lunedì 18 agosto 2014

Luigi Pareti: I due imperi di Roma, Muglia 1938-Pellicanolibri 1988

Luigi Pareti, I due imperi di Roma è un libro edito già dalle edizioni Muglia di Catania e ristampato anastaticamente nel 1988 da Pellicanolibri. Copie ancora disponibili, anche se rare, possono essere richiesta ordinandole sul sito dell'Editore
Pubblichiamo il primo capitolo


UNIFICAZIONE D’ITALIA COLLE AQUILE DI ROMA
I
La storia d’Italia, veduta nel suo insieme, è tutta un’antitesi di tendenze regionalistiche, e unitarie; che per due volte riuscirono a congegnarsi in sintesi armonica: nell'età dei primi Cesari, e in questi ultimi decenni.
Di tale regionalismo, noi vediamo, coi nostri occhi, le recenti manifestazioni; ma possiamo storicamente, ricostruire anche le fasi del passato, le une non dannose alla vita unitaria nazionale, ed anzi spesso fertili di una ricca gamma di prodotti: nei dialetti, nell'aspetto somatico, nelle caratteristiche spirituali, nei costumi e nelle tradizioni popolari, nell'orientamento della vita e delle produzioni di ogni terra; — le altre più dannose e inceppanti la vita nazionale, quali le rivalità e i campanilismi, le incomprensioni vicendevoli, e le antipatie regionali.
Ma le cause di tali regionalismi sono remote e complesse; e di esse le più efficienti furono, nei secoli, quella geografica, quella etnica, e quella storica, dei contingenti rapporti politici e culturali, fra le varie regioni, nel passato. Le due prime diedero, in genere, origine a quelle forme regionalistiche, che possiamo chiamare «naturali» ; le quali, più profonde e salde, e meno facilmente modificabili, sono però anche meno dannose al movimento unitario, e anzi spesso utili per la ricchezza e la molteplicità delle manifestazioni della vita nazionale.
Invece il regionalismo che deriva da cause storiche, ossia dai peculiari sviluppi delle contingenze politiche, e delle lotte del passato, se, qualche volta, è più facilmente domabile, si presenta quasi sempre come inceppatore del libero sviluppo della vita nazionale.

II.
La regione italiana, in parte continentale, con una spaziosa piana, cinta da una grandiosa cornice di monti ; in parte peninsulare, ma divisa per il lungo in due zone, disuguali, dalla catena appenninica; in parte ancora costituita da terre staccate, insulari; colla notevole diversità dei climi, dei redditi naturali, e dell’abitabilità nelle varie regioni; colla disuguale distribuzione delle terre pianeggianti, collinose e montane, delle selve e delle acque, delle ricchezze agricole e minerarie; col complesso orientamento delle sue coste verso l’est, e il sud e l’ovest; colla varia difesa offerta dalle singole parti del sistema alpino — ebbe, in tutta questa sua profonda e multipla mutevolezza geografica naturale, la prima delle cause basilari per il regionalismo delle sue genti.
Eppure, il nostro paese, anche a primo aspetto, si presenta, nel suo insieme, come un’evidente unità geografica, delimitata perfettamente dal sistema alpino c dal mare; e quindi doveva, al tempo stesso, trovare in tale evidente caratteristica, una delle cause fondamentali per l’unificazione nazionale degli abitanti.
E così ci spieghiamo, come già parecchi degli antichi popoli migratori, che vi giunsero, nelle prime età, dai mari, o attraverso i monti, e vi si fissarono, nelle diverse zone, o vi si sovrapposero, assai presto dimostrassero una qualche tendenza all'unificazione; che appare evidente nel campo culturale avanti che in quelli politico ed etnico, per quanto anche di questi si riescano a intravvedere alcuni precoci stadi.
