lunedì 11 agosto 2014

Arnoldo Foà La costituzione di Prinz, Pellicanolibri

1992
 La Costituzione di Prinz è ancora disponibile e si può acquistare sul sito della Pellicanolibri

Parte iniziale

Alba eroica 
Lo presero per le ascelle e per i piedi e, seguendo le istruzioni del portiere che lo conosceva, lo portarono al suo appartamento al primo piano. Ci volle un bel pezzo perché qualcuno rispondesse al campanello. Alla fine la voce di donna chiese:
«Chi è?»
«Suo marito», risposero quelli.
«Come mio marito?» Una voce di bambina in sottofondo chiedeva:
«Chi è, mamma?»
«Stanno portando suo marito, signora Valencia!» Interpose il portiere.
«Mamma mia!» la porta si aprì di colpo.
Roba da infarto il quadro che si presentava davanti agli occhi della povera donna: il marito con un sorriso ebete e la camicia inzuppata di sangue impugnato da quattro uomini robusti, col capo sostenuto da due mani pietose.
Valencia cacciò un urlo e guardò con terrore tutta quella gente. Il suo primo istinto fu di prendere in braccio la bambina, come se quelli fossero degli assassini.
«Dove lo mettiamo?» Come avessero parlato di un mobile.
«Che è successo? Mamma mia, che è successo?» diceva la bambina.
Parlarono tutti insieme dicendo della dimostrazione, di quei delinquenti, che nella confusione nessuno si era accorto, che se non c’era il portiere, ecc ecc.
Che forse sarebbe stato meglio portarlo in ospedale non era venuto in mente a nessuno, appunto per via del portiere e del fatto che tutto era avvenuto sotto casa.

