domenica 24 agosto 2014

Gaston Bachelard, La filosofia del non, Pellicanolibri, 1978

Viene pubblicata per la prima volta in italiano (1978) l'opera più importante del filosofo francese. Una scoperta di cui pochi si accorsero, salvo Giulio Giorello che seguiva (adottando i testi in francese) l'autore.
Il libro è ancora disponibile e si può ordinare nel sito della Pellicanolibri
Questa che pubblichiamo è la Premessa

PENSIERO FILOSOFICO E SPIRITO SCIENTIFICO

I
L’utilizzazione dei sistemi filosofici in domini lontani dalla loro origine spirituale è sempre un’operazione delicata, spesso un’operazione infida. Così trapiantati, i sistemi filosofici divengono sterili o ingannevoli; perdono la loro efficacia di coerenza spirituale, efficacia così notevole quando li si rivive nella loro reale originalità — con la scrupolosa fedeltà dello storico —, nella loro orgogliosa certezza di pensare quel che non si penserà mai due volte. Si dovrebbe quindi concludere che un sistema filosofico non deve essere utilizzato per fini diversi da quelli che esso si attribuisce. Quindi, la più grave manchevolezza ai danni dello spirito filosofico sarebbe proprio il misconoscere questa intima finalità, questa finalità spirituale che dà vita, forza e chiarezza ad un sistema filosofico. In particolare, se si tenta di lumeggiare i problemi della scienza con la riflessione metafisica, se si tende a confondere i teoremi e i filosofemi, ci si trova dinnanzi la necessità di applicare una filosofia necessariamente finalistica e chiusa ad un pensiero scientifico aperto. Si corre il rischio di scontentare tutti: scienziati, filosofi e storici.
In realtà, gli scienziati ritengono inutile una preparazione metafisica; essi fanno professione di accettare, sulle prime, la lezione dell’esperienza se lavorano alle scienze sperimentali, i principi dell’evidenza razionale se lavorano alle scienze matematiche. L’ora della filosofia batte, per loro, solo dopo il lavoro effettivo; essi concepiscono quindi la filosofia delle scienze come un bilancio di risultati generali del pensiero scientifico, come una raccolta di fatti importanti. Poiché la scienza è sempre incompiuta, la filosofia degli scienziati rimane sempre più o meno eclettica, sempre aperta, sempre precaria. Anche se i risultati positivi rimangono, per certi aspetti, debolmente coordinati, questi dati possono essere lasciati così, come degli stati dello spirito scientifico, a danno dell’unità che caratterizza il pensiero filosofico. Per lo scienziato la filosofia delle scienze appartiene ancora al regno dei fatti.
Da parte loro, i filosofi, giustamente coscienti del potere di coordinazione delle funzioni spirituali, giudicano sufficiente una meditazione di questo pensiero coordinato, senza curarsi troppo del pluralismo e della varietà dei fatti. I filosofi possono divergere tra loro sulla ragione di questa coordinazione, sui principi della gerarchia sperimentale. Alcuni possono andare tanto lontano nell’empirismo, da ritenere che la normale esperienza oggettiva basti a spiegare la coerenza soggettiva. Ma non si è filosofo se non si prende coscienza, ad un dato momento della riflessione, della coerenza e dell’unità del pensiero, se non si formulano le condizioni della sintesi del sapere. Ed è sempre in funzione di questa unità, di questa coerenza, di questa sintesi, che il filosofo pone il problema generale della conoscenza. Allora la scienza gli si offre come una raccolta particolarmente ricca di conoscenze ben fatte, di conoscenze ben connesse. In altre parole, il filosofo chiede semplicemente alla scienza esempi per provare l’attività armoniosa delle funzioni spirituali, ma crede di avere senza la scienza, prima della scienza, il potere di analizzare questa attività armoniosa. Così gli esempi scientifici vengono sempre evocati, mai sviluppati. A volte gli esempi scientifici sono perfino commentati seguendo principi che non sono principi scientifici; essi suscitano metafore, analogie, generalizzazioni. Avviene così che troppo spesso, sotto la penna del filosofo, la relatività degenera in relativismo, l’ipotesi in supposizione, l’assioma in verità prima. In altri termini, rimanendo al di fuori dello spirito scientifico, il filosofo crede che la filosofia delle scienze possa limitarsi ai principi della scienza, ai temi generali, o ancora, limitandosi strettamente ai principi, il filosofo pensa che la filosofia della scienza abbia la finalità di condurre i principi della scienza ai principi di un pensiero puro che potrebbe non interessarsi dei problemi dell’applicazione effettiva. Per il filosofo la filosofia delle scienze non appartiene mai totalmente al regno dei fatti.