Chi si sforzi di ricostruire idealmente le frammentarie condizioni etniche dell’Italia, avanti la conquista romana, si trova inanzi un quadro molto complesso. Ecco, in varie parti d’Italia, i resti etnici delle prime genti, non ariane, che vi si stanziarono, nell'età della pietra pura: Liguri, Euganei, Etruschi, Piceni, Elimi, Sardi, Corsi. E poi ecco, intercalate, e talora sovrapposte ad essi le genti ariane, e quelle semitiche, che vi giunsero appresso, dall’età del rame (o eneolitica), in poi. Degli Ariani, sono distinguibili: in primo luogo gli Italici, sia quelli di una prima ondata, risalente al 2500 circa av. Cr., quali i Latini e i Siculi-Sicani (erano dello stesso tipo gli Ausoni- Aurunci, e gli Itali-Enotri); sia quelli di una seconda ondata, databile al 1000 circa, originante le genti tosche ed umbre, di cui sono ulteriori propaggini, scese più al Sud, mezzo millennio dopo, i Campani, i Sanniti, i Lucani, i Bruzzi, e i Mamertini.
Ma altri Ariani vennero, oltre agli Italici, nelle nostre terre: circa il 1000, gli Illiri, specie nel Veneto e in Puglia (dove si dissero Iapigi); dall’800 circa in poi, i Greci, nelle colonie dell’Italia meridionale, della Sicilia, e del golfo Ligure; dal 550 circa i Celti nella piana del Po.
Si aggiungano infine i più antichi Semiti venuti tra di noi: ossia i Fenici delle colonie cartaginesi di Sicilia, di Sardegna, e di altre isole minori.
Ma se la carta etnica dell’ Italia, al momento della conquista romana, ci si presenta così complicata; è tuttavia certo che, avanti quella conquista, l’Italia aveva già subito qualche livellamento, sia pure remoto e parziale, così etnico, come politico.
Così va tenuto presente: che in uno dei periodi dell’età litica pura pressoché tutte le nostre terre dovettero essere abitate dai Liguri e da genti affini; — che, in seguito, le genti italiche colla loro triplice migrazione si distesero dalle Alpi orientali alla Sicilia centrale; — che gli Etruschi ebbero anch’essi due fasi di ampia diffusione, una prima preistorica, dalle Alpi centrali alla Toscana (coi Palafitticoli, Terramaricoli e Villanoviani); ed una seconda, nei secoli VII e VI av. Cr., dalle Alpi centrali al Golfo di Salerno. Non altrimenti i Greci occuparono quasi tutte le coste dell’Italia meridionale da Taranto a Cuma, e quelle della Sicilia orientale da Imera a Selinunte ; gran parte delle coste adriatiche dall'Istria alle Puglie furono occupate da genti illiriche; e i Celti si stesero, nell'Alta Italia, dalle Alpi Cozie alle Marche. Ma, soprattutto va ricordato che i quattro elementi più ampiamente distesi: gli Italici, gli Illiri, i Greci e i Celti, appartenevano tutti allo stesso ceppo etnico, ariano.
È più facile intuire che delineare quanto i vari popoli, che si affiancarono e sovrapposero, abbiano contribuito alla formazione e fissazione delle caratteristiche generali psichiche, culturali e linguistiche degli abitanti d’Italia, nel periodo preclassico e classico; al nascere di una peculiare nazione italiana; e al differenziamento delle genti entrate solo parzialmente nella penisola, come gli Illiri, i Greci, i Celti i Fenici, dalle loro sezioni rimaste fuori.
Ad ogni modo, quel sovrapporsi e fondersi di genti distinte, in un paese, ad un tempo unito e diviso, portò ad uno stato di cose, al momento della conquista romana, che potrebbe parere paradossale perché vi erano evidenti, così la tendenza — nel tipo somatico, psichico, linguistico, culturale, religioso, folkloristico — ad una fusione e affinità complessiva; me quella ad una variopinta disformità regionale.

III.
