giovedì 28 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974, settima parte

Luccjo Cammarata e Beppe Costa: Catania,
Guida ai monumenti, Muglia, 1974


La casa di G. B. Vaccarini  e l'edilizia civile

Porta Garibaldi
I centosessantasette anni che corrono dal grande terremoto all’Unità d’Italia si può dire furono impiegati per riedificare ciò che il terremoto aveva distrutto in un attimo; e se si pensa al numero incredibile di avvenimenti storici che si susseguirono in questo lasso di tempo, ci si stupirà delle bellezze della città, bellezze che sembrano essere una sfida contro l’oppressione e la miseria e un’ esaltazione della parte migliore dell’uomo.
Non era ancora trascorso un ventennio dal terremoto, che la guerra di successione spagnola si concludeva col trattato di Utrecht (11 aprile 1713) che riconosceva Amedeo II di Savoia re di Sicilia. Questi la cedette all'Austria in cambio della Sardegna. L’isola non fece neppure in tempo a cambiare padrone che la guerra di successione polacca finiva con la Pace di Vienna (1735) e la Sicilia veniva assegnata a Don Carlos III di Borbone, sovrano di Spagna. I Borboni la governarono con il titolo di «rex utriusque Siciliae» finché, nel 1816, Ferdinando IV non la fuse al regno di Napoli creando il Regno delle Due Sicilie e assumendo il nome di Ferdinando I. A questi mutamenti politici bisogna aggiungere le calamità naturali che hanno continuato ad affliggere Catania (ricordiamo il tremendo terremoto del 1818). Ciononostante, i catanesi hanno sempre trovato la forza di reagire sia alle avversità naturali, sia ai soprusi dei dominatori.
Mal sopportando l’inetto e paternalistico dominio dei Borboni, i catanesi si ribellarono nel 1837 e nel 1848; molti furono inoltre i cittadini che indossarono la camicia rossa dei garibaldini e, quando il 31 maggio 1860 la città venne annessa all’Italia, non furono certo molti i nostalgici dell'«ancien regime».
La rivolta del 1837 è ricordata da una lapide posta nell’attuale piazza dei Martiri e dedicata alla memoria degli otto liberali fatti fucilare dal ministro borbonico Del Carretto. Al centro della piazza sorge una colonna posta di fronte al mar Jonio e proveniente dal Teatro, sulla cui sommità è posta una statua raffigurante «S. Agata che schiaccia l'Idra della peste», eretta nel 1743 a ricordo di una luttuosa epidemia. L’opera è dello scultore Michele Orlando.
Un edificio di periodo borbonico sorge in piazza Majorana all’incrocio tra le vie Antonio di S. Giuliano e Ventimiglia. Si tratta di una costruzione che possiede tutte le caratteristiche tipiche all’edilizia militare in quanto venne edificata ad uso carcerario. La prigione si presenta su pianta quadrata con al centro un ampio cortile e sui prospetti tre file di finestre munite da inferriate. Venne fatta edificare sotto Francesco I re delle due Sicilie intorno al 1830 come indica la targa posta sopra l'ingresso.
Prima del terremoto il quartiere «Civita» non aveva l’attuale aspetto di zona prevalentemente abitata da miseri pescatori, bensì vi s innalzavano le case e le ville di quasi tutti notabili cittadini che, sin dal medio evo, l'avevano scelto a loro sede per la bella vista su mare e la frescura della vegetazione. Distrutto interamente dal sisma (salvo palazzo Biscari) il quartiere, la nobiltà fece ricostruire i suoi palazzi sulle tre nuove strade principali tracciate dal piano regolatore: il «Corso», oggi via Vittorio Emanuele, via Ferdinanda, oggi via Garibaldi, e via Etnea. La zona della Civita restava comunque un’attrattiva e un'oasi di pace per chi avesse voglia di vivere lontano dal chiasso delle strade principali; ed è proprio qui che G. B. Vaccarini credette opportuno costruire la propria abitazione.
