domenica 24 agosto 2014

La treccia di Tamara di Valbona Jakova


La treccia di Tamara, racconto di Valbona Jakova

Gli albanesi di Tropoja sono tutti di statura alta, sia gli uomini, che le donne. Così si dice da noi. Mehmet Dermani era nato a Tropoja e, ai tempi della guerra, si è trasferito a Tirana per studiare all’Accademia Militare. Conosceva bene la lingua italiana, era una persona estremamente intelligente e soprattutto ironica. Durante gli studi imbracciò, come tutti i giovani di quel tempo, il fucile per combattere gli invasori, divenendo quindi un partigiano. Dopo la liberazione dell’Albania divenne un noto giornalista e proprio per salvare la sua abilità, lo mandarono a curare la tubercolosi, presa durante gli anni di guerra, in Cecoslovacchia. Grande amante della verità, se gli rivolgevano delle domande, non cercava di essere diplomatico descrivendo la realtà dell’Albania per quella che non era, come facevano gli altri, ma in due o tre parole inquadrava la cruda situazione definendola in modo sorprendente e sbalorditiva. Un giorno dei giornalisti cechi gli fecero una visita in ospedale e, tra le altre cose, gli chiesero:
“Qual è il nutrimento principale di voi albanesi e qual è il vostro cibo preferito?”.
La sua velocissima risposta è stata:
“Il nutrimento principale di noi albanesi sono le conferenze e il nostro unico e solo cibo preferito sono i fagioli”.
Per questa frase lui, ancora non guarito del tutto, venne immediatamente trasferito in Albania, dopo di che fu internato a Seleniza di Valona come traditore e nemico del popolo albanese. Lo seguì anche la moglie Shpresa che, per tutto il resto della vita, fu costretta ai lavori forzati lavorando in campagna, avendo la grande colpa di non aver abbandonato e condannato il marito. La coppia non aveva figli.
Lei era la zia di A. Gj. cantautore albanese e questo le bastava per essere fiera e talmente felice da non smettere di vantarsi di lui ogni giorno, anche se sua sorella che abitava a Tirana non era mai andata a Seleniza per vedere in quale miseria e povertà vivesse.
Mehmet durante il viaggio si assopì e, in uno stato di dormiveglia, ebbe questa visione.
Quasi felice, ha la sensazione di avere accanto un essere trasparente che gli sorride. Poi stranamente gli fa vedere degli uomini erranti in fuga in cerca di non si sa che cosa, attraverso una specie di album su cui soffia per sfogliarlo. Tutta questa gente si è stabilita intorno ad una collina dove in cima è situata una chiesa. Dietro vede un cimitero con appese, in alcune croci, delle trecce bionde. Poi all’improvviso le tombe spariscono e, in un prato pieno di luce, appare una bellissima ragazza coi capelli biondi che arrivano fino a terra, mentre si fa la treccia.
“Chi sei?” gli urla lui, spaventato.
In quel momento vede soldati con le spade sguainate che la seguono per tagliarle i capelli e quindi ucciderla. La raggiungono e la svestono, lei riesce a nascondere il corpo con i lunghi capelli sciolti e raggianti come i raggi del sol:, tutto il suo sangue si tramuta in tre veli rossi che aleggiano fluttuanti intorno al corpo e ai capelli. Leggera, la ragazza dai capelli biondi, come il vento, sviene in un vortice di luce.
“Ma chi è?” continua a urlare lui.
“È Shëne Premtja¹”, risponde l’uomo accanto, “ed io sono Shën Thanasi ², protettore dei vllahi che vivono sulla collina. Nella tua sofferenza cerchi un po’ di divertimento e sollievo per non odiare la vita, qui a Seleniza, paese dei minatori e del bitume che scatena venti neri e inquinanti. In mezzo a fumi continui e pericolosi che avvelenano, non solo il corpo, non ti rimane altro che vivere ridendo e raccontando testimonianze utili, come tu sai fare, e ogni venerdì, se vuoi, vieni a farci visita per ammirare la bellezza di Shëne Premte dei cimiteri, le tante trecce delle croci che s’intrecciano nelle storie di questo mondo. 

