mercoledì 30 luglio 2014

Anna Maria Ortese: Il treno russo, Verso Mosca

Il treno russo è una pubblicazione Pellicanolibri 

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2. Verso Mosca

Fosse effetto del vino o della stanchezza o di tutta quella somma di emozioni, vi riuscii senza difficoltà. Credo di aver dormito molte ore, un sonno confuso e pesante, pieno di una soffocata disperazione. Pensavo che non sarebbe passato meno di un mese prima del mio ritorno, e mi domandavo se sarei mai tornata: avrei potuto morire su quel treno, per un motivo qualsiasi, e sarei stata abbandonata in una qualsiasi località dal nome tanto difficile. Nessuno mi conosceva: solo dopo molto tempo la notizia sarebbe giunta a casa mia.
Svegliandomi, e prima ancora di ricordarmi in quale luogo fossi, sentii cantare dolcemente, in una lingua e in una melodia conosciuta. Non mi sbagliavo, era proprio l’antica Santa Lucia: placida e I’onda, docile il vento. Rimasi senza fiato, incantata. II treno sembrava fosse tornato indietro. Subito dopo, quasi a confondermi in questa straordinaria impressione, ecco le note mutare, e la donna - perché era una voce di donna - scoppiare nella gioia effervescente della più  famosa canzone di Napoli: a Mergellina.
Alzai la testa, ed ecco che cosa vidi.
Sdraiata a metà sul lettuccio di fronte al mio, la signora Lucia Ivanovic, facendosi vento con un cartone, cantava. II suo volto soffice e bianco, dall’ovale perfetto, era illuminato, e la giusta parola, da due magnifici occhi neri, ridenti e ingenui occhi di fanciulla più che di donna. I suoi capelli neri erano sciolti e attraversavano come una serpe d’inchiostro il cuscino. Era in sottoveste, con un asciugamano sul petto, e da questo asciugamano veniva fuori un braccio rotondo e morbido di un bianco latte. Non sembrava aver superato i venticinque anni e, da quel che si scorgeva da sotto I’asciugamano, sembrava piuttosto formosa e apatica. Seduto ai piedi del lettuccio, il signor Ivanovic, una specie di Cristo di legno, magrissimo, con una faccia ornata di un lungo naso paziente, era intento a cambiarsi un paio di calzini. II cugino, di cui scorgevo le gambe penzoloni dal lettuccio superiore al mio, era occupato invece a leggere la Pravda. Sul tavolino fra i due letti, sotto il finestrino, era collocato un vaso di vetro, con tre o quattro rose gialle, già un po’ sciupate. II finestrino era chiuso, e il sole prossimo a tramontare sul filo monotono della pianura, illuminava tutto: gli occhi neri della giovane, la testa scarna e le spalle ricurve del marito, più  un pezzo della Pravda.
Mi domandavo in che mondo fossi.
La donna mi tolse d’imbarazzo. Smettendo di cantare, mi chiese garbatamente di che città ero: Napoli o Milano? Aveva visto una targhetta con la parola Italia sul mio bagaglio. Benché si esprimesse in russo, io capivo quasi tutto, come si capisce un sardo o un calabrese, in certe situazioni, se il suo volto è espressivo. Dissi, pensando di farle piacere: Napoli.
«Bella, bellissima Napoli», disse proprio così, erano le uniche parole precise che conosceva del nostro paese, e le pronunciò con un accento così inconfondibilmente italiano, e un sospiro tale, che ne rimasi sbalordita. Disse ancora «canto», e scoppiò a ridere con una soavità indicibile, divertita dallo stupore che vedeva nei miei occhi. Tutto, in lei, aveva la grazia di un bambino e la mollezza e la noncuranza di un animale. Nel cantare, nel ridere, nel canticchiare, non aveva fatto un gesto, quasi gliene mancasse la forza, o lo ritenesse inutile. E ogni momento scoppiava di nuovo a ridere. Un cupo brontolio da parte dell’Ivanovic, mi fece capire che suo marito non apprezzava eccessivamente questa facilità della moglie di intrattenersi con gente sconosciuta. Egli dovè farle qualche timido rimprovero, ed essa scoppio ancora a ridere. Improvvisamente indicò le rose.
«Wien!», disse. «Souvenir Wien!».
E si alzò appena su col busto, nel dire questo nome, si fece seria, e i suoi occhi mandarono un lampo, che era tutto un meraviglioso riguardo, una commozione non detta, un saluto.
Come quelle rose fossero importanti per Lucia Ivanovic, lo capii solo due giorni dopo, all'alba della domenica in cui dovevo arrivare a Mosca. Ma in questo frattempo erano accadute altre cose per me ugualmente importanti.
Rianimata da questo incontro, la vitalità e la dolcezza mediterranea della donna, la mediocrità umana del marito, quel tanto di apolitico e universale che avevo riscontrato nei miei vicini di letto, trovai il coraggio di uscire dallo scompartimento e cercare, in fondo a due o tre corridoi, il vagone ristorante. Entrando, ebbi l’impressione di capitare in una trattoria di terz'ordine, piemontese o toscana. Modesti tavoli coperti di una tovaglia ancor più  modesta, erano affollati di soldati e ufficiali con la famiglia. Si beveva, si chiacchierava. Una cameriera giovane e bruttina, con le gengive scoperte e uno sguardo pieno di gioia, mi accompagna a un posto libero, ripetendomi in russo i nomi di questa o di quella pietanza, e accrescendo al massimo il mio imbarazzo. Abbasso la testa, impacciata, e in quel punto una voce fresca e gradevole, alia mia sinistra, mi domanda in francese, e poi in italiano, se può essermi utile. Alzo gli occhi: e una ragazza sui ventidue anni, molto graziosa, con due piccoli occhi vivaci, e una fronte bianca e orgogliosa circondata da una nube di riccioli chiari.