Prima dell’unificazione politica operata da Roma, le condizioni delle terre italiane non furono, naturalmente, dovunque e sempre uniformi. Così, mentre molte delle genti della penisola, specie di montagna, vissero fino alla piena età classica divise in tribù, o in piccoli staterelli cittadini indipendenti, con un po’ di territorio rurale, in continua lotta interna tra di loro, e al più riuniti in federazioni sacrali e commerciali, che solo per eccezione e per breve tempo (specie nella zona greca, in quella etrusca, e nel Lazio) si trasformarono per qualche pericolo comune in leghe politiche; nelle zone più civili, e aperte agli influssi esterni, si erano già attuati tentativi abbastanza vasti di unificazione politica ed egemonica. Ciò si dica per le zone dipendenti, in Sicilia e in Sardegna, da Cartagine, che le aveva organizzate come vere «eparchie», o provincie; per le espansioni di alcune città egemoniche etrusche, nel VI e V sec., come Tarquinia e Volsini, Clusium e Faesulae ; ma più che tutto per gli ampi Stati creati dai tiranni Sicelioti di Siracusa (i Dinomenidi, i Dionisi, Agatocle) e di Agrigento; e per le minori egemonie di Taranto, di Sibari, di Crotone, di Reggio, di Cuma.
Infine, in epoca di poco precedente le conquiste di Roma nel mezzodì d’Italia, una serie di principi e di avventurieri, Corinzi, Spartani, Epiroti, fino a Pirro, vi avevano tentato, invano, di realizzare un’unità più vasta, prendendo a modello quella che Filippo e Alessandro avevano ottenuta in Oriente.
Ma nessuno di questi tentativi — che Roma certo non ignorò, come non ignorò i sistemi cartaginesi — raggiunse mai risultati duraturi. Si trattò sempre di egemonie effimere; e ciò specialmente perché i vincitori si preoccuparono sempre più della loro immediata potenza, che di stringere vincoli di fiducia, di fedeltà e di collaborazione, coi vinti.
Perché Roma riuscì, dopo tanti fallimenti dei suoi precursori, a unificare l’Italia, ch’era pure spezzettata assai più profondamente della Grecia, i cui abitanti, in fondo, non erano che di un’unica stirpe etnica?
I fattori di questa grande, e quasi miracolosa vittoria, sono naturalmente molteplici, e di varia importanza.
Intanto si noti che il Lazio è posto al centro, e nella zona di clima medio di tutta la regione italiana; e che i Latini erano etnicamente, e culturalmente la sintesi dei tre primi strati etnici omogenei, che occuparono la penisola. Infatti il Lazio, prima occupato dai Liguri, ospitò poi gli Italici della prima ondata e alcune propaggini di quelli della seconda ; e infine subì, per circa 150 anni, il dominio di varie schiere di conquistatori etruschi. Quindi la gente latina era la sintesi di precari tipicamente italiani, e di Ariani esclusivamente italici.
Al che risponde, fin da principio, anche la caratteristica della civiltà romana che si presenta sempre, dalle origini, come sintesi, alla romana, di quanto le genti d’Italia, a contatto con lei, offrivano così d’indigeno come d’importato. Posta in mezzo a tanti popoli in fermento evolutivo ; su di un grande fiume navigabile ; sulla via fra le civilissime terre di Etruria e di Campania; Roma iniziò ben presto la sua tipica missione di assimilare, rinnovellare romanamente, e diffondere la nuova civiltà romano-italica alle genti più arretrate. Processo che si può seguire in tutte le attività della vita: nella lingua e negli usi, nei riti e nei culti, nella tecnica e nell'arte, nei generi e negli indirizzi letterari.
Né altrimenti accadde nel campo politico : perché anche in esso Roma assimilò, ma rivisse e rinnovò profondamente i sistemi, durante la sua lunga e tenace opera di conquista e di unificazione d’Italia. E in ciò fu favorita da varie contingenze, sia interne che esterne. Per le prime, ci basti ricordare: la pacificazione progressiva, nei primi secoli della repubblica, fra i patrizi e i plebei; la grandezza del centro metropolitano; la eccellenza del sistema militare centuriato. Per le seconde : la debolezza e divisione degli altri popoli d’Italia; e i pericoli comuni che, via via, facilitarono le loro intese coi Romani.
Ma, essenzialmente, Roma fu sorretta, nella sua missione, da un concetto più sano e più possente dello Stato, di quanto avessero avuto tutte le città, e i tiranni, e i venturieri che avevano tentata una qualche unificazione prima di lei. Lo Stato romano è, fin da tempo remoto, uno Stato forte; non paralizzante, ma dominante l’opera degli individui, e sintetizzabile col famoso motto: «salus rei publicae suprema lex esto». E, non ignorando i tentativi anteriori, esso volle e seppe evitarne, quello che n’era stato il difetto fondamentale.
