venerdì 11 luglio 2014

Anna Maria Ortese: Inglese a Roma

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, questo è il secondo dei racconti

Inglese a Roma

La sola idea di un viaggio a Roma mi riempiva di spavento. L’eventualità. poi, di dovermi trattenere lì qualche giorno, portava a un tale grado di malessere il mio cervello, da strapparmi lacrime, e avrei voluto gridare e invocare aiuto. Veri attacchi di nevrastenia, non giustificati per altro da nessuna ragione apprezzabile - che anzi portavo della capitale un ricordo affettuoso e piacevole - ma piuttosto - così fantasticavo - da quel senso di un ritorno ‘indietro’, implicito in qualsiasi viaggio verso i luoghi di origine di quegli emigrati che ancora non hanno salde radici all'estero, e che sospettano eternamente di essere rispediti a casa. E tutto ciò non fosse aggravato, ma complicato certamente da quella continua sensazione di precipizio, particolare ai cardiaci, e da quel terrore di essere afferrati e dispersi, comune ai montanari o contadini quando lasciano la baita, il casolare, per scendere nella valle e inoltrarsi nella grande città. Aggrappata, direi, come una sconosciuta bestia alle solide e tristi mura della mia casa nella pianura padana; protetta da nebbie che filtrano, scolorandola, l'antica luce del sole, e gonfiano a sera, rendendola mostruosa, la luna; chiusa da orizzonti piatti e uniformi di prati, canali, fiumiciattoli, tetri laghetti, sentierucoli, pioppaie; avvezza a un silenzio di villaggio, a un suono astratto di campane, ritmato dal volo incerto dei colombi; e insomma confortata da tutte le sublimi mura e i simboli di un’Europa madre, mi rifiutavo di partire, sia pure per un giorno, di tornare verso l’agitato Mediterraneo. E benché gravi considerazioni di carattere pratico rendessero sempre più inevitabile questo viaggio - notte e giorno, con angoscia, io pensavo a questo viaggio come a una caduta e mi sforzavo di trovare, per rimandarlo, ragioni che non fossero necessariamente quelle della mia ripugnanza. Non ve n’erano.
Così, una sera, in condizioni che non auguro a nessuno, tanto erano contrassegnale da abbattimento e terrore, presi il solito treno delle 11 e 58, che arriva a Roma alle nove della mattina, e andai a rannicchiarmi nell’angolo meno illuminato di uno scompartimento di seconda classe.
Desidero sorvolare su tutto quanto era la cornice di un quadro, di cui quell'attimo conclusivo (il vagone ancora oscuro, il mio informe dolore) rappresentava invece il punto centrale. Non dirò nulla, perciò, della immobilità e grevità dell’aria a me intorno, quella notte, la incendiata aria d'automobili e di camini, né delle vaghe vie crucis che l’avevano preceduta: la chiusura delle valigie, il loro trascinamento giù per sei piani (non essendovi, nella mia casa, alcun ascensore), la rapida cena nella solita trattoria, con le valigie ai piedi, come cani; infine, il cambio del denaro, la fuga in tassì entro un enorme canale di luce rosa-piombo, che si scoprì poi essere il corso Buenos Aires, Per concludere, eccomi in treno.
Tutti sappiamo che cosa significano i gridi che risvegliano un viaggiatore, di colpo, alle stazioni importanti; quei “Piacenza”, cui fa seguito, dopo altro letargo un “Bologna, panini, aranciate, si cambia”. E quando, a Firenze, la bellissima stazione illuminata dolcemente quasi da una luna nascosta, viene a baciarvi sul finestrino, è quello il momento per ricordare, se siete un emigrato, la vostra patria di elezione, le strette e tristi pareti domestiche, lassù, i vostri pensieri e passi quotidiani; e qualcosa sospira forte nel vostro petto. Il Po è passato, strada schiumosa e potente che divide l’Italia in due; ecco gallerie, monti, un cielo pieno di stelle, quale non guardaste mai dalla pianura padana, e voci e soffi di aria vellutata, calmi, con un che di insensato, e una ragionevolezza che vi rende folli. “Arezzo!” tra poco sarà l’alba.
