martedì 6 dicembre 2016

La poesia di Giovanni Fierro: rigore ed emozioni

Leggendo autori che non conosco, a volte, mi vengono in mente questi versi di Jesus Lopez Pacheco:
Edizioni Dot.com Press, pp. 76, € 10.00


“Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.”

Così più volte prendo in mano il libro o i libri che ho disponibili. In questo caso si tratta di Giovanni Fierro e de “Il riparo che non ho”.
Procedo andando in ordine, poi torno alle prime pagine, mi soffermo su di una poesia in particolare e noto l’ultima riga. Ricomincio di nuovo, mi soffermo. Mi prende, afferra, temo e cerco di capire: mi trovo come in una stanza senza porte e senza tetto (per questo forse intravedo il cielo, con la necessità delle sue nuvole):


“Ogni volta mi auguro  che ci siano sempre almeno un po’ di nuvole […]
[…] Prima vado a dormire
prima inizio a sognare.”

Proprio quel riparo che l’autore non ha - o crede di non avere - lo porterà a scoprire ogni ramo della propria esistenza, partendo dall’infanzia, scoprendosi nel presente, arricchendosi di un futuro che, certo, lo renderà artista sempre più completo e, proprio per questo, sempre più incerto e dubbioso, come un albero che cresce e si rinforza grazie anche alle tempeste.
Finestre che rimpiazzano porte, forse anche senza vetri - malgrado il titolo - per evitare che la vista venga offuscata o dia riflessi:

Finestra con vetro

Sono nella casa nuova
a dipingere le pareti
mi accorgo che è da un po’
che da un uomo o da una donna
non sto imparando nulla.
Cosa sono di me
allora, mi domando.
Nel mio non sapere
incomincio ad invidiare
questo vetro di questa finestra
così vorrei essere
un qualcosa, che divide il dentro
dal fuori
la si può aprire per cambiare l’aria
(mi aiuta a respirare meglio)
un niente, che permette di guardare
attraverso
ma che ha lo spessore necessario
per lasciare in superficie
la sporcizia
basta un grado di obliquità e diventa specchio
non perde la profondità.
Ma ogni volta, sono solo capace
di dimenticarmi di come,
per ogni uomo
la trasparenza, quando si rompe
taglia.

Per capirne ancora e meglio provo a leggere, solo dopo, prefazioni note o risvolti e leggo una riga di Monique Pistolati a proposito di “Il riparo che non ho” che corrisponde bene a ciò che provo:
[…]C’è un continuo misurarsi tra dentro e fuori sempre alla ricerca di un senso[…].

Queste probabilmente le stanze che intendo, come accade a chi la poesia la frequenta, vivendola, non scrivendola soltanto.
Spesso il critico, animale oggi quasi impossibile da trovare, che non sia poeta a sua volta (spesso di scambi) non va e non vede oltre e quasi mai ti spinge verso la lettura nelle sue presentazioni pubblicate all’inizio nei volumi di poesia. Quelle presenti nei libri di altri generi letterari ti invogliano, con poche e chiare frasi, ad aprire o ad acquistare il testo. Per la poesia accade il contrario, ma fa testo!
Per questo non intendo sostenere questo strano evolversi della critica nei confronti della poesia, segnalando invece, da lettore, ciò che più colpisce in un testo.

Se, come in questo caso, le ‘voci’ di Fierro hanno una musicalità (ben poco italiana), se ogni poesia e ogni verso non è altro che una piacevole scoperta, con le emozioni, le contraddizioni e i dubbi che affliggono il poeta, compresi quelli che lo ‘costringono’ alla pagina e ai versi che non sembrano mai completarsi (come è giusto che sia) e che mai si scoprono totalmente (questa la differenza fra poesia e romanzo) allora mi sento di consigliarlo.

