giovedì 14 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974

Piazza Stesicorea prima degli scavi, inizi del '900
Quando agli inizi degli anni '70 (non avevo ancora iniziato la mia attività di editore) decisi di scrivere una guida della mia città, chiesi aiuto al mio amico pittore Luccjo Cammarata, (scomparso, purtroppo qualche anno dopo) perché di Catania non esisteva alcuna guida, né tantomeno una guida ai monumenti. 
C'erano alcuni libri di Stefano Bottari che mio nonno aveva stampato e che io ristamperò più tardi, appunto, quando inizierò a fare l'editore.
L'amore è certo per la mia città, da dove non me ne sarei voluto proprio andare. Ma tutto mi cacciava via: non era possibile ch'io mi tesserassi ad alcun partito e, fatta salva la vita lavorativa nella libreria di famiglia, nessun altro lavoro possibile mi sarebbe stato semplice.
A Catania? no! dovunque! e così è stato.
Inizio quindi a mettere qui questo volume, esaurito da tempo, nella speranza che ancora oggi possa essere utile a qualcuno.

Prima parte
Catania Gennaio 1974
Introduzione di Vincenzo di Maria

Offrire al lettore una guida di qualsivoglia itinerario, turistico toponomastico artistico, non è fatto che rivesta importanza culturale, se non si evidenziano dei motivi certamente più validi della consulta di facile consumazione.
Ogni città è tempestata di guide e straripa di notizie attinenti alla sua fondazione, al suo sviluppo urbano, alle sue caratteristiche architettoniche e di rilievo per la attenzione di chi voglia frugare nelle pieghe del tempo la sua anagrafe edilizia. Quel che manca è una visione organica delle città attraverso il muto parlare dei suoi monumenti che riferiscono etica ed estetica della sua vita segreta memorializzata appunto con il linguaggio dell’arte. Ricomporre i frammenti della coscienza civica che ha costituito, richiedendo le immagini più verosimili, l'edificio delle sue vicissitudini storiche e restituirne l'assunto attraverso i collegamenti delle vicende determinative dell’atto artistico, è un compito perlomeno arduo.
Una volta entrati nel labirinto dell’indagine storica per penetrazione dell’indagine artistica, non è più possibile svicolare nel nozionismo a buon mercato, in quanto ; richieste delle successioni storiche non permettono di rientrare in un alveo di approssimazione deterministica del tutto inutile ed incoerente. In sostanza, quello che noi chiamiamo storia non è che la sintesi verificabile di un complesso di accadimenti non documentabili dalle carte ma documentati dalle opere che alle carte si sostituiscono nella «restanza» materica che il tempo erode ma non riesce a divorare completamente; quando basta una traccia, un dettaglio per consentire una correlazione costruttivistica idonea a completare la struttura di quel segno, di quel gesto, di quel comportamento che compendiano in forma definitiva tutte le componenti vitali di una gente complicata nell'economia del vivere civile.
Nel caso specifico di una città come Catania, più volte risorta dalle macerie laviche, tale da essere definita l’Araba Fenice del Mediterraneo insulare, si richiede una indagine più complessa che riesca a serrare, non soltanto cronologicamente, i diversi momenti e i diversi innesti delle civiltà acquisite con la naturale mutevole matrice degli intendimenti perseguiti nel memorizzare la storia. Rilevando che dalla Sicilia sono passati Greci, Fenici, Arabi, Bizantini, Svevi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Borboni, Savoiardi, con l'intreccio di influenze sassoni e provenzali, una possibile suturazione di linguaggi e di epoche, in uno studio che vuole essere soprattutto itinerario culturale, si rende quanto mai difficoltosa se pur ricca di derivazioni poetiche ed inventive. Il positivo merito di questa guida risiede appunto nel sottile ricamo di stesura che gli autori hanno condotto non tralasciando di esaltare il gusto dell'arte attraverso la sua realizzazione in aderenza alle suscitate e resuscitate memorie espressive, che ciascuna nuova componente è venuta ad innestare sul ceppo d'origine profondamente classica della Katàne sorta come fortilizio di un agglomerato etnico, che doveva riassumere le più fini ragioni speculative dell'isola. Non a caso uno dei due autori della presente guida è un artista del pennello. Soltanto con l'occhio del restauratore si sarebbe potuto attraversare tutto il territorio artistico catanese ripercorrendo un ideale viaggio interamente disteso da un capo all’altro delle testimonianze monumentali senza perdere di vista l’intimo senso dei contenuti sociali e demo-psicologici che traspaiono da ogni pietra e da ogni tela sistemate nel cerchio della città.
Questo vale come misura di progettazione e dì intendimento nel contesto delle migliori tradizioni della critica d’arte storicamente esposta al pubblico.
  
