mercoledì 20 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974, quarta parte

Luccjo Cammarata e Beppe Costa: Catania,
Guida ai monumenti, Muglia, 1974


Settecento anni di storia sotto la lava

Il Castello Ursino fatto costruire da Federico II intorno al 1240
sotto la sovrintendenza di Riccardo da Lentini.


   Lungo il litorale che da piazza Europa porta ad Ognina sono visibili i resti di due fortilizi lavici costruiti dagli Spagnoli a protezione delle coste così come avevano fatto i Saraceni nel IX secolo.
I Saraceni, sbarcati in Sicilia, debellarono l’egemonia bizantina: nell’832 occuparono Palermo, nell’842 Messina, nell’875 Catania e nell’878 Siracusa, tenendo l’isola sotto il proprio dominio per più di duecento anni, finché Ruggero il Normanno, nel 1060, sfruttando le discordie tra popolazioni musulmane, non li cacciò via.
Con la caduta di Palermo nel 1072 e di Catania nel 1074, inizia il periodo della dominazione normanna in Sicilia. Successivamente il grande Ruggero II, figlio del conquistatore della Sicilia, riuscirà (approfittando della morte del cugino Guglielmo, figlio di Roberto il Guiscardo, nel 1127) a riunire sotto il proprio dominio tutti i territori dell’Italia meridionale, facendosi riconoscere dopo aspre lotte Duca di Puglia da papa Onorio II e Re del regno di Sicilia, Calabria e Puglia e principe di Capua dall'antipapa Anacleto II (qualifiche che verranno riconosciute anche da papa Innocenzo II nel luglio del 1139). Nel 1166 sale al trono Guglielmo II il Buono, nipote del fondatore del regno di Sicilia, il quale si allea con l’imperatore Federico Barbarossa, concedendo al figlio di questi (Arrigo di Hohenstaufen) la mano della zia Costanza, figlia di Ruggero II e la successione al trono in mancanza di eredi diretti.
Il regno normanno di Sicilia passò così in mano tedesca.
    Sono di questo periodo il terremoto che, il 4 febbraio 1169, distrusse parte della città causando 16.000 vittime, e la distruzione compiuta nel 1194 da Arrigo VI; i catanesi riuscirono come sempre a dar prova della loro tenacia rimettendo in piedi la città distrutta, tanto che poterono ospitare la corte imperiale fuggita da Palermo per la pestilenza scoppiata al tempo delle nozze dell’imperatore.
Fortunatamente il regno di Arrigo VI di Hohenstaufen durò pochi anni. Il monarca svevo morì nel 1197, seguito dalla moglie Costanza nel novembre del 1198, e gli successe il figlio Federico Ruggero, affidato alla tutela del papa Innocenzo III.
Non appena il giovane prese possesso del regno fu costretto ad accorrere in Germania per difendere l’impero dal suo concorrente Ottone IV di Brunswick, e dopo averlo battuto e aver riorganizzato l’impero tornò in Sicilia, che per otto anni era stata governata dalla moglie dell’imperatore, Costanza d’Aragona.
    Federico II di Svevia è stato per l’isola molto più di un grande imperatore. Sotto il suo regno la Sicilia conobbe il suo massimo splendore e un altissimo grado di civiltà. È cosa risaputa che l’imperatore può definirsi senz'altro il primo ad aver creato un apparato giuridico-legislativo di tipo moderno. Alla sua corte di Palermo fiorirono le arti e le lettere; fondò a Napoli la prima Università statale dell’Italia meridionale (1224). Poeta egli stesso, stimolò e rese possibile col suo mecenatismo quella «scuola siciliana» di poeti che gettò praticamente le basi della lingua italiana e di cui fecero parte ingegni quali il Notaro Jacopo da Lentini, Ciullo d’Alcamo e Pier delle Vigne.
