mercoledì 20 dicembre 2017

Personale di Lidia Tangianu & Sara River, Sassari

presso il Caffè 1993, Largo Cavallotti, Sassari

L’incontro di due amiche fra loro e due stili totalmente diversi, ma strettamente necessari l’uno all’altro rende interessante questa mostra di due pittrici di Respir’Arte.

L’uno la fiaba, i colori tenui a volte accesi della natura nel racconto delicato rappresentato dai colori delicati degli acquerelli di Sara River, l’altro bianco e nero quasi sempre che rappresenta chi nella natura vive soffre e la rende spesso buia.
Quest’insieme, abbastanza insolito, incuriosisce e fa sì che gli occhi passino da un’opera all’altra ponendosi domande e le naturali incertezze davanti a due pittrici certamente a pieno titolo immerse nella vita quotidiana. Spesso, senza alcuna voglia di polemiche ci si trova invece a retoriche rappresentanze della natura falsata da immagini quasi fotografiche che nulla apportano alla riflessione e\o alla ricerca della bellezza.

Tale impressione nel guardare i tanti occhi e mani rappresentati dalle opere della Tangianu, ricordano tanto  il documentario di Yann Arthus-Bertrand, La terra vista dal cielo.
Sara River
In un breve ma incisivo tratto viene rappresentata la fatica del lavoro e il dolore, tanto da rimanerne incantati. Lo sguardo penetra intensamente sull’attualità e fa memoria di ciò che ogni giorno c’è ma non vediamo,  distratti certamente dalle vicende personali quotidiane spesso molto più inutili di qualunque seria riflessione.
Sara River
Lidia Tangianu
Lidia Tangianu
A questo si affianca, in una inusuale convivenza artistica e umana, l’incanto della fiaba che è cifra caratteristica del racconto degli acquerelli di Sara River, l’altro aspetto della nostra vicenda umana rappresentata da un mondo diverso che troviamo nei sogni e nell’immaginazione e che spinge lo sguardo oltre i confini dell’opera.

Da visitare e soffermarsi ad osservare anche i minimi particolari, come l’incrocio di mani adulte su quelle tenere di un bambino.
Ho l’impressione di volare oltre le nuvole e oltre i confini delle cornici degli acquarelli di Sara River e di Lidia Tangianu.
Il panorama nel guardare le opere esposte si espande all’infinito.
In mostra fino al 27 dicembre


lunedì 20 novembre 2017

Bruno Petretto o la felicità del vivere: Molineddu

Bruno Petretto o la felicità del vivere
Ingresso Teatro civico di Sassari, sabato 21 ottobre in occasione del Festival Internazionale di poesia.

 Barba e capelli incrociano gli sguardi, un secondo di incertezza e:
-Sei Bruno?- -Sei Beppe?- in contemporanea. Un abbraccio stretto senza precauzioni, non trattandosi di una delle tante straordinarie donne incontrate in questi giorni.
-Devi venire da me, sicuramente-
-Verrò, appena rientro stanne certo, Bruno. Sarà una delle mie prime visite da fare. Ogni volta sembri io scappi, mentre fra poco verrò qui e per sempre-
Mani e braccia si chiudono e si entra a vedere lo spettacolo di Marcos Vinicius.
Invece  venerdì mattina, giorno prima dal rientro a Roma, viene Rita a casa di Leonardo e andiamo a Molineddu.
A poca distanza da Sassari arriviamo, dall’alto della montagna si sente –Arrivo-.
Entriamo da un cancello e si entra in una favola. Non ci credete? Allora venite e scommettiamo.
Certo non una finta favola per adulti, ma quelle che gli occhi dei bambini hanno da sempre immaginato.
C’è il ruscello, il ponticello il legno (più d’uno) che vi passa sopra, c’è la casa sull’albero, dove puoi entrare.
Pavoni, galline, oche, per non dire di cani e gatti. E c’è lui: Bruno. Artista, contadino, agricoltore scultore.

