martedì 26 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974, quinta parte

Luccjo Cammarata e Beppe Costa: Catania,
Guida ai monumenti, Muglia, 1974


Monumenti sorti nel 700, gioielli di marmoreo merletto  

II settecentesco prospetto del Palazzo di Città
che da sulla piazza Duomo
«Parti Diu e parti Camastra», commentarono catanesi quando il luogotenente Lanza, duca Camastra, incaricato del nuovo piano urbanistico dopo il terremoto, fece abbattere i ruderi degli edifici rimasti per far posto alle nuove costruzioni. Da questo atto, che i cittadini colpiti da dolore per le immani perdite non riuscirono a capire, nascerà quella Catania settecentesca, gioiello di architettura e di marmoreo merletto, che possiamo considerare unica nel suo genere per l’accoppiamento fra pietra bianca e lava, stimolante visivamente un gioco di motivi di soave euritmia. Bisogna elogiare il Senato cittadino del tempo, che seppe scegliere un compito complesso, quale quello di ricostruire una città, uomini di grande perizia, competenza e buon gusto. Perché, malgrado fossero i tempi del Bernini, del Mochi e soprattutto del Borromini, pochi avevano l'apertura mentale di un Vaccarini o di un Ittar. E di questi architetti bisogna lodare l’umiltà, perché, rispettando la vecchia arte, hanno spesso adattato resti di edifici distrutti (quali portali, archi, capitelli, colonne) salvandoli dalla distruzione e inserendoli nelle nuove costruzioni, lasciandoci così una testimonianza dei tempi passati che ci sarebbe stata altrimenti negata.
La fisionomia di Catania è basata in massima arte su un elegante barocco settecentesco, voluto da uomini come il duca di Camastra che, insieme al canonico Cilestri, disegnò la pianta della città. In questo lavoro essi furono coadiuvati dal vescovo Riggio e, soprattutto, dall'architetto palermitano Giovan Battista Vaccarini che diede alla città l’impronta del suo gusto, operandovi per lungo tempo (nel 1735 fu nominato architetto di Catania).
Cercando di svolgere un discorso organico, il monumento che poniamo per primo all’attenzione del lettore (anche se non è il primo in ordine di tempo) è la chiesa di S. Agata al Carcere, nella quale vennero impiegati i resti del portale della distrutta Cattedrale.
La cattedrale
Costruita nel 1762, la chiesa sorge ad Ovest dell’Anfiteatro e si apre sull’attuale via del Colosseo su di una costruzione d’età romana che la tradizione identifica col carcere dove venne imprigionata S. Agata, mentre sul fianco poggia su un bastione delle mura di Carlo V; sul lato prospiciente alla piazzetta omonima è visibile la finestra della prigione con un bassorilievo coevo della costruzione che raffigura S. Pietro e S. Agata. Il prospetto è in pietra calcarea e si leva su una doppia scalinata chiusa da una balaustra. Al centro, il pregiato portale che purtroppo nello spostamento ha subito delle modifiche dovute al montaggio piuttosto arbitrario. Sembra accertato, secondo concordi testimonianze anteriori al terremoto, che il portale costituiva la porta maggiore del Duomo. Trasportato nel palazzo Senatorio, quando il Vaccarini ricostruì la Cattedrale ideando la nuova facciata, venne donato alla confraternita del S. Carcere che ne adornò il prospetto della chiesa. Malgrado facesse parte del Duomo, non può dirsi coevo della ricostruzione del 1194 ma con tutta probabilità fu aggiunto nel XIII secolo. Che esso appartenga al periodo svevo è dimostrato dal confronto coi portali d Castello di Maniace a Siracusa, con quello dell’Annunziata dei Catalani a Messina e con mol esemplari pugliesi.
Si notano nel portale molte sconnessioni non solo nelle strutture architettoniche, ma anche nelle sculture che poggiano sull’archivolto e che non rispondono più alla disposizione originaria Quale fosse l’ordine in cui era distribuita la figurazione in rilievo risulta dalla descrizione che ci viene data dal Guarnieri, al quale dobbiamo anche la spiegazione del succitato simbolismo di Catania e Federico II, nel suo «Zolle historiche catanee» del 1651. L'interno della chiesa presenta a destra una porticina che immette in un ambiente appartenente all'antica costruzione (il carcere?), nella quale trovasi un dipinto raffigurante «S. Agata morente»; nell’abside dell'altare maggiore un interessante dipinto del greco Bernardinus Niger, datato 1588, raffigura «S. Agata condotta alla fornace». La chiesa ha tre altari e in quello del Crocifisso è conservato un reliquario, opera del senese Giovanni Di tolo, del 1376.