Il Duomo della città con il magnifico prospetto
dell'architetto G. B. Vaccarini
    Sotto il regno di questo sovrano Catania ebbe, come del resto gran parte delle città isolane, un grande sviluppo urbanistico, commerciale e culturale; e la devozione che i suoi cittadini ebbero per il nipote del Barbarossa può essere rilevata dalle sculture dei capitelli che in quel tempo ornavano la Cattedrale, e di cui le cronache del tempo ci tramandano il simbolismo: Catania è raffigurata come un’avvenente fanciulla in umile posa accanto all’effige del grande svevo (attualmente i resti di questo portale ornano la facciata della chiesa del S. Ca cere). A parte il portale pocanzi citato, rimane un solo monumento svevo degno di nota, oltre a un frammento d’altro portale facente parte della ex chiesa di S. Giovannuzzo e attualmente visibile in via Cestai incorporato nella facciata della moderna casa Leotta. Il frammento faceva parte della distrutta chiesa di S. Giovanni di Gerusalemme o de! Freri ed è stato datato da parecchi studiosi come appartenente al XV secolo.      Lo stile: gotico catalano. Ma è interessante osservare come il motivo delle foglie uncinate può ritenersi tipico dell’architettura sveva dell’Italia meridionale e basti citare come esempio le similari composizioni che ornano il castello di Maniace a Siracusa, il Duomo di Cosenza, di S. Maria di Siponto, di monte Sant’Angelo, di Bitonto...
    Dicevamo che Catania possiede un solo monumento svevo degno di rilievo storico e architettonico, e questo è il «castrum» o, più comunemente, Castello Ursino, che Federico II fece costruire intorno al 1240, affidando la direzione dei lavori al sovrintendente militare Riccardo da Lentini.
    La costruzione consiste in un grande parallelepipedo su impianto quadrato di m. 50x50, avente per contrafforti quattro grandi torri (cilindriche all’esterno e ottagonali all’interno) poste agli angoli; al centro di ogni lato s’innalzano quattro grandi torri, anch’esse cilindriche ma di minori proporzioni, a protezione dello sviluppo elicoidale delle scale tramite le quali si accedeva al piano superiore; solo una di queste scale è stato possibile recuperare nei restauri effettuati fra il 1932 e il 1934 (restauri che hanno liberato il monumento dalle incrostazioni e dagli adattamenti dei secoli passati). Le volte degli ambienti ottagonali delle torri d'angolo si aprono ad ombrello irradiandosi dalla chiave centrale e assestandosi su mensole .
    Non si conosce la ragione che ne ha determinato la denominazione. Si sa, comunque, che «ab antiquo» si chiamava Ursino. Costruito posteriormente a quelli di Siracusa e di Augusta, per il suo sviluppo architettonico può considerarsi l’esempio più antico di monumento svevo in Sicilia; ciò anche perché lo si può ammirare pressoché nel suo aspetto primitivo, grazie al sapiente lavoro di restauro che ne ha rispettato gli aspetti architettonici pur lasciando ciò che poteva avere interesse a documentarne le vicende storiche, come ad esempio l’arcata che immetteva nella cappella di S. Giorgio (consacrata nel 1391) in stile gotico-catalano, e il superbo portale del '500 che si ammira nella corte; adattamenti, questi, che mostrano le trasformazioni avvenute dal '300 al '500, allorché il lato meridionale del «castrum» fu trasformato in una dimora per i re aragonesi e spagnoli.
    All’interno dell’edificio, attorno all'ampia e luminosa corte quadrata, sono disposte quattro grandi corsie, fiancheggiate da sale minori, dalle quali si accede alle torri d’angolo. Le corsie, ognuna divisa da tre campate a pianta quadrata di m. 8,30 per m. 10 di altezza con copertura, sono tre a volte a crociera costolonate che si dipartono da capitelli, ornati da foglie «a uncino», impostati su semicolonne addossate ai muri, e una a volta ogivale apparecchiata con giustapposizione di anfore capovolte e sorretta da archi impostati sui pilastri. Le sale minori hanno volte a crociera costolonate. Mediante scale elicoidali ricavate nelle torri poste al centro delle varie facce (come abbiamo già osservato, solo una s’è conservata in buono stato) si accedeva al piano superiore, mentre lo scalone visibile nella corte è di periodo quattrocentesco ostruito su esempi siracusani.
    Il piano superiore (se mai venne portato a compimento) doveva certo ripetere quello inferiore. Rimangono i tre ambienti del lato settentrionale con i vani delle torri angolari coperti da volte eguali a quelle sottostanti. Come tutti edifici svevi - ne è classico esempio Castel del Monte - gli impianti igienici e idrici sono curati e ne rimangono tracce in piccoli ambienti nello spessore del muro delle torri angolari.