Così la filosofia delle scienze rimane troppo spesso accantonata alle due estremità del sapere: nello studio dei principi generali dai filosofi, nello studio dei risultati particolari dagli scienziati. Essa si esaurisce contro i due ostacoli epistemologici contrari che limitano ogni pensiero: il generale e l’immediato. Essa valorizza a volte l’à priori, a volte l’à posteriori, misconoscendo le trasmutazioni di valori epistemologici che il pensiero scientifico contemporaneo opera continuamente tra l’a priori e l’a posteriori, tra i valori sperimentali e i valori razionali.

II
Pare dunque che manchi una filosofia delle scienze che ci mostri in quali condizioni — a un tempo soggettive e oggettive — principi generali conducano a risultati particolari, a fluttuazioni diverse; e in quali condizioni risultati particolari suggeriscano generalizzazioni che li completano, dialettiche che producono principi nuovi.
Se si -potesse allora tradurre in termini filosofici il doppio movimento che anima attualmente il pensiero scientifico, ci sì accorgerebbe che d’alternanza dell’a priori e dell’a posteriori è obbligatoria, che l’empirismo e il razionalismo sono legati, nel pensiero scientifico, da uno strano legame, forte come quello che unisce il piacere e il dolore. In vero, l’uno trionfa dando ragione all’altro: l’empirismo ha bisogno di essere compreso, il razionalismo d’essere applicato. Un empirismo senza leggi chiare, senza leggi coordinate, senza leggi deduttive non può essere né pensato né insegnato; un razionalismo senza prove tangibili, senza applicazione alla realtà immediata non può essere del tutto convincente. Si prova il valore di una legge empirica facendone la base di un ragionamento. Si legittima un ragionamento facendone la base di un’esperienza. La scienza, somma di prove e di esperienze, somma di regole e di leggi, somma di evidenze e di fatti, ha quindi bisogno di una filosofia a due poli. Più esattamente ha bisogno di uno sviluppo dialettico, poiché ogni nozione viene chiaramente definita in maniera complementare da due punti di vista filosofici differenti.
Si interpreterebbero male queste parole se si leggesse in esse una semplice ammissione di dualismo. Al contrario, la polarità epistemologica è ai nostri occhi la prova che ciascuna delle dottrine filosofiche che abbiamo schematizzato con i termini empirismo e razionalismo è il complemento effettivo dell’altra. L’una completa l’altra. Pensare scientificamente significa porsi nel campo epistemologico intermedio fra teoria e pratica, fra matematica ed esperienza. Conoscere scientificamente una legge naturale vuol dire conoscerla ad un tempo come fenomeno e come noumeno.
D’altra parte, poiché in questo capitolo preliminare vogliamo precisare quanto più chiaramente possibile il nostro intento filosofico, dobbiamo aggiungere che, a nostro avviso una delle due direzioni metafisiche deve essere privilegiata: quella che va dal razionalismo all’esperienza. È attraverso questo movimento epistemologico che cercheremo di caratterizzare la filosofia della scienza fisica contemporanea. Interpreteremo quindi, nel senso di un razionalismo, la supremazia recente della fisica matematica.