Una panoramica dei settecenteschi palazzi dell’arcivescovado,
così come appaiono da via Dusmet
Il primo monumento settecentesco di Catania, in ordine di tempo, è il ricostruito Duomo, la cui fabbrica si iniziò nel 1709, dopo appena dieci anni dal terremoto, sotto il vescovo Riggio.
La chiesa, dedicata alla patrona di Catania, S. Agata, fu iniziata fra il 1091 e il 1092, sulle rovine delle terme romane Achillee, per ordine del normanno Ruggero, conquistatore della città nel 1074, e venne consacrata nel 1094 dal vescovo bretone Ansgerio. Distrutta dal terremoto del 1169, venne ricostruita sotto il vescovo Roberto; i lavori, intrapresi nel 1171, si protrassero sino al tempo di Arrigo VI, anche perché la volta rifatta a travi venne distrutta, poco dopo la costruzione, da un violento incendio. II portale su accennato ci lascia ragionevolmente supporre un ulteriore rimaneggiamento avvenuto sotto Federico Il o comunque nel secolo XIII.
Il Duomo venne ricostruito dalle fondamenta, in quanto completamente distrutto dal terremoto, tranne che nella parte absidale. Il disegno fu affidato all'architetto Girolamo Palazzotto e successivamente la costruzione fu completata Giovan Battista Vaccarini, che vi lavorò dal 1730 al 1758. Sei anni occorsero infatti all'architetto palermitano per erigere il magnifico prospetto in marmo a due ordini di colonne: le inferiori, in granito, si pensa provengano dall'antico Teatro. La facciata è in alto ornata da una nicchia con S. Agata e un angelo. Nel prospetto del fianco sinistro, realizzato a lesene accoppiate, primeggia il bellissimo esemplare di portale marmoreo attribuito a Gian Domenico Mazzola di Carrara e risalente al 1577. Il campanile è opera del tardo ottocento (1869), mentre la balaustra che cinge il Duomo ai due lati è stata costruita tra i primi dell’ottocento e ultimata nel 1908: la sua lunghezza è di m. 120 circa; è sormontata dalle statue di nove santi siciliani cioè Leone, Attanasio, Luca, Rosalia, Beato Bernardo Scammacca, Attalo, Sesto, Giacomo, Everio. Nel giardino aperto sul lato sinistro v’è una mediocre statua classicheggiante del XIX colo, raffigurante «La fede».
Della primitiva costruzione normanna rimangono i muri perimetrali incorporati nella nuova fabbrica, il transetto fiancheggiato dalla parte inferiore da due torri incompiute, le tre maestose absidi semicircolari di lava, con la fila di alte arcate ogivali di tipo arabo, che si levano su alta zoccolatura basamentale, visibili all’esterno dal cortile dell’Arcivescovado, e le due Cappelle del Crocifisso e della Madonna. Nel XIX secolo, sotto il vescovo Deodato, furono aggiunti degli ornamenti in stucco all’interno, stucchi che nascosero le strutture della parte normanna, e venne rialzata la cupola della chiesa. Solo recentemente queste strutture sono state liberate riportando così la vecchia costruzione al suo aspetto originario.
La chiesa, con pianta a croce latina, è divisa all’interno in tre navate dove, addossate ai pilastri di quella mediana, sono situati i monumenti dei Vescovi e degli Arcivescovi qui traslati. Fra gli altri, va notato il monumento dedicato Vincenzo Bellini, morto nel 1835 a Puteaux all’età di 33 anni, sepolto a Parigi e qui traslato nel1'876; il monumento sepolcrale, opera del fiorentino G. B. Tassara, porta la medesima data della traslazione e simboleggia il mondo musicale del Cigno catanese: epigrafe dell'urna sono le note della famosissima melodia della Sonnambula («Ah, non credea mirarti, sì presto estinto, o fiore!»).         
L'arioso scalone d'ingresso di Palazzo Biscari,
opera dell'architetto Antonio Amato
All’ultimo pilastro della medesima navata si trova il monumento sepolcrale al Cardinale Dusmet, tanto amato dal popolo catanese per i suoi atti di carità cristiana, morto nel 1894; il ritratto del prelato che si trova sopra l’urna è opera del pittore catanese Giuseppe Leotta e reca la data del 1906.