Sulla fondazione del Castello Ursino esiste una vasta documentazione che ci permette di seguire le vicende e anche i disagi finanziari seguiti alla costruzione. La più antica testimonianza è una lettera di Federico II sottoscritta a Lodi e recante la data del novembre 1239, con la quale l'imperatore si congratula col proprio intendente Riccardo da Lentini per essersi recato con sollecitudine a Catania per scegliere il luogo ove innalzare la costruzione. Il terremoto del 1669 cambiò l’aspetto della città, colmando il dislivello dalla parte di terra e allontanando la costruzione dal mare, nei pressi del quale sorgeva il castello, per cui oggi è impossibile rendersi conto dell’opportunità di quella scelta. Il castello era posto sul promontorio che proteggeva la parte avanzata della città e il porto dal lato Sud-Ovest. Una lettera del 1239 indirizzata dall’imperatore a Guglielmo de Anglonne, Giustiziere della Sicilia, sollecita i cittadini catanesi a versare a Riccardo da Lentini le 200 once d’oro promesse allo stesso imperatore per la costruzione del «castrum» e a tangibile dimostrazione della loro devozione.
    Oggi il Castello Ursino è adibito a museo civico e, oltre a conservare i reperti venuti alla luce durante i lavori di scavo, possiede una magnifica raccolta di vasellame e ceramiche greche, terrecotte, monete, mosaici, nonché un collezione di dipinti di buon interesse; vi si trovano inoltre riunite le collezioni del mecenate principe di Biscari, del barone Zappalà Asmundo e quella proveniente dal monastero dei Benedettini di S. Nicolò. 
    Accenniamo brevemente a qualcuna di queste opere. Un «Cristo alla colonna» attribuito al Caravaggio: opera veramente degna di nota, sulla quale varie sono state le dispute; identica a un’altra conservata nella Pinacoteca di Macerata (anche nelle dimensioni) ricorda nel ritmo «L’incoronazione di spine» conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, tanto da lasciar supporre che si tratti della mano del medesimo artista. Il Longhi, che ebbe modo di osservarla nel 1915, la definì una derivazione di Battistello Caracciolo dalla «Flagellazione di S. Domenico» a Napoli. Comunque sia l’attribuzione al Caravaggio non va totalmente esclusa e storicamente «farebbe comodo» in quanto le opere dell’artista a Messina e a Siracusa ci dimostrano l’itinerario da lui seguito per Malta e non è da escludere che si sia fermato anche a Catania.
    Citiamo inoltre, sempre conservate al museo civico, tele di gran pregio e di nomi autorevoli quali Luca Giordano, Gherardo delle Notti, Simone di Wobracht, Pietro Novelli, il Michetti, il Palizzi, Morelli, Fontanesi, Salines, un trittico di scuola siciliana del '400; ma a noi fa soprattutto piacere citare le opere dei catanesi meno noti quali Antonio e Giuseppe Gandolfo, Calcedonio Rejna (con una tela dal titolo «Amore e Morte»), Giuseppe Sciuti, Giuseppe e Michele Rapisarda e una tela che ci è molto cara di Natale Attanasio: raffigura tre ragazze psicopatiche sedute su una panca e che sprigionano una tale carica emotiva, sì da riflettere realisticamente il loro male.
D’altra parte non vanno dimenticate una serie stampe datate nel periodo che va dal ‘500 all’800: fra di esse spiccano quelle del secentista Stefano della Bella. Sono inoltre interessanti una serie di incisioni raffiguranti vedute di Catania, a documento della storia dell’arte grafica della città; fra le più significative citiamo quelle di Antonio Zacco eseguite per conto di Ignazio Paternò Castello principe di Biscari e che dovevano illustrare il già citato «Viaggio intorno a tutte le antichità della Sicilia». Quasi tutte le incisioni dello Zacco ricalcano i disegni eseguiti dal suocero di questi, il disegnatore Luigi Mayer, che lavorò anch’egli per il principe di Biscari, apprestando fra l’altro numerose tempere e acquerelli, alcuni conservati nello stesso museo. Oltre le già citate stampe, la collezione vanta incisioni di artisti quali Sebastiano Ittar, Di Bartolo, Antonio e Giuseppe Gramignani.
