venerdì 18 luglio 2014

Anna Maria Ortese: Estivi terrori

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, questo è il quarto e ultimo dei racconti

Di questi giorni (giugno sta per finire, siamo o dovremmo essere alle porte dell’estate), c'è un gran daffare sulle strade ferrate e sulle autostrade, negli appartamenti e nelle portinerie della penisola: treni e macchine stipati fin sul tetto, gente che parte, gente che arriva. Appartamenti disfatti in città e, al mare o in montagna, alloggetti che assumono rapidamente un aspetto confortevole, vacanziero: nelle portinerie di città, saluti, mance, raccomandazioni febbrili, e in quelle del mare (gli italiani preferiscono il mare, ma estivo), presentazione di nuovi venuti, vestiti da pagliaccio, con camiciole a fiori, calzoni di raso, o alla “sceriffo”, di tela; ai piedi, indifferentemente, zoccoli di legno e sandali sofisticati, scarpe di pezza o ciabattine d’oro, d’argento. E occhi cerchiati di stanchezza, ma già avidi di nuove conoscenze, di balletti e divertimenti vari. Il denaro corre a fiumi, i gelati anche, la musica facile scoppia dappertutto, il vostro vicino parla e vi accade di non sentire quello che dice. Monti e mari passano come in un sogno.

Viaggio anch'io, non diretta al mare, ma semplicemente verso un’altra città, in questo caso la capitale, dove fantastico di passare in silenzio questi mesi estivi (non c’è niente di meglio, per il silenzio, che una grande città abbandonata; ma non deve essere quella dove abbiamo trascorso l’inverno, e in ogni caso occorre che sia lontana dai focolai dell'industria). Sono in treno da varie ore. e cerco di ricordarmi che non bisogna assolutamente sprecarsi, ma limitare i movimenti, i pensieri e le spese al minimo. Perciò, niente uscite in corridoio, niente cenni comprensivi e sorrisi ai discorsi della gente sulle tasse, il tempo, le donne, niente caffè, panini e acqua minerale, che fra l’altro portano via interi biglietti da mille. Me ne starò zitta, insensibile, disattenta.
Tuttavia, quando appaiono nel tramonto le prime grandi case di Roma, e il treno comincia a rallentare, non posso non accettare l'aiuto del ragazzo che mi mette giù la valigia; ma, con questo aiuto, mi sono consegnata subito, moralmente all'umore del mio vicino, ch’è portato alle confidenze. E me lo ritrovo così a fianco, sullo stesso autobus, intento a raccontarmi senza cautela la propria vita.
Ha un po’ di terre (vorrei crederci!), ma il lavoro in campagna non gli piace; non gli piace neppure il lavoro a Roma. Gli piace Roma, questo sì. E andare, venire, conversare con gli amici, l’estate specialmente. Soldi ne ha, per permettersi questa vita. Così, se vogliamo incontrarci un’altra volta...
Una farfalla marrone, sul vetro fisso di un finestrino, cammina come cieca, cercando un’uscita. Ha le ali accostate al corpo, è stanca, forse non ci vede più. La mano del ragazzo, come se fosse munita di cento piccoli occhi, si dirige lentamente, quasi a insaputa del suo cervello, verso l’insetto, sta per catturarlo e gettarlo a terra, dove troverà il piede
.
«Così, se vogliamo incontrarci un’altra volta...».
Guardo i suoi piccoli occhi incassati, foschi, la sua piccoli faccia da volpe (ho visto intere famiglie così, sui Monti Cimini), e mi rendo conto che la vita della farfalla è in imminente pericolo. Capisco anche che con tanti cittadini in pericolo, o già morti, per mancanza di un altro dito di fronte, è crudele interessarsi ad una farfalla. Ma è più forte di me.
«Vediamo un po'...», dico, e intanto lo conduco verso l’uscita. La folla ci divide, gli sportelli si aprono, e io scendo rapidamente.

Ora sono alle falde di uno dei colli (di Roma) più celebri per la fresca aria, e il bianco accecante delle case sulle ultime strisce di prato o terreno incolto. Il rosa del cielo va mutandosi in un azzurro-verde, fra poco brilleranno le prime stelle. Gli stereotipati bar mandano fuori dalle porte a vetri lunghi rettangoli di luce, attraverso finestre e balconi si vedono i lampadari non troppo moderni (mille gocciole dì luce o tre orchidee capovolte), i mobili nuovi, completamente privi di polvere e d’immaginazione; e si avverte un rumore leggero di stoviglie, che qualcuno va disponendo sulla tavola, perché sono passate le otto, insieme alla solita voce dell’annunciatore del telegiornale. Molti schermi brillano; qualche pianta, innaffiata da una vecchia signora, da un terrazzino sgocciola sul marciapiede.
Entro in un bar, mi faccio dare qualche gettone, e telefono alla signora Emma.
Sono in trattative da cinque mesi con la signora Emma, per il subentro nell'appartamento che lei lascerà domani o domani l’altro, la signora Emma è una donna paffuta, bonaria, sempre in giro per conferenze, molto colta. Ha un’eloquenza lenta, svogliata, un bel sorriso e, grazie a Dio, non le manca da vivere. Ha comprato, ora è poco, un grande appartamento su questa collina, e conta trasferirvisi adesso. Ma il vecchio contratto dura fino all'anno prossimo, e perciò lei si è preoccupata di trovate un inquilino che la sostituisca fino a quel tempo. Penso di adattarmi nell'appartamentino servendomi per mobilio di una brandina che avevo lasciato in custodia, l’anno scorso, alla signora Emma. In più, comprerò un tavolino da spiaggia e qualche sgabello.