Gli altari delle navate laterali sono sormontati da ricche pale incorniciate da stucchi dorati in stile rococò. Nella navata destra figurano nell’ordine: un notevole affresco di Giovanni Tuccari raffigurante «Il battesimo di Gesù»; «S. Rosalia e S. Febronia» di Guglielmo Borremas Nella navata sinistra: «S. Antonio Abate» del Borremas e «Il martirio di S. Agata» di Filippo Paladino (1605).
Sul primo pilastro sinistro notiamo un bellissimo esempio quattrocentesco di acquasantiera a intarsi marmorei.
Le due cappelle della Madonna e del Crocifisso, si aprono in fondo alle navate laterali; quella della Madonna (posta sul lato destro) accede attraverso un portale marmoreo del 1545, opera di G. B. Mazzola, recante nella lunetta; rappresentazione della «Incoronazione della Vergine» e, negli stipiti, scene di vita della stessa. All’interno, oltre alla statua del secolo XVI sistemata sull’altare, trovano posto due sarcofagi: quello della parete destra (del III secolo) proviene dall’Asia Minore e serba le spoglie di Federico III d’Aragona (morto nel 1337), del figlio
Giovanni da Randazzo, del re Luigi (morto nel 1355), del re Federico III (morto nel 1363), della regina Maria moglie del re Martino (morta nel 1402) e di suo figlio Federico; quello di sinistra, più classicheggiante e ricco di decorazioni, con una figura giacente di donna dal viso piuttosto brasato è di scuola napoletana del periodo gotico e serba le spoglie della regina Costanza, moglie di      Federico III (morta nel 1363).
Il portale attraverso cui si accede alla cappella del Crocifisso reca sugli stipiti scene della passione e nella lunetta «La pietà», opera di G. D. Mazzola, del 1536.
Nella cupola semicircolare della centrale delle tre absidi si ammirano gli stupendi affreschi di Corradino Romano, da non molto restaurati, eseguiti nel 1268 e raffiguranti il «Trionfo di S. Agata» e alle pareti i martiri catanesi; in basso si nota il prestigioso coro ligneo intagliato dal napoletano Scipione di Guido (1588) e che illustra le vicende del corpo della Santa. Una cancellata in ferro battuto di notevole interesse immette nell’abside destra, che è la cappella di S. Agata, adorna di sculture quattrocentesche eseguite dal messinese Antonello Freri (che si avvalse di un aiuto). Il trittico marmoreo raffigura S. Agata incoronata da Gesù, e  la Maddalena fra i santi Pietro e Paolo. Nella parete destra della cappella si ammira il monumento al viceré Ferdinando d’Acuna (morto nel 1494), notevole per l'abbondanza delle dorature; dalla parete di sinistra si accede al Tesoro di S. Agata. Qui si trova un reliquario in argento ricco di smalti e di ceselli, opera eseguita nel 1376 nelle officine di Limoges dal senese Giovanni Di Bartolo, che contiene il teschio della Martire; vi è inoltre uno scrigno gotico con in rilievo statuette di santi e che raccoglie all’interno, in artistici reliquari, il velo e le altre membra della Santa.
Scrigno e reliquari — squisito lavoro dell'oreficeria siciliana — furono eseguiti da Vincenzo Archifel e da Paolo Guarda che eseguì con ogni probabilità il coperchio).
Nei magazzini del Duomo si conserva ancora il fercolo in argento che serve per il trasporto della Santa attraverso la città, che, cominciato a Antonio Archifel nella prima metà del XVI secolo, venne ultimato da Paolo d’Aversa nel 1638. Né vanno  dimenticati un paliotto in argento eseguito dal messinese Saverio Corallo nel 1721 e i sontuosi torceri, opera del figlio Vincenzo. Del tesoro fanno pure parte una corona con pietre preziose che si vuole donata alla Santa da Riccardo «The Lion hearted».
La sagrestia, oltre all’affresco del Platania già citato, possiede dei bellissimi armadi intagliati del XVIII secolo.
La caratteristica Porta Uzeda del 1696 che immette
all'antico porto vecchio
Con lettera apostolica del 12 marzo 1963, papa Giovanni XXIII ha elevato la Cattedrale alla dignità di Basilica, accogliendo così un'antica aspirazione dell’Arcidiocesi catanese.
