispiegano in avanti su rotaie d'esperienza (che è davvero grande), d'attenzione, di osservazione, di ragionamento, ma anche di partecipazione. E quindi di emozione.
Sono per me poesie–lampi, flash-pensiero, che spiegano, replicandolo sempre in declinazioni diverse, il senso dell'avventura irrinunciabile della vita. L'avventura di vivere, pensando e poetando, arriva a un punto di non ritorno. Procedere, andare, con in sorte… chissà? Beppe guarda avanti e va avanti, senza paura

solitudine e silenzio vi sia
in tutte queste feste colorate 
che vi fanno sentire ancora vivi 

è l'ultimo verso de L'impero demente nel dire “vi sia”, il poeta lancia un monito, un ordine da patriarca, afferma il futuro. In vista della terra promessa. C'è un dopo e l'autore non vuole certo indietreggiare. È pronto ad accogliere il nuovo. L'ignoto da cavalcare e da conoscere. Non si ferma sul monte Nebo, il poeta. Perché non ha colpe, non ha certo disubbidito all'Altissimo, a Meriba. Sa di non meritar castigo. Vive e va, libero.

Esplosioni. Sono esplosioni le poesie di Beppe. Non fuochi artificiali, ma vere e proprie bombe che creano nuovi punti di partenza. Scoppiano anche senza la pretesa di divertire, come i giochi pirotecnici fanno. Scoppiano senza malizia e senza crudeltà. Non ce n'è bisogno. La verità non sempre è buona e bella. E la poesia è la bomba giusta per dire e scrivere di questo. L'effetto della bomba è che cambia le cose attorno, le dissolve, le scardina, mettendo a nudo un mondo senza fronzoli o alchimie barocche. C'è la vita, c'è il tempo, lo scheletro della vita, c'è la morte, questi i confini entro i quali scorre l'avventura dell'uomo. Ogni singolo uomo ha la sua avventura e la fortuna di viverla.
Basta escludere la rinuncia. La resa. L'abbandono.

Nenad  Glišić 
ISBN 9788868670054, pp. 30, € 7.00
Torno alla prima affermazione del mio discorso, e ribadisco la parola sorpresa, per dire di Nenad Glisic… Che è stato per me una felicissima sorpresa.
Nella pancia della bestia è la sua prima raccolta pubblicata in italiano.
È opera solida, meditata e meditante, ricca di felici narrazioni che l'autore affida a versi di rara efficacia. 
Vorrei spendere qualche parola in particolare sulle poesie ispirate alla figura del soldato Shulz, tedesco che si rifiutò di fucilare civili e finì ucciso, a sua volta messo al muro dai nazisti. 
Poesie che hanno la forza della storia che di dice. Che si afferma. Anche se Shulz non fosse mai esistito, la poesia di Nenad lo santifica, lo crea, lo mette e rimette in luce. E se non è storia, ne sarà il fantasma, capace di operare ancor più nel profondo dei nostri cuori.
Bellissima BabaHuana, ricca di sentimento e molto lirica
Bella Brevi istruzioni per i membri della specie in via di estinzione. Un omaggio alla poesia a mo' di manuale di istruzione. 
Dura, asetticamente didascalica rispetto a qualsivoglia conclusione etica, quella che dà titolo alla silloge: Nella pancia della bestia. Eppure una “morale” è indotta a manifestarsi immediatamente nella nostra testa. Si tratta di un gioco letterario che opera non sul piano dell'inchiostro su carta, una melodia non incisa sul pentagramma della pagina, ma una voce che va direttamente nel nostro intestino, sotto la pelle e dentro le ossa. E lì risuona.
Mucche anacronistiche mi ha fatto venire in mente Wisława Szymborska, che io amo. 

Sorpresa nella sorpresa: la poetica di Beppe di sposa assai bene con quella di Nenad - Stile, ritmo, musicalità sono vicini nelle due scritture. Nonostante modulazioni distintive, le due formalizzazioni poetiche fanno il paio. Ciò rende plausibile l'idea della collana e porta merito a curatore ed editore. Non due libri, ma, sotto il profilo stilistico, un duo di libri.

