mercoledì 30 luglio 2014

Anna Maria Ortese: Il treno russo, da Praga al confine sovietico

Il treno russo è una pubblicazione Pellicanolibri
disponibile ordinandolo sul sito dell'editore


1983, ill.  di Guerricchio
1. da Praga al confine sovietico

Da Praga al confine sovietico ci sono circa diciotto ore di treno, ma non ho modo di controllarlo e neppure posso citare i nomi delle località per cui sono passata, perché durante tutto il mio viaggio non ho mai avuto a disposizione un orologio né una carta geografica. Io non ho mai saputo con esattezza né l’ora né il luogo. Partita da Praga dopo colazione, su un treno abbastanza affollato, l’indomani mattina ero al confine. Il viaggio, a causa del maltempo, fu uno dei più   bizzarri e penosi. Ci furono due soste in aperta campagna, sotto una pioggia torrenziale: l’acqua non veniva giù a fili, ma a secchi, e in una di quelle soste bisognò cambiare treno, perché quello di Praga s’era guastato. Qui, in una terza classe stipata di gente modesta, contadini e soldati, i finestrini erano aperti e le nuvole nere, lacerate da grandi zete di fuoco, sembravano opprimerci, ma nessuna di quelle persone mostrava di accorgersene. I loro volti erano, o sembravano, indifferenti a qualsiasi minaccia di fastidio o disagio, e tanto meno commossi davanti allo spettacolo delle forze naturali; molti, anzi, sporgevano addirittura col viso dal finestrino, come se in quell'orribile campagna brillasse il sole.
Mi si guardava poco forse per educazione, si evitava quasi di guardarmi. Salvo una coppia di giovinetti, che nello scendere dal treno, a una delle tante fermate (il treno era una specie di accelerato), mi si accostò e strinse con particolare forza le mani, nessuno, durante il tragitto, mi rivolse mai la parola. Verso le sei, benché fossimo al 30 giugno, era già notte, e il boato continuo del tuono si mescolava al frastuono sotterraneo del treno. Consumate in qualche stazione delle bevande color rosa, contenute in bicchieri di cartone, tutti, contadini e soldati, cominciarono a dormire. Io non avevo più   con me nessuna provvista, e cominciai a desiderare in maniera spasmodica dell’acqua. Più tardi desiderai del caffè, più   tardi ancora del cognac. Poi desiderai una coperta, perché il freddo era intenso, ma per tutta la sera e la notte e poi la mattinata seguente non ebbi mai né acqua, né caffè, né una coperta, né alcun altro conforto, salvo quello che dirò ora.
Avevo trascorso tutta la notte in un angolo del sedile di legno, circondata da soldati giovani e trasandati che dormivano uno sulle ginocchia dell’altro, sfiniti dal sonno. Intorno al treno c’era stata, tutta notte, una nuvola rossa, che non sapevo a che cosa attribuire: elettricità, riverbero della tempesta, scintille? I finestrini erano rimasti sempre aperti, e quella nuvola era quasi dentro. Mescolata al buio della notte, agli scoppi delle folgori, al freddo e alla luce vacillante di una lampadina, quella specie di nebulosa rossastra sembrava viva. Le mie forze se ne andavano pian piano, fissandola, mentre pensavo vagamente all'Italia e al sole, quando ad un tratto (può darsi che io mi fossi finalmente addormentata e risvegliata) non la vidi più. Era quasi giorno. Neppure i soldati e i contadini c’erano più  . Il treno era freddo, sporco, deserto.
Salirono a una fermata, ma non c’era ombra di stazione, due viaggiatori, e dopo una leggera esitazione vennero a sedersi di fronte a me. Uno era giovane, l’altro più   anziano, e parlavano fitto fitto in una lingua che mi sembrava vicina al francese. Supposi che fossero minatori, senza dubbio operai, ma di che nazionalità lo ignoro. Ed ecco il più giovane, ch'era smilzo e biondo, con una faccia dolcissima, e batteva i denti, posa gli occhi celesti e grandi sul mio sacco di tela abbandonato in un angolo. La cerniera si era rotta. Lui vede questo, gli occhi, che scintillano di continuo, con una luce di fiume, una grazia infantile, m’interrogano: può provarsi a riparare la cerniera? Faccio sì col capo. Prende il sacco, e le sue mani scure e delicate lavorano febbrilmente intorno alla cerniera, fin quando non è aggiustata. Mi riconsegna il sacco sorridendo.
Poco dopo, a un’altra fermata, il giovane e il suo compagno scompaiono. Dico scompaiono perché è ancora il crepuscolo, è l’ora fredda e torbida che precede l’alba, e non posso dire di aver notato chiaramente i loro passi e i volti. So che la cerniera è aggiustata, sono sola, e il treno corre adesso verso la frontiera sovietica. Distinguo qualcuno, in fondo al corridoio, non so se sia un giovane o un vecchio, una donna o un uomo. E un essere piccolo, grigio. Affacciato al finestrino, col viso rivolto alla pianura pallida e asciutta, probabilmente credendosi solo, fischietta monotonamente qualche cosa. Non c’e nessun dubbio, sono le note della Paloma di Yradier. All'alba, questa semplice ombra, con ogni probabilità ombra di operaio, canta: Si a tu ventana molto sommessamente.