Al telefono, purtroppo, apprendo alcune novità che non avevo previsto. Primo, la migliora Emma è sdegnata per il mio ritardo. Secondo, la signora Emma si trova già da ieri sera nel nuovo appartamento, e non ha tempo da  dedicarmi. Terzo, né la signora Emma né suo nipote possono accompagnarmi domattina all’amministrazione dello stabile, perché partiranno all'alba per Ischia. Quarto, infine: la chiave dell’appartamento in questione è in mano del nipote della signora Emma. che ora non c’è, rientrerà molto tardi. Morale: attendere.
Confesso che avrei voluto vedere il nuovo appartamento; sembra che dalla sua immensa terrazza, nei giorni limpidissimi, sia visibile, all'orizzonte, il mare di Ostia. A parte questa speranza di vedere, sia pure da lontano, un po’ di mare, avrei gradito entrare in una casa e riposarmi qualche momento: è lunga la Milano-Roma, e la città di Roma è forse più grande, in questo tramonto, di quanto la Milano-Roma sia lunga.
«Puoi andare da mia sorella, se hai voglia di aspettare», dice dopo un po', con uno sforzo notevole, la voce della signora Emma.

La casa della sorella è da queste parti, una delle tante case di lusso che divorano la collina, con sepolcrali terrazzini fioriti, il soggiorno diviso in due da un arco, e, sulla parete di fondo, il televisore acceso. Per il resto, profondamente buia e in ordine. Danno Tristi amori, e quando uno ha viaggiato dieci ore, col sole, non è in grado di capire se siano veramente tristi, e non ci sia per caso, dell’esagerazione, e anche la regia e gli attori lo lasciano indifferente. (La verità è che i sentimenti, belli o brutti non riescono più a far dramma, tutt'altro: se uno è pieno di sentimenti, significa che ha risolto da un pezzo, o non li ha mai avuti, i problemi economici, e allora l'orrore di vivere non è neppure sfiorato, e parlare di dramma fa ridere). Lo sguardo va continuamente dal televisore al balcone spalancato sul cielo nero della capitale: limpido e fitto di stelle, trabocca di luci come le Agenzie del Turismo traboccano di nomi di località balneari, di grandi alberghi, di nights pieni di gente in zoccoli d'argento. (E, a proposito, la farfalla non sarà stata schiacciata?).
Apprendo che anche la sorella della signora Emma, una distinta vecchietta che evita di guardarmi, parte domani per il mare, e perciò non può ospitarmi neppure per una notte, tutti vanno al mare, di questi tempi, tutti partono all'alba, e non c’è un minuto di tempo da perdere. Così è.
A notte avanzata, chiamano al telefono, e dopo un po' ecco qualcuno arrivare con le chiavi dell’appartamento vuoto, e avvertirmi che posso entrare. Il mese di giugno non è stato pagato, sarà mandato l’importo da Ischia. All'amministrazione dello stabile dovrò andare io, da sola, e cercare di avere il nuovo contratto. Ma se non me lo concederanno, niente preoccupazioni: rimarrò ugualmente nell'appartamento e verserò l’affitto alla signora Emma. Purtroppo c’è una cattiva novità: la luce. Domani verranno a staccare la luce: ordine della signora Emma. La signora Emma dice che potrò rimediare con qualche candela, e date le mie risorse, sarà più conveniente. Del resto, in questa stagione, come a Leningrado, dove la signora è stata, le notti sono brevi e l'alba arriva alle quattro e mezza.

Nella nuova casa, vado in giro per un po', osservando tutto, e cercando, nel mio inconscio, una sedia. In cucina, il vetro del balcone pende spaccato in quattro, pericolosamente. Cerco di uscire sulla terrazzina: ingombra di calcinacci e pezzi di cemento, perché il lavatoio è stato divelto e portato nel nuovo appartamento. Esco da un altro balcone, e percorro su e giù la terrazzina cercando con gli occhi la collinetta di faccia, il vasto terreno delle suore col nuovo edificio rosso, che tanto m’incantava una volta: l’edificio è spento, il terreno, nell'oscurità, sembra incolto. Ma da una casa di abitazione sul limite della strada, viene un fascio di luce, si ode lo strepito allegro di un grammofono, si vedono ombre inseguirsi come in un Luna Park, e anche sui davanzali sono sospesi grossi lumi. Si balla.
Mi ricordo che anche l’anno scorso, quando ero a pigione dalla contessa N., in quel lungo autunno che passai nella sua anticamera a Monte Mario, la musica da ballo non smetteva mai. La prima cosa che faceva la figlia della contessa, svegliandosi a mezzogiorno, era allungare un braccio e mettere in moto il giradischi. Era una giovane bellissima, una figura da affresco pompeiano, ma non aveva forza. O dormiva, o ascoltava i dischi, guardando tutto con due meravigliosi occhi sonnolenti. Ogni domenica sera, poi, venivano in casa più di una ventina di suoi amici personali, ragazzi e ragazze che non avevano preoccupazioni di denaro. Passavano dall'ingresso secondario, perché l’anticamera era occupata da me, e li sentivo ridere e ballare e bere fino all'alba. Poco dopo che erano partiti, faceva giorno, e le scale si riempivano dei passi precipitosi e delle voci degli scolari che andavano alle lezioni, e delle serve che uscivano per la spesa. Non passava mezz'ora, e questa o quella signora, sulla porta, richiamava ad alta voce il cane o si fermava a parlare a lungo con la vicina, lamentandosi di non so che. Come niente si arrivava a mezzogiorno, l’una: e di nuovo, serve.,ragazzi, grammofoni, stoviglie, poi il gioco del pallone nel cortile. E insomma non si poteva mai dormire, né leggere, né scrivere, né far nulla, sempre con la preoccupazione di sentire un urlo, o la porta che sbatte, o il cane che ha visto il gatto, o i ragazzi che devono giocare, o il telefono, o musica su un tono altissimo, o conversazioni d'amore. E queste, da una finestra all'altra, duravano più di tutto. E non erano allegre.