Il sistema politico di Roma arcaica fu più elevato ed umanitario, non solo perché suggerito dalla continua necessità di rinsanguare i suoi eserciti; ma perché tutti i primi ampliamenti egemonici si ebbero su genti dello stesso sangue, della stessa razza italica, anch'esse fortemente etruscizzate e grecizzate, e, insieme coi Romani, minacciate da pericoli comuni. Ed esso non fu semplicistico, né tratto da alcuna premessa teorica; ma sorse realisticamente, spontaneamente, in vari momenti; e solo col tempo i vari tipi sperimentati, vennero congegnati in un complesso e savio organismo.

IV.
Nei primi tentativi, Roma, secondo le contingenze, sperimentò infatti metodi diversi: ora assorbì completamente le popolazioni delle città conquistate; ora distrusse le città, facendone schiave le genti, e confiscandone il territorio; ora tolse ai vinti solo una parte del territorio, e lo distribuì viritariamente ai Romani, riuniti in tribù rustiche; ora strinse i popoli con alleanze, più o meno alla pari, che potevano giungere fino a concedere il connubio, e la cittadinanza agli immigrati, e la compartecipazione alle colonie. Ma poi, tutti questi tipi e i loro sottotipi, furono congegnati in unico sistema scalare, di cui erano canoni: che le genti di ogni popolo vinto, non andavano, al momento della vittoria, trattate in maniera uniforme e livellatrice ; ma, a seconda dei loro meriti o demeriti verso Roma, e delle loro condizioni civili e sociali; e che, tutti, indistintamente, i gruppi di individui, e le genti, potevano anche in seguito, e sempre a seconda dei loro demeriti o meriti, peggiorare, fino alla confisca dei beni e alla schiavitù delle persone; o migliorare, fino alla concessione della piena cittadinanza romana, ossia della piena uguaglianza di diritti, massima delle ricompense.
L’aver concepito la possibilità di concedere al nemico vinto la cittadinanza, senza ricorrere al suo trapianto di fatto nella città di Roma (come nei sinecismi greci e siciliani) ; e non solo per lo scopo di rinsanguare demograficamente l’urbe e le sue legioni, ma anche per motivi etici, è un enorme progresso, di fronte a quanto il mondo antico, sia orientale, sia greco, aveva saputo congegnare, per la saldezza e la moralità dello Stato.
E tutto il sistema scalare ben può dirsi nazionale, nel senso più nobile della parola: poiché esso tendeva, non unicamente alla conquista e al dominio, ma alla fusione, all'assimilazione, di tutte le genti riunite politicamente. Di fatto tale sistema scalare, che permetteva ad ognuno di poter gradatamente salire, fu la massima e più stabile causa e garanzia della fedeltà dei sudditi, e del loro regolare concorso di uomini e di tributi; e, ove fosse stato applicato di continuo, a lungo andare avrebbe portato, da sé solo, alla fusione politica completa, alla uguaglianza di diritto delle genti unite da Roma; al passaggio graduale, prima, in Italia, dalla città alla nazione, poi, nel Mediterraneo, dalla nazione all'Impero.
E da questo sistema derivò anche una delle più meravigliose caratteristiche etniche e culturali di Roma stessa; poiché essa si andò sempre più trasformando, demograficamente, nel vero centro di un’Italia avviantesi a nazione, in quanto, materialmente, la sua popolazione venne ad essere costituita anche con gruppi di genti delle varie parti d’ Italia, che avevano ottenuta la cittadinanza; e la città, via via che accoglieva cittadini nuovi, si allontanava dalla originaria ristretta latinità, affermandosi come sintesi etnica, c culturale, degli elementi italici di tutte le regioni.
D’altra parte, mentre Roma si italianizzava, l’Italia andava romanizzandosi: ma senza sistemi coattivi e violenti. Le varie parti del continente italiano, .successivamente conquistate, prima quelle popolale da genti italiche o a fondo italico, poi quelle etnische, greche o grecizzate, celtiche, liguri, venete, iapigie, fenicie o fenicizzate, tanto diverse fra loro, non furono, né lasciate in balia di se stesse, né livellale a forza, cercando di imporre un’unica facies. Roma rispettò, in genere, le manifestazioni del regionalismo naturale: mentre si oppose, vigorosamente, a quello contingente, storico, politico. Per lei v’erano unità e peculiarità da spezzare, ma altre da rispettare, altre ancora da creare. Essa seppe rifuggire da tutti i ciechi livellamenti, coattivi e negativi, alla orientale.