II treno si fermò ancora. Questo era il confine. Non posso descrivere esattamente il luogo, perché ero molto turbata, ed esso mi si presento confusamente: un pezzo di campagna nera d’acqua, lucida d’acqua, di binari neri; in alto, un cielo ancora ingombro di nuvole, ma non cosi nere, e già lontane. Un po’ di sole. Un ufficiale sovietico, grasso e accuratamente vestito, guardava sorridendo attraverso il treno.
Misi giù il bagaglio e scesi. L’ufficiale mi si accostò, gli mostrai il lasciapassare avuto a Praga e, in francese, gli domandai dove fosse il treno per Mosca. M’indicò una fila di vagoni, a mezzo chilometro più in la. Io battevo i denti, come il giovane del treno mezz'ora prima, perché questo era un momento che avrebbe commosso persone anche più sane di me, e mi guardavo intorno cercando con lo sguardo chi potesse aiutarmi a portare il bagaglio. Ma «è inutile», mi parve leggere negli occhi sorridenti dell’ufficiale, «non c’è nessuno, bisogna fare da sé». Mi pareva che non ce l’avrei fatta neppure a camminare da sola, tuttavia presi le valigie e mi avviai in quella direzione. Misi dieci minuti buoni a raggiungere questo treno, e intanto il cielo si era nuovamente oscurato e qualche goccia ricominciava a cadere. Feci appena in tempo a salire, che sentii uno scoppio di tuono, e di nuovo pioveva su tutta la campagna.
Tutta notte mi ero confortata aspettando questo momento: sul treno per Mosca avrei trovato divani, tendine, vetri chiusi, gente più socievole e, soprattutto, un buffet dove avrei bevuto qualcosa di caldo. Perciò, vedendo questo scompartimento gelido, chiaro, dalle pareti laccate di celeste, con quattro tavole nude disposte a coppia una sopra l’altra, trovandomi in questa specie di ambulatorio viaggiante, e assolutamente deserto, la mia fiducia subì un duro colpo. Un odore violento, tra di latrina e di medicinale, invadeva tutto il treno, e m’impediva di respirare. Mi sedetti in un angolo e cercai i fiammiferi e le sigarette.
Dopo cinque minuti, il cielo era completamente nero, la pioggia cadeva a rovesci, e le folgori si abbattevano dovunque, in un fragore orrendo, continuo. Mi domandavo se non avevo sbagliato treno, e altre cose. In quel punto, nel rumore sempre più assordante e nella luce sempre più fioca, si fecero vivi dei passi, delle voci. Alcuni uomini della polizia entrarono nello scompartimento. Accennarono un saluto impacciato, circondandomi. Porsi i miei documenti, anch'io impacciata. Mi sentivo male e temevo che essi dessero a questo malessere una diversa interpretazione.
Scorsero quelle carte sorridendo (non capivo come facessero a sorridere in quell'uragano, ma era un sorriso fatto per buona parte di educazione). Alla fine, un giovane che non avevo visto prima, di statura media, vestito in borghese, molto pallido, uscì dal gruppo e mi si sede accanto. Aveva occhiali leggeri, dove gli occhi splendevano di una luce cupa, e un viso dai contorni taglienti, molto serio.
Mi rivolse la parola in inglese e in tedesco, e io non risposi.
«Habla usted espanol?»
Risposi che lo parlavo.
II dialogo che seguì fu pressappoco questo:
«Per quali motivi viene nell'Unione Sovietica?»
«Faccio parte di una delegazione».
«E dov'è questa delegazione?»
«Partiva questa mattina da Praga».
«Una delegazione italiana?»
«Sì».
«E lei, perché non è partita con gli altri?
«Non volevo andare in aereo».
«Per quale motivo?»
«Ho paura».
Come disinteressati, gli altri uomini della polizia si allontanarono. Li vedevo di spalla, nel corridoio. II giovane mi guardò pensieroso attraverso gli occhiali.
« È la prima volta che viene in URSS?»
«Sì».
«Non ha parenti... qualche amico quassù?» «Nessuno».
«Ha con sé pietre preziose?»
«No, non ho pietre preziose».
«Denaro?»
Tolsi dalla borsa alcuni pezzi di carta, tra corone e scellini, e li posai sul tavolino.
«Non ho denaro... salvo questo», dissi nervosamente.
Un fulmine scoppiò quasi sul treno,
«Nessun rublo?»
«Ho paura», dissi.
«E di che ha paura?».
Disse questo sottovoce, ma fermo, senza togliermi gli occhi dal viso.
«Questi scoppi», dissi debolmente. «Non sopporto».
Vidi il suo braccio allungarsi verso la tendina, e tirarla. La sua voce, quando parlò, era mutata. Non più calda, ma neppure ostile. Direi intelligente.
«Anche mia madre», disse «teme i fulmini. Posso capire».
Non parlò, per qualche momento. Mi porse una sigaretta e rimase in silenzio accanto a me, aspettando che mi calmassi, ora guardando la tendina, ora, pensosamente, le pareti metalliche dello scompartimento. Egli sembrava triste, come, da quel momento, mi sembrarono tristi tutti i migliori uomini sovietici. Sembrava chiuso in un suo pensiero dal quale era impossibile uscire.
«La lluvia esta calmando», disse a un tratto.
Non tuonava più tanto. Riprendemmo il dialogo, ma per poco. Mi porse un modulo redatto in varie lingue, tra cui lo spagnolo, e mi pregò di riempirlo. Scrivevo e, intanto, egli mi guardava: non sapevo se quello sguardo fosse solo burocratico, o anche umano. Certo, passavano là dentro parole di cui egli non era neppure cosciente.