In quel tempo, come del resto in tutti i tempi, io non avevo molto denaro, anzi non ne avevo affatto: lavorare in quel viavai, era sempre più difficile, così non riuscivo a pagare l’affitto dell’anticamera (ventimila lire), e insomma mi trovavo in difficoltà. Da queste mi tolse, impensatamente, la contessa N. Una mattina venne da me, e mi disse che l’anticamera le serviva, me ne dovevo andare al più presto. Aggiunse che a suo parere io non avevo molta voglia di lavorare, perdevo tempo, e la mia situazione faceva paura. Non avevo nulla da obiettare, perciò riempii di nuovo le mie valigie e le trascinai faticosamente fino alla portineria della signora Emma. Allora la signora Emma non aveva raggiunto ancora l'attuale prosperità, viveva con una certa modestia e mi accolse perciò umanamente. Tutto questo mi ricordava la musica da ballo, nella bella notte di Monte Mario: e tutti questi meravigliosi appartamenti, e tutta questa bella gente in festa, tutto questo benessere e questa sicurezza e questa felicità, uscite dal nulla - mirabilmente - dalle quali io ero esclusa automaticamente, per nascita - che non mi spettavano: e insieme l'idea del deserto che sì stende al di là dei colli, fino al mare, non mi lasciavano. mi stringevano oscuramente il cuore.

Mi coricai con tutte le luci accese, anche quelle della cucina e del bagno, come per una necessità di veder chiaro, di fugare ombre e terrori, che erano invece solo nella mia mente. La brandina di tela era tutta ammuffita. e così, priva di lenzuola, il suo contatto con la pelle risultava sgradevole; ma più che dalla scomodità ero tenuta desta da pensieri tormentosi.
Un mio amico francese, l’anno prima, mi aveva prestato un libro di Kierkegaard, e lì era detto tutto sull'angoscia. Ed ecco che, di colpo, Kierkegaard mi sembrava completamente fuori strada, con la sua teoria dell’angoscia come conseguenza (esclusiva) del peccato. L’angoscia, mi dissi, per lo meno la madre delle angosce viene semplicemente dal governo: un governo che rappresenti solo due o tre cittadini, mette automaticamente gli altri novantasette in angoscia, e la ragione è chiara. Mentre quei due o tre avranno radici ben salde nel terreno, cioè nella legalità, cioè nella socialità, gli altri novantasette, privati morbidamente di tutto questo, non avranno diritti che non siano immaginari, vivranno sempre in mezza realtà, si crederanno ombre: ed essendo la loro buona fede (o debolezza) infinita, mai oseranno dichiarare al governo il loro diritto a un diritto autentico, non formale, ad una realtà di cose e non di parole. Ed una volta rinunziato ad essere cittadini autentici ecco non si è neppure uomini autentici, professionisti autentici, cristiani autentici e così via. Perché la realtà base, perché un uomo possa diventare un uomo, è quella civile, e comporta dei doveri che tutti abbiamo, ma anche dei diritti, che sono invece di due o tre persone. E a non capirlo, nasce la sensazione continua di essere trasportati, o spostati in eterno, come su un tappeto magico, che è l’arbitrio dei pochi. Il difetto di Kierkegaard applicato, per così dire. al Mediterraneo, o per lo meno all'Italia, stava nel dare a questa alienazione una radice cosmica, e soltanto cosmica, mentre era per buona parte amministrativa, e avrebbe potuto porvi rimedio un onesto contabile.
Premio Rapallo, seconda classificata col Treno Russo:
in qualche modo ricomincia l'attenzione verso di lei

Vediamo, vediamo un po’, mi dicevo, prendiamo il nostro caso, prendiamo questo pezzetto di terra dove siamo nati. Abbiamo qui, se non sbaglio, un territorio di 301.249 chilometri quadrati: quanti metri sono? Non lo so, non ho studiato, e poi sono troppo emozionata per fare il conto a quest’ora, ma ugualmente sì può procedere. Facciamo - solo per dire! - che siano trecento, milioni trecento di metri quadrati. Su questi trecento milioni, i nativi, o abitanti, sono cinquanta (milioni cinquanta): dunque (sempre per dire), sei metri quadrati e la quantità esatta di metri per ciascun abitante. Ciò significa esattamente che a ciascun abitante - pastore, manovale, e anche principe, non importa - toccherebbero di diritto, gratuitamente, metri quadrati sei, e su questi sei metri quadrati avrebbe diritto di costruire, se vuole, un locale. Può farlo? No. perché il territorio è dello Stato. Almeno, questa è la risposta, mentre la verità è che lo Stato possiede solo qualche sasso e pochi fili d’erba. Per il resto, montagne intere, regioni con boschi, con laghi, foreste bellissime attraversate da un fiume pieno di pesci, e contemporaneamente anche spiagge, e tonnellate di mare blu, e fette immense di cielo con inserite albe purissime - con ossigeno e canti di uccelli e gioia senza fine - appartengono esclusivamente alla signora Rossi con le due figliolette e il fratello fine letterato. Nelle città lo stesso: sorgono quartieri di lusso, ville stupende, parchi magnifici vengono tagliati per favorire l’insediamento di condomini simili a sogni, e uno che passa (col sacco in spalla e i piedi pieni di polvere, ed è stanco) si mette a guardare, e dice: «ma chi gliel'ha data?» (tutta questa terra), e poi si accosta e fa: «per favore, questa terra era anche mia, ridatemi la mia parte». E loro ridono, e dicono: «ma noi si è comprata, con l’aria e tutto». Comprata da chi? chi è che ha venduto i miei sei - o seicento - metri quadrati di terra, con l’alba di aprile, l’ossigeno, le farfalle e tutto? Chi ha venduto questa libertà (anche dei miei fratelli, dei miei amici poveri), chi ha venduto i nostri sei o seicento metri quadrati dove noi ce la saremmo costruita, anche in economia, una stanzuccia? Ed ecco, invece, perché non siamo forti, ci prendono i nostri verdi metri quadri, e ridono: «via, via, a voi ne toccano solo due, di metri, ecco il vostro diritto, e non è allegro fra qualche tempo...»