Di Giovanni Fierro ho anche Oleandro e garaža piccolo volume di poesie erotiche che mi fa aggiungere qualche altro appunto sulla vitalità e severità del Poeta, che sembra invitarci:

“Non salvarti
in questa fiamma
nutrita
a carne”

Lascio quindi spazio ai versi scelti, certo di avere quel seguito di lettori, piuttosto particolare, che sanno della mia volontà di far largo alle parole dei poeti in grado di suscitare emozioni, come in questo caso, piuttosto di continuare con annotazioni varie ed eventuali.

Uno più uno

Abbiamo una bambina
da alcuni anni viviamo assieme
da un po’ di più abitiamo il nostro amore
non ti ho sposata
perché nel momento di preparare il sì
un uomo deve essere capace di promettere il cielo
io non ho le ali
e neanche non sono capace di nuotare bene
dopo due tre quattro bracciate
i miei polmoni hanno fatica
gli manca l’ossigeno.
Ma oggi, sulla spiaggia ho trovato una conchiglia
mi piace, è bianca e opaca, pulita
nel suo centro è forata
è un anello
è la fede che vorrei mettere al tuo anulare
anche se so che così, lì
tutto attorno, ci sarà
il mare.

Ad Auschwitz

Tra la neve e il suo bianco
c’è una crepatura
è lo sguardo, quando
non corrisponde alla parola pronunciata
che spingi dalla bocca
è evidente che qui
neanche la natura ha tenuto
si è sfaldata come una bugia
quando viene scoperta.
Per chi mai, qui
la neve, ha promesso
il Natale?

Mio nonno Nino

Faccio proprio fatica a pensare che il mio sangue
proviene dal tuo sangue

i miei capelli che rimangono ostinatamente neri
i tuoi erano completamente bianchi prima che tu avessi trent’anni

i miei occhi scuri dovrebbero nascondermi e invece mi svelano
l’azzurro dei tuoi è il cielo che ti protegge.

Io ho ancora mani da ragazzo
hanno poca forza nella presa
ancora non dicono qual è il mio coraggio

così guardo le tue mani

i tuoi calli sono la soluzione
di ogni algoritmo che la fame ti ha snervato nello stomaco
la radice quadrata della tua bontà che non ti ha mai tradito
la giusta approssimazione ad ogn
i tuo possibile sogno
il suo esatto più vicino

questa pelle sulle tue dita, asciugata a nocciolo di pietra, stretta a pugno
o volata a carezza, dove è più consumata e quasi nascosta per vergogna

lì riconosco il segno della tua matematica più precisa
pala e piccone.

Memoria

Che non è possibile
mercoledì sera non sapevo più
dove avevo parcheggiato la macchina
tre quarti d’ora a cercarla per via Angiolina
e nelle strade tutte attorno
e adesso, i cinquanta euro che avevo in tasca
dove sono andati, dove li hai messi
ma hai problemi di memoria
non è che sarà la ciste dietro il tuo orecchio sinistro.
mi dici mi chiedi mi appelli.
Mi sento offeso, prendo il cappotto
e esco di casa
metto in moto l’auto, guido per più di un’ora
e tutto questo tempo continuo a domandarti
sottovoce, con le parole che non si sporgono
di più di un centimetro, dalle mie labbra
ma tu, non ti ricordi di volermi bene?


Per te sono stato la fermata d’autobus che non arriva mai
ma che permette al viaggiatore di guardare il paesaggio.
Il nostro amarci non è mai stato amore
tu lo hai desiderato e hai creduto che poteva essere un fiore.
Avevi ragione
era una rosa.
Già nel seme aveva tutte le sue spine.

Pioggia

Mi chiedi le parole dell’amore che io non dico
perché non ho braccia robuste
e poca forza nelle mani
per poterle proteggere.

Ma è stato il tuo ‘ti amo Giovanni, incondizionatamente’
ha messo il seme nel mio istinto.
Poi io sono stato capace di un unico gesto animale
ho voluto fare del tuo ventre un nido.