Alla favola si aggiungono opere d’arte di notevole bellezza e originalità, disseminati lungo il percorso, almeno quello in pianura che ho potuto vedere.
Non ricordo di quanti ettari è costituito Molineddu, ma alte montagne sovrastano tratti pianeggianti, sistemati a mo’ di teatro per incontri e presentazioni e quant’altro riguarda le attività che si svolgono (ma di questo scriverò in altra occasione)
Adesso solo uno sguardo di un’ora appena, consentitami dal tempo. Una casa dove vive Bruno esemplare per l’essenzialità, un edificio adibito e adeguato per le mostre e, certo, altro che potrò vedere più avanti nel tempo.

Ti rendi conto che lì c’è un uomo che ha un rapporto di sereno ma anche faticoso amore per la natura, fatica, però, che in Bruno non avverto, anzi ci lascia per risalire in montagna per poter continuare il proprio lavoro. La notte di Bruno, credo sia breve, credo aspetti  il giorno per poter rivedere e proseguire ciò che più ama.
Anche qui spariti i fronzoli e i suppellettili di una società ormai rincoglionita che suda sangue per potere avere troppi oggetti inutili che poi non usa, non godendosi pressoché mai la vita e malgrado la modernità vive come un selvaggio guerreggiando ovunque: in casa ufficio per strada o in ascensore.

Per la pagina su facebook clicca QUI


martedì 7 novembre 2017

Si conta e si racconta di Franca Palmieri

C’era una volta un re ricco e potente, sempre afflitto perché non aveva figlioli… (La cerva nel bosco – Madame d’Aulnoy , 1697). C'era una volta una donna gravida chiamata Pascadozia che, affacciata a una finestra sul giardino di un'orca, vide una bella aiuola di prezzemolo… (Petrosinella – Giambattista Basile, 1634). 
Così iniziavano due fiabe del 1600 di un’autrice francese e un autore italiano, giunte fino ai nostri giorni.
Alcuni di noi ancora ricordano di averle ascoltate dai nonni e dai genitori che, in assenza di computer e televisori, raccontavano storie fantasiose e magiche da lasciarci incantati. Contemporaneamente eravamo invogliati ad evocarle per giorni e anni a seguire. A volte incutevano paura, altre volte divertivano, ma chiedevamo di ascoltarle nuovamente poiché stimolavano la nostra curiosità e l’immaginazione, tanto che aggiungevamo, toglievamo e modificavamo parti di esse per poi raccontarle ai nostri figli.

Ma cos'è la fiaba? 

La fiaba è un racconto che trasporta fuori dalla realtà e narra vicende accadute in un mondo immaginario. I personaggi sono esseri umani coinvolti in avventure sorprendenti con creature dai poteri magici.

La parola ha origini latine: fabŭla (m) discorso, leggenda, mito e volgari  flāba (m), Si distingue dalla favola, che ha un contenuto morale-allegorico e in genere animali come protagonisti.
Un altro significato di fiaba è fandonia, frottola, ma la fiaba non racconta bugie anzi storie vere che, attraverso la fantasia, la magia e i miracoli, rappresentano situazioni riscontrabili nel reale. In tal modo dal racconto emerge, anche se sottinteso, un intento formativo e di crescita morale.
È probabile che la fiaba, trasmessa oralmente, sia la semplificazione di antichi miti rielaborati dal popolo. Per secoli è stata raccontata a grandi e bambini, creando un repertorio di fantasia e saggezza, quindi non è del tutto corretto pensare che sia adatta solo ai bambini. Il suo carattere popolare e spontaneo ne ha determinato la fortuna presso ogni popolo della Terra e ciascun popolo ha espresso in essa la propria visione della realtà, le riflessioni sulla vita, sulla società, sui comportamenti umani e così via. Si pensa anche che il patrimonio delle fiabe abbia circolato in vari paesi e si sia arricchito.
Con il passar del tempo è stata avvertita la necessità di scrivere quanto veniva raccontato oralmente di generazione in generazione, affinché non andasse perso, quindi sono nate raccolte di fiabe, inventandone di nuove sulla base di tratti distintivi conosciuti.
In Oriente la prima raccolta è stata Le mille e una notte nel X secolo d.C.. In Occidente le fiabe hanno avuto successo solo nel Seicento con Lo cunto de li cunti o Pentamerone di Giovan Battista Basile, I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault e I racconti delle Fate di Marie-Catherine d'Aulnoy.
Nell’Ottocento si sono  diffuse le Fiabe dei bambini e della casa dei Fratelli Grimm, il Libro di Fiabe della Germania di Ludwig Bechstein, le Antiche fiabe russe di Aleksandr Afanasiev, le Antiche fiabe norvegesi di  P. Christian Andersen e Jorgen Moe. Nel Novecento, è nata in Italia la raccolta delle Fiabe italiane di Italo Calvino.
Nell’Ottocento gli scrittori, che pur essendo romanzieri, hanno dedicato la loro arte anche alla scrittura delle fiabe sono stati gli italiani Luigi Capuana, Guido Gozzano e Grazia Deledda, l’irlandese William B. Yeats e l’inglese Oscar Wilde.
Dal 1960 in poi, in Italia, sono stati numerosi gli autori che hanno scritto favole moderne, adeguando una struttura  narrativa antica, ma efficace alla realtà dei bambini contemporanei. Tra questi Bianca Pitzorno, Gianni Rodari e Roberto Piumini.
Franca Palmieri