Il sole trascinò un corteo di raggi e di case dei ferrovieri, e case popolari, di cui mi sorprese, come fosse la prima volta, l’aspetto eccessivamente aperto e come privo di reticenze, di dubbi. Là non vi era alcun dubbio che un letto fosse un letto, e un tavolo un tavolo, e un controbuffet un controbuffet. Il cielo, sopra le case, era di un bel blu lucido, lavato dal vento; il sole, dai contorni abbastanza regolari, malgrado la sua funzione di torcia principale del nostro sistema, era di un giallo assai limpido, e ben presto, qua e là. illuminò uomini e rovine.
Sul treno, le voci, già da qualche ora, dileguando l'azzurro notturno, si erano svegliate, e ora si facevano sentire nella loro irriverente gioiosità, su e giù per il corridoio o negli scompartimenti ancora caldi di sonno, di caffelatte, di fumo: con certe a ed e caratterizzate da una specie d’irrefrenabile e tiepida felicità di vivere, ma anche, a volte, da una inumidita tristezza, qualche ruga di perplessità che apriva silenzi dove non vi erano più né ea. E insomma, le sentivi e no, come passeggiando in un bosco, una mattina, senti la pioggia che viene e va. Ma ecco, nel corpo della stazione centrale, radunarsi tutte, come un nembo, caricarsi della violenza di un temporale, esplodere come una salva di centouno colpi che annunziano la via libera all'uomo, cittadino o meno, l'ingresso senza riserve nella capitale delle capitali.
La colonna rovesciata dal treno diventò una matrice di uomini, che da essa venivano fuori come fumo, bollendo, arrotolandosi, gonfiandosi, aprendosi, perdendosi. con una furia stupida. Accadeva di sentirsi pestare e stringere, si aveva l'impressione che, laggiù, stesse avvenendo qualcosa di terribile e di strano, un cavallo nell’aria, l'apparizione di una Vergine, il Re che passa a cavallo spargendo monete d’oro, o un Papa sotto il suo baldacchino. Tutti correvano, si affannavano, o così mi parve, con una specie di straziata ansietà, di avidità a lungo contenuta, e che ora erompeva, quasi là, ai cancelletti nichelati, brillasse la vita. Invece, come potei costatare giungendo sul posto anch'io, non vi era nulla di particolare: l'uscita, e la piazza (a mio parere un po' sbilanciata) ch'è il trampolino della capitale.
Sedevo su un modesto lettino dì ferro in fondo alla stanza dell’albergo, guardando le valigie appena aperte, quando entrò, dopo aver bussato appena (ma io, forse, non avevo sentito) un cameriere col caffè.
Ho l’abitudine, forse poco sofisticata, lo riconosco, di parlare volentieri con chiunque. Non sì tratta, però, di un atteggiamento democratico, bensì di una specie di autentica disperazione, che mi spinge, quando non sono occupata in qualche cosa, il che accade raramente a esprimermi a voce che direi alta, se non fosse sommessa e appena intellegibile; comunque, si tratta sempre di parlare, e chiedere alla gente come sta, e se ha piacere di vivere. La gente, di solito, ignora di vivere, e così, interrogata, balbetta tra sorpresa e preoccupata, cosa che mi risveglia e rende momentaneamente tranquilla. Così, mentre posavo la tazza sul tavolo, feci col cameriere: gli domandai come si chiamava, e da quanto tempo serviva in questa casa, e se era contento.