E case sorgono, case sempre più belle, a fitti altissimi, dove noi non potremo mai entrare. MAI. MAI. MAI.
E da dove, mi domandavo ancora, quelli che entrano in possesso di queste case prendono i soldi per pagare questi fitti altissimi?
Anche qui mistero, cioè Kierkegaard, cioè angoscia.
Una cosa, però, non era mistero, anzi era chiarissima: che il territorio italiano non era di tutti gli italiani, ma praticamente, di un solo gruppetto, che l’aveva ricevuto in eredità dal nonno; e così, milioni di persone vivevano in casa d'altri, dormivano nel letto d'altri, mangiavano alla tavola d'altri, e se prendevano il fresco era sotto l’albero di un altro. E la prova di questa situazione terribile era in questo: che si doveva sempre, sempre, eternamente, assolutamente, senza scampo, pagare una tassa a quelli che avevano la disponibilità gratuita della nostra terra, e questa tassa andava diventando sempre più alta e inaccessibile alla povera gente; e si assisteva allo strazio di persone scacciate dal loro piccolo spazio, perché non avevano pagato la tassa al ricco che se n’era impadronito da tempo - e vi aveva costruito sopra, per farne mercato, dei muri. E poiché le strade e le piazze neppure esse erano abitabili, si prospettava la necessità, per il povero, il senza casa, di gettarsi nel mare, o arrampicarsi su qualche vetta inaccessibile, dove erano in vista cartelli col nome dei proprietari del suolo. E qui, la mia immaginazione non si fermava: e se lo avessero raggiunto anche là? Espatriare non aveva senso, perché negli altri paesi era uguale. Teoricamente solo un lancio negli spazi celesti, con l’obbligo di non fermarsi MAI, in nessun luogo, avrebbe potuto risolvere il dramma del povero. O, più modestamente. (forse gli Spazi sono già occupati) la morte.
La musica da ballo, frattanto, si era chetata, e dal fatto che era tutto spento, tutto dormiva sulla collina, mi parve di capire che era vicina l’alba. E a questo punto il mio terrore - perché era un vero e proprio terrore - divenne, forse a causa di tanti ragionamenti, e della sensazione del tempo che scorre senza alcun mutamento, e della debolezza delle creature "ospiti", di cui mi pareva avvertire il fioco respiro proveniente da tutte le stanze di affitto della terra - divenne, questo terrore, così intenso, che mi alzai e girai un po' per la casa, perdutamente.
Mi addormentai che era giorno, e sognai non so che deserti, e che nuovi soli, e poi uno scampanare che annunziava la nascita di una nuova umanità. Apro gli occhi. mi metto a sedere sulla brandina. (il cuore era in gola); ahimè! È il campanello di casa, suonava insistentemente.
Alla porta c'era un buon vecchio magro, un po’ curvo, col berrettino dell’Azienda Elettrica, e una borsa nera sotto il braccio. Veniva, per conto dell’Azienda a sigillare il contatore della luce.
«Disturbo?»
«Faccia pure. Anzi che ora è?»
«Le nove passate».
A quell'ora, la signora Emma già filava in macchina, con famiglia e bagaglio, verso Napoli, e perciò non c’era nulla da fare. Smontai la brandina, la sistemai sulla valigia, e scambiate altre due chiacchiere con l’operaio, me ne andai.

Passai tutto il giorno andando su e giù per la capitale, e stranamente non mi sentivo affatto ansiosa, mi domandavo soltanto a chi avrei potuto telefonare. Non per qualcosa, ma così, per sedermi un po’ all'ombra di una parete e vedere un sorriso. Parlare non avrei potuto né voluto, perché la storia delle mie vacanze mi sembrava di quelle da non dirsi, piuttosto torbida, e il punto centrale, il più oscuro e inconfessabile, era che avevo voluto andare in vacanza senza soldi, e dove poi? In un quartiere di lusso della capitale. Mah!
Alla sala dei telefoni, che adesso non è più a San Silvestro ma in una traversa del Tritone, comprai una ventina di gettoni, e lì, valigia ai piedi, cominciai a consultare il mio taccuino degli indirizzi, e ogni tanto facevo un numero, ma come per divertimento, sapendo già cosa avrebbero risposto. Difatti, chi partiva, chi era dalla sarta, chi dall'amica, l’amica era indisposta, poi si sapeva che era dal parrucchiere. A uno di questi numeri rispose una voce gioiosa, era quella di una bambinuccia che non mi conosceva, e corse a chiamare il padre che era tra i miei amici d’infanzia, ma ora, a Roma, è persona importante. Quello venne, e con voce fiacca, sentito il mio nome, disse che era in partenza, e telefonassi a un altro amico, di cui mi diede il numero. «E come va la vita?» io chiesi, e la risposta fu un fruscio incomprensibile, imbarazzato, segno che la sua mente non mi riconosceva più.
Finalmente venne al telefono un giovane di Torino, medico, che ogni tanto mi scrive delle lettere gentili, e fu (o mi parve) molto contento, e lì per lì stabilimmo di trovarci la sera alle otto a San Silvestro. Sarebbe venuto con una nostra amica e avremmo cenato insieme a Trastevere.