Di fronte al fianco sinistro del Duomo, in via Vittorio Emanuele, si erge la magnifica chiesa dell’ex monastero di S. Agata, che è certamente la migliore delle opere eseguite dal Vaccarini nella città, dedicata alla Santa da Ferdinando IV re di Sicilia e dal papa Pio VI. La chiesa, che può considerarsi una delle più belle opere del settecento siciliano, fu costruita fra il 1735 e il 1767. Il prospetto, originalissimo per la facciata; concavo-convessa in pietra calcarea a unico ordine di lesene, s'innalza su di una scalinata maestosa ed è preceduto da una ricca cancellata in ferro battuto. L'interno è quanto mai armonioso, la pianta a sistema centrale è costituita da un ottagono dal quale si dipartono dei bracci formando una croce greca; su di essa è impostata la grande cupola che domina l'edificio e che si accorda con le armoniose linee della facciata. Le cinque cappelle angolari realizzate ad abside presentano la stessa nobiltà dell’esterno in quanto tutte eguali, in marmo giallo con sopra ogni altare una statua.
Interessante è la decorazione a stucchi, soprattutto per la sua semplicità; semplicità che risalta nei ballatoi posti all’ingresso e sui bracci laterali dove i coretti, in stile rococò, provvisti di grate, permettevano alle suore di assistere alle funzioni.
Nel braccio Est è pure d’un certo interesse la cappella del Crocifisso, soprattutto per la ricchezza di marmi policromi; e non va trascurato il pavimento per la disposizione geometrica delle piastrelle con decorazioni grigie e bianche.
Al fine di dare una panoramica dei monumenti che si trovano nell’area della Cattedrale evitando in tal modo ritorni e confusioni, è bene; occuparsi di un gruppo di opere di grande interesse che, anche se non tutte settecentesche, trovano posto nella piazza del Duomo.
Innanzitutto la fontana dell’Elefante, simbolo della città. Posta al centro della rettangolare piazza settecentesca, armoniosa per l’insieme degli edifici che la circondano, la sua costruzione si deve in gran parte allo stesso Vaccarini; l’iscrizione posta dietro il monumento porta la data 1735/1736. L’architetto s’è ispirato nel disegnarla alla contemporanea fontana del Bernini in piazza della Minerva in Roma, ma, a differenza del monumento romano, quello di Catania ha un aspetto rinascimentale dovuto alla maggiore staticità delle linee. Sul massiccio basamento marmoreo ornato di putti e vaschette, Vaccarini pose il monolitico Elefante in pietra lavica già esistente, rifacendone i piedi mancanti e innalzando sul dorso dell’animale un obelisco egiziano di granito di Siena alto m. 3,61.
Sia l'Elefante che l’obelisco sono di tarda età romana e probabilmente appartenevano ad un circo. L’Elefante è detto dal popolo «Liotru» perché posto in rapporto con la stregoneria del mago Eliodoro, famoso negromante catanese in epoca bizantina. Il «Liotru» è legato a un culto orientale e secondo la leggenda fu gettato fuori le mura dai cristiani. Riportato in città verso la metà del XVI secolo, venne usato come monumento decorativo prima di un arco, poi del Palazzo di Città, quindi venne abbandonato per molto tempo, finché fu riadoperato dal Vaccarini.
«Liotru» con l'obelisco, simbolo della città
in piazza Duomo
L'obelisco, privo del basamento (eliminato dall’architetto per poterlo adattare sull’Elefante e che si trova tuttora conservato nella corte del Castello Ursino), porta incisi dei geroglifici relativi al culto della dea Iside; pare che anch’esso appartenesse al circo di Catania.
Altre due figure ai lati del basamento sono poste sulle vaschette a conchiglia: simboleggiano il Simeto e l'Amenano (fiumi del cata-nese; il secondo passa per piazza Duomo). Le due vaschette, posteriori alla costruzione del monumento, sono del 1757 una e della metà dell’800 l’altra.
Sempre al Vaccarini si deve il Palazzo di Città, realizzato nel 1741, e che è posto nel lato Nord della piazza. Esso ha pianta rettangolare ed è impostato su tre ordini spartiti da lesene, ha il piano inferiore della facciata a bugnato con delle finestre balconate e a timpano spezzato al primo piano. Quattro portali posti sulle facciate dell’edificio danno accesso all’ampio cortile centrale. All’interno viene conservata una serie di grandi tele, opere del pittore Giuseppe Sciuti, dell'ultimo ottocento.