Il Manifesto 17 novembre 1991
Alla fine:
«Tornerò più tardi e l’accompagnerò al ristorante», mi disse alzandosi. «Dovrà anche cambiare treno. Questo non è il suo. II suo è migliore».
«Grazie. E starà molto prima di tornare?»
«Sì. Ma fra due ore sarò di nuovo qui».
Non so ancora in che modo riuscii a passare quelle due ore. Ogni tanto mi sembrava di crollare, e poi risalivo nuovamente a galla. Per distrarmi cercavo di prendere delle posizioni diverse: mi sdraiavo, mi sedevo, mi rannicchiavo, ma in ciascuna posizione il cuore mi dava ugualmente fastidio e il freddo mi tormentava. Alla fine, tremavo senza sosta, fitto, e battevo i denti. Quando l’interprete riapparve non lo vidi subito.
«Usted abbia la gentilezza di seguirmi», mi disse.
Indossava una mantellina nera, d’incerata.
«Usted non ha impermeabile?» Era preoccupato.
«Non m’importa della pioggia», dissi.
Del resto, piovigginava. Percorremmo tre o quattrocento metri nella campagna deserta, ma ormai pacificata, sotto il cielo che si era schiarito. In un edificio basso, che al mattino avevo appena intravisto, c’era il ristorante. Ricordo un certo traffico di persone, che peraltro non mi guardavano affatto. L’interno dell’edificio era messo come un’abitazione, con vecchi ritratti alle pareti, fotografie incorniciate alla buona. Si sentiva un odore di verdure bollite. Nelle fotografie c’erano Lenin, Stalin, un altro viso barbuto, con occhiali. Entrammo in una saletta riservata, l’interprete mi fece sedere a un tavolino rotondo innanzi alla finestra, e sedette a sua volta di fronte a me, scusandosi se non mi faceva compagnia a tavola. Comparve una bionda alta, dall'aria molto piacevole e buona, che mi servì con premura e gentilezza. Ogni tanto, alle spalle dell’impiegato, mi gettava un fuggevole sorriso, da donna. Ebbi un bicchiere di vino alto dieci centimetri, di un colore giallo fumoso: bastò un sorso a darmi un senso di fuoco, di luce. Feci mettere il resto in una boccetta per servirmene durante il viaggio.
Ormai stavo già meglio. Mi giunsero dall'esterno, attraverso la finestra, le note di alcune canzoni patriottiche trasmesse dalla radio. II senso era di violenza e bellezza, e nel fondo un ritornello, come un pensiero ossesso che non aveva a che fare con quella gioia, sembrava esprimere la desolazione di una solitudine e uno spazio difficili da superare. Era come qualcuno che invocasse il sole dal fondo dell’inverno, o uno che piangesse in un giorno di festa. Guardai l’interprete: sembrava assente.
Poco dopo, ero di nuovo davanti al treno. Avevo avuto assegnato un lettino nello scompartimento già occupato dai coniugi Lucia e Nicola Ivanovic - il cognome mi parve questo - che viaggiavano in compagnia di un loro cugino, ma queste notizie le seppi dopo. II mio bagaglio era già sistemato. Dal corridoio, guardavo la campagna rasa e triste, e sul marciapiede, immobile, il giovane con gli occhiali.
«La ringrazio molto... davvero... Lei è stato molto gentile», dissi.
Avrei voluto dire altre cose, queste erano abbastanza goffe, ma non ci riuscivo. Avrei voluto dirgli che mi aveva colpito soprattutto la sua educazione.
Ebbe un breve sorriso.
«No hay de que».
II treno si muoveva. Egli rimase a fissarlo, sempre con quel debole sorriso. Poi improvvisamente volse le spalle e andò via.

Quel momento che l’interprete scomparve ai miei occhi, fu terribile. Dietro i suoi occhiali, sotto i modi distanti, avevo sentito un uomo della nostra Europa; avrebbe potuto essere un belga o un francese o anche un tedesco del Sud; persona civile, forse non estranea agli studi. Mi aveva nominato sua madre. Ora, con me, non c’era più nessuno, o mi pareva. Alzando gli occhi scorsi per la prima volta, e nel cielo illuminato da fasci di sole, i corvi. La porta del mio scompartimento era lì vicino. Entrai in fretta, spostai il bagaglio, e senza nemmeno gettare uno sguardo alla famiglia Ivanovic, mi gettai sul letto, mi tirai il cappotto fin sulle orecchie e cercai di dormire.


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