C’è una strana coincidenza nella mia vita da editore.
Nel 1916 mio nonno, Vincenzo Muglia, diede alle stampe una raccolta di fiabe di Luigi Capuana, Si conta e si racconta; anni dopo mi venne voglia di ristamparle con Pellicanolibri, mantenendo le immagini in bianco e nero dell’originale, in una nuova collana dal titolo Visioni e Immaginazioni, e nel 2016, a distanza di cento anni, ci capita di leggere e pubblicare, malgrado non avessimo una collana dedicata alle fiabe, La fiamma del cuore di Franca Palmieri.
Questo nuovo inizio mi fa scoprire un altro autore, questa volta polacco, Andrea Grabowski con Le avventure dello gnomo Muovipiedi che decidiamo di aggiungere alla collana.
Infine in questi giorni leggiamo e certamente lo pubblicheremo, la raccolta di Laura Piccin, Diversamente favole. 
Così, come a mostrare una via che riprende, mi trovo a considerare questo genere di pubblicazioni utilissime a grandi e piccini, poiché in tempi recenti sembra scomparsa l’abitudine di narrare la fiaba e, in modo credo più violento, ogni bambino cresce con un tutor in camera, sia esso un televisore o uno smartphone, che lo collega alle più grandi atrocità del presente. Chi cresce, ascoltando la voce di un genitore che racconta storie di meraviglia, avrà sicuramente uno sviluppo più nutrito affettivamente e certamente il segno di questa comunicazione profonda rimarrà per sempre impresso nella sua esistenza di adulto.
Beppe Costa


Franca Palmieri (Morolo, FR) vive e lavora a Aprilia dove attualmente insegna e conduce Laboratori di Scrittura Creativa, Poesia e Teatro. Laureata in Pedagogia e diplomata in Fisiopatologia, ha conseguito due Abilitazioni in Materie Letterarie. Ha insegnato in due diversi ordini di scuola, ricoprendo incarichi organizzativi relativamente a Progetti Educativi e Aree Funzionali, quali la Valutazione, l’Antidispersione, la Disabilità, la Continuità e l’Orientamento Ha pubblicato i libri di poesie: Arabeschi di luce,(2008), Quando la vita profuma di nuovo, (2013) e La coscienza e la vanità (2015) e di recente la fiaba La fiamma del cuore, (Pellicano). Finalista in diversi Concorsi Nazionali e Internazionali, ha ricevuto numerosi Diplomi e Menzioni di Merito. Suoi aforismi sono presenti in numerose Agende di Giulio Perrone Editore. Ha ideato e presiede il Premio Masio Lauretti riservato agli alunni di scuole medie e superiori; nel maggio del 2017 ad Aprilia si è conclusa la seconda edizione con notevole successo di pubblico e studenti.

