lunedì 12 gennaio 2015

Ivana Maksić: LA MIA PAURA DI ESSERE SCHIAVA

ISBN 9788868670511, pp. 40, € 7,00
Ivana Maksić La mia paura di essere schiava, 2014, Gilgamesh Edizioni
traduzione di Fabio Barcellandi
Collana "Le zanzare" a cura di Andrea Garbin
con il -Movimento dal Sottosuolo-


Ivana Maksić (1984, Serbia, ex Jugoslavia).
Ha recentemente pubblicato due libri di poesia: O corpo in-corpo-ra me (Matica Srpska, 2011) e Oltre la comunicazione (Presing, 2013). È traduttrice freelance (traduce poesia, narrativa e saggistica dall’inglese al serbo).
È stata il coredattore-capo dell’antologia di poesia civile serba Ai denti (Presing, 2014).
Le sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie e raccolte di poesia sia in Serbia che nei paesi dell’ex-Jugoslavia.

Estratto dal volume:

UN PAIO DI GAMBE, ADATTO A CHIUNQUE

1.
Se sei un uomo,
E non una bomba a orologeria,
Chi sei dunque?
Qualcuno che balla molto bene, ma a quali
[condizioni?
Balli senza scarpe, a piedi nudi (di solito è scritto in
caratteri piccoli).

2.
Oggi sono diventata la proprietà di qualcuno.
Finalmente adesso ho un impiego,
I miei orari di lavoro sono ininterrotti.
D’ora in poi quando riempirò vuoti moduli
Il mio stato occupazionale lo potrò scrivere con
           [orgoglio: impiegata.

3.
Quando i passanti superano il mio posto di lavoro
Guardano sempre qualcosa dietro di me, come se si
           [chiedessero
Se non ci sia un letto per me per dormire un po’.
           [Ma, quando potrei?

4.
L’unico svantaggio del mio lavoro
È che la mia bocca si torce dal troppo sorridere.
A parte questa stupida gioia,
Che non mi appartiene comunque,
Non ho altri sentimenti di sorta.

5.
Mio marito non lavora più illegalmente.
Ciononostante non lo vedo quasi,
Sono felice, sono la persona più felice che mai.
Il mio pancione cresce a causa di quella felicità.
Così è più facile per me lucidare i pavimenti con
           [le mie stesse mani.

 6.

Preferirei avere un pulsante o un qualche allarme
[incorporato nelle mie orecchie.
In quel caso salterei fuori dal letto più facilmente
            [durante la notte,
Non appena il mio capo mi chiama.
Sarebbe così bello, sarebbe così meraviglioso,
essere sempre in tempo, arrivare al lavoro sempre
           [prima della mia collega.


RITORNO A QUANDO ERO RIMBAUD

Imbriglierò i cavalli neri come la morte / e ruzzolerò
giù da una montagna ripida / sdraiato nel
mio carro / tra brandelli di aquiloni di carta / farò
linguacce a ogni passante / e il cielo farà
l’occhiolino / alla ferita sulla mia spalla sinistra /
vittoria / clown a una fiera delle vanità / la
lama di una ghigliottina diventa sorda da tutte quelle
bugie.


UN POETA IN PALESTRA (In SERBIA)

Mentre era in palestra, un poeta ascoltò una
[conversazione:
qualcosa
qualcosa a proposito di violenza familiare
a proposito di violenza contro le donne.
Una donna improvvisamente esclamò: non riesco a
[immaginare
quanto orribile una donna debba essere, quanto
[stupida, insopportabile e meschina
perché qualcuno la colpisca, la violenti, la
[schiaffeggi, la renda schiava.
Che ne concluse il poeta?
Il poeta non riuscì a farne una poesia.