Avvertivo, frattanto, il frastuono singolare che fanno le carrozze in una vecchia strada pavimentata con ciottoli, di una capitale asiatica, e questo contribuiva a rendere più acuta la mia attenzione, non alle risposte del cameriere, il cui nome era Cesare A., ma alla sua figura d'uomo tra i cinquanta e i sessanta, piuttosto appiattita e ricurva, con ampie spalle e lunghe braccia che non aggiungevano nulla alla sua avvenenza, posto che ne avesse, ma piuttosto si identificavano in quel suo lungo mestiere di servire e osservare, senza mai trarre da ciò una qualunque conclusione, solo mance di diversa misura, e ciò si capiva dalla sua faccia come appesantita nella parte bassa, e dallo sguardo fosco e vagamente pensieroso, come di uno che vada nella vita senza ricordare più il proprio nome, né la felicità che era in partenza, e i propositi. E la stanza era proprio quella dove un uomo simile interrogato da uno straniero, può trovare una specie d'invito alla inespressività e alla prudenza. Il poco spazio, lo squallore del letto e del tavolino, l'orribile lavabo in fondo, cui manca una bocchetta, e, sotto la finestra, un cestino sfondato per la cartaccia. Sul davanti, proprio accosto alla porta, dove biancheggia il carrello col prezzo della camera, più l’IGE, l'armadio, veramente non a posto in una così piccola stanza, un armadio gonfio che veniva un po’ in avanti, e le porte quasi si aprivano. E così, dopo un attimo di perplessità, il cameriere disse:
«Non si può dire che vada male. Del resto, chi è mai contento? Ecco, va bene…», cambiò tono repentinamente, la voce incespicò e cadde. «E lei, si tratterrà molto nella nostra bella città? È stata fortunata... il tempo è bello».
«Ma qui c’è il terremoto!» esclamai.
La stanza, e tutto l’edificio tremava in mezzo a un fragore orribile. Ascoltò anche lui; poi riprese il piattino.
«Oh, è niente! » disse con minore interesse.
Andai alla finestra, mi affacciai: il vicolo era nero di carrozze, di macchine, di uomini; tutti i clacson suonavano, tutti i cavalli pestavano gli zoccoli e nitrivano, tutti i vetturini si chiamavano, ridevano o bestemmiavano; e si sentivano sbattere tappeti, e in alto, su in alto, oltre una terrazza fiorita di rosso, spalancavano la bocca, come sorelle, due selvagge campane. E al di sopra del terrazzo e dei fiori rossi, s’innalzava nel blu del cielo un’alta e brillante croce.
«Un tempo magnifico!» borbottò il cameriere squallidamente; e stava per aggiungere qualcosa, quando, dal basso, lo chiamarono con una voce ch'era dieci volte più sonora e spaventosa di tutto quel chiasso, facendo pensare a un’energia pressoché illimitata, ma come prigioniera, che si liberava a tratti in quegli urli; e diminuirono stranamente, al confronto, il trambusto e la violenza di fuori.
«Vengo!» balbettò Cesare A., con una voce morta, come se la cosa non lo riguardasse.
Gettò uno sguardo di disprezzo all'insieme, stanza e luce del vicolo, in cui era compresa la mia figura; chiuse la mano sulla mancia, e sparì.
Allibita da questa moltitudine di particolari, il cui totale era una specie di tenebra, rimasi un po’ soprappensiero, poi presi il telefono e chiesi al centralino se volevano passarmi il signor E. Lake, per il quale avevo una lettera di presentazione.
Questo E. Lake era anche lui un esule, però delle Isole Britanniche, e a Roma amministrava molto saggiamente la propria intelligenza, occupandosi fra l’altro, come mi avevano detto, anche di camere ammobiliate. Io avevo una mezza intenzione di trovarne una assolutamente centrale, ma silenziosa e prospiciente un giardino. In più, doveva essere rivolta verso il sole in tre punti, cioè sud-est-ovest, e mancare totalmente di abitazioni vicine. Mi ero posta questo traguardo, nel venire a Roma, contando sulla sua drammatica impossibilità di attuazione per rinunciare, con qualche scusa decente, alla stessa Roma, e riprendere il treno. Ma non era detto che questo E. Lake, che mi era stato descritto come una mente abilissima, non riuscisse ad accontentarmi; perciò, non appena una voce esangue, al telefono, mi ebbe fissato un appuntamento, avvertii dentro di me non so che certezza di malaugurio.