Gli intrecci delle storie, sono parte della vita di tutti e sono il prolungamento della vita che incontra la vita stessa in un'altra persona, una qualsiasi, obbligandola a camminare insieme in percorsi inevitabili dove ognuno cerca di trovare il proprio posto, a volte prendendo quello dell’altro facendogli mancare quello che gli appartiene.
Tante carenze creano nella vita di un uomo un precipizio spirituale che lo succhia dentro cercando sempre di farlo sprofondare negli abissi più neri della propria esistenza. Il dolore e la sofferenza umana, a causa di quello che l’uomo non può essere e per quello che non può avere, sono la gelida nebbia dell’anima che si espande infidamente a tal punto da riempire gli spazi interiori di vendetta e maledizioni, ma alla persona che trasforma la vendetta in preghiera, viene concessa una calma che lo solleva e lo trasforma in un uomo maturo e forgiato.
Perciò ogni persona è un particolare mistero che attraversa la storia sua e degli altri, come fanno le stelle che attraversano il cielo e poi misteriosamente si avvicinano e brillano di più o si allontanano velocemente nel tempo e nello spazio e all’improvviso spariscono, scrivendo così un percorso secondo una legge che non dipende dagli uomini…
Gli uomini possono solo guardarle e meravigliarsi; succede a volte che anche le stelle si meraviglino degli uomini vedendo in alcuni il nucleo focoso delle anime umane, uguali alla propria ma che non brilla perché ha una luce chiusa che oltrepassa il corpo solo secondo le leggi della loro coscienza e conoscenza di Dio.
Sai, adesso basta, ti metto alla prova, voglio vedere se riesci a distinguere lei fra le altre…” e sparisce.
Lui era musulmano e la prima cosa che fece scenendo dal camion, domandò come si chiamava il santo protettore di Seleniza. I vllahi erranti non avevano paura di dire che erano religiosi quando era proibito di parlare di religione, e di vantarsi che quella città l’avevano scelta e creata loro per se stessi sentendosi così i veri padroni del paese. Rimasero stupiti e gli risposero subito, senza dimenticare che lo dovevano trattare da nemico, e che quindi lo dovevano insultare, disprezzare e perfino sputargli in faccia. Quando risposero che era San Atanasio il santo protettore, si mise a ridere come pazzo. Era molto alto e magro e per di più dalla parte destra, da dove gli tolsero tre costole, inclinava la testa e il corpo, camminando in modo storto. Sembrava un Don Chisciotte e i selenizari non tardarono a prenderlo in giro, in altre parole, a svolgere il loro compito. Di conseguenza, da parte del Sancho Panza di turno, una specie di poliziotto unico del posto, i selenizari si presero subito il merito per gli insulti verso quel nemico comico e straordinario che infine li fece anche ridere e divertire. 
Mehmet sorrideva spesso facendo ai selenizari dei complimenti per la straordinaria bravura, senza comunque risparmiare le sue ironiche battute, e regolarmente, ogni giorno, faceva le sue immancabili passeggiate attorno la collina e per il boulevard del paese.
A causa dell’afa dell’estate e, forse anche per una propensione alla curiosità innata, la prima cosa che fece, dopo aver sistemato le sue due cose nella casa che gli avevano consegnato come internato, fu quella di visitare il posto.
Seleniza era circondata per tre lati da colline e solo l’ingresso era aperto. Sembrava così una città fortificata protetta dai venti e dai nemici del tempo e proprio per questa sua costituzione naturale con un unico accesso, i vllahi si vantavano dicendo la loro famosa frase: “sappiamo costruire castelli, sopra i castelli”.
Le colline che cingevano Seleniza erano coperte di ulivi secolari e ulivi più giovani. Sembrava un’oasi immersa nel verde. Gli abitanti, cioè i vllahi, che venivano chiamati anche i “cioban” o “ciopan” da alcune persone, per via dei loro antichi spostamenti con delle greggi, erano un popolo che contemplava la pace.
Ogni volta che accadeva una rissa, e qualcuno finiva in ospedale con il naso rotto o la bocca sanguinante, subito la sera si organizzava una cena di riconciliazione. Così nonostante le varie liti, tra loro non esisteva alcun rancore. Questi eventi attiravano in particolar modo l’interesse di Mehmet, che, come ex giornalista, osava sempre indagare sulla causa e le conseguenze, persino sull’ora della cena della riconciliazione. Misurava, a volte, la dimensione del rancore con un suo strumento speciale:
“Hanno riso 10 volte, hanno stretto la mano 15 volte, hanno cantato 5 canzoni, si sono baciati 20 volte, si sono abbracciati parecchie volte, hanno versato due lacrimucce brillantissime di gioia, perciò veramente stavolta abbiamo a che fare con una tipologia di rancore, lo possiamo dire tranquillamente, di livello zero.
Che bello essere vllah, se ci fossero tutti vllah io non sarei mai finito in prigione per una parola o una frase di troppo, dove mi hanno massacrato di pugni e calci. Per fortuna le costole non me le hanno rotte, perché sono già rotte, anzi non ci sono neanche, che bello! Com’è protetta quella parte del mio corpo, è un vero cuscino antibotte. Poi, per me, purtroppo, non c’è mai stato una cena di…eh, eh che dico. Meno male che sono ancora vivo! Devo ringraziare anche te, San Atanasio, che mi hai protetto senza che io ti conoscessi. Ma, visto che mi conoscevi, come mai non hai dato un calcio nel sedere a quei poliziotti che picchiavano una persona ammalata come me?
Sicuramente, come vllah, sei una persona contro la violenza, …hemmm, l’ho capito perché non li picchiavi neppure tu…
Scherzi a parte, in qualche angolo dove non ti vedeva nessuno, non hai dato un pugno a qualcuno per vendicarmi? Dì la verità…?”
Molto abile a trovare degl’interlocutori, sembrava che quasi costringesse le persone a parlare con lui. Così è successo che un giorno, mentre stava facendo le sue solite passeggiate, un gruppetto di ragazzi lo chiamarono per cognome con un insulto che faceva rima: “o Derman o hajvan”, che vuol dire: o Derman o asino. Era proprio il momento in cui arrivava la corriera del posto che si fermava in piazza dove tutti, incuriositi, andavano puntuali a vedere chi fosse arrivato.
Tamara scende con la sua pesante valigia ed abbraccia la sorella Kristina che l’aspettava. Studiava a Tirana dagli zii materni, mentre la sua famiglia era internata a Seleniza. Era una ragazza molto bella, bionda e, inevitabilmente attirava gli sguardi degli altri su di sé, cosa che le dava fastidio. Camminava sempre con l’intento di non guardare nessuno in faccia, neanche per sbaglio. Per caso si fermarono, per riposare un attimino e per chiacchierare un po’ sulle ultime novità, proprio vicino al gruppetto dei ragazzi che stavano insultando Mehmet Dermani.
Lui, sorridente, con atteggiamento di sfida, fermo in mezzo a loro come se fosse in un grande teatro, con un sorriso amichevole e una mano tesa, velocemente inizia a recitare la sua poesia improvvisata indirizzata a un ragazzo che aveva dei baffi molto sottili e con delle estremità a forma di pungiglione di scorpione:

Non me li regali quei mustak
per andare alle nozze?
Per pulire il culo
come se fossero schiacciate cozze?
E se perdo qualche pelo,
tranquillo, ragazzo,
non sarò meno bello,
che un mulo.
Eccoti,
tutti,
te li restituisco
dal mio culo.

Poi, rivolto alle ragazze, le saluta da un vero gentiluomo. Tutti hanno smesso di parlare. La bellezza delle due ragazze lasciava senza parole anche il gruppetto di ragazzi. Un pensiero lampo riportò qualcosa alla mente di Mehmet e girandosi verso loro, dice a Tamara:
“Sei una vera Shëne Premte (Santa Venerdì), mi hai ispirato la soluzione dell’enigma”.
“Sì sì, proprio così”, risponde lei per gentilezza e senza capire niente, oggi è venerdì, e, a bassa voce aggiunge: “forse santo”.
“No, intendevo dire che sei una ragazza forte, molto forte. Assomigli a Shëne Premtja per bellezza e penso che tu sia anche forte. Ti auguro di essere un bel ricordo per tutti, proprio come lei”.
“Essere un ricordo?” dice lei stupita. “Va bene, lo farò, anche se non capisco come” risponde sorridendo, mentre le sorelle si allontanano.
Tamara era davvero forte. Il mese dopo, a settembre, iniziò la scuola al ginnasio di Seleniza e fra gli amici della classe c’era anche il ragazzo presuntuoso coi baffi che insultava Mehmet. Non solo lui, ma tutti gli altri studenti della classe, scoprirono in lei la persona che risolveva i problemi di matematica e fisica quasi a occhi chiusi. Era pronta ad aiutare tutti e superava in tutte le materie i due ragazzi che fino a quel momento erano i migliori della scuola. Per lei tutto era normale e non si vantava mai. Così si è trovata ad avere in casa molto spesso i suoi amici, per aiutarli a migliorare i loro risultati, specialmente in matematica e nelle verifiche. Aiutava sempre anche il ragazzo coi baffi con un leggero sorriso, che le faceva venire in mente la filastrocca di Mehmet. Lui, innamorato di lei, percepiva quel sorriso di cui conosceva bene la causa, ma non aveva il coraggio di chiederle il perché, perciò, per non vederla più sorridere in quel modo, tagliò i baffi e si presentò a casa sua molto contento.
Ma cos’hai fatto? erano cosi simpatici i tuoi baffi che mi ricordavano…
La bella poesia di Mehmet? Risponde lui offeso e tutto rosso in faccia.
No, non intendevo quello, ma… volevo dire che erano cosi ricci …ricciosi…riccioloni golosi scoppiando in una risata che non riusciva a contenere.
Mentre lei continuava a ridere, Pavlli, così si chiamava il ragazzo, se ne andò via quasi piangendo. Tamara gli corse dietro chiamandolo e dicendogli che era un caro amico e che la sua intenzione non era quella di offenderlo, anzi! ma lui ormai non la sentiva più.
Innamorato com’era, non poteva serbare rancore. Da quell’episodio Tamara non rideva più e cercò di cancellare dalla sua mente quei famosi versi e abituarsi all’amico senza mustak.
Dopo aver finito la scuola, da Seleniza tutta la classe andò a fare attività paramilitare a Shushica, un bel paesino che aveva preso il nome dal fiume che lo attraversava. Il fiume Shushica era un affluente del grande fiume Vjosa che attraversava Seleniza.
Il cosiddetto campo militare era costruito sotto l’ombra di grandi querce proprio dove il fiume aveva creato un’isola naturale molto affascinante. L’ambiente era fantastico e magico.
Quell’anno c’erano anche alcune classi del ginnasio di Valona a fare attività paramilitare e i ragazzi vloniati (di Valona) che pensavano di essere molto più civilizzati che i selenizari rozzi, pretendevano di fare colpo sulle ragazze più belle.
Dove finivano le querce si trovava l’unica fontana di acqua potabile dove tutti andavano a riempire le borracce.
Tamara, con il suo solito incedere, si diresse alla fontana per riempire la borraccia. Dietro la sua ombra c’era sempre Pavlli, che temeva tanto la bellezza e le pretese dei ragazzi vloniati.
La fontana era una specie di fonte d’acqua che sorgeva dal sottosuolo, riempiendo una vasca.
Lei si avvicinò e iniziò a riempire la borraccia, ma in quel preciso momento, un ragazzo vloniat, butta un sasso nella vasca e l’acqua diventa torbida. Lei tranquilla, senza dire nemmeno una parola, si allontana girando le spalle al ragazzo aspettando che l’acqua si schiarisse. Nel suo secondo tentativo il ragazzo ripete la stessa cosa. A quel punto arriva Pavlli che vuole dare un pugno al ragazzo che, molto più veloce di lui, lo sferra a Pavlli che cade per terra.
Tamara era cresciuta senza fratelli maggiori, che da noi hanno il compito di difendere la sorella in caso di litigio, perciò era stata obbligata a provvedere da sola in casi simili. Così con un movimento da atleta, pianta un pugno in faccia al ragazzo che aveva steso a terra Pavlli e le si mette vicino con un’aria da guerriero che meraviglia molto il ragazzo.
“Ti chiedo scusa”, le disse lui sorridendo. “Io non faccio mai a botte con le ragazze, non sono un vigliacco.
Però te la prendi con i più deboli?
Guarda, chiedo scusa anche al tuo amico. È stata una cosa istintiva. Ti volevo solo conoscere e non riuscivo a trovare il modo giusto. Come ti chiami?”