Se amore è quando noi due finiamo di pranzare e cenare
sui piatti vuoti e sulla tovaglia rimangono le briciole

se le mettiamo assieme fanno un pezzetto di pane
da sole sono la fame.

Una bambina

Nel tuo ventre il mio seme si è spaccato
è diventato radice
tu sei la terra promessa e lo proteggi.
Sul monitor dell’ecografia
vediamo i piedini, le due piccole mani
il profilo del viso ti è subito piaciuto
la spina dorsale, il suo battito cardiaco

la ginecologa ci indica i tre piccoli segni paralleli
ci dice che sono la vulva.

Forse è questa la fiducia

è trovare la parola piena
il tuo seno che si prepara al filamento del latte e verrà succhiato
è dire guarda c’è il sole oggi
è indicare il suo centro senza dire che è il bersaglio.

Questa mattina hai contato la circonferenza della tua pancia
‘ottantotto centimetri' mi hai sorriso

per oggi è questa la misura del mondo.


Giovanni Fierro e nato nel 1968 a Gorizia, dove vive. Suoi testi sono stati pubblicati nelle antologie Frantumi (2002) e Prepletanja - Intrecci (2003) e nel dicembre 2004 nella sua prima raccolta poetica Lasciami cosi, edite da Sottomondo Gorizia.
Nel gennaio 2007 ha pubblicato Acque di acqua, raccolta di sette testi, inerenti al dvd “Judrio” dell’artista cormonese Mauro Bon. Gli stessi testi, integrati da nuovi scritti, sono apparsi nell’antologia Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara Editore, 2008). Nel febbraio 2011 e uscita la sua ultima raccolta Il riparo che non ho, con prefazione di Claudio Damiani e quarta di copertina firmata da Monique Pisolato, edita da Le Voci della Luna. Nel dicembre 2011, cinque suoi nuovi testi a titolo Una tregua sono ospitati sulle pagine dell’Almanacco dello Specchio 2010 - 2011, edito da Mondadori. La sua pubblicazione più recente e la plaquette, venti testi, Oleandro e garaža, pubblicata ad inizio 2015 per l’editore Qudu di Bologna. Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca. È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco e friulano.
Collabora con il quotidiano Il Piccolo e la rivista IsonzoSoča.
Cura la rivista mensile on line Fare Voci. Giornale di scrittura (www.isontina.beniculturali.it). È responsabile della collana di poesia “Fare Voci”, per l’editore Qudu di Bologna.

Per contatti: giovannifierro68@hotmail.com

lunedì 5 dicembre 2016

Molino del gobbo: dove natura e persone s'incontrano

C'è sempre un luogo dell'anima dove parte di te rimane a lungo nel tempo e nello spazio. Te ne allontani a volte, cerchi distrazioni altrove, cerchi, viaggiando, un posto simile, inutilmente, eppure c'era solo tanto verde, circondato da colline e faticose salite.
Ogni passo andava misurato e il silenzio era interrotto dalle foglie o da qualche uccello che nelle notti stellate intravedevi appena. La porta d'ingresso della tua camera la tenevi per questo socchiusa; nessuna interferenza, nessun timore di parlare troppo o per niente così che ti sentivi in compagnia costante e al tempo stesso solo nei tuoi pensieri.
Il pensiero più frequente, quello di doversene riandare, si fondeva col tempo trascorso anche se qui le giornate apparivano lunghissime.

Qualche volta aspettavi il ritorno di Marco, medico e scultore di pietre dure; il ritorno coincideva con la cena e nei giorni festivi anche nel pranzo.

