martedì 12 agosto 2014

Luce d'Eramo: Alberto Moravia

1997, pag. 100, € 12.000
Riporto due brevi stralci dal libro, edito da Pellicanolibri, di Luce d'Eramo: Raskolnikov e il marxismo - note a un libro di Moravia. Chi volesse acquistare il testo, ancora disponibile, può farlo ordinandolo sul sito dell'editore

“Un mese in Russia ” di Alberto Moravia

Invece sono rari i lavori sulla Russia Sovietica che rispondano realmente agli interrogativi dei lettori.
I termini nei quali gli scrittori risolvono solitamente il loro esame d'una forza politica sono o psicologici o estetici o morali.
È ovvio che l’uomo non entra in contatto con la realtà unilateralmente, perché gli stimoli alla relazione sono di vario ordine variamente combinato, ma c’è sempre una prospettiva determinante che dà unità di giudizio alle molteplici sensazioni, impressioni e riflessioni.
Ogni forza politica esercita un’attrazione sull'individuo che tende ad aderirvi per sentirsi potenziato dalla partecipazione ad essa, oppure a condannarla in blocco per non essere diminuito dalla consapevolezza della sua esistenza, o infine a schernirla e coprirla di ridicolo per minimizzarne il significato e giustificare la propria assenza d'impegno. Questi che sono, schematizzati, i possibili rapporti dell’uomo con una forza politica, in sostanza si esprimono in illusioni e delusioni. Rappresentativo di questo momento dello spirito riferito all'URSS è il saggio di André Gide Retour de Russie che ha un interesse eminentemente psicologico, in quanto gli aspetti estetici e morali del rapporto sono assorbiti dalla prospettiva personalistica nella quale sola è possibile la delusione.
Possiamo invece citare come esemplare del momento estetico dello spirito, sempre in riferimento alla Russia, l’opera di Carlo Levi dal titolo geniale II futuro ha un cuore antico, piena di acute e commosse notazioni sul popolo sovietico «glorioso di sé». Nella prospettiva estetica le rivoluzioni e gli ordinamenti politici appaiono come rappresentazioni angosciose o esaltanti date dagli uomini sul palcoscenico della storia e alle quali il pensatore assiste, dal belvedere della sua solitudine spirituale, con equanime struggimento e simpatia umana.

I lavori così impostati non rispondono realmente agli interrogativi dei lettori sulla Russia Sovietica, perché, per quanto la prassi politica sia indipendente dai valori morali, in effetti poi non si può giudicare della “bontà” o meno di un governo o di un’ideologia prescindendo da essi. Ma la spiritualità moderna non è educata a dare al concetto di moralità il suo significato determinante, cioè concreto, perché l’angolo visuale del nostro tempo (la prospettiva che dà unità di giudizio alle molteplici sensazioni, impressioni e riflessioni) non è quello morale della coscienza, bensì quello intellettuale che conduce all'astrazione.
Infatti il Novecento è un tempo di grande audacia e duttilità intellettuale, di sottili ricerche in ogni piega dell’esperienza, d'indiscrete rivelazioni, l'era delle più potenti scoperte scientifiche e contemporaneamente è l’epoca della rivendicazione del subcosciente da un lato e, dall’altro, quella delle formule programmatiche, dei blocchi economici, dei partiti politici e dell’organizzazione. E questo è molto interessante perché tutte le volte che l’uomo ha voluto scavalcare la coscienza, si è ritrovato nella dissociazione e nella contraddizione (quando, ad esempio, ha preteso che il giudizio umano, anziché espressione libera della coscienza, fosse sottomesso al sentimento della fede, è giunto all'assurdo dell’inquisizione che costringeva a credere), ed è caduto nel dogmatismo (religioso, quando ha voluto definire il bene e il male attraverso speculazioni metafisiche; politico, quando ha voluto determinarli attraverso indagini materiali, ossia quando li ha collocati nei fatti).
Dostoievski scrisse, nel Diario di uno scrittore ( 1876), che, per andare avanti, occorre cominciare dall’inizio; un uomo non può cominciare a camminare «dal decimo passo», solo perché un altro ne ha già percorsi nove prima di lui.
Questa proposizione di Dostoievski, apparentemente modesta, nega che si possano affrontare i problemi della vita progressivamente, affidando la sintesi del giudizio all'intelletto. Dal la prepotenza della facoltà intellettiva che, invece di servire la coscienza con la sua analisi, vuole essa stessa concludere e determinare la realtà, nascono le concezioni intellettualistiche della vita con ambizioni pratiche, categoriche, organizzative. La morale, cacciata dalla coscienza, rientra attraverso l’ideologia, donde il moralismo intellettuale del nostro tempo, con conseguenti intransigenze partitiche, faziosità teoriche e concettuali, intolleranza formale e cosi via.
Il moralismo intellettuale del Novecento ha la sua giustificazione psicologica nella necessità, da parte della creatura umana, di un assoluto cui potersi attenere con certezza: dopo aver decantato e smontato i valori tradizionali, l’uomo moderno deve crearsene di nuovi e, partendo dal “decimo passo”, si affanna a gridare al deviazionismo o alla reazione qualora qualcuno ritenga di poter riesaminare con la sua testa, dal principio, i problemi umani.
Al conformismo religioso e ai pregiudizi morali sono subentrati il conformismo politico e i pregiudizi intellettuali, che provengono sempre dalla medesima tendenza dell’uomo a proiettare fuori di sé e a fissare in forme definitive i valori del bene e della verità. Questi pregiudizi intellettuali sono ben più sconcertanti degli altri perché vengono rafforzati con un’armatura logica proprio dall'intelletto che è sempre servito a scalzare i preconcetti.
In quest’atmosfera spirituale, porsi in relazione morale con una realtà politica è impresa particolarmente difficile.