Stefano Iori




Alla presentazione della collana il 16 maggio al Teatro Sociale era presente il grande poeta americano Jack Hirschman, premiato il giorno prima alla 'Carriera' dal Comune di Moniga del Garda. Dall'idea del poeta Igor Costanzo è nato un premio alla carriera che, nella prima edizione del 2013, è stato assegnato a un altro grande della cultura mondiale: Fernando Arrabal. (ndc)

Leggi anche questo

Collana "Le Zanzare", diretta da Andrea Garbin, Gilgamesh Edizioni di Dario Bellini
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mercoledì 14 maggio 2014

Memorie (quasi) vere: Serse Cardellini



L’incontro con Serse è piuttosto recente ma, si rivelerà uno fra i più produttivi. 
Non ho mai creduto alle persone che chiedono di incontrarmi, specie se devono farsi centinaia di chilometri e mi spiace persino che chiamino al cellulare. Avendo sempre vissuto con pochi mezzi, quello mi appariva (e ancora mi appare) utile sì, ma da usare con parsimonia a confronto del telefono fisso cui sono appassionato, ma che pare nessuno voglia più usare. 
Quando chiamò Serse, proponendosi di incontrarmi da Pellicanolibri a Roma (fra l’altro in una posizione geografica scomodissima e affollata ormai più da auto che da esseri umani) non ne ero contento. Un certo disagio per ciò che appare forse da quanto finora scritto.
Non sento di aver fatto nulla di importante né per me né per altri se non libri e, poiché con questi non sono riuscito a fare una vita decente, né riuscito a ‘lanciare’ alcuno, il mio imbarazzo, negli anni, è divenuto sempre più crescente.
Ma sarà proprio quest’altro incontro a farmi riavere speranza di una qualche continuità del mio lavoro di ricerca di autori validi, come sempre accade, in difficoltà per pubblicare.
Dopo qualche telefonata ecco che appare sulla porta un gigante barbuto ed enorme: come ricordavo nelle fiabe che da piccolo leggevo.
Ebbi un moto di terrore: data la mia mole e le botte prese da piccolo, rimane ancora quando un armadio mi si para davanti.
L’armadio mi abbracciò e fu un attimo e vidi i suoi occhi. Trasudavano gioia e dolcezza incommensurabili, quasi quanto quelli di Lorenzo Ferri che avevo conosciuto qualche tempo prima, nel 2009.
Non stavo tanto bene, ero da poco dimesso per l’ennesima volta dall’ospedale (dove da qualche anno sono di casa) e stentavo a credere di potermi riprendere o, che la via dei libri non fosse già esaurita.
Avevo dato tutto (che poi non era tanto) e non avevo più nulla: neanche una casa o una macchina, né qualcuno che vivesse con me. Solo, con l’unica gioia di andare ogni tanto in libreria, guidata ormai da mio figlio Dante, unico a curarsi e occuparsi di me. Oltre a qualche amico sincero ma sempre più raro.
Non avevo alcuna voglia di ascoltare idee, progetti o quant'altro concernesse la pubblicazione di libri e di poesia, per di più.
Quindi, malgrado tranquillizzato dall’aspetto (temo da tempo anche gli uomini curvi, piccoli e dimessi, se non ti guardano negli occhi), cercai d’ascoltarlo, proponeva un’idea (oggi so splendida), una collana poetica itinerante: ogni regione un curatore e con alcune librerie (poetiche) se avessero accettato di ospitare i libri di questa associazione, Thauma, che li avrebbe editi.
