giovedì 1 gennaio 2015

Goliarda Sapienza, Le certezze del dubbio, Pellicanolibri, 1987

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Rifiutato da tutti gli editori, con risposte che fanno capire di non avere neanche letto il testo, decido nel 1987 di pubblicare con Pellicanolibri questo straordinario romanzo dell'amica Goliarda.
Molto schiva e lontana dai salotti, sarà assidua frequentatrice e amata da chi, nel quartiere di Casalotti, dove c'è la libreria, avrà modo di incontrarla. Saranno anni di dolori e splendori, con l'aiuto di Adele Cambria, Marta Marzotto ed Enzo Grasso, faremo di tutto affinché potesse avere, Lei, il posto che meritava, Ci vorranno anni, la sua scomparsa e la pubblicazione in Francia e Austria de L'Arte della gioia, poi edito "finalmente" da Einaudi, a farla conoscere anche al pubblico italiano.
Associazioni, libri, film, opere inedite (non sempre valide) ora proliferano. 
Ho il dovere e la passione ancora oggi di fare conoscere ancora di più questo romanzo, ancora disponibile, ordinandolo nel sito dell'editore, pubblicando le prime pagine.
b.c.


Da quando m’avevano sbattuta fuori dal carcere in attesa di giudizio avevo preso anch’io a percorrere quelle piccole strade lastricate di sampietrini che ininterrotte conducono dall’esterno di piazzale Clodio dentro il nuovo Palazzo di Giustizia: quel percorso stava a significare (nella mente progressista dell’architetto) che ormai la giustizia era scesa dal suo trono inaccessibile e segreto e si svolgeva per le strade, sotto gli occhi di tutti, alla portata di chiunque avesse voglia di prendere parte alla cerimonia... Così andavo rimuginando fra me e me, ridendomela di quell’ennesima utopia novecentesca che andava a rotoli. Ora transenne e veri e propri muri di toraci e braccia cariche di armi da fuoco sbarravano il passo ogni quattro, cinque metri!...

Mi divertiva talmente sfottere quell’architetto, il suo dannoso liceo classico, le sue inutili letture kafkiane, eccetera (era come ridere di me stessa) che stavo per sorpassarla quando una risata familiare mi blocca davanti alla IIa sezione penale. Sarà qualche coattona che frequenta il “Governo Vecchio” mi dico, e su al secondo piano mi aspettano. Non di meno il mio passo rallenta e il mio sguardo si accinge a scrutare bene in quel particolare gruppetto dove lei, i grandi occhi bruni fissi in un’ammirazione assoluta della bella testa dell’avvocato Rocco Ventre, ride della sua strana risata di un tempo. Non è passato che un anno da quando ho ascoltato per l’ultima volta quel suo ridere infantile e rauco nello stesso tempo, eppure è come se le modulazioni di quella voce sortissero da un passato così remoto da dare brividi di paura ultraterrena. È Roberta! realizzo, la compagna della cella 27, mia prima residenza stabile a Rebibbia! Roberta deve aver sentito il mio sguardo perché per un attimo le sue pupille orlate d’ali di farfalla hanno un lieve moto verso di me prima di tornare a fissare ancora più intensamente l’oggetto della sua ammirazione.

Non mi ha riconosciuta! Tanto vale proseguire per la mia strada.
Forse è il destino di chi si è incontrato in carcere. Anche nei viaggi avviene lo stesso: ci si scambia indirizzi, numero di telefono, ci si assicura che non si potrà fare a meno di rivedersi ma poi, tornati alla vita di tutti i giorni, si dimentica. Con un ultimo sguardo indifferente su di lei e il suo gruppetto, così che non si senta in dovere di riconoscermi, le volgo le spalle e filo via su al secondo piano dove l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi difende l’ennesima ragazza stuprata. È per questo che sono qui, mi dico, sono stata inviata dalla mia boss di “Quotidiano Donna” per un articolo... ho detto boss ma è una donna dolcissima con fianchi generosi, pelle di latte e sguardo avvolgente che lasciamo andare! E poi ho appuntamento con Ginevra, altro pezzo di ragazza che non dico! Eh, caro Fellini, l’epoca delle tue femministe trucide è finita, e non vorrei essere nei tuoi panni!
Quando entro nell’aula purtroppo Tina ha già iniziato da tempo la sua arringa, e anche se Ginevra con la quale avevo appuntamento mi fissa sbalordita per il mio ritardo (il mio organismo preindustriale è stato così ben inchiavardato all’idea del “ritardo come delitto” che non c’è modo di allentarne qualche vite!), io come posso cerco di ignorarla e con lei tutte le dannate femminucce, donnette, prefemministe o postfemministe che il fottuto dio dell’ideologia mi ha fatto incontrare! Sempre così, quando qualcuna di loro mi delude, me la prendo con tutte: un mio metodo per soffrire meno.
Chi se l’aspettava dopo tanta vicinanza in una cella (tre metri per tre e mezzo!) di non essere nemmeno riconosciuta! Fosse stata Barbara, così passionale, emotiva l’avrei potuto anche capire. Ma Roberta, così consapevole, così fredda e ideologica!... e ci siamo pure scritte dopo quando io ero fuori e lei ancora dentro.
Come posso cerco di buttarmi anima e corpo in quel mare sonoro ora in tempesta, ora calmo e sereno che è la voce di Tina, con il fermo proposito di annegarci per una buona volta e dimenticare.
Ma non ci riesco. E quando Ginevra finalmente mi trascina fuori dall’aula tra la folla animata che commenta il processo, l’entusiasmo di tutti per l’arringa di Tina è così assoluto e coinvolgente che mi fa dimenticare quell’incontro assurdo - solo sognato? - di qualche ora prima.
Conquistata la mia “dimenticanza”, ultima dea che assiste i sofferenti! senza sospetto distolgo gli occhi per un attimo da Tina per salutare un vecchio amico, quando all’improvviso, come uscita dal mantello nero del solito prestigiatore in smoking e cilindro, Roberta mi si para davanti. Ma di spalle, questa volta, intenta a parlare fitto fitto con qualcuno dalla statura tarchiata, paterna, i capelli bianchi, lo sguardo limpido in apprensione, ancora più paterno - se possibile - del suo grande torace. Non potevo riconoscerla mi dico: là in galera sembrava più robusta (per la limitazione costante dello spazio che ci circondava?) ed era bionda, di un biondo così naturale da non creare sospetto di finzione. Come faceva? Ma già che c’era la parrucchiera a Rebibbia! [...]
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