Un posto a parte, nella letteratura occidentale sull'URSS, per il suo carattere speculativo, spetta al saggio Cristianesimo e Comunismo di Ugo Spinto.
In esso l’autore dimostra l’affinità del comunismo orientale (ben distinto da quello occidentale, che egli definisce borghese) col cristianesimo.
Affinità non solo ideale - il comunismo come traduzione in termini moderni della predicazione di Cristo a favore degli oppressi -, non solo storica - la funzione rivoluzionaria del comunismo nel mondo attuale, corrispondente a quella che ebbe il cristianesimo ai suoi tempi, in contrapposizione dialettica col conservatorismo nel quale la Chiesa cattolica si è fatalmente arroccata attraverso un bimillennio di storia -, ma anche formale: «In realtà» egli scrive «il comunismo può acquistare, ed ha acquistato specialmente in Oriente, il valore di una fede religiosa. Il che significa che riesce ad illuminarsi di una luce metafisica, capace di indurre al sacrificio del contingente».
Spirito nega la validità dell’accusa di materialismo al marxismo: secondo lui, Marx è veramente, senza saperlo, antioeconomicus, poiché l’economia è la scienza della proprietà; ma è stato danneggiato dalla consuetudine con la terminologia positivistica che gli ha fatto prendere il granchio di definire materialistico il proprio pensiero, quando invece combatte la materia.
(Qui vorrei soltanto dire che in generale oggi la parola “materialismo” non è vista di buon occhio. Camus scrive ne L'homme révolté che è «una nozione ambigua. Soltanto per formare questa parola, si deve già dire che nel mondo c’e qualcosa di più della materia»).
Il materialismo mira a un risultato materiale (benessere economico per tutti) come ad un fine etico da conseguirsi mediante un calcolo intellettuale, cioè tecnicamente (dal di fuori) e non moralmente (dal di dentro). In questa rivolta dell'intelletto alla coscienza sta il significato metafisico che Spirito chiama «il sacrificio per l’ideale» e di cui parla Camus quando scrive che «la rivoluzione, anche e soprattutto quella che pretende di essere materialista, non è che una crociata metafisica smisurata».
Vorrei aggiungere che con lo stesso procedimento, rovesciati i termini, il moralismo mira al bene come a un postulato cui conformarsi, e ripete, cioè rispetto alla morale viva che è coscienza della realtà, dei valori concreti determinantisi di volta in volta, lo stesso processo astrattivo deformante del materialismo sulla materia.
Perciò materialismo e moralismo, che presumono di possedere la verità oggettiva per mezzo dell’intelletto in anticipo sulla realtà, sono parenti e s’accompagnano volentieri insieme.
Spirito invece ritiene che il «sì» morale debba essere l’abito del «ma» intellettuale, per cui cerca a tutti i costi la moralità del più suggestivo «ma» storico del nostro tempo, cioè della rivoluzione sovietica, e a questo fine dialettizza e storicizza il significato autentico perciò irripetibile del cristianesimo, per investirne un fenomeno altrimenti comunitario quale il comunismo.