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giovedì 1 gennaio 2015

Basir Ahang: tre poesie

Una delle voci più alte contro la guerra è quella di Basir
Ahang, afgano Hazara che vive in Italia da qualche anno.
L'averlo incontrato di persona quest'anno al Festival Internazionale città di Sassari aggiunge un altro tassello di conoscenza per un bagaglio ancora semivuoto che abbiamo in Italia, sia nei confronti di ciò che accade in molti paesi, che per lo sviluppo e la conoscenza della poesia stessa.
Sperando venga edito anche in Italia, dedico a lui e a chi ama la Poesia alcuni dei suoi versi. (b.c.)

Interrogativo d’inverno

Come molti altri prima di me
mi sono chiesto
quale fosse il senso
di questa laconica esistenza

Aspirando un tabacco troppo amaro
mi sono detto
ancora due o tre minuti
e la vita tornerà quella di prima

Stordito e obbediente di natura
ho trascorso le giornate
con una tazza di te fra le mani
unico calore inalterato negli anni

Contando gli autunni
le estati
le primavere
e gli inverni

ho atteso il giorno
in cui il corvo nero
si sarebbe seduto sul ramo di cedro
per cantare un ultimo requiem

e come l’albero tagliato in due
non poter più sentire
la neve che cade
il calore del te
tra le mani ghiacciate

Ho concluso
esser questo il senso della vita
una fine infinita

un gracchiare di corvo


Anche questa è vita?

Forse è meglio se ti abitui
se non ti fucileranno in guerra
allora sarai obbligato
ad offrire il tuo corpo al mare

Anche questa è vita?
Quando scapperai dalla tua patria
diventerai nutrimento per i pesci
se ne avrai avuto la possibilità
Dovrai sincronizzare il tuo battito
con la campana della chiesa
finché gli anni passeranno
e rimarrai ultimo fra i cittadini
Uno straniero che vuole vivere
con la lingua ormai troppo amara

Forse è meglio se ti abitui
come un orfano bambino
he prende schiaffi per abitudine

Anche questa è vita?
per te che la ami
Devi abituarti
al Teatro Civico di Sassari

Quella fottuta notte

Quando hanno sparato l'ultimo proiettile
era notte
le strade di Bamiyan¹ erano chiuse
Quella notte
Kapisa² bruciava nel fuoco della pazzia
e il demonio di Kabul ebbro dell’ultima bottiglia
di tequila di Jalisco
Sognava i corpi nudi della città di Sodoma
Quella notte Bamiyan era luminosa
con le lanterne colorate di blu
e una folla di scalzi cantava
un inno di pace
per i pezzi perduti di Shahmama
Bamyian era luminosa
e i confini del cielo di Ghulgula³
scoloriti

Quella notte la pazzia dominava ovunque
e noi miserabili nelle calli magiche di Venezia
restavamo bloccati con le lanterne spente tra le mani
Quella notte la paura dominava ovunque
e Yakawlang 4 aspettava la distruzione promessa
Quella notte un nodo orribile strozzava le gole
e noi miserabili ballavamo nell’oscurità
dei nostri pensieri
Quando i titoli dei notiziari nel mondo
cambiarono all’improvviso
e un’onda veloce come un fulmine
volteggiò nel cielo di Venezia
La vostra città all’alba
era distrutta
e noi miserabili
ballavamo ancora nell’oscurità dei nostri pensieri
Quella fottuta notte

(22/01/2014 giorno dell’anniversario del massacro di Yakawlang)

Note:
1.La provincia di Bamiyan, in Afghanistan, era sede delle famose e millenarie statue di Buddha distrutte dai talebani il 10 marzo 2001. Le statue erano chiamate Shahmama (figura femminile) e Salsal (figura maschile) ed erano considerate Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
2.La provincia di Kapisa venne distrutta e bruciata dai talebani nel 1996
3.Ghulgula era la città antica di Bamiyan
4.La provincia di Yakawlang, situata nel centro dell’Afghanistan, fu sede di uno dei massacri più sanguinosi perpetrati ad opera dei talebani. Migliaia di persone furono massacrate dai talebani solo per il fatto di appartenere all’etnia Hazara.