“Tamara, non dire mai a un vloniat come ti chiami”, dice Pavlli alzandosi da dove era caduto.
“Ragazzo, me lo hai già detto tu, non ti risulta? Comunque io mi chiamo Artan”.
“Tamara sai nuotare? Oggi c’è una gara fra ragazzi e ragazze. Vieni a fare la gara con le ragazze di Vlora? Per me hai delle spalle da nuotatrice, vincerai, sono sicuro”.
“Vince sempre lei”, interviene subito Pavlli.
Il pomeriggio, in quel tratto del fiume dove i militari avevano scavato con i loro mezzi moderni il fondale per scopi strategici e segreti, con le loro manovre strane, creando cosi una vera e propria piscina, iniziò la gara di nuoto fra le ragazze di Seleniza e di Valona. La gara la vinse Tamara, cosa che suscitò la gelosia delle ragazze di Valona che iniziarono a dire che lei non era altro che una provinciale diversa, un caso raro nel suo genere e altre ironie, ma lei, con il suo solito dire, anticipò loro dicendo:
“Ragazze, qui non siamo ai mondiali, non ho vinto un gran che”.
La gara fra i ragazzi di Valona e quelli di Seleniza, la vinse Artan, che non è riuscito ad assaporare la vittoria perché non aveva vinto i mondiali.
Artan, durante la permanenza a Shushica fece di tutto per conquistare Tamara, fino a dichiarare apertamente che il suo era un colpo di fulmine e che per lei avrebbe dato la vita.
“Non ti devi innamorare di me, non puoi dare la tua vita, cosi strettamente legata con quella degli altri di cui non disponi nulla e che non devono subire le conseguenze di una tua scelta non condivisa e non consentita. Poi conosci tutte le conseguenze se mi sposi. Non mi puoi amare senza mangiare e senza troppe, tante, tantissime altre cose che ti verranno negate.
Non mi puoi sposare anche se senti di essere innamorato e adulto da sollevare montagne. In questa fragile società che guida i sentimenti più nobili delle persone verso i precipizi morali e le fa cadere nei vuoti delle sue idee, creando ovunque cloni che parlano con la stessa bocca, non mi rimane altro che rifiutare di farne parte. Invece tu, fortunatamente o purtroppo, non lo so, ormai ne fai parte.
Perciò io non sono intenzionata a fare l’amore con nessuno se non sono innamorata e libera di amare senza paure. Visto che sono internata con l’ordine da parte del governo di non innamorarmi di nessuno, rifiuto anch’io di amare qualcuno, e rifiuto con forza proprio per respingere fino al vomito questo obbrobrioso ordine e vomitare in faccia a chi lo ha inventato.
Mi dispiace, io sono preparata a tutto ciò, invece tu, no”.
“Ma tu non hai cuore, sei diventata veramente così dura, da non sentire niente?!” le dice Artan con tanta ammarezza.
“Vedi la cerniera, la vedi la cerniera in cui ho chiuso il mio cuore? L’ho chiuso bene, fino in fondo proprio per non amare un bel ragazzo come te. Potrei, perché sei bravo, bello, dolce e intelligente, ma non devo, è un ordine, un comando che viene dall’alto, in alto c’è un potere supremo che schiaccia tutti senza farli morire ma dentro di loro fa morire l’amore, fa strage, carneficina spirituale e morale ed io obbedisco, perciò tengo chiusa la cerniera del mio cuore e non la aprirò per nessuno”.
Questo discorso, come succedeva tra i giovani, lo seppero tutti, anche Pavlli, che pur conoscendo le sue sconfitte, continuava a sperare nel suo sogno. Ormai lei veniva chiamata da tutti la ragazza di cuore d’acciaio per via della cerniera.
Tornati a Seleniza, lui decise di parlare apertamente con Tamara e dirle che l’amava tanto, come aveva fatto Artan. Forse avrebbe avuto più fortuna.
Lei per non ferirlo ancora una volta, gli disse:
“Senti Pavlli, io sono una perseguitata, perciò non mi puoi sposare, lo sai benissimo!”
“Certo che lo so, lo so bene e non mi importa un bel niente, nessuno può fermare quello che sento. Neanche i miei genitori.
“Ascolta, tagliamo corto, io non ti amo. Ti voglio bene come un caro amico e farei qualsiasi cosa per te, come amico. Questo penso che lo sai, e non ti arrabbiare con me se ti dico che non ti amo”. Rispose così Tamara, con un sorriso per non addolorarlo troppo.
Nel vedere il suo sorriso vennero in mente a Pavlli “quei” versi famosi e pensò che lei non li avesse dimenticati. Gli venne in mente che Mehmet le aveva detto di essere come Shëne Premtja; Pavlli correndo come un pazzo, va a casa e prende un’ascia.
Va dietro ai cimiteri a cercare Shëne Premte e trova 12 statue di ragazze, tutte uguali. Ognuna aveva un nome scolpito sulla pietra, sbiadito dal tempo; tuttavia avevano una sola treccia bionda e si assomigliavano così tanto fra di loro da sembrare la stessa persona, cioè la ripetizione della stessa statua. Pavlli inizia a leggere Hanna, Martinea, Merchissea, Eftalea, Spiritea, Dhimitrulla ecc, poi preso dal panico e dalla rabbia non riesce a distinguere la vera statua. Tutte traballavano d’avanti ai suoi occhi annebbiati. Poi calmatosi un po’ va a leggere quello che c’era scritto in una statua un po’ più grande:

Madre mia:
Mi hanno tagliato i capelli
che per bellezza
assomigliavano ai più costellati cieli.
Hanno svestito il mio corpo
e i cieli me l’han coperto
con nuvole e veli.
Hanno svestito il mio viso,
senza togliermi il sorriso.
Quel’dì, quando mi uccisero,
era il mio onomastico,
era venerdì.
Nel giorno della mia sorte,
la morte, per la mia croce,
aveva in mano
tre veli.
Tre cose sono intrecciate
In me
per il mio ardore:
il ricordo, la forza e l’amore.


“Ecco, l’ho trovata!” dice lui. “Adesso te li taglio io i capelli. E siccome non era in grado di far cambiare idea a Tamara, fece a pezzi quella statua prendendosela ancor di più con la treccia. Poi, con la sua treccia in mano va a raccontare a un suo amico che aveva fatto a pezzi Shëne Premte perché Tamara lo aveva rifiutato.
Subito in tutta Seleniza si è sparsa questa notizia e i selenizari religiosi erano sorti per uccidere Pavlli per la sua blasfemia. Il suo amico Pilo va subito da Sancho Panza, cioè l’unico poliziotto del posto e racconta che Pavlli ha fatto a pezzi quella bella ragazza che si chiama Shëne Premtja (Santa Venerdì) e in tutta quella faccenda la colpa era di Tamara.
“Tamara in prigione!” urla Sancho, “anche Pavlli in prigione, non si uccide Premtja, poverina, senza alcuna colpa e solo perché qui, per quanto mi riguarda, ci comanda una perseguitata. Quella nemica del popolo, quella reazionaria risponderà davanti alla giustizia per questo grande crimine. Fare Premtja (Venerdì) a pezzi è una cosa orrenda, imperdonabile, impensabile, crudele!” mentre esce per tentare di arrestare qualcuno.
Nel frattempo tutta la piazza bolle per questa faccenda. Il poliziotto, senza vedere passa vicino a Mehmet e sua moglie Shpresa con il suo passo sbrigativo. Lui che non lo temeva affatto, lo saluta:
“Buongiorno Ramadan!”
“Ma chi ti rivolge la parola che mi saluti? E perché pretendi tu, nemico del popolo albanese che io ti saluti? Gente pericolosa che sei, anzi che siete. Eh? Spiegamelo”.
“Subito”, risponde l’altro, “proprio perché sono l’unico nemico del popolo in questo posto, scusami, ho dimenticato che c’è anche mia moglie un altro potenziale nemico del popolo e…, sicuramente come dici tu, io sono il più pericoloso di tutti proprio perché sono una sola persona, non ce ne sono altri. E se non ci fossi io, così tremendo, così pericoloso per chi lavoreresti? Come giustificheresti la tua ragion d’essere, eh, spiegamelo! Poi se vuoi aggiungere anche mia moglie, allora sì che avrai da sgobbare veramente tanto”.
“Ma tu non sai che hanno ucciso quella povera ragazza? Eh, lasciami andare dove vanno tutti”, ed è corso verso i cimiteri dove in tanti erano diretti. Seguono la folla anche i coniugi Dermani dietro a Ramadan che arrivato ai cimiteri vede tante donne che piangono.
“Aprite la strada, fate largo! Chi è la madre di quella poverina…”, urla Ramadan e vista una che piangeva di più, le si avvicina, e quasi in lacrime anche lui le dice:
“Le mie condoglianze, sorella, anzi compagna! Sii forte! Ti assicuro che consegnerò alla giustizia i veri colpevoli. Dov’è il ragazzo?”
Per la prima volta nella sua vita Pavlli dimostra coraggio e si ferma di fronte a tutti con la treccia di pietra in mano:
“Sono qui!”
“Perché hai ucciso la povera Premtja?”