Pochi furono quindi i divieti da lei imposti ai vinti; tra cui fondamentale quello di non rinnovare nessuna lega politica regionale. Le varie città e genti di ogni popolo, furono, distintamente, disposte secondo i vari gradi di quella condizione giuridica scalare, che orientava tutti su Roma, e a tutti offriva, come masssimo premio raggiungibile, la cittadinanza romana. E questi neocittadini di ogni terra, insieme coi Romani e Latini, stanziatisi, o come coloni, o altrimenti, nelle varie regioni, costituirono i primi nuclei di irradiazione per il romanizzamento.
Roma, di fatto, concepì il popolamento delle zone conquistate, che d’altronde mantenne sempre in proporzioni relativamente ridotte, o come semplice trapianto coloniale di gruppi di cittadini romani, o di alleati italici, di Latini, che vi dovevano vivere da soldati e coloni, usando il pilo e la zappa, rimanendovi perennemente, senza perdere i loro diritti di cittadini romani o latini; oppure come occupatori di terre confiscate, cedute in possesso precario (agro pubblico); o infine come liberi commercianti, appaltatori, affaristi. Non conobbe, e non permise Roma, né allora, né in seguito, l’emigrazione di cittadini poveri in terre non dipendenti da lei, e quindi destinati a perdere prima o poi i propri rapporti colla patria, come fu della maggior parte delle colonie greche, e di tante colonie di emigranti dell’Europa moderna. Né concepì, come alcuni imperi moderni, la distruzione della popolazione indigena di un paese, per sostituirla con propri coloni.
L’opera di romanizzamento, ottenuta senza grandi trapianti di coloni, ma essenzialmente colla propaganda morale e culturale di piccoli gruppi, fu quindi tanto più mirabile : essa poté aumentare, in proporzione dell’opera di quei nuclei, fino al riconoscimento della raggiunta fusione e unità nazionale di tutti gli indigeni. Il risultato fu che gli Italiani si sentirono finalmente uniti dalla natura, dalla storia e dalla volontà di Roma, in unico e cosciente sviluppo materiale e spirituale.
Ma tutto ciò avvenne lentamente, senza troppe imposizioni; permettendo ad ogni gente di conservare le proprie peculiarità, il proprio regionalismo più intimo, non pericoloso allo Stato, e connaturato colla propria indole, origine, e grado di civiltà.
E così in ogni parte d’Italia, in cui la popolazione rimase, nella grande massa, quella indigena, Roma permise di conservare, fino a cessazione spontanea, di fronte al lento e graduale romanizzamene, gli antichi dialetti e le lingue letterarie; permise la celebrazione dei vecchi culti, (che, di fatto, non furono travolti che col trionfo del Cristianesimo); l’amministrazione comunale, per opera di magistrati locali; la conservazione di usi e costumi indigeni, e di parte delle tradizioni giuridiche locali (non solo nelle città alleate); la formazione, nell'esercito, di reparti di uguale provenienza regionale.
E così, pure potendo romanizzarsi a pieno politicamente, ogni parte d’Italia mantenne un tanto delle sue caratteristiche etniche, preromane. La grandiosa opera, compiuta da Roma repubblicana, per riunire tutti gli abitanti del continente italiano in una sola nazione, in cui però l’antica complessa compagine etnica potesse ancora trasparire come forza presente e operante; variamente nelle singole regioni, era ancora ben visibile, come vedremo, allorché Augusto, determinando il sistema amministrativo dell’Impero, fissò i confini delle undici regioni formanti 1’Italia, facendoli coincidere, in gran parte, cogli antichi confini etnici dei popoli preromani vinti e unificati.

V.
Ma il processo di unificazione nazionale dell’Italia, non solo non fu così rapido come quello di conquista militare, ma fu anche soggetto a titubanze, e a cambiamenti di indirizzo.