    Morto Federico II il 13 dicembre 1250, inizia in Sicilia un periodo di catastrofiche lotte, dapprima per la successione al trono e in seguito a causa della discesa di Carlo I d’Angiò (che era stato chiamato dal papa Clemente VI). La Chiesa stata sempre ostile agli svevi e, alla morte di Federico II, il papa chiamò l’Angioino in soccorso dell’Italia meridionale stipulando con lui un contratto nella primavera del 1265 e facendolo poi incoronare a Roma dai suoi vescovi imperatore del Regno di Sicilia, col vincolo dell’omaggio feudale alla Santa Sede.
Una delle  «pietre del malconsiglio»,
all'interno del cortile di palazzo Carcaci

   Comincia così l'insediamento angioino in Sicilia e non basta la morte di Manfredi e la sconfitta del giovane Corradino di Svevia a Tagliacozzo per ristabilire la pace nell’isola: al contrario essa sarà ancora per molto tempo agitata da lotte sanguinose e cruente rivolte. 
I siciliani, mal sopportando i soprusi e i forti gravami fiscali imposti dai transalpini, istigati dai fuorusciti e con l’appoggio di Federico III (che apparentemente sostiene i diritti della casa d’Aragona sul Regno di Sicilia, diritti derivanti dalle origini della regina Costanza, mentre invece mira ad allargare l’espansione dei commerci spagnoli nel Mediterraneo), si rivoltano contro gli Angiò. L’insurrezione prende lo spunto da una lite tra civili e militari a causa di una ragazza davanti la cattedrale di Monreale il lunedì del 30 marzo 1282 e, al grido di «morte ai francesi», si dà il via allo sterminio dei soldati angioini di stanza nell’isola. Catania prenderà parte ai «Vespri» nei primi del successivo aprile.
   La guerra fra Angioini e Aragonesi, subito accorsi ad approfittare della rivolta, si prolungherà per vent'anni e, quando l’accordo stipulato nel 1302 a Caltabelotta sembra porre fine alla questione, la pace è solo apparente. Infatti i trattati prevedevano che Federico III regnasse sulla Sicilia col titolo di Re di Trinacria ma senza diritto di ereditarietà; come prevedibile alla sua morte la Sicilia non viene restituita agli Angioini: l’isola ridiviene teatro di guerra. Ed è Catania che vede la firma dell’accordo che, nel 1372, pone fine alla guerra angioino-aragonese.
   La città, che per far valere i suoi diritti aveva appoggiato militarmente gli Aragonesi, si vide più volte costretta a ribellarsi contro coloro che aveva sostenuto, soprattutto nel 1516 e nel 1647. Queste rivolte però non ebbero alcun risultato pratico se non l’unicità dell'Università. contro i desideri di Messina e di Palermo. L’Università era sorta nel 1434 per volere del re Alfonso d’Aragona il Magnanimo che, benvolendo i catanesi, concesse loro la fondazione di uno Studium generale confermato più tardi (nel 1444} da papa Eugenio IV con la bolla di conferma necessaria in quel tempo per creare un’Università.
    Ricordiamo a questo punto ciò che le cronache del tempo e alcuni ruderi ci tramandano intorno ad avvenimenti del 1517, un anno dopo la prima rivolta, e quindi con gli animi ancora agitati. L'avvento al trono di Spagna di Carlo V, figlio di Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza, segnò per la Sicilia l’inizio di feroci lotte intestine, durate parecchi anni, fra i partigiani del Moncada e quelli del Cardona, inviso agli spagnoli il primo, loro agente il secondo.
    L’isola ne fu insanguinata: congiure, processi sommari, efferate e ingiustificate esecuzioni. Tristemente celebre fu a Palermo la congiura ordita da Giovanni Squarcialupo e da altri nobili avversi al Moncada. A Catania (meno nota ma anch'essa soffocata nel sangue) vi fu una rivolta capeggiata da Giovanni Gioieni, sostenitore del Moncada, e che ebbe epilogo nello scenario della piazza della Fiera (oggi piazza Università) luogo in quel tempo usato per le pubbliche esecuzioni.
    Ecco, secondo il cronista, come si svolsero i fatti: il partito del Moncada aveva quali esponenti principali nella città il giureconsulto Blasco Lanza, Gerolamo Guerrera, Cesare Gioieni, Giacomo Alliata e altri e, come uomo d'azione, Giovanni Gioieni.