martedì 31 ottobre 2017

inSolItaliaNotte, anteprima

Domenica pomeriggio, quando le città appaiono svuotate di senso e si lasciano confortare solo da una fitta pioggerella ottobrina, la solitudine avanza nell'animo delle persone rintanate in spazi angusti, vibranti di tecnologia. In un momento così, qualcuno cammina per ritrovare un’ umanità che sembra perduta, ma lo fa senza ricorrere a palliativi di qualche ora per ripiombare subito dopo nel pozzo della dimenticanza; lo fa per confrontarsi con le solitudini altrui e parlarne guardandosi negli occhi, per ascoltare il tremito della voce nel rivivere un passato che lo ha fatto diventare quello che è: sensibile e attento verso gli altri. 
Lo fa per sapere come sono accaduti fatti inconcepibili e per fare in modo che non accadano più. 
Lo fa per essere compreso e comprendere, per ironizzare, affrancandosi e guardare tutto con occhi obiettivi, per curare le proprie ferite, compatendo e perdonando. Lo fa per amore della verità. Solo così può far pace con se stesso e con il mondo. La finzione invece rende disumani e fa precipitare nel vuoto delle emozioni e dei sentimenti. La finzione non soddisfa nessuno, ecco perché siamo perennemente scontenti, ci perdiamo nei meandri di relazioni fittizie e alziamo muri, isolandoci sempre più.



        Nell'ascolto del vissuto di persone, quali Marco di Romanzo Siciliano, scritto da Beppe Costa e Noe, Thomas di Noe Gitano Normalmente faccio altro, scritto da Alessandro Galli, si è creato quanto descritto, in un’ atmosfera intima e confidenziale talmente impressa in ognuno di noi, che rimarrà sempre con pienezza di sentimenti e autentica condivisione.

Un grande ringraziamento alla padrona di casa Giuliana Bellorini, ai due autori, agli amici del Simposio e a tutte le persone intervenute.
Franca Palmieri



L'idea di presentare in una maniera assolutamente non comune i due romanzi credo sia una particolarità che proprio i due romanzi contengono, malgrado le età diverse degli autori e le storie abbiano 35 anni di differenza di pubblicazione (uno del 1984, l'altro del 2017, si legano perfettamente narrando storie di solitudini e inquietudini in un paese che non si occupa del benessere e della vita del proprio popolo. Da questo il titolo esemplificativo.
Il Simposio era il luogo ideale da dove partire con questa esperienza e per questo noi, ringraziamo.

beppe costa e alessandro galli



Bruno Petretto o la felicità del vivere

Ingresso Teatro civico di Sassari, sabato 22 ottobre in occasione del Festival Internazionale di poesia.
Barba e capelli incrociano gli sguardi, un secondo di incertezza e:
-Sei Bruno?- -Sei Beppe?- in contemporanea. Un abbraccio stretto senza precauzioni, non trattandosi di una delle tante straordinarie donne incontrate in questi giorni.
Bruno
-Devi venire da me, sicuramente-
-Verrò, appena rientro stanne certo, Bruno. Sarà una delle mie prime visite da fare. Ogni volta sembri io scappi, mentre fra poco verrò qui e per sempre-
Mani e braccia si chiudono e si entra a vedere lo spettacolo della straordinaria Alessia Desogus.
Invece  venerdì mattina, giorno prima dal rientro a Roma, viene Rita Onida a casa di Leonardo e andiamo a Molineddu.
A poca distanza da Sassari arriviamo, dall’alto della montagna si sente -Arrivo-.

Entriamo da un cancello e si entra in una favola. Non ci credete? Allora venite e scommettiamo.
Certo non una finta favola per adulti, ma quelle che gli occhi dei bambini hanno da sempre immaginato.
C’è il ruscello, il ponticello il legno (più d’uno) che vi passa sopra, c’è la casa sull’albero, dove puoi entrare.
Pavoni, galline, oche, per non dire di cani e gatti. E c’è lui: Bruno. Artista, contadino, agricoltore scultore.
 Alla favola si aggiungono opere d’arte di notevole bellezza e originalità, disseminati lungo il percorso, almeno quello in pianura che ho potuto vedere.
Non ricordo di quanti ettari è costituito Molineddu, ma alte montagne sovrastano tratti pianeggianti, sistemati a mo’ di teatro per incontri e presentazioni e quant’altro riguarda le attività che si svolgono (ma di questo scriverò in altra occasione)
Adesso solo uno sguardo di un’ora appena, consentitami dal tempo. Una casa dove vive Bruno esemplare per l’essenzialità, un edificio adibito e adeguato per le mostre e, certo, altro che potrò vedere più avanti nel tempo.