Basir con i poeti Liliana Murru e Leonardo Onida a Sassari
Basir Ahang è nato in Afghanistan a Kabul ma dal 2008 vive e lavora in Italia. Laureato in Storia e letteratura persiana attualmente sta conseguendo la seconda laurea in relazioni internazionali presso l’università di Padova. Giornalista di professione si occupa prevalentemente di Afghanistan e diritti umani con un’attenzione particolare alla situazione dei rifugiati e delle donne. Ha collaborato con diversi giornali e agenzie internazionali. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su BBC persian, Al Jazeera e Deutsche Welle. Basir Ahang si occupa anche di poesia e di cinema. Molte delle sue poesie sono state tradotte in italiano e in inglese. Nel 2014 ha partecipato al Festival Internazionale di Poesia “Ottobre in Poesia” di Sassari, ottenendo il premio speciale della critica per una sua poesia in concorso(Quella fottuta notte). Attualmente collabora con diversi siti di informazione come frontierenews.it, kabulpress.org e hazarapeople.com di cui è anche direttore.



Goliarda Sapienza, Le certezze del dubbio, Pellicanolibri, 1987

Per acquistare il libro clicca QUI
Rifiutato da tutti gli editori, con risposte che fanno capire di non avere neanche letto il testo, decido nel 1987 di pubblicare con Pellicanolibri questo straordinario romanzo dell'amica Goliarda.
Molto schiva e lontana dai salotti, sarà assidua frequentatrice e amata da chi, nel quartiere di Casalotti, dove c'è la libreria, avrà modo di incontrarla. Saranno anni di dolori e splendori, con l'aiuto di Adele Cambria, Marta Marzotto ed Enzo Grasso, faremo di tutto affinché potesse avere, Lei, il posto che meritava, Ci vorranno anni, la sua scomparsa e la pubblicazione in Francia e Austria de L'Arte della gioia, poi edito "finalmente" da Einaudi, a farla conoscere anche al pubblico italiano.
Associazioni, libri, film, opere inedite (non sempre valide) ora proliferano. 
Ho il dovere e la passione ancora oggi di fare conoscere ancora di più questo romanzo, ancora disponibile, ordinandolo nel sito dell'editore, pubblicando le prime pagine.
b.c.


Da quando m’avevano sbattuta fuori dal carcere in attesa di giudizio avevo preso anch’io a percorrere quelle piccole strade lastricate di sampietrini che ininterrotte conducono dall’esterno di piazzale Clodio dentro il nuovo Palazzo di Giustizia: quel percorso stava a significare (nella mente progressista dell’architetto) che ormai la giustizia era scesa dal suo trono inaccessibile e segreto e si svolgeva per le strade, sotto gli occhi di tutti, alla portata di chiunque avesse voglia di prendere parte alla cerimonia... Così andavo rimuginando fra me e me, ridendomela di quell’ennesima utopia novecentesca che andava a rotoli. Ora transenne e veri e propri muri di toraci e braccia cariche di armi da fuoco sbarravano il passo ogni quattro, cinque metri!...

Mi divertiva talmente sfottere quell’architetto, il suo dannoso liceo classico, le sue inutili letture kafkiane, eccetera (era come ridere di me stessa) che stavo per sorpassarla quando una risata familiare mi blocca davanti alla IIa sezione penale. Sarà qualche coattona che frequenta il “Governo Vecchio” mi dico, e su al secondo piano mi aspettano. Non di meno il mio passo rallenta e il mio sguardo si accinge a scrutare bene in quel particolare gruppetto dove lei, i grandi occhi bruni fissi in un’ammirazione assoluta della bella testa dell’avvocato Rocco Ventre, ride della sua strana risata di un tempo. Non è passato che un anno da quando ho ascoltato per l’ultima volta quel suo ridere infantile e rauco nello stesso tempo, eppure è come se le modulazioni di quella voce sortissero da un passato così remoto da dare brividi di paura ultraterrena. È Roberta! realizzo, la compagna della cella 27, mia prima residenza stabile a Rebibbia! Roberta deve aver sentito il mio sguardo perché per un attimo le sue pupille orlate d’ali di farfalla hanno un lieve moto verso di me prima di tornare a fissare ancora più intensamente l’oggetto della sua ammirazione.