Respirai, e quella pesante giornata mi parve divenisse più leggera e piacevole. Del resto veniva di nuovo la sera. Non ero a Monte Mario, ma in pieno centro, non dovevo occupare nessuna casa, solo, all'una, riprendere il treno per il Po. Me ne andai così, per passare il tempo, in un emporio, dove l'anno avanti avevo comprato un paio di scarpe di paglia per ottocento lire, ma adesso si erano consumate.
L’emporio era in un quartiere popolare verso S. Giovanni, e qui trovai una folla tutta diversa da quella di Monte Mario, ch’è la folla di signorini. C’erano omoni e donnoni, tutte con le facce accese dal gran caldo, coi vestiti sudati, con gambe piene di vene, di peli, di macchie rosse, di brufoli. E c’era odore di sudore, e luminarie, e non so che angoscia, tanto che molto mi meravigliai ricordando quanto si dice della pacatezza del popolo di Roma, della sua salute. A un certo punto. per non so che sciocchezza, lì sul marciapiede fuori del magazzino. successe il finimondo. Sembra che uno passando, avesse urtato un altro, e l’altro voleva ammazzarlo, e ci fu un fuggi fuggi, tanto che qualcuno andò a telefonare alla Polizia. E di lì a poco c’erano sul posto due giovanotti annoiati, che ripetevano: «calma... circolare... niente è».

Ritornai in centro senza aver comprato le scarpe, ed eccomi in Piazza di Spagna, magica di mezze luci, di fiori, di tramonto, con la sua scalinata piena di giovani estatici, e di colpo mi ricordo di un'altra sera d’estate, otto, nove anni fa, e di una ragazzina abruzzese, mia amica, con la quale andavo passeggiando. Questa ragazzina non aveva un lavoro (e poi non avrebbe potuto lavorare, perché non aveva quasi fiato), la sua voce era appena un filo, roca e dolce, e i suoi meravigliosi occhietti neri brillavano come quelli di un gattino nascosto dietro il carbone. Viveva in uno di questi grandi studi un po’ tristi, in fondo a un giardino. Suo amico era un pittore magrissimo e serio, per quanto, con un po’ di soldi in tasca, diventava subito un altro. Ma non vendeva, e per questo era sempre via; ultimamente aveva attraversato, con la sua valigetta, il Po, e si diceva che, un giorno o l’altro, avrebbe proseguito per le Alpi. La ragazza non aveva potuto seguirlo, era rimasta in fondo al giardino. Andava a comprare il latte, questo faceva, e subito rientrava nel giardino. I ragazzi, quando la vedevano, le lanciavano sassi, a causa dei suoi calzoni di velluto verde e delle sue camicette ricamate (che allora non erano in voga), ma soprattutto, credo, a causa della sua piccolezza, timidezza, inconsistenza. Si avvertiva già d’allora, nell’aria, la prossima estate, il decennio 50-60, il furore di grandi corpi, grandi ozi, grandi clamori. quella ragazzina impossibile, un po’ triste, già fuori tempo prima della guerra, dopo la guerra era veramente assurda. La poverina lo sentiva, e quando le lettere d’oltre Po cominciavano a diradare, o a mostrare freddezza e noia, nemmeno il latte andò a prendere più. Pensava,  pensava, ecco cosa faceva, e il risultalo era uno straziante sorriso.
Ma non avrei mai pensalo di non vederla più, improvvisamente. Sì. partì o morì, qualcosa accadde.
Un pomeriggio come questo, erano le quattro, lasciai via Capo le Case, dove avevo una camera, attraversai la piazza e raggiunsi, nel vicolo, il giardino.
Qui, una sorpresa mi attendeva. La porta dello studio era spalancata, e sulla soglia stavano due giovani alti, vestiti di grigio, dal viso che mi parve tra triste e impassibile. In mezzo allo studio, seduto su una sedia, un vecchio signore che mai prima d’allora avevo visto, tremava penosamente, con le guance infuocate, un che di convulso.
Veniva fin nel giardino, sul fogliame carnoso, un odore acre e dolciastro, che d’allora associo sempre ai giardini d’estate, e la tenda dell’alcova era chiusa. Pensai di aver sbagliato giardino, e in una confusione indescrivibile tornai indietro, in via Capo le Case, andai a rinchiudermi nella mia stanza, ma non potevo smettere di piangere. Poi tornai, con un mio amico, e lo pregai di andare avanti e domandare alle donne che sostavano davanti al cancello, se avevano visto passare la ragazzina, e quando sarebbe rientrata. Me ne rimasi appoggiata al muro di fronte, un minuto eterno, fantasticando di vederla apparire da qualche parte, con i suoi occhi di gattino. Invece, vidi il giovane confabulare con le donne, e poi fare un gesto, voltandosi verso di me, e abbozzando un sorriso, che aveva qualcosa di terribile, mentre mi si avvicinava rapidamente. E dissi: «dov’è? dov’è?», e lui mi prese per un braccio, e ripeteva, abbassando con un fare d'automa la testa lunga e rasa: «via di qui, andiamo, presto, andiamo via di qui» con una voce che si sforzava di essere calma, e un sorriso che stringeva il cuore.
Passammo la notte in una casa, in un’altra, oppure in strada, piangendo e tremando, perché amavamo molto quella ragazzina, e dicendo che saremmo partiti anche noi, e non avremmo messo più piede in Piazza di Spagna. Non volevamo più vederla quella scalinata.
E invece (almeno io), eccomi ancora qui. Non molto volentieri, per dire la verità, né a Piazza di Spagna né a Roma, però ci venivo. Perché ecco, già da qualche tempo il ricordo della ragazzina se n’era andato, era salito (o sceso) alle nuvole, e io potevo passeggiare in questa piazza, o andare a vedere le nuove bellezze, i nuovi ideali, le nuove celebrità. Oppure, nulla: aspettare la sera, la luna che imbianca come una polverina da sonno le lunghe scale, il fresco della notte alta, in cui Roma tace, e si spegne l'ardore delle sue strade, il respiro incosciente della borghesia, e il sudore denso della plebe diventa freddo.