Questo razionalismo applicato, questo razionalismo che riprende gli insegnamenti forniti dalla realtà per tradurli in programma di realizzazione gode d’altronde, secondo noi, di un privilegio che è certo nuovo. Per questo razionalismo che progetta, assai differente in ciò dal razionalismo tradizionale, l’applicazione non è una mutilazione; l’azione scientifica guidata dal razionalismo matematico non è una transazione sui principi. La realizzazione di un programma razionale di esperienze determina una realtà sperimentale priva di irrazionalità. Avremo occasione di provare che il fenomeno ordinato è più ricco del fenomeno naturale. Ci basta, per il momento, aver rimosso dallo spirito del lettore l’idea comune che vuole che la realtà sia una somma di inesauribile irrazionalità. La scienza fisica contemporanea è una costruzione razionale: elimina l’irrazionalità dai suoi materiali di costruzione. Il fenomeno realizzato deve essere protetto da ogni perturbazione irrazionale. Come si vede, il razionalismo che difendiamo affronterà la polemica che si appoggia all’irrazionalismo insondabile del fenomeno per affermare una realtà. Per il razionalismo scientifico l’applicazione non è una sconfitta, un compromesso. Esso vuole applicarsi. Se si applica male, si modifica. Non rinnega per questo i suoi principi: li dialettizza, Insomma la filosofia della scienza fisica è fora® la sola filosofia che si applica determinando un superamento dei suoi principi. In breve, è la sola filosofia aperta. Ogni altra ¦; filosofia pone i propri principi come intangibili, le proprie verità, prime come totali e compiute. Ogni altra filosofia si gloria del propria chiusura.

III
Come non accorgersi allora che una filosofia che voglia essere veramente adeguata al pensiero scientifico in costante evoluzione deve considerare la reazione delle conoscenze scientifiche sulla struttura spirituale? Ed è così che, sin dall’inizio delle nostre riflessioni sul ruolo di una filosofia delle scienze ci imbattiamo in un problema che ci sembra mal posto tanto dagli scienziati quanto dai filosofi. È il problema della struttura e dell’evoluzione dello spirito. Anche qui, la stessa opposizione: lo scienziato crede di partire da uno spirito senza struttura, senza conoscenze; il filosofo pone il più delle volte uno spirito costituito, provvisto di tutte le categorie indispensabili –per comprendere il reale.
Per lo scienziato, la conoscenza sorge dall’ignoranza come la luce dalle tenebre. Lo scienziato non s’avvede che l'ignoranza è un tessuto di errori positivi, tenaci, solidali. Non si rende conto che le tenebre spirituali hanno una struttura e che, in queste condizioni, ogni esperienza oggettiva corretta deve sempre determinare la correzione di un errore soggettivo. Ma non si  distruggono facilmente gli errori a uno a uno. Essi sono coordinati. Lo spirito scientifico non può costituirsi che distruggendo lo spirito non scientifico. Troppo spesso lo scienziato affida ad una pedagogia frammentaria mentre lo spirito scientifico dovrebbe mirare ad una totale riforma soggettiva. Ogni reale progresso nel pensiero scientifico ha bisogno di una conversione. I progressi del pensiero scientifico contemporaneo hanno determinato delle trasformazioni negli stessi principi della conoscenza.
Per il filosofo che per mestiere trova in sé delle verità prime, l’oggetto preso in blocco conferma senza difficoltà i principi generali. Così le perturbazioni, le fluttuazioni, le variazioni non turbano affatto il filosofo. Egli o le trascura come dettagli inutili o le affolla per convincersi della fondamentale irrazionalità del dato. In entrambi i casi, il filosofo è preparato a sviluppare, a proposito della scienza, una filosofia chiara, rapida, facile, ma che rimane una filosofia da filosofo. Una sola verità basta allora per uscire dal dubbio, dall’ignoranza, dallo irrazionalismo; essa basta a illuminare un’anima. La sua evidenza si specchia in infiniti riflessi. Questa evidenza è una luce unica: non ha forme, non ha varietà. Lo spirito vive una sola evidenza. Non cerca di crearsi altre evidenze. L’identità dello spirito nell’io penso è così chiara che la scienza di questa coscienza chiara è immediatamente la coscienza di una scienza, la certezza di fondare una filosofia del sapere. La coscienza della identità dello spirito nelle sue diverse conoscenze arreca, da sola, la garanzia di un metodo permanente, fondamentale, definitivo. Di fronte ad un tale successo, come si potrebbe porre la necessità di modificare lo spirito e di andare alla ricerca di nuove conoscenze? Per il filosofo, le metodologie, così diverse, così mobili nelle differenti scienze, dipendono comunque da un metodo iniziale, da un metodo generale che deve informare tutto il sapere, che deve trattare alla stessa maniera tutti gli oggetti. Così, una tesi come la nostra che pone la conoscenza come una evoluzione dello spirito, che accetta variazioni che riguardano l’unità e la perennità dell’io penso deve turbare il filosofo.