Più precoce, e continua, e assecondata dalla dominatrice poté essere l’unificazione della penisola, dall'Appennino Tosco-Emiliano allo Stretto, già compiuta, militarmente, nel 264 av. Cr. La saldezza dell’edificio pareva già tale, in quello stesso III secolo av. Cr., da potere precocemente superare due terribili prove di collaudo: gli sforzi logoranti della I guerra Punica; e l’assalto audace e durissimo di Annibale, che, per 14 anni, percorse in tutti i sensi la penisola, specie nelle zone di più recente conquista, colla speranza, alla fine quasi in tutto delusa, di distogliere stabilmente da Roma i sudditi e gli alleati.
Queste prove di fedeltà avrebbero dovuto, logicamente, portare ad una più rapida e generale concessione di cittadinanza, secondo il già descritto sistema scalare.
Ma quel generoso e oculato sistema veniva oramai attuato sempre più lentamente, man mano che, procedendo le conquiste, l’essere cittadino romano era venuto a significare, non solo dover dare, ma poter prendere, non solo esporre la propria vita e le proprie sostanze per la difesa e per la gloria dell’urbe, ma anche venire a disporre di una sempre più tangibile somma di diritti, di agi e di privilegi, tributari, militari e commerciali, oltre alla partecipazione al possesso dei terreni demaniali conquistati.
Da allora il popolo romano andò sempre più a rilento nel concedere la cittadinanza, anche agli abitanti dalla parte peninsulare del nostro paese, ossia alle genti italiche.
Per constatare l’acuirsi di questa riluttanza, basti notare che mentre le aree relative dei territori annessi e dominati erano, nel 350, rispettivamente di 3.100 e 3.010 Km; e nel 338 di 6.000 e 5.000; per il 300 risultano già di 8.100, e 19.400; nel 280 di 20.000 e 62.000; nel 264 di 25.000 e 105.000. Gli stessi risultati si deducono dal rapporto per le forze armate, disponibili nel 225 av. Cr., formate da 325.300 romani, e 423.000 alleati; ove si rifletta, che gli alleati ponevano a disposizione di Roma una percentuale assai minore della intera popolazione, di quel che Roma stessa traesse dai territori annessi.
Più tarda di quella peninsulare fu la conquista, l’unificazione politica, e quindi, tanto più, quella nazionale, della zona appenninica e padana: iniziata nel 238, annullata dalla discesa di Annibale, ripresa nel 201, e completata, militarmente, nel 119, ma civilmente solo ai tempi di Cesare. E anche qui il collaudo vittorioso si ebbe quando vi scesero, per esservi schiacciati, i Cimbri, prima avanguardia dei futuri invasori Germanici.
Ma, fin dal 241 e successivi, Roma mostrò di non aver alcuna intenzione di unificare a nazione altre terre, che non fossero quelle del continente italiano dalle AIpi allo Stretto: a cominciare da quelle insulari —; Sicilia, Sardegna e Corsica —; e da quelle, fuori d’Italia, ma a lei molto prossime, complementari strategicamente, e di speciale importanza etnica e storica, dell’Illiria e della Narbonese. Tutte queste terre rientrarono nel nuovo sistema provinciale, di cui diremo appresso. Erano così poste le prime basi di un Impero di Roma. 
E tuttavia anche in quelle prime zone, ma specialmente in quelle insulari, il processo di unificazione nazionale si operò, lentamente ma ugualmente, all’infuori di una stretta unità politica e, per un certo tempo, all’infuori della volontà di Roma. Contribuirono gli eventi storici e la spontanea volontà e tendenza delle genti; la loro affinità etnica con quelle della penisola italica (essendo i Sardi e i Corsi affini ai Liguri; gli abitanti della Narbonese anch'
essi in parte Liguri e in parte Celti; gli Illiri affini ai Veneti; e gli abitanti della Sicilia avvicinabili, gli uni ai Liguri, gli altri agli Italici, i terzi ai Greci dell’Italia meridionale) ; la vicinanza geografica; i più numerosi scambi commerciali; i più facili stanziamenti e trapianti di Italici.





Posta un commento