La casa, attualmente in uno stato di totale abbandono, si erge a ridosso del palazzo Serravalle, dietro il collegio Cutelli su un’area : sparsa di casupole mezzo diroccate, tra cumuli d’immondizia e il fetore stagnante dei rifiuti perennemente abbandonati nella zona. La dimora non è né grande né principesca, ma così armoniosa nelle linee da costituire senza dubbio una delle migliori opere del grande architetto, una volta tanto libero di esprimersi senza dover soddisfare le manie di grandezza dei nobili catanesi. Nonostante i muri siano parzialmente rovinati e corrosi, e in parte addirittura diroccati, si può ancora ammirare il portico avente tre archi a tutto sesto ai quali si aggiunge un quarto tribolato, archi coronati dalla transenna che limita la terrazza e sulla quale danno le stanze superiori.
Non lontano dalla casa, sulla piazza omonima, sorge il collegio Cutelli, un bell’esemplare di costruzione realizzata da Stefano Ittar, mentre del Vaccarini è il cortiletto circolare a porticato. Tra gli edifici che sorgono in questa zona della via Vittorio Emanuele vi sono i palazzi Valle e Serravalle, entrambi del Vaccarini; il palazzo Reburdone col cortile disegnato dall’immancabile architetto palermitano; e il palazzo Bonajuto posto all’angolo dell'omonima piazza. Sempre in via Vittorio Emanuele, ma sulla parte occidentale, sorge l’austero palazzo Marletta (all’angolo con la piazza del Duomo) e l'imponente palazzo Bruca (sul lato sinistro prima d’arrivare a piazza S. Francesco) di cui è ammirevole l’altissimo portale a lesene accoppiate e il cortile con una fontana posta al centro; sullo sfondo fa da scenografia un portico in stile jonico.
La via Garibaldi, parallela al «Corso», è sempre stata un’arteria vitale della città, sempre affollata di traffici e di commerci. Ancora oggi, sebbene il centro della città si sia spostato più a nord-ovest, i catanesi delle classi meno abbienti vi vengono, richiamati dalla presunta politica di buon mercato che tradizionalmente vi si attua. La strada è ricca di palazzi del '700, tanto da meritare più d’una semplice citazione.
Teatro Massimo Bellini progettato da Andrea Scala
Apre la rassegna il palazzo dei principi del Pardo, palazzo posto ad angolo con piazza Duomo a fianco della fontana dell’Amenano. Ricco di decorazioni, sono interessanti le massicce cornici tipiche del barocco catanese e i ballatoi ornati di sculture con maschere fantastiche.
Nelle vicinanze, in via Martino, una lapide ricorda l’albergo in cui soggiornò Wolfgang Goethe dal 2 al 5 maggio 1787.
Andando avanti si incontra piazza Mazzini (ex piazza S. Filippo) cinta da portici che sostengono delle estese terrazze dagli ampi balconi. Nel realizzare quest’opera, gli architetti Stefano Ittar e Francesco Battaglia utilizzarono 32 colonne provenienti dalla basilica romana scoperta durante i lavori del convento di S. Agostino. Per il popolo catanese, piazza Mazzini è «a chiazza de’ morti», in quanto sino a pochi anni fa vi si teneva un mercato di dolci e giocattoli in coincidenza coi giorni della Commemorazione dei defunti; ciò per l’antica tradizione di fare doni ai bambini il 2 novembre, attribuendo ai defunti della famiglia la facoltà di donatori: una festa di S. Nicola anticipata di due mesi! Al termine della strada si apre piazza Palestro, nella quale troneggia Porta Garibaldi (meglio conosciuta come «u furtinu»). Si tratta di un bell'esemplare di costruzione barocca realizzata in conci di lava e pietra bianca di Siracusa, sormontata da un grande orologio coronato da un’aquila. Ricchissima di ornamenti e di figure simboliche con mascheroni e trofei, tra cui il rilievo di un elefante, simbolo della città che vuole essere esaltata dalla porta (come indicano le scritte laterali: «Litteris armatur» e «Armis decoratur»). La monumentale costruzione, opera di Francesco Battaglia e di Stefano Ittar, venne eretta in occasione del matrimonio fra Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Austria (1768), e per lungo tempo fu chiamata «Porta Ferdinanda»; dopo l’unificazione fu dedicata all’eroe dei due mondi. Rispetto alla sua originaria progettazione, l’attuale sistemazione è molto alterata, in quanto oltre che la Porta, tutta la piazza era strutturata in maniera assai diversa.