Curandone gli aspetti e in un numero limitato di copie. Bella idea, ma ero stanco.
Così dissi io, “stanco e vecchio” e proposi all’ospite di parlarne con i miei due ‘fratelli di poesia’: Fabio Barcellandi e Andrea Garbin.
Mi piacque Serse al primo impatto. Lui parlava, spiegava e io ripetevo i nomi e dove poteva trovarli. Ma temevo non ascoltasse, come spesso accade, voleva a tutti i costi che io capissi – forse gli apparivo distratto – ma avevo solo timore che lui, così preso, non ascoltasse me. Invece…
E poi aveva in mano il libro di Arrabal, ‘Panico’, comprato in qualche bancarella e che voleva io firmassi.
Beh, questa era una buona ragione per farsi un così lungo viaggio?
Eppure ne avevo fatti tanti anche io da poterlo capire!
La moglie girava in libreria, scegliendo libri (anche questo verte a loro favore), mentre quasi nessuno venendomi a trovare lo fa, così durante le presentazioni o gli incontri, nessuno sembra avere soldi per portarsi via le ‘opere’ e si prostrano in complimenti e firme in fazzoletti di carta perché rimanga traccia di avere incontrato il ‘maestro’. 
Ma questa è altra storia, molto risaputa.
Quando pensavo che l’incontro fosse finito, mi chiese se potevamo stare in ritiro soli, per leggermi una ‘cosa’ sua.
Serse a "Ottobre in Poesia", 2012
A questo punto scompare Polifemo e appare Omero: leggerà forse 18 o 20 pagine fitte fitte di seguito, senza quasi pausa, in una maniera che mi fa immaginare come Omero (in giro per bettole e strade dell’epoca) raccontasse le avventure di Ulisse in cambio di una cena o del vino.
Questo gigante aveva passione, sangue e corpo che diventavano racconto poetico per un solo spettatore.
Cercavo di stare attento alle parole ma si trasformavano in suoni musicali, perdevo il senso, ma mi immergevo in un concerto dove più elementi eseguivano una sinfonia.
Ho avuto modo di ascoltarlo poi in altre occasioni e, malgrado i testi siano sempre piuttosto lunghi, le pause, i toni cangianti, gli acuti e i bassi continuano a rendermi la sensazione di un concerto a più voci.
Ma il mio pensiero era: incontrerà mai Andrea e Fabio? Ascolterà ciò che gli ho detto o pretenderà che sia io, ormai senz’armi a seguirlo?
No, sbagliavo, mi sbagliavo come mai: andò pressoché subito e il suo sogno (o quello che pensavo sogno) si è realizzato.
Nasce la collana e in poco più di 20 mesi vengono editi oltre 20 volumi divisi in diverse regioni e librerie poetiche. Ma non bastava: in poco tempo ecco che appaiono altri collaboratori e ottimi poeti, Chiara Daino, Chiara Catapano, Valeria Raimondi, Massimiliano Bardotti, Alessandro Assiri, Stefania Battistella e altri. Nascono collaborazioni e traduzioni con altri paesi, Russia, Irlanda, Romania. Che dire? in questo vuoto culturale, in pochissimo tempo scopro che la Poesia c’è, eccome! Si moltiplica di giorno in girono con una serie di iniziative che non sono più contenibili in un così breve scritto su Serse Cardellini.
Dovrei curare il Lazio, ma sono pochi gli elementi decenti che mi arrivano o forse sono io ormai fuori da tutto. Importante che questo sogno si sia realizzato grazie a un gigante non solo nel ‘formato’ ma soprattutto di sostanza.