“Non ho ucciso nessuno, risponde lui. Io ho solo…”
“Ragazzo, confessa, chi ti ha spinto ad uccidere quella poverina… Io so tutto, non sono stupido io, so tutto, tutto. Sii sincero, ti conviene, hai capito?”
“Ah, non dire più poverina, ma grande e beata creatura di Dio perché è morta ed è con Dio”, piangeva la donna. “Lei è unica e nessuno la doveva toccare ma semplicemente adorare e pregare per ottenere miracoli. L’abbiamo lasciata là fuori perché la dovevano vedere tutti e chiedere miracoli”.
A questo punto, fra le persone si vede piangere anche Tamara, con la sua treccia bionda quasi uguale a quella di pietra che aveva in mano Pavlli. Nel vederla la donna che piangeva è rimasta colpita ed urla:
“Miracolo, miracolo, figlia mia, bellezza rara ed unica, vieni, tu sei veramente lei”, ed abbraccia Tamara.
“Miracolo? E chi li fa i miracoli qui? Vllahi, compagna Vasilika, non vi voglio sentire parlare di religione, è categoricamente proibito. Poi, sappiamo bene tutti che i veri miracoli in tutta l’Albania li fa solo il nostro partito e il nostro comandante. Tutto il mondo si sta meravigliando dei suoi miracoli. Sono cose che fanno girare la testa ai più grandi della terra”.
“Ma…, cosa intendevi dire: anche questa è figlia tua o è la vera Premtja viva Vasilika?” le chiede
Ramadan alla signora.
“Sì, sì”, risponde lei, “è figlia nostra”.
“Non capisco, figlia nostra, perché io non centro assolutamente, ma non è importante”, dice Ramadan. Poi, “forse hai ragione. Coraggio, non piangere più bella donna, cioè sorella!”
“Ascoltate”, interviene anche Mehmet. “Shëne Premtja era una santa di una provenienza molto discussa. I slavi dicono che è slava, i greci dicono che è greca. Comunque io, da parte mia, sono sicuro ch’è albanese, cioè vllaha. Secondo me, questa ragazza giovane oltre ad essere stata una bellissima santa,  soprattutto un bel ricordo incancellabile di forza, unione e amore. Per di più è un bel esempio per tutti. Conosciamo bene la sua storia. Le fonti storiche parlano chiaro di lei. Non siamo ignoranti. Non date retta ai greci che oltre ad avere degli obbiettivi sciovinisti ed espansionistici verso i nostri mari e alla nostra terra, adesso vogliono anche le nostre ragazze, ma non le avranno. Questa bellissima ragazza, questa Premtja viva e bionda con la pelle chiara come la neve, è nostra, ed oltre ad essere la figlia di Vasilika che piange così tanto di gioia per averla trovata intatta, è anche figlia nostra, come lei stessa ha detto. Non può essere altrimenti”, afferma molto serio Ramadan. “Ma dov’è quel Pilo birichino che mi ha creato tutto quel casino con le sue calunnie?”
Arrivati a questo punto nessuno osò dire che Tamara non era Shëne Premtja. Tutti, ammaliati dalla sua bellezza, la abbracciavano quasi con venerazione.
L’ha abbracciata anche il poliziotto con tanto amore prendendo in faccia la stessa espressione veneratrice che avevano gli altri e la blasfemia compiuta da Pavlli, pian pianino svanì dai ricordi delle persone ed anche Ramadan, vedendo con i suoi occhi Premtja bionda tra le braccia di Vasilika che a malincuore la concedeva agli altri affinché tutti potessero abbracciare questo suo grande tesoro, non fece più domande e considerò Tamara la sua vera figlia.