«Mi troverà la stanza e dovrò rimanere!» pensavo.
L’appuntamento era per subito, dal che dedussi che l’agente non aveva molto da fare, e perciò sarebbe stata consigliabile una certa prudenza di fronte a soluzioni prestigiose che probabilmente celavano i tranelli e i calcoli dell’affamato.
Arrivai a un palazzo, che in cima a una salita, dietro piazza di Spagna, minacciava di contenere meraviglie di quiete e di panorami. Invece, una volta entrati nel cortile, si aveva la sensazione di qualcosa di cieco. In più scomodissimo: con una scala larga quanto una piazza, ma che, volta e gira, non finiva mai. E così, salendo, anzi camminando, eccomi quasi in cima al tetto.
Qui, un lungo corridoio con tante porticine, e dietro ogni porticina il cofano della spazzatura. Da una di queste porre uscì una vecchietta, portando nel grembiule una nidiata di micini, che andò a consegnare alla porta di un’altra soffitta. Da un finestrone scendeva un po' di sole, che riscaldava tutto quel vecchiume, e illuminò anche due ragazzini seduti per terra, che parlavano misteriosamente, e al mio sopraggiungere subito nascosero le mani.
Da un’altra porta si sentiva - effetto vagamente bizzarro, le cui cause incuriosivano ma senza che vi fosse la possibilità di una indagine - un suono di campanella, un den-den svagato e soave, come se una capra girasse sognando per stanze buie. Se una capra girasse realmente, un po' infelice, in uno di quegli alloggi, non avrei potuto dirlo, ma che ci vivesse una gallina era fuor di dubbio, perché a un tratto, aprendosi quella porta come per caso (ma vidi anche un paio di pupille brillare nella fessura), scappò fuori strillando vivacemente, senza alcuno stile e probabilmente alcuna seria ragione. Era una splendida gallina rossa e gialla, pettoruta, lucente, l’atteggiamento provocatorio, spaventato, delle teste deboli. Com'era uscita, così, dopo aver camminato qua e là, senza troppo senso, tornò indietro in fretta, borbottando e la porta si chiuse.
Bene. Busso a una porticina accanto (il campanello non c’era), il numero 3, e aspetto. Dopo un po' vengono ad aprire e io entro. Per la verità, non guardai affatto, preoccupata com'ero, e direi allucinata, chi fosse venuto ad aprire; ma quando, oltrepassato un andito scuro e vuoto, mi trovai in una grande stanza vagamente luminosa, mi ricordai della persona ch’era venuta ad aprire, e vedendola lì, a due passi, non potei impedirmi di trasalire.
Mr. Lake misurava almeno due metri di statura, e aveva un cattivo sorriso. Di età non si poteva parlare, e neppure di persona fisica, dato che rassomigliava straordinariamente a un disegno. Di reale, in lui, non c’erano che un maglione grigio, un paio di ciabatte, e due occhi azzurrissimi, che non avevano alcun rapporto con quel cattivo sorriso, e si reggevano, per così dire, da soli, non essendovi intorno se non lievi e cancellate linee di un viso.
Parlò subito, in un italiano che non recava alcuna traccia d'inglese, semmai ne serbava un solo elemento: una specie di disprezzo o estraneità assoluta rispetto a qualsiasi argomento. Scorse la lettera di presentazione, che era brevissima, parlò: disse che gli dispiaceva, ma che non poteva affatto aiutarmi. Da più di un anno aveva abbandonato l’agenzia.