Andavo su e giù, e il dottore torinese non venne. Le otto, le otto e un quarto, le otto e trenta. le nove meno un quarto, le nove; cento, duecento, mille macchine, ma la sua non si fermò.
«Bene, andrò a mangiare da qualche parte, dissi tra me. «Su coraggio, domani alle sette passeremo il Po», e in quel punto mi venne in mente che potevo telefonare ad Antonio T., che ha sposato da qualche tempo una ragazzina di Los Angeles.
Antonio T., una volta, proprio in questa piazza, mi fece vergognare, perché - per una sciocchezza che avevo detto - si mise a gridare: «dov'è il mio paese? risponda. Dov'è il mio paese?» con una faccia che improvvisamente era fatta di due buche di dolore, sotto gli occhi, e due occhi chiari, dilatati, di bambino in un letto di ospedale.
«E perché avrà sposato una ragazza di Los Angeles?» mi domandavo. «Che ci sarà di bello in Los Angeles?» e un po' di curiosità, per dire il vero, l’avevo.
«Pronto?» chiesi. È lei. Antonio?»
Mi rispose, dall'altra parte, una voce subito ansiosa, eccitata, con un che di sentimentalmente polemico. Mi aveva riconosciuta.
« Serve un letto?» gridò.
«Eh sì… piuttosto stanca... se c'è!» risposi.
Non era del tutto vero, ma mi attraeva l'idea di letto pronto per me, in una parte qualsiasi della città, completamente gratuito: un simbolo di famiglia.
«Lo dico subito a Conny. Aspetti».
Conny era una ragazza di Los Angeles. Non erano passati dieci secondi, che Antonio tornò e disse: «Conny e io l’aspettiamo. Venga subito».
Queste parole mi gettarono in una felicità indescrivibile. Naturalmente, non era per il fatto in sé, che potevo riposare, ma per quello che significava. Qualcuno, nella capitale, mi aspettava, alcune voci e occhi erano disponibili per me, e due di questi occhi e una di queste voci erano di Conny Brown, la moglie di Antonio.
Io volevo bene ad Antonio, s’intende, ma a Conny Brown pensavo da tempo, perché me l'avevano descritta come una figlia della nuova America. Un mio amico pugliese era venuto da Roma, in primavera e mi aveva detto che stava nascendo una nuova America, del tutto differente da quella conosciuta. Stavamo in un caffè di Milano, mi ricordo, in fondo a via Durini, faceva molto caldo, e c’era, di fronte a noi, sul marciapiede, una pianta enorme, frondosa, stranamente appassita, però solo apparentemente, perché in alto, invece, dall'intrico delle foglie pesanti, spuntava un lungo tralcio esile, trasparente - la tenerezza fatta vegetazione - che si buttava verso la luce. E guardando quel tralcio, il mio amico disse che la prima età dell’America, età di salute e di strapotenza, era finita, sebbene non si vedesse, ma intanto aveva dato vita a una generazione che ora metteva le prime foglie, una generazione dolcissima, assolutamente giovane, che avrebbe illuminato il mondo. Io sorridevo, ascoltando l’infiammato discordo del ragazzo pugliese, perché la parola “illuminare il mondo” non mi piaceva. Ma certo sarebbe stato bene se qualcuno avesse illuminato il mondo, e se questo qualcuno, poi, fosse venuto dall’Ovest, io sarei impazzita di gioia. Perché l’Ovest, non volevo dirlo, era il mio amore, e da qualche tempo non conoscevo pensiero più pungente della sua decadenza, del suo morire, in ottima salute morire.
Dall'Ovest nasceva per me l'unico sole possibile, e un altro sole non avrei voluto vederlo. Avevo tentato di fissarlo, ma era troppo triste. Come adolescenti traditi dalla loro famiglia si gettano nella strada, a compagnie nuove e ardite, ma sempre, la sera, tornando a casa, spiano il volto amato del padre, per vedere se vi sia traccia dell'antica bontà e bellezza che li affascinava, così io e molti altri! - di quando in quando tornavamo indietro, ci mettevamo a guardare il vecchio volto dell’Ovest! Oh, vederlo illuminarsi, fiorire in un sorriso umano, sensibile, pari a quello degli angeli del Trecento! Ma no! Era un volto apatico, duro, rovinato dal benessere, dallo stesso vuoto benessere che ci promettevano da ogni parte. E guardarlo faceva male. E ora, improvvisamente, qualcuno veniva a dirci che qualcosa era sempre vivo, a Ovest, che di là sarebbe tornata la nostra pace. Dovessimo crederci? Mah!
Però, era per questo che io desideravo vedere Conny Brown!
Ma persi del tempo, prima di andare a casa di Conny Brown e di Antonio, prima di prendere un tassì. Arrivai a Piazza del Popolo, e da una certa distanza osservai i suoi letterari caffè, ricordai nomi e vidi volti noti. E mi pareva che fossero di gente straziata senza saperlo, da non so che, l’estate, e il tempo, e la città governata da non si sa chi, o che, e le bandiere e le voci straniere, assiepate nel porto delle sue nuvole, della sua afa. Mi venne in mente, perché ero proprio pazza, Eugenio Montale: Tu non ricordi la casa dei doganieri, e da Piazza del Popolo ero corsa già ai platani di Via Veneto, e guardavo meravigliata i caffè, e la grande fiera internazionale, e il brulichio indigeno dei fotografi, e vidi, come in un sogno, l’incendio dell’anno scorso, le anziane cameriere che scendono lentissimamente, capovolte, dalle finestre del quinto piano, e i fotografi che si precipitano a ritrarle: e, l'indomani, le crudeli edizioni che vanno a ruba. Anche i giornali di sinistra hanno acquistato le belle foto, e vendono vertiginosamente. Perché, mi domandavo, belle? Per chi belle? Chi è là dietro! avrei voluto gridare. E: “Tu non ricordi la casa dei doganieri”! Montale sembrava qui.