Pure, è ad una tale conclusione che dobbiamo arrivare se vogliamo definire la filosofia della conoscenza scientifica come una filosofia aperta, come la coscienza di uno spirito che si fonda lavorando sull’ignoto, cercando nel reale ciò che contraddice conoscenze anteriori. Innanzitutto, occorre prendere coscienza del fatto che l’esperienza nuova dice no all’esperienza vecchia: senza di che, è evidente, non si tratta di un’esperienza nuova. Ma questo no non è mai definitivo per uno spirito che sa dialettizzare i suoi principi, costituire in se stesso nuove forme di evidenza, arricchire il suo corpo di spiegazione senza accordare alcun privilegio a quel che sarebbe un corpo naturale di spiegazione adatto a spiegar tutto.
Il nostro libro apporterà parecchi esempi di questo arricchimento; ma senza attendere, per chiarire bene il nostro punto di vista, diamo, sull’esempio più sfavorevole alla nostra tesi, nel dominio stesso dell’empirismo, un esempio di questa trascendenza sperimentale. Crediamo infatti che questa espressione non sia esagerata per definire la scienza di osservazione naturale. V’è rottura tra la conoscenza sensibile e la conoscenza scientifica. Si vede la temperatura su un termometro, non la si sente. Senza teoria non si saprebbe mai se ciò che si vede e ciò che si sente corrispondono allo stesso fenomeno. Risponderemo, in questo nostro libro, all’obiezione che si fa forte della traduzione necessariamente sensibile della conoscenza scientifica, all’obiezione che pretende di ridurre l’esperimento ad una serie di letture di indici. Invero, l'oggettività della verifica in una lettura di indici designa come oggettivo il pensiero che si verifica. Il realismo della funzione matematica è presto sostituito alla realtà della curva sperimentale.
D’altronde, se non si concordasse con questa nostra tesi che pone lo strumento come un che di là dall’organo, abbiamo in riserva una serie di argomenti coi quali proveremo che la microfisica postula un oggetto che va di là dagli oggetti comuni. V’è dunque almeno una rottura nell’oggettivazione ed è per questo che siamo autorizzati a dire che l’esperienza nelle scienze fisiche ha un oggetto di là, una trascendenza, che non è chiusa in se stessa. Anche il razionalismo che informa questa, esperienza deve accettare subito una apertura correlativa a questa trascendenza empirica. La filosofia criticista, dì cui sottolineeremo la solidità, deve essere modificata anche in funzioni di questa apertura. Più semplicemente, poiché i quadri dell’intelletto devono essere resi più duttili e distesi, la psicologia dello spirito scientifico deve essere fatta su basi nuove. La cultura scientifica deve determinare delle modificazioni profonde del pensiero.


IV
Ma se il dominio della filosofia delle scienze è così difficile da delimitare, noi vorremmo, in questo saggio, invocare da tutti delle concessioni.