Corto (è il nome del ferito) apre gli occhi e da lui non esce nemmeno il più piccolo mormorio; sembra un fantoccio che si agiti dietro una vetrina, muove solo la faccia e la bocca. Valencia è terrorizzata. Mette a terra la bambina e comincia a gesticolare per indicare una poltrona, il tavolo, il tappeto… non sa proprio dove sistemare il marito in quelle condizioni. Finisce che lo adagiano sulla poltrona, con le gambe su una sedia e stanno tutti lì a guardarlo, mentre lui continua a muovere la bocca e a sorridere, perché anche lui si sente come se fosse dentro una campana di cristallo dove non può capire né farsi capire.
La porta è rimasta aperta e comincia a entrare gente, prima quelli del casamento, quasi solo donne e bambini, dato che gli uomini sono a lavorare, poi la polizia che fa sgombrare e apre un varco a dei personaggi importanti: funzionari del Governo e rappresentanti del partito dell’Est, il partito in carica. Viene addirittura il Fidct del partito con un ministro che è dottore, il Direttore dell’Ospedale Centrale, poi fotografi, cronisti e infine, sudato grondante, il direttore del Corriere dell’Est, l’organo del partito. Il dottore fa sollevare il ferito, lo fa spogliare, aiutando egli stesso molto democraticamente, esamina la ferita e gira il povero Corto da tutte le parti per cercare il foro d’uscita della pallottola che lo ha colpito. Non c’è, non si trova, non è stata deviata, è stata proprio trattenuta, la pallottola, evidentemente nel polmone.
Dopo aver auscultato, battuto, rigirato da tutte le parti, il luminare raccomanda l’immobilità più assoluta, la registrazione della temperatura ogni ora, esclude il trasporto in ospedale, dato che il più piccolo movimento potrebbe determinare una emorragia inarrestabile. Esclude anche un’operazione, almeno per ora... ma dal suo viso per pietà si capisce che quell'“almeno per ora” l’ha aggiunto più per pietà che per convinzione. Valencia, la moglie, scoppia a piangere; scoppia a piangere la bambina che vede la mamma piangere e scoppiano a piangere tutte le donne presenti, perché hai voglia di dire ma le donne piangono sempre prima degli uomini, anche malgrado le femministe: gli uomini si commuovono nel profondo.
Intanto il Fidet del partito si consulta col Direttore del Corriere; sono gravi negli atteggiamenti ma sembrano mollo soddisfatti di quello che è successo e di come si mettono le cose. Aspettano il verdetto del medico prima di pronunciarsi. Il dottore si alza dal capezzale del ferito, si erge nella persona, si raccoglie prendendosi la radice del naso fra l’indice e il pollice e poi: (le parole cadono lente e gravi, raccolte dal cronista del Corriere e dagli altri presenti; anche qualche fotografo annota) “Foro d’entrata di pallottola di medio calibro sparata a distanza... parallelamente al suolo...” (occhiata al Fidet e al Direttore del Corriere per vedere se gradiscono. Gradiscono: la polizia non avrebbe sparato ad altezza d’uomo)... non si riscontra foro d’uscita, quindi ritenzione di proiettile all'altezza della quinta costo- la... emorragia interna di difficile valutazione allo stato attuale, ma certamente preoccupante... (sguardo al Fidet)... abbastanza... molto... gravemente preoccupante... (il Fidet sorride). Prognosi riservata”.
Adesso tocca al Fidet. Si concentra un istante, socchiude la bocca a “o” stretto e inizia un risucchio premonitore di gravi dichiarazioni. Molte matite sono pronte a entrare in  funzione.
È in questo istante che Valencia precipita svenuta, ed è in questo stesso istante che Corto Vlaiano, il ferito, riesce finalmente a stabilire un contatto diretto fra cervello, polmoni e i muscoli della bocca e emette una mezza bestemmia per esprimere la sua soddisfazione agli astanti.
Viene bruscamente zittito. Parla il Fidet.
Il momento è grave: è il momento delle dichiarazioni ufficiali.
Il Fidet dice, anzi dichiara, appunto, di essere fiero di consegnare, anche se per ora solo moralmente, la tessera honorum del Partito dell’Est a quell'eroe che sta per pagare forse con la vita la sua fedeltà all'idea. Idea che ha illuminato fino a quel momento tutti tutti i suoi atti di probo e onesto cittadino. (Questo è il succo: chiaro che la parola del Fidet è molto più alta e il discorso più lungo di quanto io non abbia riportato).
Assegna il Fidet, sempre moralmente, alla moglie dell’eroe la medaglia d’oro. Valencia, soccorsa dagli astanti viene abbracciata dai personaggi più importanti. Sembra un manichino, gli occhi sbarrati, le braccia penzoloni.
Profittando di un istante in cui Corto chiude gli occhi quasi con un sorriso, il Fidet chiede un minuto di raccoglimento di fronte alla futura salma e chiude la breve orazione con un “A maggior gloria dell’umanità” che cade come una pietra tombale sulla composta serenità del povero Corto.
Lo scenografo guarda l’orologio per fissare l’ora e il minuto dello storico avvenimento e aggiunge “Fidet” fra parentesi per ricordarsi a chi deve attribuire quelle alte parole. A togliere la piccola folla dall'imbarazzo che invariabilmente segue i minuti di raccoglimento, entrano in casa Vlaiano il “Kàcik” del partito dell’Ovest (il “Kàcik”, come avete capito è il segretario del partito dell’Ovest, così come il Fidet è quello dell’Est) seguito dal Direttore dell’Ovest, da due segretari, dal Dottore e da altri fedelissimi. Il Kàcik e il Fidet si guardano fieramente: cercano una frase, un motto da enunciare in quello storico momento in presenza della stampa; ma a nessuno dei due viene in mente nulla.
