venerdì 18 luglio 2014

da: Romanzo siciliano

Beppe Costa, Romanzo siciliano è un libro del 1984.
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PARTE PRIMA

1


Lo sparo. Il giorno, come un altro. Marco ci rifletteva già da molti anni.
Si era documentato, informato, ne aveva parlato con qualcuno, altri ne avevano parlato con lui. Aveva cercato un metodo meno violento, forse, e per questo, forse, ne aveva ritardata l’esecuzione. Aveva infine deciso evidentemente per quello. Uno sparo. In bocca.
Sul momento, era sicuro, avrebbe dovuto sentire qualcosa, un dolore e che, forse, avrebbe dovuto rifarlo. Ci pensò più volte. Guardò l’orologio sul tavolo, pochi secondi e l’urto della pistola che cadeva.
Cominciò a ricordare.
Ci aveva pensato a lungo: sessantasette anni prima di decidersi a scrivere. Scrivere il suo romanzo con tutta tranquillità (e lucidità) tanto nessuno glielo avrebbe pubblicato. Non sarebbe mai stato un caso letterario. E poi, non ce n’erano più di casi. Mai? Almeno finché non lo avesse scritto a venti o trentanni. Poi la paura di dire, di inventare bene, dialogare lui, Marco, protagonista con il proprio autore, senza che scambiassero le sue ‘belle’ pagine con memorie personali: insomma questo non sarebbe stato il diario che si chiude con il suicidio del protagonista.
Tanti scrivono il diario. Quasi tutti poi mischiano film a fatti realmente accaduti loro. Questo no. Checché ne potesse pensare Sciascia della Sicilia, questo sarebbe stato un romanzo totalmente inventato. Senza mafia né potere occulto e senza le solite ‘cose’ nostre. Anche i luoghi, gli anni e le città sarebbero stati accuratamente occultati.
Quell'anno di ritorno da Roma aveva giurato che non ci avrebbe rimesso più piede. La sua città natale era adorata ed era quella la sua terra, il suo porto di mare e di montagna (Etna). Non si sarebbe più mosso. Quello che si poteva fare altrove si doveva poter realizzare anche lì. Anzi doveva proprio realizzarlo nella città che amava. Amava?
Era proprio quello il punto. In quella città si amava meglio. Cioè si era più sicuri. Cioè ancora, tu avevi una ragazza e quella era la ‘tua’ ragazza. A Roma, a Milano no, ancora no. La sua città era proprio provinciale e qui Marco poteva esser l’unico per lei. Gli avevano insegnato, si potrebbe dire meglio, inculcato, sin dall'età più tenera che doveva essere 'siciliano’.
A Roma, semmai, bisognava andarci per le avventure e così aveva detto a se stesso la prima volta che, diciottenne, ci andò.
Appena arrivato, notò subito sin dall'uscita della stazione Termini che tutte avevano un bel viso da passeggio (che da noi si usa solo la domenica ore 17/18, in estiva), una bella faccia e belle cosce comunque più visibili. Solo vent'anni dopo si rese conto che erano tutte, o quasi, siciliane. Le romane giovani invece erano magre, con facce d’ufficio e da supermercato e con grandi occhiali. Ma per l’età che aveva Marco andavano molto bene, anziché belle e buone, preferiva di già le donne ‘interessanti’. Poi, lui, brutto, corto e grasso, cominciò (bisogna dire subito) ad attrarre solo superati i quarant'anni. Ma questo era merito di Michel Piccoli, Noiret, Trintignant (solo per andare in Francia) che sapevano dare fascino ai quarantenni o, forse non è così, il merito va al tennis che in questi ultimi tempi si è sviluppato in modo impressionante, aumentando il numero degli infarti e diminuendone l'età.
A questo punto però bisogna ricordarsi la trama, non si scrive un romanzo senza trama, la gente lo butta via solo dopo qualche pagina, non si lascia negli scaffali e non rimane ai posteri. Con la trama, specie se si sviluppa in modo lineare, corrente (anche se complicata) sono disposti a leggere migliaia di pagine, a telesceneggiarlo. Così cosa ci sceneggiano? Bisogna prevedere ogni cosa, come è accaduto a un mio amico romano e scrittore: “alla RAI vogliono un progetto, cretino però, più cretino di quelli brasiliani per concorrenza alle tivvù private” e ci sta tentando, ma si sa, per scrivere progetti cretini occorrono persone intelligenti e viceversa.

Però questo romanzo resta romanzo e oltretutto comincia pure male, col protagonista che si spara in bocca e questo è poco accettabile, bisogna mi ricordi di cambiare l’inizio. Il fatto è che molti autori, forse come me, quando scrivono non riescono a ‘limare’, a rivedere cioè, o ad aggiungere. Scrivono così distratti che spesso dimenticano i personaggi lasciandoli in qualche capoverso e tu, o lettore, non sai che fine abbiano mai fatta. Ma io non sono di questi e conoscendo il mio carattere e i miei difetti dunque faccio meglio, prima di dimenticarlo, senza farlo notare, a piantare qui a pagina quattro il mio Marco. Pagina quattro per intenderci del dattiloscritto, chissà poi che pagina sarà a stampa, col frontespizio, la prefazione, le pagine bianche. O forse no, avrò piantato tanta gente che non posso piantare il mio personaggio principale proprio qui, all'inizio. Meglio riprendere la storia. Anzi prima bisogna dare un titolo: ‘Romanzo qualunquista per compagno e per fascista’. 
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