In un’incisione dei primi dell’ottocento, dovuta al genio di Sebastiano Ittar, figlio e nipote degli architetti realizzatori, la Porta figura in mezzo alla piazza ed è chiusa ai lati da due bastioni; nella parte mediana sono inseriti due torrioni, due file di eleganti edifici bassi a portico fiancheggianti la piazza, mentre il primo piano è realizzato a giardino con al centro un viale terminante in due colonne sormontate da sculture con trofei di armature imbandierate.
Quando nel 1932 si procedette al restauro e ad isolare la Porta nella maniera che attualmente la vediamo, questa era inserita in modestissimi fabbricati che ne deturpavano la visione.
Il monumento che i due architetti costruirono in maniera sontuosa corrispondeva alla nuova arteria esterna che, dopo il terremoto venne tagliata per rendere più comodo ed appariscente l’accesso a quanti provenissero da Palermo. Così la Porta sostituì il vecchio ingresso che era molto più piccolo e risultava decentrato rispetto alla nuova strada. Di questa antica Porta sono ancora visibili i resti che si trovano ubicati in fondo a via Sacchero. Si tratta di un grande arco in pietra lavica stretto tra vecchissime case e posizionato sul lato est, quasi parallelamente alla Porta Garibaldi. Il popolo lo chiama ancora il Bastione o Fortino vecchio, in quanto ad esso anticamente facevano corona i muri di cinta della città con relativi fortilizi per la difesa.
La prima e più importante strada tracciata dal Duca Lanza di Camastra, inviato dal viceré Gian Francesco Paceco Duca di Uzeda, fu via Etnea (che spesso il popolo insiste ancora nel chiamare «a strata ritta») che congiunge in linea retta il mare con le prime pendici del vulcano. Qui i notabili e i patrizi più pretenziosi costruirono le loro comode e lussuose dimore, che furono realizzate dai migliori architetti e che, pur facendoci riflettere sulla vanità di coloro che invece di migliorare le condizioni del popolo hanno speso il loro denaro per soddisfare il desiderio di sentirsi «importanti», rimangono come una mirabile testimonianza dell’arte barocca.
Tra gli edifici di maggior pregio che, partendo da piazza Duomo, si allineano sui due lati della strada, citiamo quello appartenuto ad una delle famiglie nobili che ebbero, per secoli, sopratutto nel cinquecento, un ruolo di grande preminenza nella vita pubblica della città, ricoprendo molto spesso cariche politiche ed amministrative: i Gioieni, discendenti da Arrigo d'An giò, consanguineo di Carlo I d’Anjou.
L’edificio è sito all’angolo fra via Etnea, piazza Università e via Euplio Rejna. Attaccato al muro, sul fianco dell'ingresso principale che si affaccia sulla piazza, un bassorilievo bronzeo (opera dello scultore Mario Rutelli, del primo novecento) ricorda Giuseppe Gioieni d’Angiò, grande naturalista (1747-1822).
Sempre sulla piazza, di fronte al palazzo dell’Università, sorge un altro edificio di grande armonia architettonica, il palazzo dei marchesi di S. Giuliano, oggi proprietà del Credito Italiano. Costruito dal Vaccarini tra il 1738 e il 1745, nell’insieme ricorda un edificio del Vanvitelli che si trova a Napoli, il palazzo Fontana Medina.
