venerdì 25 luglio 2014

Fatto d'amore, fra politico e privato, con riflusso senza Stato

"Fatto d'amore"  è un romanzo del 1987, edito da Pellicanolibri, ancora disponibile
Per acquistarlo ordina sul sito dell'editore 

PROLOGO
ISBN 9788885881013
pag. 112, € 15.00
Marco ovulo.
Si sta bene qui, fu il primo pensiero.
Solo per una scopata, il secondo.
Aveva deciso lui, per trattenerla ancora. Ancora un altro figlio.
Un figlio? Che significa? Una vita? Ancora? Ancora!
Un’altra vita alle tante nell'orgoglio del fascismo. Due figli alla patria! Lui sapeva già che sarebbe durata poco.

Malgrado nove mesi di carburazione, anzi, forse, in quei mesi, gli unici che avrebbe vissuto al sicuro, maturò la decisione di non venirne fuori. L’utero, il grembo materno, dove poi per sessantasette anni si sarebbe tormentato per rientrare, fu il solo e vero riparo.
Marco ebbe la sicurezza che sarebbe presto finita alla vista di quel lampo violento. Si rintanò di più. Si sentì spinto alle spalle. Tradimento! Gli presero un piede, lo ritrasse con tutte le sue forze. Spinto ancora in avanti malgrado le proteste. Altro piede, altra scivolata. Uffa! Riaccesero la luce, gli occhi gli bruciarono in modo terribile. Che umanità tremenda! Sono torture da fare a un bambino? Un po’ di calma.
Stavolta la mano afferrò con decisione il suo piedino.
Si accorse delle voci concitate. Qualcuno urlava di più. Era un Mi maggiore, lo riconobbe subito. Orecchio per la musica!
Perché avrebbe dovuto accontentare chi ancora non lo conosceva? Fece forza con l’altro piede. Il Mi maggiore salì di una ottava. Silenzio. Panico. Momenti terribili di attesa snervante. Venne tutto scosso e non solo psicologicamente. Che stava accadendo? Non capì più nulla. Doveva essere svenuto.
Si ritrovò infagottato e umido fra le braccia ossute di qualcuno che si chiamava Pietra. Il volto incavato solo come le facce dei minatori sanno essere e, ai giorni nostri, è difficile trovarne esempi, almeno qui da noi, Sicilia orientale, Catania, una delle dieci città italiane più grandi, non capoluogo di Regione. Pietra, la nonna, passò Marco piangente fra le braccia prima della grassa levatrice, poi sul viso della madre che, senza aspettare presentazioni, disse subito:
«Quanto mi hai fatto penare!»
Lui non voleva venire fuori da quella situazione e, guardandosi attorno, in quella lercia e disadorna stanza capì quanto la sua volontà avesse seri motivi per manifestarsi. Se si aggiunge il rimprovero della madre come scritta di benvenuto a questo mondo, capì ancora meglio perché avrebbe lottato in futuro per il controllo delle nascite, per gli anticoncezionali e il diritto all'aborto per quei figli che non avrebbero voluto nascere.
E già da queste poche righe il lettore può capire di quanto impegno civile il piccolo Marco fosse già portatore, sano ancora, e quale la sua direzione politica maturata da scelte ben precise.
Qualche attimo ancora e Marco scoprì la sua rarità. Un figlio di genitori separati! Il suo impegno politico già qui vacillò non poco e diversi anni dopo ebbe serie perplessità per il referendum sul divorzio. Era nato, al rimprovero della madre non era seguita una coccola del padre: due disgrazie in un solo giorno, era troppo! Decise di dormire.
Il primo sonno fu tormentato. Si svegliò più volte, ma la faccia di Pietra lo scoraggiava a stare sveglio. Cercò di riaddormentarsi: incubi. La faccia di Pietra pure.
Lo dondolavano, lo prendevano in braccio, gli ficcavano il dito in bocca, la faccia di Pietra sorrideva e piagnucolava una nenia. Niente.
Anche qui, a questo modesto e piccolo squarcio di vita, Marco guardava con terrore: “ancora è niente, e già ho l’insonnia’. Non sapeva ancora leggere e non riusciva a capire come avrebbe passate tutte quelle ore, quei mesi, addirittura anni senza far niente.
“Cosa fanno i bambini?” si domandò. Gli comprarono un ‘tric-trac’ che ancora oggi non sa cos'è, tranne che faceva appunto ‘tric-trac’ Gli passarono milioni di ‘tric-trac’ sul volto malgrado lui spingesse con le mani facendo capire di non avere bisogno di quelle cretinate.
Passò i primi anni dell’infanzia tentando di dormire, senza riuscirvi, l’unica soddisfazione, forse, quella di non far dormire neppure la madre, che, forse, anzi sicuramente, per questo motivo, non appena ebbe compiuti i quattro anni, lo eliminò dalla propria vita, sbattendo/o dalle suore. Evito di raccontare al lettore quei particolari già ampiamente discussi nel volume precedente (Romanzo siciliano). Mi limiterò dunque a colmare i vuoti o, forse, è solo una giustificazione per far comprare l’altro volume (passato come tanti inosservato) o, ancora, un tentativo di ‘libreggiato’ che, in questo mondo di video e non di letteratura, è meglio precisare, altri non è che uno sceneggiato scritto.