Frammenti di colonne in marmo pario che si trovano
sparsi all'interno del teatro. Molti di questi
materiali vennero usati, in passato, soprattutto
nel settecento, per arricchire gli edifici della città.
L’immortale volto di Catania sepolta

Le falde meridionali dell’Etna bagnate dal mar Jonio tinto d’un turchese intenso (rarissimo accostamento mare-neve), il clima mite e la vegetazione mediterranea profumata di zagara dovettero stimolare non poco i sensi di quei coloni calcidesi che, irresistibilmente incantati da questa scenografia naturale, decisero di stabilirvisi nel 729 a. C..
Protetta di fronte dal mare e alle spalle dal vulcano, e idealmente sulla rotta fra la Grecia e il resto del mondo antico (fatto, questo, che favorì enormemente il commercio), Catania venne contesa durante il corso della storia da Siracusani, Greci, Cartaginesi, Musulmani, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e da ogni altro popolo mediterraneo assetato di conquista e di potere.
Oltre che essere travagliata dalle vicende storiche umane, la città ha dovuto sempre tener testa al suo amato vulcano: esso ha infatti fatto pagare il prezzo della sua bellezza alle genti del luogo con sacrifici immensi e, spesso, con contributi di vite umane. Distrutta più volte da eruzioni vulcaniche e da tremendi terremoti, Catania è sempre risorta più bella dì prima, e più di prima dotata di una volontà di vita e di uno spirito organizzativo non comune.
Parlando della fondazione della città, lo storico Tucidide afferma che «quattro anni dopo la fondazione di Siracusa, i Calcidesi di Naxos, guidati da Tucle, fondarono Leontini, cacciando con le armi i Siculi, e dopo Katàne. I catanesi nominarono ecista uno di loro, Evarco... (VI-3) e probabilmente si stabilirono sull'altura su cui oggi sorge il Convento dei Benedettini, che fu sede dell'Acropoli.
Il testo di Tucidide e lo stesso nome di Katàne (che non è greco, infatti) fanno supporre la presenza d’un abitato anteriore alla colonizzazione calcidese, anche se ciò non è del tutto dimostrato, data la scarsità di documenti archeologici dell’epoca, scarsità dovuta al fatto che l'area urbana è coperta in superficie da edifici romani e bizantini. Qualche risultato si è in questo senso ottenuto in periferia, dove sono state rinvenute (in località Barriera del Bosco e Novalucello) delle grotte di scorrimento lavico utilizzate come abitazione circa nella prima metà del secondo secolo a. C.. Frammenti di ceramiche preistoriche e materiali risalenti alla prima e media età del bronzo sono pure venuti alla luce qualche anno fa in via Ingegnere, durante lavori occasionali.
Del periodo arcaico catanese quasi nulla si conosceva sino ad un decennio fa, quando a piazza Dante, cioè nell'area dell’antica acropoli, vennero rinvenute ceramiche protocorinzie risalenti ad epoche poco posteriori alla fondazione della città. La scoperta più importante avvenne nel 1959, come sempre in maniera fortuita, nella parte meridionale dell’acropoli, nell’area dell’attuale piazza S. Francesco con l’attiguo tratto di Via Vittorio Emanuele. Venne rinvenuta una stipe votiva ricca di materiale rilevante per la documentazione dei rapporti intercorsi fra Katàne calcidese e gli altri centri del mondo greco arcaico: Vennero alla luce ceramiche attiche e corinzie, prodotti delle fabbriche di Rodi e di Chio, nonché centinaia di kore che testimoniano l’esistenza di officine di koroplasti catanesi. Questo materiale, oggi custodito nel museo civico del Castello Ursino, è senza dubbio di enorme importanza in quanto documenta come l’ambiente artistico catanese del VI secolo a. C. fosse aperto alle influenze del mondo greco arcaico, definendo meglio la sua fisionomia politica e intellettuale. Trovano così più chiare valutazioni i contatti della città con artisti come Stesicoro e Ibico, filosofi come Senofonte e legislatori come Caronda.
Katàne conosce il suo massimo splendore fra il VII e il VI secolo a;C., quando, in seguito sua entrata nell'area politica dell’imperialismo siracusano, si ingrandisce ed i suoi scambi commerciali divengono febbrili; basterebbe poter dare uno sguardo alla topografia della città in quel tempo per avere un quadro sorprendente dei suoi edifici, un’idea della sua estensione urbanistica e della bellezza delle sue architetture, per avere, n sintesi, la rivelazione d’un mondo affascinante, sconosciuto ma pur sempre vivo: una continuità dì stirpe e dì ambiente dove è possibile rintracciare il costume dei nostri antenati.
Sarebbe lavoro inutile e fuor di luogo, almeno |per il nostro scopo, tracciare un arido elenco di tutte le scoperte archeologiche effettuate, ma ricordarne qualcuna senza un preciso piano di studio può essere senz'altro interessante ai fini di una più chiara valutazione di quella che fu Catania, più volte distrutta e più volte ricostruita.