L'opera di Alberto Moravia Un mese in URSS è forse quella che più si avvicina a una prospettiva morale, nel senso che invita alla discussione. Esula dal carattere dei resoconti di viaggio che presentano una realtà sconosciuta, ma è costruita sul terreno familiare e comune a tutti della cultura.
Qualche anno fa, a chi gli chiedeva perché non avesse mai scritto nulla sui suoi numerosi viaggi, Moravia rispose di non credere nella «bontà della prima impressione», perché la prima impressione è piatta, fallace, non ha sfondo, è improvvisazione, e spiegò che la sua «topografìa narrativa» era così circoscritta perché egli non poteva scrivere se non di luoghi con i quali avesse «confidenza». È appunto la lunga dimestichezza culturale dell’autore con la realtà russa a dare profondità alle singole impressioni.
Un mese in URSS, pur essendo una raccolta di articoli e corrispondenze, ha la misura delle opere meditate che presentano i pensieri nella loro essenzialità, attraverso il sacrificio severo dell’infinita serie di sfumature e variazioni che li accompagnano durante la loro formazione.
La stessa stizza moraviana, che costituisce l’umore dello stile dello scrittore, trova in questo libro la sua atmosfera ideale. La conoscenza di un popolo che, lungamente attesa, covata e preparata, si compie poi sotto forma di una diligente visita ufficiale, offre il miglior destro alla contrarietà. Ma è una contrarietà docile che raccorda nella maniera più spontanea le impressioni fuggevoli con le loro risonanze nel pensiero.
La solita stizza di Moravia verso il benpensare, l’ipocrisia eccetera, che altrove si acuisce in crudezze descrittive, qui si stempera in un dispetto affettuosamente imbronciato di fronte ai contrattempi, al maltempo, all'ambiente insolito, insomma di fronte all'inevitabile disagio spirituale di ogni esperienza nuova.
Ora egli sembra preoccuparsi che i russi non si prendano un raffreddore girando a capo scoperto sotto la pioggia, e così placidamente per giunta; altrove pare avercela con i soprammobili della sua scrivania d’albergo; nel colcos usbeco ci sembra di vederlo fare impercettibilmente spallucce verso i suoi ospiti che assaggiano appena il pane e il miele disposti sulla mensa, mentre lui, affamato com'è dopo il lungo giro di visita nei campi, ne mangia a sazietà, per poi scoprire che quel pane e miele era soltanto l’antipasto di un lauto banchetto, le cui portate egli vedrà sfilarsi innanzi con rammarico, senza poterle toccare (ma subito si riprende dichiarando al lettore che però il miele era veramente buono!).
Dietro queste impennate istantanee, Moravia sembra non darsi pace per i caduti in nome dell’ordine nuovo, per i milioni di creature sacrificate; e il tormento per i deboli, i perseguitati, i soppressi, i dimenticati, è la trama continua su cui s’intessono i problemi che gli si presentano di volta in volta e che egli sembra addossarsi, uno sull'altro, sulle spalle, man mano che procede nella rievocazione.
Quella che potrei chiamare la sua abituale “irritazione per amore del prossimo” (quell'amare gli uomini “suo malgrado” che ricorda certi eroi di Dostoievski), ha, nella visita a un mondo che evita di volgersi indietro, una più evidente giustificazione psicologica ed estetica.
Finora nella sua produzione Moravia ha denunciato l’aridità e il disorientamento del Novecento.
Nella sua opera di scrittore traspare il tentativo di risolvere artisticamente l’irriducibile contrasto tra intellettualismo e moralità, contrasto che la sua arte invece non risolve, ma accentua, e che si fa più tragico che mai, man mano che, di opera in opera, si evolve il suo senso umano, dalla disistima, mista di pena, puntiglio, amarezza e sfida (anche verso il lettore) alla struggente, insopprimibile esigenza di rispettare l’uomo; dall'isolamento della solitudine a un sentimento di legame con gli altri; dall'acre curiosità delle miserie umane alla trepidazione per la sofferenza; dalla critica alla confidenza; dal risentito pudore dei sentimenti a un nuovo imbarazzato, ancora scontroso, pudore del male.
Veramente per un artista è fatica da poco ormai superare i pregiudizi sociali e di costume e osservare con occhio distaccato e libero l’ambiente da rappresentare.
Ma è immane fatica e lotta vincere i pregiudizi intellettuali, cioè emanciparsi da un’educazione culturale dove l’intelligenza, la finezza, l’arguzia e l’ironia hanno la parvenza della libertà spirituale e dell’impegno morale.
Segni di questo sforzo di liberazione sono evidenti in Un mese in URSS. Moravia vi esamina i problemi della società sovietica non secondo il metro marxista (che parte “dal decimo passo”), bensì secondo la sua coscienza; ma non vuole ammetterlo neppure con se stesso e cerca di soffocare l’angoscia del suo spirito, di fronte ai risultati del calcolo materialista, con tentativi estremi di salvataggio dei postulati marxisti mediante un contrattacco critico all'Ottocento “borghese”.
Ma Un mese in URSS è importante non solo nella storia artistica dell’autore, ma anche nella fioritura internazionale di opere sulla Russia, perché tratta argomenti che chiunque non sia stato in Russia può egualmente meditare e discutere.