Di fronte al Municipio, sul lato Sud della piazza, si erge l’elegante palazzo che fu un tempo il Seminario dei Chierici, opera di Alonzo di Benedetto (inizio del XVIII secolo) e caratterizzato dalle alte lesene bugnate che spartiscono i piani.
Attaccata al suo fianco sinistro si apre la bella e caratteristica Porta Uzeda, costruita nel 1696 e che dà sull’ antico Porto Vecchio. Una icona sulla parete raffigura un «Ecce homo» opera del pittore Mario Siracusa (primo ’900). Di fronte, ormai fuori della piazza, troviamo il Giardino Pacini con un monumento al musicista eseguito da Giovanni Dupré.
Sul lato destro dell’ex Seminario dei Chierici in uno spiazzo che porta in Pescheria, si erge la Fontana dell’Amenano, chiamata dai catanes «acqua a linzolu» per il gioco dell'acqua che dalla grande vasca cade nel fiume che scorre sotto il monumento. L'opera è firmata da Tito Angelini (1867) e raffigura una statua apollinea reggente una cornucopia e due tritoni con buccina. Di là dalla fontana si apre la pescheria col massiccio arco di Carlo V e la Porta del 1553 che immette nello spazio dello scomparso Porto Vecchio e che è l’unica rimasta delle otto originarie che si aprivano nella cinta muraria.
Costeggiando i vecchi bastioni lungo la via Dusmet, troviamo i magnifici palazzi settecenteschi dell'Arcivescovado che si affacciano sul mare, e il Palazzo Biscari, pregevoli per la ricchezza della frastagliata decorazione e per il gioco cromatico della pietra bianca delle lesene e delle finestre in contrasto con la pietra lavica dei muri.
Dalla via Museo Biscari si accede al palazzo Biscari, la cui facciata è opera di Antonio Amato; passando attraverso un ricchissimo portale intagliato che immette in un ampio cortile e per un’aerosa scala arabescata si accede alle magnifiche sale; tra queste notevole il grande salone per ricevimenti dalla volta a cupola: un soppalco appositamente creato, all'altezza del cornicione, ospitava i musici durante le feste. Si arriva all’orchestra attraverso un'armoniosa scala che si trova nel transetto adiacente al salone stesso. L'edificio fu sede del museo che, come abbiamo già accennato, venne realizzato da Ignazio Paternò nel '700, museo ricchissimo di materiale che venne nel 1932 donato al comune entrando a far parte del Museo Civico (eccettuati i gioielli e l’armeria che, dopo la morte del fondatore, finirono all’estero).
Sotto il palazzo dell’Arcivescovado, lungo le mura, v’è una fontanella con un’iscrizione e un bassorilievo marmoreo del busto dì S. Agata; esso ricorda la costruzione di una strada lungomare e di un antemurale del 1621 ad opera del Governatore Francesco Lanario, nel punto esatto da cui partì (nel 1040) il corpo della Santa catanese allorché fu trasportato a Costantinopoli da Giorgio Maniace.
Uno dei balconi di Palazzo Biscari,
            sul lato di via Dusmet

Poco lontano da Piazza Duomo, sorge sulla via Etnea la maestosa Chiesa della Collegiata senza meno una delle più belle chiese barocche cittadine. Elevata alla dignità di Basilica da Pio XII nel 1946, la chiesa prende il nome dal fatto che in essa esercitava il sacro ministero un Collegio di Sacerdoti; venne eretta (come dice l'iscrizione posta sulla porta centrale) nel 1768 sulle rovine della cappella regia degli Aragonesi, per opera del cantore D. Joes Frac, Lullus e fu dedicata a S. Maria dell’Elemosina, a cui era dedicata nello stesso luogo un’edicola bizantina. Il progetto si deve al gesuita Angelo Italia; questi ne iniziò la costruzione unitamente all’architetto Antonio Amato. Stefano Ittar la terminò e ne realizzò il prospetto che, per la purezza delle linee, viene considerato il capolavoro dell’architetto romano, anche se è evidente il collegamento con certe architetture del Borromini soprattutto nella parte alta dell’edificio; qui però si notano una calma e un equilibrio ben diversi dalle concezioni borrominiane. La facciata si presenta a triplice concavità, col corpo centrale che si eleva movimentato, includendo una nicchia a balcone terminante in un fantasioso coronamento. La pianta a croce latina (disegnata dall’Italia) è divisa in tre navate da otto pilastri; ai primi due si appoggiano due fonti marmorei.
