venerdì 27 giugno 2014

Fernando Arrabal, lettera al generale Franco

“Y los que fueron vistos BAAL ilando fueron considerados LOCOS  por los que no podían oir la música. Yo no creo nada más que en un Dios que sepa Arra BAAiL ar”(POSSIBLE  MAIS INEXACTE TRADUCTION FRANÇAISE
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di Fernando Arrabal nel '78 ho pubblicato "Panico", (Pellicanolibri) manifesto del gruppo formatosi attorno all'autore sin dagli anni 60, comprendeva testi di Topor, Jodorowky, Bachelard (anche quest'ultimo edito da noi col testo Filosofia del non). Ho proseguito con Lettera ai militanti comunisti spagnoli, Il gran cerimoniale (da me anche tradotti) e La scampagnata.

Fernando è venuto a Roma per due giornate 'memorabili" dedicate ai "Poeti dallo spazio", quindi lo scorso anno non più potendo pubblicare con Pellicanolibri, ho tradotto per le Edizioni Seam, Il castello dei clandestini. Da pochi giorni ecco che, dopo il Premio alla carriera che l'ha visto ospite d'onore a Moniga del Garda, grazie ai complici e poeti Igor Costanzo e Stefania Battistella, ho completata la traduzione di Lettera al generale Franco che, presto uscirà sempre per la Seam.
Ci unisce non tanto la frequentazione o l'amicizia. Ci siamo visti e incontrati ben poco, rispetto ai 40 anni di pubblicazioni. Ma c'è sulla base di alcune idee di libertà umana e intellettuale. In difesa della cultura e delle popolazioni che soffrono per l'indifferenza di una parte dell'umanità che non sa e sa sa, si gira dall'altro lato.
Mi sembrava giusto, malgrado siano passati tantissimi anni, ricordare, attraverso lo scritto di Fernando cosa fosse stata la Spagna di Franco (dell'Italia di Mussolini sappiamo già parecchio e si continua a scoprire).


Il brano che segue è l'inizio del testo

[Premessa a questa edizione.

No, non voglio essere capro espiatorio come lo fu mio padre.
E poi, chi sono io per giudicare come alcuni mi chiedono? Chi sono io per perdonare? Non sono degno di perdonare. In verità io non son degno di nulla.
Chiedo compassione. Per me soprattutto? O meglio ancora: raggiungere l'oblio. Non posso fare a meno di ricordare, infine, alcuni episodi del ‘36 che mi hanno avvelenato la vita.
Felice sarò quel giorno che smetterò di scrivere; di ripercorrere al rallentatore i disastri della guerra civile. Tentare (felice?!) di dare una qualche soluzione ad una delle “sette congetture matematiche del millennio”. Respirare alla fine aria non inquinata nel labirinto dell’“Istituto matematico Clay”. Il respiro di un neonato! Rigenerarmi. Come chi inverte il processo vitale per rimanere in equilibrio. A volte penso che il vecchio regime, ancor più della tubercolosi, ha corroso i miei polmoni con le tarme per soffocare i ricordi. 
Non credo che ci sia stata una vita altrettanto paragonabile a quella di mio padre e di Nadja ("la musa dei surrealisti"). 
con Fernando e me i poeti Mariaelisa Giocondo, Liliana Arena,
Andrea Garbin, (foto: Marco Pasqua)
Sparirono insieme nell'inverno fra il 1940 e il ‘41. Tutt'e due avevano 38 anni. Trascorsero i loro ultimi giorni rinchiusi in manicomio. Entrambi, poco prima della fine, sono stati ‘ammanettati’ per 24 ore con camicie di forza. Camicie bagnate, affinché fossero più efficaci.
Nel rigido inverno quando la città “pétainista” di Lilla e quella franchista di Burgos erano coperti da un metro di neve. I due manicomi non avevano alcun riscaldamento. Questi covi quindi erano ancora peggio delle prigioni? 
Nadja apparve ai surrealisti per insegnare ciò che è fondamentale sapere ma che nessuno insegna loro. Il rapporto della poesia con la vita e il caso. Ciò che mio padre m’insegnò in dettaglio con la sua assenza.
Tuttavia, non conservo nella memoria alcun ricordo fisico di lui. Tranne uno: le sue mani che seppelliscono i miei piedi sulla spiaggia di Melilla. A quel tempo avevo meno di 4 anni. Sia Nadja che mio padre, probabilmente si possono considerare “anime perse”, come due delle maggiori vittime del loro tempo. Come due capri espiatori.

Pertanto, senza confrontare l'incomparabile, ricordo (troppo spesso per la mia serenità mentale?) che mio padre è stato chiuso, da solo, dai suoi coetanei nel quarto trimestre in una caserma di Melilla. Il 17 luglio 1936; il giorno dopo iniziava ‘ufficialmente’ la guerra civile. Lo incarcerarono affinché lo si pensasse. Informarono la loro messa a morte per ribellione militare se non aderivano alla “rivolta”. Un'ora dopo il giovane tenente Fernando Arrabal chiamò i suoi ex colleghi: subito! non occorreva rifletterci su.
Tentando d’imitarlo, mi tocca essere testimone, narratore o un simbolo altrettanto importante? io che sono solo un reietto e un incompetente se prendo le mie figure idolatrate e le mie tavole adorate.
No, non sarò un capro espiatorio, come era mio padre. Voglio solo vivere... e finire quando il dio Pan vorrà.

(Fernando Arrabal, Sao Paulo , 11 agosto 2009)

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