Quando arrivai alla casa di Antonio, la testa mi girava. L’ascensore volò fino all’ottavo piano, e qui mi depose davanti alla loro porta. E, prima di bussare, io mi fermai un po’ davanti alla porta, e dicevo nella mia mente:
«Conny Brown. Perché proprio Conny Brown? Che vuol dire Conny Brown?».
La porta si aperse, credo l’avesse aperta Antonio e vidi subito la ragazza di Los Angeles, Conny Brown, dietro di lui. E l'impressione fu che non una porta si fosse aperta, ma un cancello, e quella non era una anticamera ma un giardino, e fu anche chiaro che la ragazza di Los Angeles era semplicemente un uccello.
Se ne stava lì, come un uccelletto su un ramo pieno di sole, con gli occhietti pieni di sole, su un ramo che dondola. Così era Conny Brown.
Subito dopo emise un piccolo grido, fece due brevi giri per l'anticamera e volò verso di me come per abbracciarmi, infine mi abbracciò. Ma se dovessi dire che era una vera persona, ad abbracciarmi, sbaglierei. No, era semplicemente un po' di sole, una luce.
Antonio era molto commosso, e mi accompagnò a vedere la loro casetta, mentre la luce Conny Brown, saltellando, spariva. C'erano due stanze e uno stanzino, più i servizi. Era una delle solite case dì Roma, ma molto in alto, altissima, e quasi priva di mobili, il che le conferiva un aspetto di casa d'infanzia. La voce di Antonio era un po' afona, dolorosa, quando mi raccontò gli ultimi tempi della sua vita, prima di incontrare Conny. Avvertiva un senso di grande confusione, forse a causa dell’imminente estate, e si trovava continuamente a pensare alla sua famiglia, che non esisteva più, nel senso che il padre amatissimo era morto, e la madre ugualmente cara lavorava in una città lontana. Sempre, in questi giorni, gli scoppiava nella testa il grido con cui, una sera, mi aveva quasi aggredita, e fatta vergognare: «dov'è il mio paese?» e vedeva che non c'era risposta. A questo punto aveva incontrato Conny Brown.
«E Connv è forse il nostro paese?» io dissi con un sorriso.
«No, non è certo il nostro paese, ma è la speranza».
«La speranza di ritrovarlo, forse?»

«Sì. attraverso un mutamento del tempo. La guardi un po’».
L’uccello Conny Brown rientrava in quel momento nella stanza, portando una bracciata di lenzuola e federe per il letto dove io dovevo dormire. La  guardai, e vidi che era un poco più alta di quanto mi era apparsa sul primo momento, e in fondo alla sua gioia c’era come un velo, una serietà quasi malinconica, non saprei dire. Sempre, al posto del suo viso, c'era una foglia a forma di cuore, e piena di luce; ma gli occhi, in quella luce, erano bassi, e la bocca delicata, non grande, sorrideva invece di ridere: ed era proprio come quelle giornate di primavera, che per troppa dolcezza il sole si nasconde, o gira pallidamente tra gli alberi fioriti. Indossava un abituccio di ciglio antico, a righe fittissime, rosse e blu, con una gonna abbastanza lunga, e una delle sue calze era sfilata. Ai piedi, scarpe senza tacco, gialle. Ed erano dello stesso giallo dei suoi capelli corti, di bambino. Questa era Conny Brown.
Andò vicino ad Antonio, e si mise a parlargli sottovoce, in inglese - perché non sapeva parlare altro - diventando in viso di un bel rosso. Antonio si mise a ridere.
«Abbiamo lenzuola scompagnate, e una federa un po’ lacera», mi spiegò. «Conny è molto confusa. Perché non abbiamo tante cose», disse con una strana eccitazione dalla quale non era esclusa una specie di beatitudine. «E speriamo di averne sempre meno», soggiunse con allegria.

Bene, io non capivo molto. Trascorremmo una strana sera, a un tavolino che Conny aveva apparecchiato nella mia stanza, e che presentava soprattutto insalata e acqua mista a vino. Si vedeva che essi si erano sposati in fretta, senza molti mezzi, affascinati soprattutto da qualcosa che ciascuno aveva trovato nell'altro. Ora, malgrado il dolore dei suoi occhi non fosse del tutto sparito, il viso bianco di Antonio era più calmo, mentre del viso di Conny non si poteva dir nulla: altro che era pieno di quella gioia velata, e di una timida luce. Agli angoli della bocca, piccoli pensieri si dondolavano, e quella luce li accompagnava: ma gli occhi si giravano intorno miti, assorti.
E, improvvisamente, io riconobbi in quegli occhi altri occhi che avevo visto un po’ dovunque, per la penisola, da quando la guerra era terminata, e perfino quella mattina, in auto, fuggendo da Monte Mario; e tutti avevano questa luce d'innocenza velata, però indomabile; non altera, ma che non si poteva piegare né corrompere; questa dolcezza di colomba e questo ardore di solleone; il grido di un bambino e la calma eterna dei padri; ed evocavano non so che purezza incendiata di orizzonti, che epopea di bandiere, che solitario rompersi di mare su deserti di conchiglie, come una voce d’amore che toccava tutti, e poi si inabissava nel profondo del cuore, per riemergere nuovamente, all'alba, tutta sonora e straordinaria nella luce; così erano infine questi occhi stranieri, provenienti dai vecchio Ovest. E capii che il vecchio Ovest non poteva invecchiare, né morire, né corrompersi, come non si corrompeva la luce di questi occhi. E vidi che Ovest, e mare salato, e questi occhi di colomba erano la medesima cosa. E, insomma, morivo di gioia.