Detto questo, e restituita la lettera, sarebbe stato normale riaccompagnarmi alla porta; invece Mr. Lake, sempre ripetendo che queste richieste, dovute alla leggerezza di una certa persona, lo infastidivano, e che non osava pensare quando sarebbero cessate, mi precedé in una seconda stanza, armoniosamente per quanto poveramente ammobiliata, e dove tra due finestrelle troneggiava un bianco camino.
La sua indignazione era aumentata. Quasi tremando dalla collera, ripeteva che era impossibile rassegnarsi, e che prima o poi si sarebbe rivolto alla polizia affinché cessasse questa specie di persecuzione, e i suoi persecutori fossero ammoniti. Era stato breve, molto breve – era ora di dirlo – il tempo in cui aveva dovuto occuparsi dell’agenzia, e ora occupava il suo tempo ben altrimenti. Una piccola eredità, e un’attività niente affatto disprezzabile, di traduttore, gli consentivano un beato e completo isolamento. Di Roma, e della furia che lo circondava, non si accorgeva quasi, non gli importava niente.
Benché queste escandescenze (per altro controllate da non so che limpido sguardo) rispondessero alla mia aspettativa più segreta, e ormai avessi in tasca l’ambita giustificazione per un veloce ritorno nella Val Padania, non potei non sentirmi un po’ turbata. Quale vistoso egoismo!
«Ecco qualcuno che non si vergogna di essere completamente felice», mi dicevo, «Non solo non se ne vergogna, ma lo sbandiera non appena se ne presenta l’occasione; e l’occasione la cerca e trasforma ipocritamente un fastidio (visite come la mia) in motivo di giubilo; fa un dramma di una sciocchezza, per il solo gusto di cantare che ha un po’ di quattrini, e non ha più bisogno di niente e di nessuno. Che nausea».
Dissi: «che nausea», ma non ero sincera. Voglio dire che solo una stizza superficiale, o uno sbalordimento, potevano suggerire del mio malessere una così piatta versione. In realtà, non provavo alcuna nausea, ma una invidia incantata e profonda, quale ammali in cattività possono provare, passeggiando su e giù per i loro antri, se odono sulle loro teste cantare nel sole un’allodola.
Mr. Lake non borbottava più ora. Aveva acceso il fuoco, con una perizia che doveva risalire alla sua stessa infanzia, quel cattivo sorriso entrava e usciva, per così dire, dalla sua aerea faccia; finché raggiunse un orecchio, e là si rannicchiò. La faccia di Mr. Lake, adesso, mentre l'ex agente si consentiva anche lui l’autorità di una poltrona, non aveva più un punto che non fosse trasparente, e fatto di una nobile aria, e di una gioia che spezzava i vetri. Benché non pronunciasse quasi parola che non fosse stizzosa e malevola, la bontà e limpidezza dei suoi occhi ne rovesciavano, per così dire, l’effetto e pareva di osservare un cielo dopo un rapido uragano di aprile, mentre il fango scivola qua e là sulla terra, e il tuono rimbomba remoto, ma, tra le nuvole sparse e vinte, l’intero universo sorride.
Spesso ho potuto osservare negli inglesi, anche i più incolori e meschini, un che di divino. di cui inutilmente cercherei la ragione, come della struggente bellezza di un'animuccia di gatto o del fresco splendore che anima le muraglie del mare. Che può esservi dunque in un cittadino delle Isole Britanniche, privo quasi sempre di interessi che vadano al di là del proprio naso, calcolatore ostinato e nevrastenico eterno -  che può esservi dunque da inondare di tanta allegrezza il vostro cuore? Egli non pensa che a sé, si occupa di voi solo quel tanto indispensabile a scoprire in che cosa possiate essergli utile, per il resto, non vi vede, ha deciso, anzi, che non esistete affatto, e negherebbe anche davanti a Dio, nel suo esasperato bisogno di libertà, la vostra esistenza, che rischia di limitare la sua. Non solo la presenza di altri esseri lo avvilisce, ma lo addolora sinceramente, e questo, d’ignorarli, è il solo modo offerto alla sua sensibilità, per sopravvivere in un certo accordo. Eppure, l'effetto di un tale comportamento, in chi lo osserva, non è l’ira, ma una schietta e purissima gioia.