La Fontana di Plutone e Proserpina, opera dello scultone
Moschetti, eseguita nel 1912

I San Giuliano, come i Gioieni, fanno parte di quel gruppo di famiglie catanesi notabili suaccennate. Uno di essi, Antonio Paterno Castello, marchese di S. Giuliano, fu statista insigne. Morì a Roma nell’ottobre del 1914.

Sul prospetto dell'edificio che guarda via Euplio Rejna una targa marmorea ricorda il famoso teatro dialettale di Catania «Machiavelli», che fu la scuola iniziale di attori come Giovanni Grasso e Angelo Musco.
Sul lato opposto fanno da cornice alla chiesa della Collegiata due edifici, il secondo dei quali è quello di Casa Biscari. Quasi di fronte, prima di giungere ai «quattro canti», si trovava un bel prospetto di antico palazzo nel quale si apriva il balcone da cui Garibaldi lanciò il proclama «O Roma o morte!». Essendo il palazzo gravemente lesionato, anziché restaurarlo, si decise d’abbatterlo; attualmente si sta procedendo alla costruzione d’un nuovo edificio che, secondo le autorità preposte alla fabbrica, sarà identico a quello abbattuto (?).
Sullo stesso lato della strada sorge il settecentesco palazzo Carcaci; di fronte a questo, il palazzo S. Demetrio che fu il primo ad essere innalzato dopo il terremoto, come ricordato da due iscrizioni poste nell'atrio e in cui figura il nome del proprietario (Eusebio Massa barone di S. Gregorio e precettore della Valle dei Boschi).
L’edificio, in pietra bianca, è ricchissimo di bassorilievi ed ornamenti ed è opera di Pietro e Francesco D'Amico e di Pietro Flavetta. Quasi interamente distrutto dai bombardamenti aerei del 1943, venne riedificato nel dopoguerra e possiamo considerarlo più una copia dell’originale che un restauro.
Dietro palazzo Carcaci, sulla piazza omonima, si erge maestoso uno degli edifici monumentali della città: il palazzo dei principi Manganelli.
Sulla piazza Stesicoro, con una delle facciate che dà sulla via Etnea, si staglia inconfondibile il palazzo Tezzano. Costruito nel 1724 da Alonzo Di Benedetto, il prospetto guarda l'Anfiteatro romano con il coronamento turrito su cui appaiono; le teste di due mori col grande orologio sotto le campane. Sino al 1880 il palazzo fu sede dell’ospedale di S. Marco, poi sede del Tribunale e infine dal 1953 è adibito a scuola pubblica
Di fronte al palazzo Tezzano, e in posizione identica, s'innalza il palazzo del marchese del Toscano. È una colossale costruzione d’ispirazione rinascimentale, opera dell’architetto napoletano Errico Alvino (1864). L'edificio sorge su un antico palazzo del Vaccarini, ch’era del nobile Pietro Maria Tedeschi Bonadies. Gli sta vicino, tra la piazza e il corso Sicilia, il palazzo del barone Beneventano (che in parte ne ricalca lo stile).
All’angolo fra via Etnea e via Pacini sorge il palazzo del principe del Grado, opera di Carlo Sada.
Superato l’ingresso del Giardino Bellini, la casa dove morì Federico De Roberto e, di fronte (ad angolo con via Umberto I), il prospetto della casa del barone Pancàri, anch’ essa realizzata dal Sada e di gusto barocchetto.
Prima di giungere a piazza Borgo si incontra un’altra opera del Sada, l’ex palazzo Libertini, e, quasi di fronte, l’Orto Botanico (fondato nel 1858 dal prof. Mario Di Stefano) in cui si trovano molte culture di piante rare, e una serra riscaldata per le piante tropicali.
Al numero civico 575, all’altezza del secondo piano, una lapide ricorda la casa del poeta Mario Rapisardi (che vi morì il 4-1-1912). Sullo stesso lato, cento metri più avanti, l’Ospizio dei Ciechi fondato da Tommaso Ardizzone barone di Gioieni (1911) e del quale il grandioso complesso porta il nome.
