mercoledì 22 aprile 2015

L'edificio fermo o dell'anima mobile di Ugo Magnanti



ISBN 9788898649181 - pag. 72, € 13.00
Inutile affanno per i critici che, fra l'altro, sono i maggiori responsabili della distruzione della poesia. Con un testo in mano, a volte consegnato per amicizia dall'autore stesso, tal altra perché l'autore ha frequentato un 'corso' di scrittura poetica con 'lui'.
Altri cercano disperatamente “l'ultimo poeta” come se la poesia fosse morta o in coma.
Ma, disperati loro, così non è!
Non c'è giorno che passa che qualcuno, su giornali veri o posticci, non citi l'ultimo autore (naturalmente scomparso): accadeva tempo addietro di segnalare il nuovo Montale o il Pasolini; (mentre per la narrativa si ricorre ancora al 'nuovo Salinger', mentre per la musica non c'è dubbio: lo stesso pianista Allevi (dio ne scampi!) si proclama nuovo Mozart - che non può replicare.
Definisce anche Beethoven musicista senza ritmo: qualcuno può fargli ascoltare qualche sonata, magari la numero uno - numero semplice se non può arrivare alla 23 o 32.
Ma torniamo ai critici e alla poesia: nei nostri tempi inquieti non c'è uno che non faccia corsi o non abbia avuto la fortuna di tradurre testi di grandi autori stranieri per un grande editore, chessò, Borges o Baudelaire. In questi casi anche la sua poesia ha visto la luce presso un grande editore (ammesso che ne esistano più e non siano solo finanziarie).
I poeti, malgrado loro, quelli veri, continuano a esistere, magari con il timore d'un presente perduto, ma esistono.
La poesia rimane, malgrado i becchini, più viva che mai ed è per questo che mi trovo a scriverne ancora.
In marzo è stato pubblicato (Fusibilialibri) una raccolta di Ugo Magnanti, persona che fin qui poco conoscevo se si escludono quegli incontri fatti di strette di mani, qualche abbraccio e quelle brevi conversazioni del più e del meno. Oltre naturalmente alla grande attività che svolge nell'organizzare eventi di poesia e nel coinvolgere gli studenti.
Così, come qualche volta mi accade, leggendolo solo adesso posso dire di conoscere l'uomo e il Poeta più intimamente come se l'avessi incontrato o frequentato a lungo.
Non scriverò pareri critici che già molto bene hanno fatto altri, sia nel libro (Antonio Veneziani e Cristina Annino) che altrove. Non scriverò se non perdendomi nei versi e nelle stanze, cercando talora scoprendo quanto siano simili le anime nei poeti.
Qualora essi li trovino in vita, li (e si) riconoscono, hanno ognuno con proprie parole musicalità e stile, le medesime motivazioni e paure.
La poesia, è certo, non salva e non salverà il mondo ma sicuramente aiuta a sopportarlo.
Quella stessa stazione verso cui tutti ci avviamo, nel Poeta ha un ruolo predominante e determinante: il suo tempo, le sue parole o sguardi sono tesi verso una qualche ricompensa o resurrezione, sapendo bene quanto sia impossibile e si domanda (senza poter rispondere) come sia possibile vivere, respirare con la tragedia che attorno e dentro incombe.
A partire dall'entrata fino all'uscita non puoi non provare che una commozione profonda, sapendo che il Poeta può soltanto mostrare i propri dubbi o il proprio candore con estrema dignità avviandosi verso quella magnifica e dolente strada che è lo sguardo altrui, essendone anche il riflesso.
Ogni stanza dell’edificio, nella parola poetica, esprime e rappresenta una parte del nostro vivere comune: dalla vanità alle illusioni, dalla morte improvvisa o nascosta all’incanto d’amore.
È certamente chiaro che l'Autore è un appassionato della poesia e quindi trovare Pessoa (basta già la prima riga della prima poesia) o Calvino, Genet o Contini (nelle citazioni) è naturale e logico ma è solo un 'vezzo' di alcuni critici ricercare riferimenti, non il mio (dove è possibile trovare Pacheco, Salinas o Lorca e tanti altri che per affinità ci contengono).
Chi ha la grande fortuna di frequentare, leggere e scrivere di poesia non può che trovare le medesime solitudini. Ma l’Autore, in questo caso, non scrive poesie, è Poeta e al tempo stesso l’Edificio che lo rappresenta, è tutt’altro che fermo. Semmai consiglio di fermare il volume sul proprio comodino per leggere e rileggere in special modo quando abbiamo momenti d’inquietudine o di malinconia.
Così ho concluso il mio omaggio ‘scarnamente critico’ verso il Poeta che adesso è divenuto un amico al fianco.
E Ugo Magnanti sa cosa intendo.
b.c.

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