Mi pareva di scoprire, del resto, sotto i modi e le apparenze estremamente frivoli e urtanti di Mr. Lake, non so quale desiderio, neppure un attimo accettato, eppure lì, presente nell'azzurro dei suoi occhi, d’intervenire in qualche modo contro qualcosa ch'è nel mondo, che non è buono, e di cui egli, malgrado mostrasse di esservi immerso, non divideva l’essenza. Ecco cos'è un inglese, pensavo ora, guardando senza parere al di là dei suoi occhi, e cos'è quella gioia: è un'altra cosa che il mondo. Un inglese è impastato di mondo, e non è il mondo. È un rigore silenzioso, dove si effettua una scelta. Nel dolore della scelta, dove la materia è finita, oppure ne rimangono le squisite abitudini, ecco la gioia.
Domandai a Mr. Lake quale dei suoi vicini possedesse una gallina e (a giudicare dalla campanella) una capra. Mi fissò, e «... a moment!».
Questo non me l'aspettavo. Lo vidi alzarsi e correre verso una seconda stanza (che dava su una terrazzina, e rappresentava, fu chiaro, un secondo ingresso), e tornare di lì a poco stringendo in petto due bestie che se ne rimanevano lì senza fiato e così mi parve, alquanto compiaciute: la grossa gallina rossa e gialla, dall'aria pazza come il suo signore, che avevo visto prima, e una caprettina di pochi mesi, grigia, con gli occhi come diamanti, sgranati, un filo di barba bianca, e al collo la campanella che aveva colpito la mia immaginazione. Gliele aveva portate, mi disse, una contadina di Frascati, in cambio di un favore fatto a un suo parente. Com’era di Pasqua gli aveva consigliato una cottura al forno, non trascurando però, assolutamente, le palate e il rosmarino.
«Il rosmarino, si dice così?» chiese, e rise, cioè non mosse un tratto di pelle, ma gli occhi gli splendevano, Splendevano anche, improvvisamente, alle due bestiole, che ora se ne stavano lì, zitte e ingenue, tra le braccia di quel gentiluomo, avvolgendolo di piume, di peli, di vaghi colori e del tintinnio della campanella, con l'aria di non far caso al fatto che la Pasqua era passata da un pezzo, ma di trovarlo naturale: il che non impediva ai loro quattro occhietti di esprimere un oscuro quanto assoluto amore.
Capii che era venuto il momento di andarmene. Mr. Lake non aveva occhi che per i suoi tesori, ora.
«Se posso esserle utile... mi telefoni... Chissà che non si presenti qualche occasione».
Più falso di così! Ma era pudore della propria estasi, e io capivo, Mi accompagnava alla porta, con le sue bestiole in collo; in ciabatte, con gli occhi come stelle, e le sue bestiole allacciale come bambini. E già non mi seguiva più.
Una volta fuori, mi misi a pensare, chissà perché, all'isola di Malta, e vidi lo splendore del Mediterraneo e di tutta quella parte del mondo che sta fra l’Africa e l’Europa. E ricordai le mie paure del treno, e mi meravigliai di non trovarle. Pensai anche a tutto il resto della terra, e ai tempi in cui viviamo, e continuiamo non aver paura. Mi meravigliavo anzi di aver voglia di cantare e di ridere.

«L’Inghilterra è lì» pensavo con la logica un po' snaturata dei sogni. «L’Inghilterra non muore. Pedestre e insensata, implacabile e ubriaca d’erbe. L’Europa può morire, e il resto del mondo anche. Ma l’Inghilterra è lì, con la testa fuori dall'acqua, abbracciata a qualche bestiola. E allora c’è speranza».



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