Si giunge così al «Tondo Gioieni», fine della via Etnea e inizio d’un importante nodo stradale che congiunge la circonvallazione con le arterie di smistamento per i paesi dell’Etna.
Questa la Catania che seppero creare i nostri artisti del XVIII secolo. Una città «salotto», ricca di opere d’arte e di monumenti superbi, di edifici dall’euritmia sognata, cui si aggiungevano i «silenzi stradali» del tempo, il traffico pigro delle carrozzelle che produceva rumori ovattati, senza la frenesia attuale. Solo immaginando questo è possibile apprezzare in pieno tutte quelle opere, incasellandole nel loro giusto posto di opere che assolvono in pieno funzionalità ed estetica. Certo, le auto che hanno invaso la via Etnea sfavillante di neon, rappresentano una realtà indiscutibile del nostro tempo. Ma se accanto ad una di esse sonnecchia pigra una carrozzella da nolo, il nostro occhio abbandona il mostro d’acciaio e si fissa a guardare quell’immagine romantica che ci riporta ad antichi tempi, con simpatia ed amore, come il volto di un familiare in una folla indifferente e forestiera. Ciò deriva, forse, dal fatto che non è vero il detto che tutto il mondo è paese, essendo la cosa, può darsi, al contrario; ossia che ogni paese possiede un clima proprio.
Riprendendo il regolamento urbano della Catania dell’ottocento, potremo rivivere il traffico e le vecchie usanze dell’epoca. È opportuno non- perdere di vista i monumenti passati in rassegna, e con essi raggiungere la riva dell’ottocento. Si sgombrino perciò idealmente dai traffici attuali le vie della città, si spengano le luci elettriche e al posto degli affollati caffè e dei negozi variopinti ricollochiamo le botteghe scure e le osterie, che sorgevano alla «rotonda» o al «corso». Si fissi il pensiero sulle strade illuminate da fanali a gas, lungo le file dei palazzi barocchi più superbi delle moderne costruzioni, con l’illusione di vedere i vecchi «landaous» ed incontrare geni immortali come Rapisardi e Tempio. Si avrà così l’impressione, al crepuscolo, di ritrovarsi in una cittadina di provincia, dove tutto è rimasto intatto ed immutato. E saremo tornati indietro nel tempo.
Così fantasticando si ha un’idea dell’antica Catania.
Nell’agosto del 1853, il Comune approvava, sotto gli auspici dell’Intendente della città, un regolamento di polizia urbana, atto a tutelare il traffico stradale. Esso entrò in vigore nel 1860, rendendo arguta l’atmosfera ottocentesca e romantica di un periodo calmo e silenzioso, almeno per quanto riguarda il traffico:
«...Coloro che lasciano fuori della propria abitazione nelle ore notturne i cani, che con i loro urli e latrati turbino la quiete pubblica, andranno soggetti al pagamento da uno a tre ducati di multa... Coloro che situassero mangiatoie nelle strade, o tenessero gli animali legati alle statue o alle dansure di ferro delle chiese, saranno multati dì carlini ventinove... Nel largo della marina, le carrozze, le carrette da trasporto ed i cavalli debbono correre la passeggiata, tra il muro del seminario e la prima fila degli alberi, senza entrare nel secondo viale, pena al contravventore di quaranta carlini. Esigibili anche dal proprietario del mezzo, salvo a costui la facoltà di farsi rimborsare dal guidatore... Il mercato di lunedì in piazza Stesicorea debbasi svolgere in perfetto ordine..., si avrà cura di lasciare libero il passaggio della strada principale da parte degli ambulanti».

Questo il fondo retrospettivo in cui si plasma il traffico urbano della vecchia Catania. Naturalmente, riaprendo gli occhi e tornando alla realtà dei nostri giorni, tutto ciò appare anacronistico, eppure questa nota la crediamo utile per meglio capire cosa fosse la città di un tempo.
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