Ai filosofi, richiederemo il diritto di servirci di elementi filosofici staccati dai sistemi in cui hanno avuto origine. La forza filosofica di un sistema è concentrata a volte in una funzione particolare. Perché esitare a proporre questa funzione particolare al pensiero scientifico che ha tanto bisogno di principi di informazione filosofica? È sacrilegio, ad esempio, prendere uno strumento epistemologico così meraviglioso come la categoria kantiana e mostrarne la validità per l’organizzazione del pensiero scientifico? Se un eclettismo dei fini confonde indebitamente tutti i sistemi, pare che un eclettismo dei mezzi sia ammissibile per una filosofia delle scienze che voglia affrontare tutti i compiti del pensiero scientifico, che voglia rendere conto dei differenti tipi di teorie, che voglia misurare la portata delle loro applicazioni, che voglia, anzitutto, sottolineare i procedimenti assai vari della scoperta, fossero anche i più arrischiati. Chiederemo anche, ai filosofi, di rompere con l’ambizione di voler trovare un solo punto di vista, e un punto di vista fisso, per giudicare l’insieme di una scienza così vasta e così mutevole come la fisica. Approderemo allora, per caratterizzare la filosofia delle scienze, ad un pluralismo filosofico, il solo capace di informare gli elementi così diversi dell’esperienza e della teoria, così lontani dall’essere tutti allo stesso grado di maturità filosofica. Definiremo la filosofia delle scienze come una filosofia dispersiva, come una filosofia distribuita. Inversamente, il pensiero scientifico ci apparirà come un metodo di dispersione ben ordinato, come un metodo di analisi, assai fine, per i diversi filosofemi troppo pesantemente raggruppati nei sistemi filosofici.
Agli scienziati richiederemo il diritto di distogliere per un istante la scienza dal suo lavoro positivo, dalla sua volontà di oggettività per scoprire ciò che rimane di soggettivo nei metodi più rigorosi. Cominceremo ponendo agli scienziati domande apparentemente d’ordine psicologico e a poco a poco proveremo loro che ogni psicologia è solidale con postulati metafisici. Lo spirito può cambiare metafisica; non può fare a meno della metafisica. Chiederemo quindi agli scienziati: come pensate, quali sono i vostri brancolamenti, i vostri tentativi, i vostri errori? Sotto quale impulso cambiate opinione? Perché siete così concisi quando parlate delle condizioni psicologiche di una nuova scoperta? Dateci soprattutto le vostre idee vaghe, le vostre contraddizioni, le vostre idee fisse, le vostre convinzioni senza prove. Si fa di voi dei realisti. È proprio sicuro che questa filosofia granitica, senza articolazioni, senza dualità, senza gerarchia, corrisponda alla varietà dei vostri pensieri, alla libertà delle vostre ipotesi? Diteci quel che pensate, non uscendo dal laboratorio, ma nelle ore in cui lasciate la vita comune per entrare nella vita scientifica. Dateci, non il vostro empirismo della sera, ma il vostro vigoroso razionalismo del mattino, lo a priori della vostra rèverie matematica, la foga dei vostri progetti, le vostre intuizioni inconfessate. Se potessimo estendere così la nostra ricerca psicologica, ci sembra quasi evidente che lo spirito scientifico apparirebbe anch’esso in una vera e propria dispersione psicologica, e per conseguenza in una vera e propria dispersione filosofica, poiché ogni radice filosofica ha origine in un pensiero. I differenti problemi del pensiero scientifico dovrebbero quindi ricevere differenti coefficienti filosofici. In particolare, il bilancio di realismo e razionalismo non sarebbe lo stesso per tutte le nozioni. È al livello di ciascuna nozione che si porrebbero quindi, a nostro avviso, i compiti precisi della filosofia delle scienze. Ciascuna ipotesi, ciascun problema, ciascuna esperienza, ciascuna equazione esigerebbe la sua filosofia. Si dovrebbe fondare una filosofia del dettaglio epistemologico, una filosofia scientifica differenziale che farebbe riscontro alla filosofia integrale dei filosofi. È questa filosofia differenziale che sarebbe incaricata di misurare il divenire di un pensiero.
Grosso modo, il divenire di un pensiero scientifico corrisponderebbe ad una normalizzazione, alla trasformazione della forma realistica in una forma razionalistica. Questa trasformazione non è mai totale. Tutte le nozioni non si trovano allo stesso momento delle loro trasformazioni metafisiche. Meditando filosoficamente su ciascuna nozione si vedrebbe ancora più chiaramente il carattere polemico della definizione ristretta, tutto ciò che questa definizione distingue, sopprime, rifiuta. Le condizioni dialettiche di una definizione scientifica differente dalla definizione comune apparirebbero allora più nettamente e si comprenderebbe, nel dettaglio delle nozioni, ciò che chiameremo la filosofia del non.