Poche le parole, come sempre, ma precise, delicate, con qualche accenno alle letture che avevano inciso più di altri. Pranzo o cena si svolgevano in una sorta di museo, attorniato da un grande affresco che ricordava il tempo di quando mi occupavo di pittura, quello degli anni '60 e '70 nel periodo, mai rimpianto, catanese.
A circondarmi nella casa e fuori tutta una serie di oggetti raccolti negli anni che raccontavano l'amore fra Marco e Rosana. Spesso si aggiungevano i suoni e le melodie brasiliane e forse, anche questo, mi faceva sentire in famiglia riportandomi agli anni giovanili, alla poesia di Vinícius de Moraes e ai romanzi di Jorge Amado, come Terre del finimondo o Jubiabá.
Julio Cesar figlio voluto e adottato dalla coppia Rosana e Marco, cui la madre dedica questa tenera e giusta "lettera" che mi sento in dovere di riportare:
Gli "attrezzi"

"Cosa sarebbe una lettera scritta a pugno a un figlio in questi tempi informatici…Ah, figlio mio, abbi pazienza con tua mamma lunatica e cosa dire, pure poeta… Ho bisogno dei versi per agganciare le mie emozioni…Tu, adesso sei cresciuto alla sfuggita dei miei occhi. Molte volte non mi perdono per non avere fermato la mia frenesia per osservare la tua crescita e non notare il cambiamento del brillo dei tuoi occhi, della rivoluzione dei tuoi pensieri, dell’antagonismo ripetuto: Mamma non sei il centro dell’universo. Figlio, amato, non sono perfetta! Non ridere, perché tu lo sai che è una frase così scontata e che non direi mai! Però quanto è vero e davanti a tutte le imperfezioni della vita e del mio essere vorrei chiederti umilmente di aiutarmi a crescere insieme a te, perché tu sei il figlio che ho sempre desiderato...]”
Leonardo e Salvador

A Rosana, Marco, Julio Cesar si aggiunge il nipote Sereno (mai nome fui più azzeccato!) una presenza costante, silenziosa ma quando serve avrete un vulcano a sostegno di qualsiasi necessità.

Come dicevo, i miei passi sono difficoltosi e l’immenso piacere appena descritto non ha nulla a che vedere con chi può provare le scarpinate dei dintorni ricchi di boschi o soltanto la discesa verso la piscina in fondo al Molino con relativa risalita verso il ‘teatro’ appositamente messo su da Marco con la pazienza di un muratore, la precisione di un ingegnere e la maestria di un artista. Tutto in uno!

Certo la natura fa del suo meglio per creare i luoghi ma sono poi gli umani incaricati di mantenerli ed è questa la caratteristica del Molino del Gobbo che si rispecchia in tutto il paese di Sant’Agata Feltria con l’architettura della sua piazza centrale, dove spicca per bellezza un delizioso piccolo teatro restaurato e tenuto in funzione e attività grazie al lavoro di alcuni appassionati cittadini cui ho avuto il piacere di stringere la mano.
Le pietre, ben visibili, opera di Marco
La caratteristica principale però è quella degli incontri: vista la poesia che esprimono luoghi e persone chiunque arrivi si sente a casa propria e ha voglia di raccontare e raccontarsi con una familiarità che probabilmente deriva anche da tutto ciò che circonda, dai libri agli animali, dove spiccano più di altri Salvador Dalì e Leonardo Da Vinci.

Naturale che appare, e c’è marcata, la complicità della poesia. Scorrendo anche nei tanti commenti che accompagnano il sito o ne fanno da ‘complice’ ho trovato che molti concordano soprattutto su due cose: sentirsi a casa e la serenità dei luoghi.
Ma certo! I luoghi sono sereni se non distrutti dall’umana malvagità o avidità e qui, a parte un parcheggio più ampio, non manca davvero nulla.
Mi veniva in mente un film di Walt Disney (senza scempi!) a vedere le oche passeggiare sul finire della sera. Poi arrivare persone entusiaste da ogni parte d’Italia e tutti recidivi: tornavano sui luoghi amati ed è come una grande famiglia che si riunisce ogni tanto che, in genere, non accade più.
A questa grande famiglia mi sono legato e non vedo l’ora di tornare.
Dove, fra l’altro ho scoperto e letto alcuni autori che, malgrado l’esperienza e la voracità, non conoscevo ancora… eppure!

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