1.

Sfinito uscì dal faticoso amplesso settimanale con l’amore, precipitando, quasi rantolando, al fianco di lei.
Sigaretta. Boccate nervose. Anche questa volta ce l’aveva fatta. A prezzo di un’enorme fatica corrispondente al lavoro di sottoperaio addetto alla pulizia macchine dell’ANIC. Ravenna. Quasi come in Sicilia, qui però senza nebbia e col caldo feroce di sempre.
Lei continuava a carezzarlo con dolcezza. Con troppa dolcezza, comunque sempre maggiore di quella usata nei primi rapporti iniziati da qualche anno.
Si rendeva conto della grande fatica sostenuta dal proprio partner, dal suo amore, dal ‘suo’ ragazzo. Già, questa era la formula che né lui, né lei sapevano esprimere senza qualche difficoltà, cresciuti in un’epoca in cui non si poteva più dire ‘mio, tuo’, tranne per la casa, la macchina, il lavoro. Anzi, si poteva usare per tutto tranne per i rapporti d’amore.
E loro non erano marito e moglie, né fidanzati, né (tanto meno) compagni già dai tempi di Marx e Mao. Non sapevano perciò come definirsi. Tristemente non avevano neppure affrontato il problema, poiché anche questa parola era stata accuratamente sotterrata nel più profondo dell’inconscio.
“Lei è Giovanna” diceva Marco. “Lui è Marco” diceva lei nelle presentazioni e persino i più intimi da tempo si trovavano in difficoltà quando, incontrando lui senza lei o lei senza lui, non sapevano come chiedere: come sta il ‘tuo’ Marco o Giovanna. Insomma termini come marito e moglie e tutti i dintorni per definire una coppia non erano mai stati usati da quando forse lei, o più probabile lui, avevano scherzato sul fatto che nessuno chiede: “Come sta il tuo amante?” oppure: “Come sta la tua convivente?”
Ecco, il semplice stare assieme, non essendo costi­tuzionalizzato, creava questi problemi di definizione, borghesi, se vogliamo, però tanto comodi troppo spesso.
Comunque Marco e Giovanna stavano insieme già da un paio d’anni senza coabitare, vivendo ogni situazione, affanno, lavoro, studio, pranzi, lutti, carestie, colera, terremoti, eruzioni, tutto ciò che può accadere a due persone che teneramente si amano e che vivono ai giorni d’oggi in uno stato come l’Italia, in una regione come la Sicilia e, per concludere, in una città come Catania, dove ogni cosa viene amplificata, se non altro per motivi folcloristici, o per abitudine, o perché, infine, i siciliani ‘devono’ necessariamente sentire di più, nel bene e nel male: la sicilsitudine!

Per continuare a leggere, ordina sul sito Pellicanolibri



Posta un commento