Il sito dell'edizioni Thauma 

leggi anche:
http://beppe-costa.blogspot.it/2008/04/un-ricordo-di-leo-ferr-lultimo-poeta.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2008/04/leo-ferr-col-tempo-la-sua-pi-bella.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2011/08/leo-ferre-alma-matrix-in-concerto-roma.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2014/01/memorie-quasi-vere-arnoldo-foa.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2014/03/memorie-quasi-vere-enzo-jannacci.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2014/02/memorie-quasi-vere-alberto-moravia.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2014/03/memorie-quasi-vere-alejandro-jodorowsky.html

sabato 10 maggio 2014

LE ZANZARE, collana di poesia a cura di Andrea Garbin per Gilgamesh Edizioni

Nuova collana di poesia intitolata "LE ZANZARE"; una collaborazione tra l'Associazione Culturale Movimento dal Sottosuolo e l'editore mantovano Gilgamesh Edizioni.

Da venerdì 16 maggio a domenica 18 maggio saremo in tuor con gli autori dei primi due libri della collana:

NELLA PANCIA DELLA BESTIA, di Nenad Comrade Glišić
(traduzione di Francesca Leonardi; copertina realizzata dal poeta Sandro Sardella). Prima edizione in 61 copie numerate e autografate.

LA TERRA (non è) IL CIELO! di Beppe Costa
(copertina realizzata dalla pittrice e poetessa Shikanu'). Prima edizione in 91 copie numerate e autografate.

(Tutti i ritratti che costituiscono le copertine dei libri in collana sono realizzate da poeti)

nelle seguenti sedi:

Venerdì 16 maggio, alle ore 18:30, nel foyer del Teatro Sociale di Mantova. Evento promosso dal Caffè Sociale. Relatori Andrea Garbin, Dario Bellini e Stefano Iori.
Traduzioni di Fabio Barcellandi e Francesca Leonardi.
Ingressi: Piazza Cavallotti; Piazza Teofilo Folengo; Corso Umberto I, 2B (Mantova).

Sabato 17 Maggio, alle ore 18:00, Museo Ken Damy di Brescia.
Relatore Andrea Garbin.
Traduzioni di Fabio Barcellandi e Francesca Leonardi.
Ingressi: Corsetto S.Agata 22, Loggia delle mercanzia, Brescia.

Domenica 18 maggio, alle ore 18:00, Galleria Decorarte Arte Antiquariato Design di Asola (MN).
Relatori Andrea Garbin e Dario Bellini.
Traduzioni di Fabio Barcellandi e Francesca Leonardi.
Ingressi: via Giuseppe Mazzini 94, Asola (MN).






Nenad Glišić è nato nel 1972 a Kragujevac in Jugoslavia. Poeta e scrittore, editore e performer. Ha pubblicato 9 libri: patria, tu sei come la cirrosi per il fegato (Poesie, 1992), inni dei Kamikaze (Poesia, 1998), Fiori di Hiroshima (Haiku, 2001), canti di natura e società (Poesie per bambini, 2004), tutto sui maldicenti (Romanzo, 2004), persone e situazioni (Storie brevi, 2007), Anachronicles (Poesia, 2009), All’ombra dell’albero della conoscenza (Poesia, 2010), Ere. cicli (Poesia, 2013). Si è esibito anche come musicista sperimentale e artista multimediale. Vive a Kragujevac, in Serbia.





Beppe Costa, nato in Sicilia, vive a Roma. Nel 1976 fonda la casa editrice Pellicanolibri, divenuta poi una libreria ancora oggi frequentatissima, pubblicando, primo in Italia, scrittori di fama internazionale. È autore di svariati libri di narrativa e di poesia, tra cui Impaginato per affetto (Pellicanolibri) vincitore del “Premio Alfonso Gatto” nel 1990; Anche ora che la luna (Multimedia Edizioni) nel 2010, anche in versione CD; Rosso: poesie d’amore e di rivolta (Volo Press) nel 2013. Fa applicare per la prima volta in Italia la “Legge Bacchelli” a favore di Anna Maria Ortese. Nel 2011, con Stefania Battistella esce il CD Di me, di altri, ancora. Tra gli amici più cari: Alnordo Foà, Fernando Arrabal, Alberto Moravia, Dario Bellezza, Adele Cambria, coi quali ha collaborato. Di lui hanno avuto modo di scrivere, tra gli altri, Mauro Macario, Giacinto Spagnoletti, Luce D’Eramo, Antony Costantini, Lia Levi, Silvano Agosti, Denise Waltz Ferreri e molti altri. Attualmente dirige la collana “Inediti rari e diversi” per la Seam Edizioni. 2014 Una antologia delle poesie viene tradotta e pubblicata in Israele in lingua ebraica, israeliana e inglese, in occasione della 15° edizione del Nissan Festival, dove viene premiato per la poesia e l’impegno alla diffusione della stessa.

