giovedì 10 luglio 2014

Anna Maria Ortese: La diligenza della capitale

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, questo è il primo dei racconti



  La diligenza della capitale



La prima sensazione che si prova arrivando a Roma dal Nord con un treno della mattina è di una straordinaria euforia. Sul primo momento, questa città non sembra neppure vera. Lo spazio, la luce in cui sono immerse le piazze, le strade, i gialli palazzi umbertini; le prime deliziose rovine, la frescura delle fontane, pini improvvisi che si aprono nel cielo di cobalto, preannunciano una tale libertà fantastica della natura, in cui giacciono storia e costume, da darvi il capogiro. E anche, immediatamente, il tipo umano non è più quello duro e secco e dolce, con sguardi chiari, tipo Cezanne, che avete lasciato sul Po, ma pura Turchia. Mentre nel Nord le donne sono un po’ uomini, e il tipo virile è quello che prevale, qui gli uomini sono un po’ donne, con le caratteristiche che un tempo si attribuivano alle donne: curve, fianchi, peso, labbra tumide, uno sguardo supino e un po' fosco; in più, una disattenzione perenne, una incapacità, direi animale, d’intendere quello che passa oltre la linea del corpo. Straordinaria è la mollezza della gioventù, più alta e snodata dell'ultima generazione, e incredibilmente ricercata nel vestire; certe maglie rosse e calzoni attillati per i giovani, sandali d'oro, o incrostati di pietre azzurre e verdi, anche per le bambine; pettinature elaboratissime per tutti. La capigliatura è nera, lucida, gonfia, portata come una tiara, un diadema.
L’altra generazione, quella dei nonni più che dei padri, incontrata nelle botteghe profonde, nei corridoi dei ministeri, alla guida dei mezzi di trasporto, appare, al contrario, sommersa in una polvere di stanchezza, di fatica, e di una disperazione molto più dichiarata che nei giovani, nei quali l'arroganza e una tranquillità animale hanno quasi del tutto incorporato la paura. La paura, come senso recondito di una funzione mancata, di una energia bloccata sul nascere, e dispersa nel costume, è negli occhi dei vecchi, degli anziani, e ha momenti di una strana sincerità. Quasi tutti gli uomini di piazza, se il caldo non è forte, se gli esprimete la vostra simpatia, sono capaci di dirvi in un sospiro la propria storia, ch’è quella di una comprensione. Hanno compreso che la città, come una macchina furibonda, ha sbandato, e vola ormai fuori dalla storia; che lo splendore della città non è sano, non è dovuto ad una crescita organica: è invece il verde splendore di un disfarsi organico.

Sono stata a Roma più volte, e sempre il più grande spettacolo, quello più pregno di domande, è stato la sua folla, l’onda di carne che riempie le sue strade, e fa pensare che le statistiche sbaglino, che questa città porti un carico di almeno cinque milioni d'individui. Per le vie del centro incontrate negri, indiani, file di preti rossi dai volti germanici, gruppi di preti neri, preti in motoretta, alti prelati in macchine sontuose. Il carattere sacro della città è visibile ovunque, in ogni punto della sua pelle, come un tatuaggio: l'urlo delle campane, le botteghe sovraccariche d'immagini dorate e di chiese in miniatura per il turista; i poveri, i monchi, le finte madri, l'infanzia autentica, sottratta alla casa, e trasformata in strumento di accattonaggio - che stazionano sui marciapiedi, nei sottopassaggi; le code di turisti davanti alle chiese e ai musei, nelle piazze sublimi, sempre un po' sciatte, se non decorate con dei rifiuti, ve lo ricordano continuamente. E su ogni volto. come una luce ch'è possibile solo in certi lunghi stregati, quell'aria d'insensibilità enorme, da lebbrosario, ch'è la caratteristica più sottile della città; una insensibilità da cui non è escluso né il ricordo né la compassione né il fremito, ma che si perde e impietra, per così dire, nell'estasi. Si capisce che qui, più che in altri luoghi del Sud, un uomo possa passare crocifisso per una strada del centro, senza svegliare più riflessi di quanti ne susciti il volo di un uccello, l’ombra di un cespuglio agitato dal vento. Insensibilità, estasi: insensibilità in una perenne estasi sensuale, ecco lo spirito di Roma, attivato da una natura ancora ferina, incoraggiato da un credo non purificato dalla Riforma. Così che qui, come in nessun altro luogo del mondo. è possibile incontrarsi con la morte del cristianesimo, decaduto da dottrina della umiltà e solidarietà, a costume di sfarzo, a indifferenza grandissima per tutto ciò che già non rientri, e sia approvato, dalle leggi e dal costume - o malcostume - civile. Qui, Cristo è così morto, così distrutto, così introvabile, e nello stesso tempo l’imposizione del falso Dio è tale da far venire in mente quel mirabile racconto di Melville, il "Benito Cereno", dove sulla nave all'ancora nella rada tutto sembrava perfettamente in ordine, ma la nave non correva più: l’intero equipaggio giaceva assassinato nella stiva, o ornava, sotto un sudario. la polena.

La borghesia di Roma non è buona né cattiva, né intelligente né sciocca, né simpatica né antipatica: semplicemente, non è borghesia, ma un grumo di sangue benestante, nel quale si è inserita, allargandolo, mezza Italia, tutto il Sud depresso, incupito da secoli di solitudine fisica, mentale, da uno stato di nulla sociale, di selvaggia schiavitù economica: questo Sud, dopo la guerra, è salito qui, e ancora sale, impadronendosi di tutti i posti, le cariche e la potenza possibile. Ha portato intelligenza, ma questa intelligenza si è presto rivolta all'utile privato (né si poteva aspettare di più, mancando quasi totalmente, nel Sud, il concetto di pubblica utilità che fu sempre strozzato da questo o da quel diritto sacro di singolo), così che la città, in sintesi, è oggi una gigantesca cucina, dove si preparano menù privati, si distribuisce questo o quel pezzo di suolo patrio, si consumano cariche e carriere. Tutti possono salire, se hanno forza, su questa diligenza, e questa diligenza va e va, nelle tenebre del Mezzogiorno, come la diligenza di Collodi correva piena di canti verso il Paese dei Balocchi. Immagine, tuttavia, non adeguata, in quanto quei giovani viaggiatori erano realmente innocenti e spensierati, mentre nella diligenza della capitale, se qualcosa manca, è proprio l’innocenza e la spensieratezza.
Popolo tetro. in fondo, quello che cresce qui, di giorno in giorno, dove tutto esplode e decade rapidamente, per una specie di maledizione. dove re e regine da operetta passeggiano in un mondo affannoso di comparse; dove popolo in definitiva, non c'è: non ha cultura, quindi reale potere; è la plebe disperata delle borgate, o la folla impiegatizia dei ministeri e delle salumerie; non ha ideali se non mangiare, riprodursi, abbigliarsi, occupare case senza storia, e senza più storia dormire.

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