Le volte della navata mediana e dei transetto, nonché la cupola, sono affrescate con pitture del XIX secolo, eseguite dallo Sciuti; vi troviamo, inoltre, un dipinto del XVIII secolo eseguito da Olivio Sozzi, raffigurante «La Gloria di S. Apollonia»; una tela dì Francesco Gramignani raffigurante «S. Agata portata al supplizio» e una «Sacra Famiglia» attribuita al palermitano Desiderato. Sulle pareti laterali del Presbiterio una serie di quadri dello Sciuti (1898) illustra la creazione del capitolo dei canonici da parte di Eugenio IV, avvenimento che segnò la fondazione della chiesa.
Un cenno particolare merita il prezioso organo intagliato e dorato, di tipica costruzione settecentesca, posto dietro all’altare maggiore. La fabbrica dell’edificio della Collegiata fu terminata solo nel 1815, anno in cui avvenne l’inaugurazione dell’aula capitolare e della sagrestia, realizzata dall’architetto Sebastiano Ittar, figlio del precedente, e famoso come incisore e grandissimo disegnatore. Oltre alla notissima pianta topografica della città di Catania, dedicata dall’lttar a Ferdinando II di Borbone (che aveva espresso il desiderio di possedere una sua opera), vari sono gli album di incisioni realizzati dall’artista, e fra i più famosi: la «Raccolta degli antichi edifici di Catania» e «Viaggio pittorico sull’Etna». Ma Ittar fu soprattutto noto all’estero per aver eseguito per conto di Thomas Bruce Elgin (noto per le spoliazioni dei monumenti greci a favore del governo britannico) i rilevamenti dell’Acropoli d’Atene; rilevamenti che, per la precisione e l’alto valore artistico, gli valsero numerose benemerenze, come quella della Società libera delle Belle Arti di Parigi (1831) e la nomina a membro onorario dell’istituto degli architetti Britannici (1836). Il 29 agosto 1833 l'amministrazione municipale catanese lo nominava architetto comunale.
Sempre sulla via Etnea, nella zona compresa fra la piazza del Duomo e la Basilica della Collegiata, si apre piazza dell’Università, altra importante opera del palermitano Vaccarini.
Palazzo dell'Università, riedificato dopo il terremoto del 1693
Suo è il disegno della piazza, un quadrato di m. 65 di lato che, per le aggraziate proporzioni, potremmo definire un salotto all'aperto; sue sono per la massima parte le costruzioni che la circondano formando con la piazza un complesso architettonico di grande bellezza. Oltre alla facciata posteriore del Palazzo del Municipio, si trovano nella piazza altre due opere dell’architetto: a destra il palazzo dei Marchesi di S. Giuliano (1745) e a sinistra il palazzo dell’Università. In quest’ultimo edificio ha sede fin dal 1684 la locale Università; crollato durante il terremoto, se ne iniziò la ricostruzione ai primi del XVIII secolo e nel 1730 fu affidato al Vaccarini che ne disegnò il chiosco. La facciata fu rimaneggiata nella prima metà del XIX secolo da Antonio Battaglia (su progetto del Distefano); per il suo aspetto ibrido non merita particolare attenzione. Notevole invece il chiosco a due ordini di loggiati che, grazie all’equilibrio e alla semplicità delle linee, risulta opera di rara armonia.
All’interno dell’edificio, nell’aula magna, si trova un magnifico arazzo raffigurante lo stemma della casa aragonese fondatrice dello Studium, arazzo disegnato dal Siviero ed eseguito dagli arazzieri Eroli; notevole, inoltre, l'affresco della volta firmato da Giovan Battista Pipero (1755).
Importantissima è senza dubbio la biblioteca dell'Ateneo (posta al primo piano dell’edificio), funzionante sin dal 1755 e che possiede più di 160.000 volumi, fra cui non poche rarità bibliografiche: codici antichi, incunaboli e manoscritti di rara eccezionalità (basti citare le «Consuetudines Civitas Cataniae» del 435, e le prime edizioni del Savonarola)
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