Mentre tutti se ne stavano andando, Tamara salutò Vasilika promettendo che sarebbe andata spesso da lei a trovarla, poi imboccò la strada per tornare a casa. Dopo aver fatto due passi, però, cambiò idea e tornò a vedere le famose statue delle donne vllahe morte come martiri e custodite nei cimiteri. Rimase completamente rapita dalla bellezza delle statue pensando incessantemente anche alla bravura dello scultore che aveva saputo conferire al loro aspetto quasi una espressione viva. Era diventata un tutt’uno con la magia dell’ambiente circostante quando sente un lungo sospiro che sembra provenire da una delle statue. Il loro aspetto divino e vivo la sconvolge e le fa venire i brividi. Tremante non riesce a pronunciare nessuna parola. All’improvviso esce da dietro alla statua Pavlli e con le lacrime agli occhi le chiede di disegnare la statua che lui stesso ha rovinato.
“Ma Pavlli, io non sono uno scultore!”
“Tu sai disegnare divinamente. Come amico ti chiedo un favore: fammi questo disegno e giuro, quando avrò i soldi, in base al tuo disegno io farò la statua che ho fatto a pezzi”. Poi consegnò a lei i fogli e lei disegnò la Shëne Premtja con grande ispirazione come mai aveva potuto fare in vita sua. Alla fine del lavoro si abbracciarono per la buona riuscita di quel formidabile disegno che li ha stupiti entrambi e che lui conserverà per sempre.
A settembre Tamara è andata all’università mentre Pavlli si è sposato con una vllaha bionda che, guarda caso, era una delle figlie di Vasilika. Il disegno di Tamara lo aveva incorniciato e appeso nella sua camera da letto. Lui non continuò gli studi, invece Tamara è diventata un architetto. Dopo la caduta del regime, quando tutti andavano via dall’Albania, andò via anche lei, in Grecia con la sua famiglia.