«Liza» (e un altro nome), dice presentandosi. «Ho capito la sua nazionalità dall'accento. Ho amici italiani. Ecco mio marito, Sergio. E questo e Pietro, nostro amico. Lei e sola?»
Accennai di sì. Subito dopo ero al loro tavolo.
Questa era la più  bella gente che avessi incontrato finora. Bella, indolente - bellissima! Nulla del controllo e del calore ghiacciato ch'era nella voce e negli occhi dell’interprete. Qui, il fuoco era liquido. La storia non era passata, non era mai stata. C’era una specie di latente follia.
Lei aveva un corpo vigoroso e snodato, un bel collo, una pelle pura. Era vestita con una vaga noncuranza, di roba fine. II suo sguardo era liscio come la seta, ma dietro si scorgevano continui lampi, come in un cielo d’estate. Sergio, il marito, sembrava più  piccolo di lei, era un giovane sui trent'anni, smilzo, di una struttura forse perfetta. Era biondo, e il suo sorriso distaccato, lontano.
Pietro, il loro amico, era uno che sarebbe stato notato in una folla di cento giovani ufficiali ugualmente belli. Più  che un giovane, era una specie di divinità selvatica. La testa, quella di un bambino. Aveva tale una selva di capelli ricciuti e biondi, da dare fastidio. Sotto quei capelli, la fronte era marmo bianco. Sotto quel marmo, gli occhi di un turchino cupo, velato come quello dei neonati, fissavano lontano, immobili e scoraggiati. Un uomo triste fino alle lacrime, e a quella tavola, in quella casuale riunione, questa era una cosa che sorprendeva. Egli non si curava affatto di nascondere la sua tristezza. Forse non se ne accorgeva.
Tra me e Liza comincio un bizzarro colloquio. II suo italiano e il mio francese erano recenti. Ci aiutavamo perciò con dei bigliettini che poi ci passavamo sul tavolo, da un posto all'altro, come carte da gioco. Pietro vi posava appena lo sguardo. Scoprimmo, Liza e io, di avere qualche gusto in comune. Non si parlò affatto di ciò che avrei trovato a Mosca e nella Russia in genere. Liza, coi due ufficiali, veniva da Berlino, dove il marito era di guarnigione e si disponeva, dopo due anni di lontananza, a trascorrere un breve periodo nella nativa Crimea. Fu portato dello champagne, si bevve e, in quel punto, il sole ormai al tramonto, sul limite della pianura, dardeggiò per qualche minuto i suoi lunghi raggi nello scompartimento. Liza, Sergio e Pietro mi parvero, avvolti in quella luce, incandescenti, erano straordinari e, fosse lo champagne o la stanchezza di tante emozioni, sentii i miei occhi inumidirsi. Essi mi guardavano tutti con dolcezza, come se, in quella parte del tavolo, invece di una straniera, vi fosse una persona nota e lungamente ricordata. Era una sensazione che dovevo provare più volte, in Russia: fuori o dentro l’ideologia, non vi sono vere barriere tra un cittadino russo e uno straniero. Si stabiliscono immediatamente, in ogni ambiente, intese tenere e strane, ci si prende la mano nello stesso modo impulsivo e ingenuo, tipico dei ragazzi. Non ha importanza di che idee siete, ma come sentite e pensate. Mi sembrava impossibile, e intanto sentivo che sarebbe stato strano il contrario. A un tratto, però, nessuno di essi rise più, e Liza abbassò un volto tormentato, mentre Pietro volgeva la bella testa lontano. Si fece un bizzarro silenzio.
Non mi fu possibile pagare il conto con i miei scontrini. Promisi a Liza che l’indomani le avrei portato uno scialle veneziano, che avevo in valigia, e poco dopo ritornai nel mio scompartimento.
Qui, Lucia Ivanovic era sempre al medesimo posto. I suoi occhi neri scintillavano nell'oscurità. Mi fece cenno, con un dito davanti alla bocca, di parlare piano, e m’indicò con lo sguardo le cuccette superiori.
Sulla sua testa, Nicola Ivanovic russava: con le mani incrociate sullo stomaco, pallido e rassegnato, la bocca semiaperta da cui usciva quel monotono ronzio, sembrava parlare in sogno con non so chi. Forse vedeva anche qualcuno. Era quietissimo.
Mi sdraiai sul mio letto, in silenzio; e quando credevo che già tutto fosse tranquillo e che fino a domani, non avrei comunicato più con nessuno, qualcosa mi sfiorò e poi mi strinse la mano. Era qualcosa di grassoccio e di soffice: la mano di Lucia Ivanovic. Essa tenne nella sua mano la mia mano, e la dondolò un poco, coi dolci occhi pieni di
felicità, come avrebbe fatto una madre col suo bimbo.


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