martedì 22 luglio 2014

Anna Maria Ortese: Estivi terrori. Nota dell'Autrice e di Adele Cambria

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, 

Nota dell'Autrice

C’è stato un tempo, quello compreso tra la fine della guerra e gli ultimi anni del Cinquanta, in cui non ho fatto che viaggiare. Le cose viste - uomini e paesi – le ho viste sempre deformate dalla sofferenza, dall'ansia, come da veloci illusioni di tregue e riposi. Il mio problema di fondo era sempre il problema «economico»: un eufemismo per non dichiarare troppo apertamente la questione della sopravvivenza fisica. Dunque, dopo la guerra, ancora questioni di sopravvivenza fisica. Tutto questo per indicare dove, in questi scritti, come in altri andati dispersi o pubblicati distrattamente, nascono tensione, solitudine, fuga e quella costante sensazione di «disastro», o prossimità del disastro, che li rende forse, a un casuale lettore d'oggi, di non trasparente lettura. Chiaro che il «disastro» era mio. Ma anche vero che le situazioni di disastro, quando così tanto prolungate, possono suggerire il sospetto - dico almeno il sospetto - di un corrispettivo disastro del tempo «umano», non sempre visibile - come da un treno in corsa un paesaggio - intorno al protagonista. È che il mondo - come lo avemmo consegnato dalle buone letture scolastiche - una volta usciti da un finimondo come quello bellico, e caduti in un ultramondo - il predatorio, l’insaziabile, il fantastico-banale - tutte le coalizioni del Nulla atte a raggiungere quella sublime Mediocrità, che è stata poi raggiunta - quel piccolo mondo ancora di razza umana, una volta usciti dalla Grande Paura, e marciando verso la Fraternità e la Pace, non c’era più. Già nel decennio Cinquanta, non c'era più!
Non auguro a nessuna persona giovane e vagamente «dissociata» come io ero, e inoltre priva di reddito e anche dì minime certezze personali e professionali - di attraversare l’Italia in un dopoguerra subito privo di unità e memoria - come io l’attraversai. C’è da uscirne spezzati. Tutto vi sembra estraneo, meraviglioso e spietato insieme: siete in casa d’altri. Ecco la sensazione che vi mangia il cuore, mentre correte da una casa all'altra, e anche, spesso, da una Bandiera all'altra. Casa d’altri! E dovunque cercate un cantuccio, e fisionomie antiche, e almeno una voce rassicurante; e quella voce suona sempre dietro un muro, sempre al di là di una parete invalicabile! Ma non ho altro da aggiungere, o spiegare - e sarebbe ingenuo il pensarlo - sul perché vidi Roma, o altre città, come appunto le vidi: straniere, accese, inesplicabili! È che cercavo qualcosa, strade e case, in cui riconoscermi e riposarmi; e questo qualcosa non c'era più.
Di Roma, oggi, e di tanti altri paesi e persone, non mi fermerei più a spiare le pur tremende diversità dal giusto, né i dolorosi eccessi, né, assolutamente, attribuirei a persone, o gruppi di persone, o a idee, l’origine di quella luce obliqua e «selvaggia» che vedo ancora coprire, come una coltre di fumo la Terra. È chiaro che il piccolo disastro di vivere è collocato proprio nel non vivere, ha le radici là dentro, nella non-umanità del vivere universale. Quindi, niente grandi responsabilità di fondo per nessuno. Ma è pur vero che rendersi conto di ciò - rendersene conto a tutti i livelli - e tentare di riconsegnare la vita a un ordine e una bontà (o almeno gentilezza) umana, cambierebbe poco alla volta il peso dei problemi; e il malvivere comune, l’ignorarsi e l'odiarsi, l'andare sbandato delle generazioni, e il loro precoce ripiegarsi nella più atroce inutilità sociale, che oggi sembrano mali così irrimediabili, assoluti, mali assoluti, alla fine, non sarebbero più.
E rimane dunque - questa auspicabile decisione - di città e uomini - di cercare ciascuno nel «disordine» universale, la propria seconda natura, intendo la lealtà, l'ordine, la compassione, il benefico rapporto umano, - la luce umana, perché ci guidi - rimane questa, oggi, la mia sola modesta filosofia. E anche inclinazione «politica», se si vuole.
Anna Maria Ortese

 Postfazione di Adele Cambria

I quattro racconti qui raccolti sotto il titolo di uno di essi, Estivi terrori, Anna Maria Ortese li ha scritti (e mai pubblicati in volume) tra il 1950 e il 1960. E tutti, da L'uomo della costa, a Inglese a Roma, a La diligenza della capitale, confermano la visione profetica che (per sua sventura) l’Autrice ha delle realtà: la sua capacità di anti-vedere i paesaggi umani, i luoghi, la natura stessa, come si configureranno - o si sfigureranno - dieci, venti, trent'anni più tardi. E sarà questa, mi chiedo, aldilà delle circostanze esterne, materiali, la ragione profonda che scoraggia l’Ortese dal continuare a scrivere, trattandosi, per lei, di descrivere un mondo ormai da troppo tempo deserto di speranze, e le cui mutazioni, quasi sempre terrifiche, la Ortese, come una Sibilla, ha precocemente annunciato?
Dette le profezie {e quindi puntualmente avverate), consumati i ricordi (e come non citare qui il fiabesco sogno, la nitida quasi puerile memoria di un amore de Il cappello piumato?), il silenzio sembra imporsi all'Autrice come una monumentale, splendente scultura. Eppure noi con umiltà vogliamo pregarla di non rinunciare a dire, a pescare in fondo al pozzo lunare dell'anima ancora parole, ancora immagini fantastiche, come fu per L’Iguana.