Il conte dì Collesano, forte dell’appoggio Madrid, in una adunanza svoltasi nella cattedra della città allo scopo di eleggere il Capitano d’Armi, aveva contrapposto alla candidatura del Gioieni quella di Francesco Paternò barone di Raddusa.
    Ciò causò disordini e propositi di lotta ad oltranza.
    Dapprima i fautori del Moncada si rifugiarono nella rocca di Aci Castello; quando poi parve loro che gli animi si fossero calmati, rientrarono in città. Si radunavano spesso e segretamente, per discutere la situazione e vedere in quale modo volgerla a proprio favore, in un giardino fuori le mura cittadine sedendosi, per meglio vigilare su possibili colpi di mano degli avversari, su due grossi monoliti in pietra lavica dell’Etna (uno a forma di capitello senza ornamenti, l'altro a forma di parallelepipedo rettangolare). Prese le decisioni, nel marzo 1517, i congiurati si rinchiusero nella torre che fu poi detta di Gioieni. Da quell’altezza (la torre sovrastava il monte Vergine) speravano di poter dominare gli eventi così come dominavano il panorama cittadino, ma il Capitano d'Armi Raddusa cinse d’assedio la torre, impedendone l’accesso da ogni lato e apprestando colubrine e bombarde.
    Vi fu un tentativo di mediazione del Vescovo Gaspare Pau, spagnolo d’origine, ma gli animi erano troppo accesi dall’una e dall’altra parte perché le parole del prelato potessero essere ascoltate. Il Raddusa tolse allora gli indugi e attaccò. I difensori avevano solo qualche antica e quasi inservibile balestra trecentesca, purtuttavia difendevano bravamente la torre bersagliando coloro che si avvicinavano; il Raddusa allora decise di attuare un fuoco di copertura con le artiglierie, mirando al duplice scopo di distruggere il fortilizio e di coprire le proprie truppe che avanzavano tra i fichidindia. Sebbene l’impulsivo e coraggioso Gioieni incitasse i suoi a resistere, i compagni presto si resero conto della precarietà della posizione e si arresero.
La navata centrale del Duomo
    La storia non ci dice quali furono le punizioni inflitte ai rivoltosi, ma essendo il Senato della città composto da nobili filo-ispanici, possiamo facilmente immaginare la loro severità... A monito per i turbolenti e a ricordo dei mali derivanti dalla guerra civile, il Senato decretò che il monolito venisse issato in mezzo alla piazza della Fiera e che il parallelepipedo fosse trasportato nell’atrio della «Loggia»; per duecento anni rimasero siti in questi luoghi; poi, dopo il terremoto, il capitello fu trasportato nell’attuale piazza Manganelli e il parallelepipedo in via del Segreto (oggi via Giuseppe Perrotta): i catanesi denominarono questi due cimeli «pietre del malconsiglio».
    Rimasti esposti al pubblico ricordo rispettivamente fino ai primi dell'800 e del '900, scomparvero poi alla vista dei cittadini per l'aumento del traffico e la crescente insensibilità per i ricordi storici; attualmente si trovano: il capitello in un angolo del secondo cortile di Palazzo Carcaci in via Etnea; il parallelepipedo nello spazio chiuso alle spalle del teatro Massimo Bellini. Entrambi sono coperti da immondizia ed esposti al vandalismo degli ignoranti.
    Nulla o quasi resta dei monumenti di settecento anni di storia oltre a quelli già citati, in quanto la lava ha coperto tutto; sola cosa degna d’attenzione è una cappella costruita per la famiglia Paternò Castello, facente parte di una primitiva costruzione del XV secolo. Essa si trova alla sinistra della facciata dell’attuale Chiesa di S. Maria del Gesù, posta all’angolo Nord-Est dell’omonima piazza; venne costruita fra il 1538 e il ‘39, La cappella ha pianta quadrata con volta a crociera ogivale poggiante su semicolonne poste a spigolo sulle pareti. L’ingresso, posto all’interno della chiesa, è sormontato da un portale marmoreo con decorazioni in rilievo raffiguranti nella lunetta la Pietà di scuola gaginesca, e reca la data del 1538. Sull’altare è situato un dipinto del messinese Angelo di Chirico, firmato e datato 1525, e che raffigura una «Madonna in gloria con S. Agata e S. Caterina», tavola pregevole e in buone condizioni.