¹Shëne Premtja¹. Vuol dire Santa Venerdì, venerdì nome di ragazza.
²Shën Thanasi, San Atanasio.

I nomi dei personaggi di questo racconto sono nomi reali 
e tanti episodi sono realmente accaduti, riportando le loro stesse parole 
(specialmente le filastrocche tradotte in italiano dall’albanese) .

Valbona Jakova
17 febbraio 2012

Valbona Jakova è nata a Tirana il 23.10.1953. Nel 1991, giunge in Italia insieme alla sua famiglia, imbarcata in una delle navi attraccate al porto di Durazzo. 
1995 Pubblica la sua prima raccolta di poesie in albanese Enigmat e Pasmesnatës (Enigmi di dopomezzanotte). 
1998 Pubblica Kujt i takon kjo buzëqeshie e brishtë? (A chi tocca quest’esile sorriso?), presentato nell’antico palazzo della Lega degli Scrittori a Tirana. 
1999 Escono le due traduzioni di Ungaretti Raccolta di 37 poesie ed. Mondadori e di Neruda Venti poesie d’amore e una canzone disperata, edizioni Accademia,1973. L’opera incontra grande successo e conosce una più larga diffusione. In questa occasione le viene anche proposto di comporre un’antologia degli autori novecenteschi italiani (sogno ancora non realizzato) sia per l’innata inclinazione poietica, nel senso proprio del termine, sia per il fatto che da tempo risiede in Italia. 
2000 Presenta a Tirana la traduzione del libro di Padre Livio Fanzaga Perché credo a Medjugorje?, Sugarco Edizioni, 1998 (best-seller dell’anno 98). 
2001 Collabora come coautrice per le scuole il testo bilingue Ti racconto il mio paese edito dall’editrice Vannini. 
2003 E’ vincitrice del primo premio per la sezione poesia al concorso “Immicreando 2003” organizzata dalla Fondazione ISMU e dall’Arcidiocesi di Milano e premiato dal Cardinale Tettamanzi. Ad agosto di fronte agli scrittori albanesi presenta la seconda opera tradotta di Padre Livio Fanzaga Il Falsario, ed. Sugarco Edizioni, 1999. 
2006 Cura il testo bilingue di fiabe albanesi di Sokol Jakova: Donne, cacciatrici e perfidi imbroglioni della Sinnos Editrice con la redazione della scheda linguistica presente all’interno del libro. 
2007 Pubblica in lingua albanese la raccolta di fiabe per ragazzi Gershetet e Eres “Le forbici del vento” della Weso Editrice (Tirana). Le stesse fiabe tradotte in albanese verranno pubblicate a settembre 2014.
2008 Vince il primo premio al concorso nazionale di “Poesie immigrate” con la poesia Lui tornerà. 2009 riceve un riconoscimento dall’Associazione Vatra Arbëreshë per il grande contributo dato alla letteratura albanese in Italia. 
2011 Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa AlberoAndronico libri pubblicati dal 2005-2010. Seconda classificata, sezione autori di madre lingua non italiana con il libro di poesie che si intitola “LA TEMPESTA DELLE ORE”.
2012 Traduce in albanese il libro “Come si è fatto re d’Albania Ahmet Zogu” “ Si u bë mbret i Shqipërisë Ahmet Zogu” di P.Libardi Cav. Camillo O.F.M. da Levico. Ed. Artigianelli Trento. Reportage legata agli eventi dell’Albania anni: 1918-1940
2013 COLLANA POETHREE: POETRE, nje vibrim dallgezues flatrash (Thauma edizioni).
Pubblica per alcune Antologie poesie e vari racconti. Scrive diverse fiabe e canzoni per bambini. Collabora con il giornale: Mensile di attualità e cultura italo-albanese.
Lavora come Mediatrice-Operatrice linguistica culturale. Vive a Ghedi insieme alla sua famiglia.

nelle foto: immagini di Seleniza e dell'Autrice



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