Un angolo del Teatro Antico che sorge sul lato sud della collina
dell’acropoli. Misurava 86 metri di diametro
ed aveva una capacità ricettiva di 7.000 spettatori.

Nel 1927, durante lavori di scavo che il Genio Civile eseguiva per l'imbasamento del muro di sponda dell’antico porto, i palombari portarono alla luce, da metri 9,50 al di sotto del livello dei mare, una scultura che, attraverso i secoli si era mantenuta in perfetto stato di conservazione, essendo rimasta coperta dalla sabbia proveniente dal fiume Simeto.
Il gruppo in marmo diomeo (la grossezza del materiale suggerì ai competenti la provenienza greca), è sicuramente classico, e lo stato grezzo, che esso presenta, lascia pensare che l’opera sia rimasta incompiuta. Quando fu portato alla luce, il pezzo era mutilato e misurava l’altezza cm. 70, lasciando però ritenere che originariamente superasse il metro. Rappresenta la lotta fra Ercole e Anteo: l’eroe è colto nell'atto di sollevare da terra l’avversario.
Questa maniera di impostare la composizione fa ritenere il gruppo appartenente al periodo classico in quanto quelli conosciuti di periodo arcaico sono caratterizzati dalla raffigurazione della lotta in piedi cosiddetta «volutatoria», che troviamo infatti nella pittura vascolare di Eufraso. La durezza delle linee nonché la mancanza di scioltezza nella rappresentazione del movimento fanno ritenere il gruppo una delle più antiche opere plastiche del genere e lo fanno supporre appartenente al V secolo a. C.
Non si è in grado di stabilire l’originaria collocazione del gruppo marmoreo. Si è formulata l'ipotesi che fosse un pezzo adoperato come zavorra da qualche trireme greca affondata in quel punto; ma molto più probabilmente esso faceva parte di un edificio o di un frontone, essendo la parte inferiore semplicemente sbozzata, e forse apparteneva ai ruderi dell’antico Gymnasium che secondo le carte cinquecentesche si trovava nei pressi del porto.
Ecco un altro punto della vasta zona archeologica su cui si estendeva Catania al tempo greco: essa abbracciava la zona compresa fra l’acropoli e piazza S. Maria del Gesù da un lato, mentre dall’altro copriva la superficie compresa tra l’acropoli e il mare, allargandosi fino a piazza Stesicoro. Cronisti dei secoli passati ci parlano di vestigia e ruderi oggi totalmente scomparsi. Dell'esistenza di un tempio dedicato al dio Vulcano ci parlano Eliano, Grazio, Cicerone, Fazello, Cluverio e Amico: questi ci dicono che esso sorgeva sul colle detto «di Cerere» alle falde della collina di S. Sofia. Gli autori attestano che questo tempio era attiguo a un bosco sacro al dio, riconfermando così la tradizione, comune a molti santuari greci e romani, del «dio del bosco» (un esempio famoso è quello del bosco sacro di Ariccia dedicato a Diana cacciatrice). Nel tempio si conservava il fuoco sacro perpetuo custodito da cani mastini che, opportunamente istruiti dai sacerdoti, attaccavano chi si avvicinava al santuario senza essere nello stato di grazia o con le mani lorde di sangue o più semplicemente senza recare doni. Claudiano favoleggia che nei pressi del monte S. Sofia Plutone aprì la strada per l’Ade rapendo Proserpina.
Di un tempio dedicato al dio Fido, nume del culto sabino che presiedeva ai giuramenti, pare certa l'esistenza. Il Bondice sostiene che esso si trovava nei pressi del Porto Saraceno; l'Amico lo chiama «Arcora» a causa dei vicini acquedotti arcuati. La costruzione era di forma triangolare e venne rasa al suolo dal viceré Giovanni Vega in occasione della costruzione delle mura attorno alla città. Il Fazello ci narra che nel 1554 fu rinvenuta, in occasione degli scavi per il lido del porto Saraceno, una lapide scolpita con l’immagine del dio e una iscrizione a lui dedicata; la lapide andò in seguito a finire a Palermo nelle mani di Alfonso Royis, grande estimatore di archeologia.
È cosa certa che la Katàne del 450 a. C. ebbe un ruolo politico rilevante in quanto alleata di Atene contro Siracusa. I catanesi ospitarono e afiancarono l’esercito ateniese comandato da Alcibiade, sicuramente per vendetta contro la vicina potenza che nel 475 a.C. aveva occupato, con una spedizione militare condotta da Gerone, la città cacciandone i calcidesi, ripopolandola con diecimila dori e ribattezzandola Etna. [segue...]


Posta un commento