    La chiesa è piuttosto insignificante, anche se è del 1706 ed è attribuita all’architetto Girolamo Palazzotto; squallida e povera di stucchi, è stata più volte rimaneggiata e restaurata nel corso del XIX secolo. Sono invece interessanti un elegante lavabo, posto in sagrestia, e una «Madonna col bambino» di Antonello Gagini. Vi figurano, inoltre, tre grandi tele di mediocre interesse firmate da Giuseppe Zacco, figlio del già citato incisore che lavorò per conto del Principe di Biscari.
Particolare della facciata della chiesa dell'ex
Monastero di S. Agata, sempre del Vaccarini
    I resti di un diroccato torrione in mattoni rossi che trovasi in uno slargo tra la via Plebiscito e la via Antico Corso, rappresentano un’altra testimonianza di questo periodo, il rudere è noto con i nomi di «Torre Aragonese» o «Torre del Vescovo», ma quasi certamente trattasi dei resti del vecchio Bastione degli Infetti che nel 1556 aveva cominciato a far costruire il vicerè Vega fuori dell’antica Porta del Re. Le notizie più attendibili sul monumento ci vengono tramandate da parecchi storici catanesi attestandoci che si tratta delle vestigia che Ignazio Biscari scoprì nel 1772 nell’area del fondo rustico di proprietà del cavaliere Antonio Paternò. Le ricerche archeologiche intraprese dal grande stimatore vennero, però ben presto interrotte quanto le molteplici stratificazioni e fabbriche che trovavansi sovrapposte nel sottosuolo scoraggiarono l’andare oltre; comunque egli riuscì portare in luce un tratto notevole di muro a cui si affiancava un’ampia scalinata e che pare facesse parte del Tempio di Cerere di cui abbiamo già parlato. In questa stessa area sorse in seguito una chiesa cristiana dedicata ai quaranta martiri, distrutta poco dopo da un violento incendio. In seguito, nel 1389, vi sorse la chiesa dello Spirito Santo, anch’essa distrutta ed edificata altrove. Attualmente sorge nella piazza omonima. Il Ferrara attesta che, rimasto incompiuto il Bastione degli Infetti, nel 1619 il luogo e la costruzione passarono ai P. P. della stretta osservanza di S. Francesco che vi fabbricarono un convento. Soppresso l’Ordine con una bolla del Pontefice Urbano V, nel 1651 vi abitarono i Teresiani. Il convento venne abbattuto nel 1677 e al suo posto vi si costruirono delle fortificazioni a difesa dai francesi che minacciavano l’occupazione della città. Il Bondice ricorda che nel 1857, prima ancora che venissero create le attuali arterie, il monumento era completamente dimenticato e circondato da casupole variopinte; esso apparteneva ad una proprietà privata della famiglia Salemi.
    Delle opere cinquecentesche sparse per la città parleremo più ampiamente nel prossimo capitolo, esaminando le chiese.
L’ultimo cinquantennio del ’600 fu, per calamità che si abbatterono sulla città, uno dei periodi più luttuosi della storia di Catania. Prima di queste calamità, l’eruzione del 1669 (la più terribile che si conosca dell’Etna) alla quale abbiamo più volte fatto riferimento e che spiega la relativa penuria di monumenti anteriori a questa terribile data. L'eruzione aprì un'enorme fenditura presso Nicolosi (era lunga km 15 e larga 2), facendo fluire un fiume di lava che investì la parte Ovest della città distruggendola e colmando in parte anche il porto. Un'idea visiva del disastro può ricavarsi da un affresco conservato nel capitolo della Cattedrale, dipinto dal catanese Giacinto Platania, testimone dell’avvenimento. Sullo sfondo dello scenario d’una Catania plumbea, l'Etna fumante e rosso di lava, a sinistra il nuovo cratere dei Monti Rossi da cui scende la lava che investe la città circondando il Castello Ursino e andando a finire in mare. L'altra calamità, il terribile terremoto dell’11 gennaio 1693, fu accompagnato da un maremoto: II disastro distrusse la città provocando più di 16.000 vittime, vale a dire più dei due terzi della popolazione.
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