Il Fidet fa un passo verso la porta per lasciare libero il campo ai sopravvenuti, seguito dai suoi: ecco, adesso sono vicinissimi... si guardano con occhi fiammeggianti, e poi, dato che sono stati compagni di scuola si dicono “ciao” più o meno sullo stesso tono. I due Direttori dei giornali sono stati compagni di Corso al servizio militare e si dicono “ciao” e “ciao” si dicono i due dottori che hanno studiato assieme all'Università. Gli altri sono più sostenuti, come si conviene a dei gregari più fanatici e meno consumati ai modi civili dell’alta società e della politica. Si sentono mormorare parolette come “assassini”, “bella roba”, ecc.
Poi il campo resta libero per quelli dell’Ovest.
Il nuovo dottore si precipita sul povero Corto e ricominciano tutte le manovre che abbiamo visto fare al suo collega, seguite dagli sguardi preoccupati del Kàcik e del Direttore del Giornale.
Il dottore solleva le palpebre di Corto, gli tasta gli arti, rivolta per cercare anche lui il foro d’uscita del proiettile, dopo averlo sfasciato, lo rifascia con tamponi nuovi per la ferita e, alla fine si mette a schiaffeggiarlo per fargli riprendere conoscenza.
Corto, a tutte quelle pratiche, viene via via via svegliandosi controvoglia dal suo beato torpore mugolando come un bambino imbronciato. Ma il dottore sembra allegro, fino a che non sorride addirittura quando il poveretto si sveglia del tutto. Vedendo una faccia sorridente curva su di lui, Corto non sa trattenersi dall'increspare le labbra in una smorfietta che sembra più di nausea che di buonumore, ma che gli astanti interpretano per quello che avrebbe dovuto essere, perché così gli conviene che sia.
Il dottore si volta e dice: «Sta benone!»
(Alla sede del partito dell’Ovest era arrivata la voce che uno dei loro giovani manifestanti era stato preso dalla polizia non lontano dal luogo dell'incidente con una rivoltella dalla  canna ancora calda fra le mani).
Valencia, a tanti sorrisi sbocciati nella stanza, non riesce a trattenere delle frequenti tirate di naso emozionali; se poi vogliamo parlare anche della bambina, quella se ne sta tranquilla dietro il lettino a giocare con la sua bambolina di plastica che anche a Prinz serve a divertire i figli della gente modesta. Di lei si era accorto soltanto il Kàcik che in un primo momento l'aveva scambiata per un gatto. Fatto un cenno al fotografo prende in braccio la bambina (scatti del fotografo) e trionfante dice: «Non prevalebùnt» nella pronuncia latina di Prinz, e il Direttore del Corriere dell’Ovest si avvicina a Corto Vlaiano per fargli l'onore di intervistarlo personalmente, viste le sue buone condizioni di salute.
Si qualifica, pauseggiando per raccogliere il saluto ossequioso del poveretto, e gli suggerisce alcune dichiarazioni la stampa, che Corto approva con entusiasmo: «Non penso neanche lontanamente a costituirmi parte civile; chi ha sparato ha obbedito all'impulso liberatorio di cui, oggi, si sente l’istanza maggiore, disapprovo la violenza, ma ci vorrebbe il cannone caricato a mitraglia, per abbattere le centrali di potere create dal partito al governo, ecc. ecc.», fino a «è il popolo vero che soffre di questo stato di cose e il popolo vero si difende come può e come sa, quando gli viene tolta la libertà, che in questo caso è LIBERTÀ alla vita».
«Queste parole voi le scriverete come fossi stato io a dirle?» chiede Corto, ammirato.
«Certamente. Le avete dette voi: nostro compito è solo registrarle».
Corto chiude gli occhi beato. Ma forse è svenuto. Valencia intanto domanda al dottore: «ma... (tirata di naso) sta... (altra tirata di naso) proprio... (id) «bene, dottore?» E si asciuga la guancia col dorso della mano.
«Ma certo! si può alzare», dice il dottore, «anzi gli consiglierei un po’ di moto». Lo prendono per le ascelle e lo tirano su come un sacco di patate, e, come un sacco delle medesime il poveretto non riesce in un primo momento a trovare una solida base per star ritto. Ondeggia per qualche secondo, poi, allargando le braccia come un equilibrista arriva a dimostrare la propria abilità svincolandosi garbatamente dalle braccia che lo sostengono.
Intanto qualcuno prende nota del nome, del cognome e dell’età di Corto, mentre il Kàcik, pomposamente dichiara di potergli essere mollo utile in avvenire: «Prendere nota di dove e per chi lavora». Dice. E la comitiva si congeda allegramente mentre Corto resta in piedi in mezzo alla stanza, sorridente nel suo equilibrio instabile. Per sua fortuna Valencia gli si avvicina appena in tempo per sorreggerlo per le braccia e aiutarlo a scivolare dolcemente per terra.
Mentre decide di chiamare la portiera perché vada a chiedere soccorso, il medico di famiglia varca la soglia di casa.

Corto è sdraiato per terra con un cuscino sotto il capo: Valencia non ha avuto la forza di trascinarlo fino alla poltrona. Il dottore non ausculta nemmeno il ferito: dal suo aspetto si rende conto del suo stato, e, dalle informazioni che gli dà Valencia, della sua gravità. Il lettino della bambina, provvisto di rotelle, viene portato vicino al ferito e, con molte precauzioni il povero Corto vi viene adagiato lato finalmente in pace.]...
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