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LE ZANZARE - Editoriale:

Quando penso alle zanzare mi vengono in mente i poeti. Per me che vivo in provincia di Mantova è consuetudine trovarmi a discutere con altri poeti in situazioni e luoghi infestati dalle zanzare. Ovviamente queste condizioni si presentano solo in un determinato periodo dell’anno. Mi accade allora di rispolverare un vecchio libro, uno dei primi, di Faulkner, intitolato Mosquitos (Zanzare, appunto); di ritrovarmi nella stessa situazione in cui si trovano i protagonisti di quel romanzo, che fu tra l’altro un fallimento editoriale, tanto da costare la rescissione del contratto al futuro premio Nobel. Quelle zanzare che l’autore non menziona mai nella narrazione, ma di cui si percepisce la fastidiosa presenza, mi fanno venire in mente due aspetti necessari, e di rilevante importanza, affinché un individuo possa essere ritenuto poeta a tutti gli effetti. Il poeta deve saper vivere il silenzio, deve assorbirlo, deve non farsi notare dal mondo per poterlo assimilare e comprendere nel profondo, deve restare in disparte per un certo periodo di tempo, durante il quale però la sua mente e il suo cuore maturano una costante attività di osservazione, di ricerca e di attesa. A seguito di questo periodo però, che può essere di breve o lunga durata, il poeta esce allo scoperto e con il suono delle sue parole deve saper colpire (proprio come la zanzara) e infastidire il lettore, lo spettatore, la società in cui vive e procede nel suo percorso artistico e nella quale talvolta si nasconde, perché spesso il poeta legge il mondo come una palude da riempire e scuotere, da emozionare. Per fare questo, per alimentare se stesso, come la zanzara, deve nutrirsi delle vite degli altri. Per questa sua natura il poeta è spesso ritenuto un animale fastidioso, una belva da mettere in gabbia, perché come le zanzare il poeta subisce l’influsso del sangue. Chi non sa fare ciò non può, secondo il mio modesto pensiero, essere considerato poeta. Nella palude, nel bosco, in riva al fosso, ci sono le zanzare e tanti altri insetti. Il poeta è come la zanzara: sa pungere. Tutti gli altri non sono altro che la miriade di altri insetti incapaci di essere pungenti.
Può questo essere motivo sufficiente per orientare la scelta del titolo da dare a una collana di poesia? Ovviamente no, non lo può essere.
C’è un altro importantissimo elemento da non tralasciare, ovvero il fatto che a circa tre chilometri da casa mia sono state rinvenute le steli funebri del ramo materno di Virgilio. Il poeta mantovano per eccellenza. Cosa c’entra tutto questo? Ora ve lo spiego…
Nella seconda metà del millecinquecento vennero attribuiti al poeta mantovano alcuni poemetti. Tra questi il CULEX (zanzara in latino). Ebbene, c’è un punto del poemetto in cui si racconta di un serpente, di un contadino e di una zanzara…
Il villico sta riposando all’ombra di alcune piante, ignaro della presenza del serpente che gli si sta avvicinando. Improvvisamente la zanzara lo punge e lo sveglia. Lui, d’istinto, schiaccia il piccolo insetto. Poi si accorge del serpente e lo uccide. Finalmente può riaddormentarsi sereno. Ma in sogno gli appare la zanzara uccisa e l’uomo si rende conto di quanto sia stata importante la fastidiosa puntura dell’insetto che gli ha salvato la vita. Deciderà in seguito di erigere per la zanzara un piccolo mausoleo.
La zanzara rappresenta il poeta, colui che desta la coscienza dell’umanità che non si accorge dei pericoli; colui che per questo viene incompreso e scansato; colui che solo da morto, molto spesso, riceve gratitudine e consenso. Non è quindi sufficiente che la zanzara punga, o meglio che il poeta scriva, deve lasciare un segno, in modo che questo possa essere d’aiuto a chi lo interpreta. Ma ancora non basta: deve farlo partendo dalla proprie radici, senza mai divenire entità estranea al proprio territorio d’origine. Ecco perché da mantovano non ho potuto evitare di rifarmi a Virgilio. Chi con i propri versi non fa questo non può essere davvero considerato poeta. LE ZANZARE sono allora dei piccoli libretti che contengono le punture di alcune piccole bestie che chiamiamo poeti. E in ognuno di questi libretti un poeta parla del suo mondo con i suoi versi per mezzo della sua lingua pungente. E in ognuno di questi libretti, in copertina, appare il ritratto del poeta, fatto da un altro poeta, perché chi meglio di un poeta può tracciare l’identikit di un altro poeta?
(Andrea Garbin)