Poco alla volta, in quella stanza, non si parlò più. Pensavamo oceano, pensavamo mediterraneo, pensavamo cose prossime, oscure, ma senza che la gioia ne fosse scalfita. E tutto questo, io credo. era favorito da una forza immensa, che andava avviluppando - d’improvviso - la casa, e metteva tali stridi da sembrare che centomila gabbiani volassero intorno al tetto, come a uno scoglio, portati da qualche ondata gigantesca. Eppure, Ostia era lontana, e tra Roma e Ostia c’era un deserto di quaranta chilometri.
Dal balcone aperto, si vedevano ombre dì una grandezza impressionante, animate da un rosso riverbero di fuoco, venire avanti, e lanciavano lamenti e minacce da far accapponare la pelle. Navi si erano accostate ad Ostia, in tutto questo tempo, e ora già bombardavano. Così pensavamo, ma tranquillamente.
In anticamera, la porta di casa scattò, e fu proprio come se qualcuno l'avesse forzata, profittando del nostro stordimento, e ora si precipitasse in quelle stanze cercandoci. Conny Brown, con un piccolo grido, si alzò; ma Antonio la rassicurò dicendo:
«È solo il vento, Conny».
«Sì, davvero, che vento!» disse Conny Brown quasi con voce non sua - intimidita con un sorriso. Ma non si mosse: rimaneva in piedi, come in attesa di un secondo urto. E non credo che rivedrò mai un sorriso più attento, vagamente triste, bello. Come se ci fosse consapevolezza di tutto, e di quello che accadrà. E una dedizione, e una speranza, più grandi di quello che era accaduto e accadrà.
Che notte agitata, e, l’indomani, che tempo orribile.
Passai la notte chiamando America! America! e l’indomani, dal balcone lasciato aperto, entrava polvere e vento e nuvole, non pioggia, ma polvere e vento d'Africa, e lontano, sotto il peso sinistro delle nuvole, si stendeva una Roma rossa e nera, col crudele biancore del monumento al Militare Ignoto. Che funebre spettacolo; e che desiderio d'Italia, di verità, di mattino, di un buon tempo di pace e di leggi, di spiriti gentili, di amicizia, di studi, di lavoro, di una mite gloria! Ma la polvere entrava dappertutto, e pareva che non vi fosse alcuna speranza di una buona pioggia - in quelle nuvole, in cielo, per la terra arsa.
In fretta, in silenzio, per non risvegliare gli sposi, mi rivestii e corsi fuori, lasciando sul tavolo un biglietto. Due ore dopo ero in treno.
E qui non ci sarebbe più nulla da dire, senonché mi accorsi quella mattina di come l’Italia, dal Lazio all'Emilia, e certo più su e più giù, sia verde e sola. Non vi sono che boschi, per centinaia di chilometri, un manto fitto che tutta la ricopre, come i poveri coprono la fronte con la mano, quando sono molto stanchi. E sotto quel manto sta un’Italia povera e sola.
Tracce di abitazioni, rare; salvo i pochi centri toccati dal treno, solo casupole e ingenui castelli intorno ai quali volano lenti uccelli neri. L’Italia, per tutto il suo corpo, che si alza o abbassa nei monti è verde e sola, selvaggia e sola, povera e sola. Gli occhi non finiscono di contemplarla, e si domandano rattristati dove sono i suoi figli, per teneramente proteggerla e custodirla. Si vedono, certo, bei terreni coltivati, bei castagneti, e uliveti, e vigne, e torrenti che scendono da rocce lucenti per perdersi in una molle verzura; e laghi che si aprono come occhi, e fiumi che si stendono come braccia: ma gli uomini non si vedono, gli italiani non ci sono. Ogni tanto si tocca una città povera e sola anche Firenze povera e sola; ma gli umbri, i marchigiani, i toscani, per fare qualche nome, non ci sono. Stanno nelle due capitali, la vecchia e la nuova, intenti ad arricchirsi rapidamente, a mettere nel proprio granaio più grano che possono. Pensano sempre al diluvio.
Ma il diluvio, e la sua minaccia, per ora era passato. Veniva una pioggia fresca e bella, come un pianto desiderato. veniva da Orte a Bologna, e tutto era più scuro e più chiaro, più aereo e preciso, più fulgido e tenero. Poi tuonò un poco, poi spiovve, poi piovve di nuovo, ma piano, come lagrimette di una vedova, e qui, tra queste lagrimette si alzò come un sogno un grande arco di luce.
E si vide, in questo arco di tre colori. un bel poggio, con su una casetta e due alberi, e dietro, una nuvola color albicocca, somigliante a una bella nave. E chi mai ci porterà quella nave, mi misi a pensare; quali, fra dieci, vent'anni, saranno i nuovi signori d’Italia?
E mi parve, su quella nave, vedere affacciati due angeli del Trecento, o forse addirittura biblici, ma non si capiva se si accostavano o ci abbandonavano per sempre: il viso lo avevano un po’ reclinato, un po’ pallido, e dagli occhi bassi partiva non so che parola tenera e triste.
E poi, poco a poco, l'arcobaleno si sciolse in miriadi di gocce, e il treno rallentò su un immenso ponte di ferro, ed ecco, al di là del ponte, due rive, e barche tranquille, e una pianura avvolta in una lieve foschia.
Qui, nella Val Padana, sembrava già autunno; qui né primavera né estate; qui ferro, e il vuoto della mente; qui notte, nebbia, soliloqui, pane.


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