V
Ecco quindi il nostro piano: per illustrare subito le note precedenti, oscure nella loro generalità, daremo fin dal primo capitolo un esempio di questa filosofia dispersiva che è secondo noi, la sola filosofia in grado di analizzare la prodigiosa complessità del pensiero scientifico moderno.
Dopo i primi due capitoli che sviluppano un preciso problema epistemologico studieremo gli sforzi di apertura del pensiero scientifico in tre campì il più possibile diversi tra loro.
Dapprima al livello di una categoria fondamentale, la sostanza, avremo occasione di mostrare l’abbozzo di un non-kantismo, cioè di una filosofia di ispirazione kantiana che supera la dottrina classica. Utilizzeremo così una nozione filosofica che ha funzionato correttamente sulla scienza newtoniana e che secondo noi bisogna aprire per tradurre la sua funzione corretta nella scienza della chimica di domani. In questo capitolo troveremo correlativamente argomenti per un non-realismo, per un non-materialismo, cioè per una apertura del realismo, del materialismo. La sostanza chimica sarà quindi rappresentata come una parte — una semplice parte — di un processo di distinzione; il reale sarà rappresentato come un istante di una realizzazione ben condotta. Il non-realismo (che è un realismo) e il non-kantismo (che è un razionalismo) trattati insieme riguardo alla nozione di sostanza appariranno, nella loro opposizione ben congegnata, come spiritualmente coordinati. Fra i due poli del realismo e del kantismo classici nascerà un campo epistemologico intermedio particolarmente attivo. La filosofia del non si troverà dunque ad essere non un atteggiamento di rifiuto, bensì un atteggiamento di conciliazione. Più precisamente, la nozione di sostanza così duramente contraddittoria quando la si coglie nella sua informazione realista da una parte, e nella sua informazione kantiana dall’altra, sarà chiaramente transitiva nella nuova dottrina del non-sostanzialismo. La filosofia del non permetterà di riassumere, insieme, tutta l’esperienza e tutto il pensiero della determinazione di una sostanza. Una volta che la categoria sarà aperta, essa sarà capace di riunire tutte le sfumature della filosofia chimica contemporanea.
Il secondo campo per il quale proporremo un allargamento della filosofia del pensiero scientifico sarà la intuizione. Ancora una volta prenderemo degli esempi precisi. Mostreremo che la intuizione naturale non è che una intuizione particolare, e che aggiungendo ad essa le giuste libertà di sintesi si comprende meglio la gerarchia dei legami intuitivi. Mostreremo l’attività del pensiero scientifico nella intuizione elaborata.
Infine, affronteremo il terzo campo: il campo logico, che da solo richiederebbe un’intera opera. Ma pochi riferimenti alla attività scientifica saranno sufficienti a mostrare che i quadri più semplici dell’intelletto non possono sussistere nella loro inflessibilità, se si vogliono misurare i nuovi destini della scienza. In tutti i suoi principi, la ragione ortodossa può essere dialettizzata con dei paradossi.
Dopo questo sforzo di ampliamento applicato a dei campi così diversi come una categoria, una intuizione, una logica, noi: torneremo, nelle conclusioni, per evitare ogni equivoco, sui principi di una filosofia del non. In effetti dovremo ricordare sempre che la filosofia del non non è psicologicamente un negativismo e che non porta, rispetto alla natura, a un nichilismo. Essa procede al contrario, in noi e fuori di noi, da una attività costruttiva. Essa pretende che lo spirito in opera è un fattore di evoluzione. Pensare bene il reale, è approfittare delle sue ambiguità per modificare e avvertire il pensiero. Dialettizzare il pensiero, è accrescere la garanzia di creare scientificamente dei fenomeni completi, di rigenerare tutte le variabili degenerate o soffocate che la scienza, come il pensiero ingenuo, aveva ignorato nel suo primo studio.


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