Ma veniamo ora, con attenta modestia, agli esempi di una visionarietà profetica che, a volte, si fa addirittura (e parrebbe assurdo) analisi/previsione politica, che altre volte semplicemente individua il punto di non ritorno del processo degenerativo cui sta per essere sottoposta una città, che, magari, prelude ad una tragedia sociale di dimensioni certamente insospettabili, ai tempi in cui il racconto fu scritto.
Così, ne L'uomo della costa, Anna Maria Ortese, riferendo le parole di uno strano intellettuale o marinaio, personaggio forse simbolico. ma forse no, con cui ha appuntamento in un caffè di Trastevere, scrive: "...Su quella barca si poteva affrontare il vuoto del nostro tempo la straordinaria Non-Memoria del mondo attuale, la sua anima di Niente (il Niente era già al governo, avvertì)…
Ecco, come prevedere meglio - con efficacia quasi da politologo – il ristagno istituzionale italiano, fra un PCI imponente ma non "autorizzato" a governare, e una DC immanente e inestinguibile come lebbra?
Con il libro precedente,
Il treno russo, l'Autrice
ritorna a pubblicare
Così, nel racconto La diligenza della capitale, la capitale, pur inebriando chi arriva (e lei, la nomade autrice) per “lo spazio, la luce in cm sono immerse le piazze...”, pur preannunciando "una tale libertà fantastica della natura, in cui giacciono storia e costume, da darvi il capogiro,", è consapevole - almeno nei suoi abitanti più vecchi e popolani - di essere "come una macchina (che) ha sbandato, e vola ormai fuori della storia...".
Impossibile dire meglio, negli Anni Cinquanta, il futuro “balcanizzato” di Roma, finalmente esploso nelle stagioni più recenti, in un crescendo di terrorismi mediorientali e paesani, incrociati. Ed ancora Anna Marta Ortese insiste, nella consapevolezza che “lo splendore della città non è sano, non è dovuto a una crescita organica, è invece il verde splendore di un disfarsi organico". E qui è l’annuncio del proliferare mostruoso della banlieue, dell'intasarsi, ingorgarsi dei traffico senza più rimedio, dell’ingabbiamento perenne, o del crollo inutilmente annunciato, dei monumenti romani.
Ma è in Estivi terrori che l’Autrice, innocente e terribile, descrive la ragione non esistenziale, sottolinea, ma cosmico amministrativa, per cui oggi, nell'Italia del (quasi) 1990, gli sfrattati, i senza casa per sfratto, sono diventati un irresolubile dramma collettivo, una mina politica, una riserva importante di tensioni sociali.
“L’angoscia, mi dissi - scrive dunque Anna Maria - per lo meno la madre delle angosce, viene semplicemente dal governo: un governo che rappresenti solo due o tre cittadini, mette automaticamente gli altri novantasette in angoscia, e la ragione è chiara. Mentre quei due o tre avranno radici ben salde nel terreno, cioè nella legalità... gli altri novantasette, privati morbidamente di tutto questo, non avranno diritti...".
E continua: “Abbiamo qui, se non baglio, un territorio di 301.249 chilometri quadrati: [……] Su questi trecento milioni, i nativi, o abitanti, sono cinquanta (milioni cinquanta) dunque (sempre per dire), sei metri quadrati è la quantità esatta di metri per ciascun abitante. Ciò significa esattamente che a ciascun abitante – pastore, manovale, e anche principe, non importa - toccherebbero di diritto, gratuitamente, metri quadrati sei, e su questi sei metri quadrati avrebbe diritto di costruire, se vuole, un locale. Può farlo? No. [……] Almeno, questa è la risposta, […....] Ma chi è allora: “Che ha venduto i miei sei – o seicento – metri quadri di terra, con l’alba di aprile, l’ossigeno, le farfalle e tutto?...”
Innocente e terribile, come terribile è la Giustizia, Anna Maria Ortese aveva scritto, descritto, il dramma degli sfrattati prima ancora che assumesse, come oggi ha assunto, dimensioni imponenti. Chi ha venduto le sue farfalle, allora? Chi, oggi, si sente impegnato a restituire a lei, e alle persone come lei, quella giustizia, quella solidarietà che, innestate, nel suo caso, sopra un autentico talento di scrittrice, produrranno ancora il miracolo della pagina?
Chi, altrimenti, se non Anna Maria Ortese, può salvare la memoria dei suoni, dei profumi scomparsi, l’acciottolio delle carrozzelle romane sulle selci, l’odore greve dei poveri scompartimenti degli “accelerati”, quel modo antico di viaggiare, con il pane e la frittata avvolti nel foglio di carta pesante, gialla, di cui perfino gli emigranti meridionali ormai hanno vergogna?








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