mercoledì 7 ottobre 2015

Jesus Lopez Pacheco, Delitti contro la speranza - 2.

Come già scritto in un post precedente ho recuperato, dopo anni, uno dei miei libri preferiti che avevo regalato, sperando di ricomprarlo e quindi ne approfitto ancora per fare conoscere altre poesie tratte dallo stesso volume edito da Guanda, allora splendida casa editrice che non si curava del mercato ma della qualità eccellente dei poeti, noti o meno noti che fossero. Con ottime prefazioni e traduzioni.
Poiché dell'autore non esiste più alcuna traduzione italiana e neanche è presente su Wikipedia nelle nostra lingua, pur avendo trascorso diversi anni in Italia, (per le notizie vi rimando al link cliccando QUI) mi auguro che, come accaduto talvolta in passato, qualcuno si accorga e metta mano all'opera di questo grande poeta spagnolo, trasferitosi in Canada dove è scomparso nel 1997.


Ultime notizie

A volte le ultime notizie 
mi battono nelle tempie.
Se mi corico
il cuscino si riempie di spari,
il materasso mi tortura arrotolandosi,
le lenzuola mi stringono in una morsa di ferro,
orizzontale soffro
fame e insonnia di giustizia,
incomincio a contare agnelli
che saltano un recinto
per cadere poi tutti mitragliati,
lungo il tunnel della notte
giungono sino al mio cuscino
grida e colpi,
un pezzo di carbone tormentato
singhiozza accanto al soffitto della mia camera,
d’improvviso mi si avvicina il giorno,
la finestra comincia a interrogarmi
con la sua luce negli occhi,
e non resisto più, cado anch’io,
ma non di sonno,
sin quando, all’alba, mi fucila
la scarica della sveglia.


Mi passavano accanto senza fermarsi, 
senza alcuna sorpresa.
Doveva sembrargli naturale 
che io fossi
legato a quel fanale in piena strada 
e coscienziosamente imbavagliato. 
Guardavo le loro mani 
libere, così vicine, gridando aiuto 
con gli occhi.
Alla fine 
compresi la ragione.
Mi bastò rendermi conto
del loro passo veloce ma incerto,
della frequenza
con la quale si urtavano fra loro.
Li guardai negli occhi. Tutti 
li avevano sigillati, 
camminavano alla cieca, in silenzio.
Abitavamo
una strana città: noi che vedevamo 
avevamo la voce
e le mani legate, e non potevamo gridare 
niente a quelli che passavano come ciechi.


Settimana lunga

A quella stessa ragazza dagli occhi color del sabato
già quasi di domenica d’un tratto il viso
le diventa di lunedì o anche di giovedì e piange
e i baci del ragazzo che la bacia i sabati
e le domeniche sanno orribilmente di martedì
di mercoledì o di venerdì e i loro corpi si stringono
più che per passione per terrore fra le ombre
della città in cui la gioventù trascorre
come una settimana di dolore e di sogni
che non finisce in domenica.


Fiore di calce

spunti 
dalla terra
che ti rubò il colore,
graffi
il vento
che ha sciupato il tuo aroma,
mostri
le tue spine
a un cielo spietato,
e continui
cardo amaro e solo,
fiore arso vivo,
a salvarti con rabbia
sull’altipiano,
dove la grazia fu decapitata.


Anemia

Soprattutto al levarmi, mi faccio 
un inventario del sangue.
Ce l’ho impoverito di speranza.

Mi devo dare una scrollata di vita 
o iniettarmi una poesia di Nazim, 
prendere due cucchiai di Vallejo, 
dieci gocce di Neruda, una compressa 
di Blas e di Gabriel. I giorni pari 
mi faccio endovenose di Machado, 
e frizioni di Hernàndez e di Alberti.
Due volte alla settimana,
una dose di Berceo
bevuta in un bicchierino
di succo di San Juan, sempre a digiuno,
e, dopo i pasti, pillole Brecht
o pannicelli di Pavese sulla testa.
Una volta al mese, 
per star bene di intestini, 
pastiglie del Dottor Quevedo.
Mi fanno molto bene alcuni antibiotici 
moderni: Jaime Gii, José Agustm... 
e quelli che si vendono a Madrid:
Angel con speranza o Angel Crespo, 
Gloria con vitamine, Caballero...
Per le ossa, calcio di Unamuno.
Aleixandre lo prendo in infusione, 
bicchieri di Becquer in autunno e sorsi di Salinas...
Ho ancora 
altri medicamenti specifici.
Però il dottore opina 
che la cosa migliore 
è uscire per le strade a svagarsi, 
passeggiate ed esercizi
al sole e all’aria liberi...
Se non riesco a trovarli, mi conviene 
iniettarmi una poesia di Nazim, 
prendere due cucchiai di Vallejo... 
(vedasi più sopra la ricetta) 
a meno che non preferisca 
finirla una volta per tutte 
bevendomi d’un fiato 
un fiasco di discorsi barbiturici.



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