Non mi ha riconosciuta! Tanto vale proseguire per la mia strada.
Forse è il destino di chi si è incontrato in carcere. Anche nei viaggi avviene lo stesso: ci si scambia indirizzi, numero di telefono, ci si assicura che non si potrà fare a meno di rivedersi ma poi, tornati alla vita di tutti i giorni, si dimentica. Con un ultimo sguardo indifferente su di lei e il suo gruppetto, così che non si senta in dovere di riconoscermi, le volgo le spalle e filo via su al secondo piano dove l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi difende l’ennesima ragazza stuprata. È per questo che sono qui, mi dico, sono stata inviata dalla mia boss di “Quotidiano Donna” per un articolo... ho detto boss ma è una donna dolcissima con fianchi generosi, pelle di latte e sguardo avvolgente che lasciamo andare! E poi ho appuntamento con Ginevra, altro pezzo di ragazza che non dico! Eh, caro Fellini, l’epoca delle tue femministe trucide è finita, e non vorrei essere nei tuoi panni!
Quando entro nell’aula purtroppo Tina ha già iniziato da tempo la sua arringa, e anche se Ginevra con la quale avevo appuntamento mi fissa sbalordita per il mio ritardo (il mio organismo preindustriale è stato così ben inchiavardato all’idea del “ritardo come delitto” che non c’è modo di allentarne qualche vite!), io come posso cerco di ignorarla e con lei tutte le dannate femminucce, donnette, prefemministe o postfemministe che il fottuto dio dell’ideologia mi ha fatto incontrare! Sempre così, quando qualcuna di loro mi delude, me la prendo con tutte: un mio metodo per soffrire meno.
Chi se l’aspettava dopo tanta vicinanza in una cella (tre metri per tre e mezzo!) di non essere nemmeno riconosciuta! Fosse stata Barbara, così passionale, emotiva l’avrei potuto anche capire. Ma Roberta, così consapevole, così fredda e ideologica!... e ci siamo pure scritte dopo quando io ero fuori e lei ancora dentro.
Come posso cerco di buttarmi anima e corpo in quel mare sonoro ora in tempesta, ora calmo e sereno che è la voce di Tina, con il fermo proposito di annegarci per una buona volta e dimenticare.
Ma non ci riesco. E quando Ginevra finalmente mi trascina fuori dall’aula tra la folla animata che commenta il processo, l’entusiasmo di tutti per l’arringa di Tina è così assoluto e coinvolgente che mi fa dimenticare quell’incontro assurdo - solo sognato? - di qualche ora prima.
Conquistata la mia “dimenticanza”, ultima dea che assiste i sofferenti! senza sospetto distolgo gli occhi per un attimo da Tina per salutare un vecchio amico, quando all’improvviso, come uscita dal mantello nero del solito prestigiatore in smoking e cilindro, Roberta mi si para davanti. Ma di spalle, questa volta, intenta a parlare fitto fitto con qualcuno dalla statura tarchiata, paterna, i capelli bianchi, lo sguardo limpido in apprensione, ancora più paterno - se possibile - del suo grande torace. Non potevo riconoscerla mi dico: là in galera sembrava più robusta (per la limitazione costante dello spazio che ci circondava?) ed era bionda, di un biondo così naturale da non creare sospetto di finzione. Come faceva? Ma già che c’era la parrucchiera a Rebibbia! [...]