PREMESSA

Il breve saggio Raskolnikov e il marxismo - note a un libro di Moravia, scritto nel 1958, era stato pubblicato in poche centinaia d'esemplari, l'anno successivo, dalle Edizioni Esse di Milano, una piccola casa editrice senza mezzi né distribuzione, che ebbe una brevissima esistenza. Quindi fu una pubblicazione quasi clandestina. Mostrai il libro a Moravia. Ricordo che ne discutemmo ma, siccome eravamo spesso in disaccordo, non so più bene quali furono le sue obiezioni. Comunque quelle mie note al suo Un mese in U.R.S.S. lo interessarono, ne parlò ad amici. Con piacere notai un giorno il mio libro nel suo studio.
Dopo la morte di Moravia, non so perché m'è venuto di dare quel mio vecchio testo a Rosella Mancini che lo ha consegnato alla Fondazione Moravia. Una fotocopia, per una serie di passaggi, è giunta l'estate scorsa a Beppe Costa. Lui, che ha ripreso a volte opere introvabili di scrittori come Dario Bellezza nella sua Pellicanolibri dal complesso catalogo, m'ha telefonato che il mio testo gli pareva attuale: «Lo vogliamo riproporre?» m'ha chiesto. Ho detto di sì. Poi sono cominciate le ansie (vedi, più avanti, la prefazione a questa riedizione).
Ho frugato tra le mie carte alla ricerca delle mie letture degli altri libri di Moravia. Gli avevo scritto delle lettere su La Ciociara, sui Racconti romani, anche sul suo dramma Beatrice Cenci di cui mi pareva d'aver conservato gli appunti. Invece ho ritrovato un'intervista del 1967 (apparsa soltanto nel luglio 1994 sulla rivista semestrale “Pelagos”) e una lunga recensione a La vita interiore pubblicata in due puntate il 10 e il 17 novembre 1979 su “II manifesto”. Stavo allora a Parigi. Moravia mi telefonò. Era contento. Accennò all'evoluzione e insieme alla continuità delle mie analisi sulle sue opere da quel remoto Raskolnikov a questa mia ultima critica. Ero commossa nel ricevitore a sentire le sue parole di condivisione (col suo tono sempre un po' irritato).
Perciò ho chiesto a Beppe Costa d'inserire sia l'intervista che la recensione nel volume. Lui, che era molto amico di Moravia - gli aveva pubblicato il breve romanzo La tempesta - ha detto di sì. Così è nato questo volumetto in due parti.

Luce d'Eramo


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