Ti rendi conto che lì c’è un uomo che ha un rapporto di sereno ma anche faticoso amore per la natura, fatica, però, che in Bruno non avverto, anzi ci lascia per risalire in montagna per poter continuare il proprio lavoro. La notte di Bruno, credo sia breve, credo aspetti  il giorno per poter rivedere e proseguire ciò che più ama.
Anche qui spariti i fronzoli e i suppellettili di una società ormai rincoglionita che suda sangue per potere avere troppi oggetti inutili che poi non usa, non godendosi pressoché mai la vita e malgrado la modernità vive come un selvaggio guerreggiando ovunque: in casa ufficio per strada o in ascensore.

Ho scoperto qualche anno fa la nascita di un'associazione a tutela del patrimonio di Molineddu.
Bruno fra le tante sorprese continua ad intrigare l'interesse dei giovani coi quali stringe alleanza, essendo loro il futuro della Terra.
I membri, tutti attivi dell'associazione (di solito nelle tante associazioni solouno o due fanno tutto, gli altri riposano Qui NO!) sono Giuseppe Mascia, Michele Cuccu, lo stesso Petretto, Giovanni Soletta e il "mio" Leonardo Onida (che ne è presidente e mi fa scoprire molte luoghi e persone della sua Isola

Nota: Molineddu si trova dell'agro a pochi minuti da Sassari nel comune di Ossi.

mercoledì 13 settembre 2017

La Parola detta, Stefania di Lino, La Vita Felice, 2017

pag. 108, € 13.00
 Con il suo libro La Parola detta, Stefania Di Lino ci offre ancora una volta in dono la parola, nuda, potente, così completa da poter dire che in essa si fonde ciò che per poesia ho sempre inteso e intendo. Linguaggi e temi del passato e del presente si incastrano e coagulano in un unico testo. Ed è semplicemente un uragano di sentimenti, tutti compresi – e in ogni senso riesca possibile, via via che scorrono le pagine, immaginare.

“Non siamo davanti a una poesia semplice”, ci avvisa all’inizio della prefazione Cinzia Marulli, ma è proprio questo ciò che alla poesia si richiede (e che raramente ha luogo, ponendoci, viceversa, troppo spesso di fronte a raccontini e diarietti da scuola elementare).
Ogni brano, ogni verso, persino ogni parola deve avere una vita propria, oltreché originale.
Ogni pagina di questo libro ci impone una riflessione e spesso ci procura “un pugno allo stomaco”.
La complessità, se vogliamo, viene tutta dalla vita dell’autrice, dalla visione di tutto ciò che l’occhio del poeta vede scorrere intorno. E, confessiamolo, raramente è semplice, individuabile o accettabile, o peggio, vivibile. Così come una vita che scorre serena e senza dolori, è altrettanto difficile individuarla in un ‘poeta’.
Come mi è sempre accaduto, la curiosità nella letteratura mi porta a fare scoperte che, molto spesso, per una sorta di ricerca d’identità, diventano cuori amici. Ed è grazie alla scrittura di pochi, quasi sempre fuori da salotti e interessi commerciali, che si fa luce nella mia stessa esistenza.
Troverete nelle poesie del volume quasi sempre la virgola, come se completare il testo fosse compito del lettore e segno che non si vuol mettere fine a uno stato e a un pensiero che persiste, che ha necessità di proseguire, soprattutto verso chi legge, oltre l’ultima di copertina …e che dunque non muore. Una finestra spalancata ai bordi del silenzio (che è pensiero, sentimento e vertigine). Una costante - silente e vitale, appunto - del logos che permea questo libro e che da esso si diffonde. (b.c.)

Dalla prefazione traggo alcuni brani:

[...]Nella poesia di Stefania ci troviamo davanti a una madre di un’umanità disarmante. La descrizione diviene fisica ma, tramite la materia, Stefania, da vera grande artista visiva, raggiunge l’animo nel profondo. Si tratta di una visione che trasmette un sentimento di grande pietà. Un sentimento attraverso il quale, forse, Stefania per la prima volta trova veramente sua madre.[...]

[...]Vi accorgerete che a ogni lettura dei testi di Stefania emergono significati, evocazioni, immagini nuove, via via sempre più profonde. Sicuramente si tratta di una poesia intrisa di vita e di pensiero.
Non è una costruzione mentale, ma la materializzazione di un vissuto.
Il libro è complesso, articolato, è il risultato di una ricerca costante, abbraccia l’esistenza nella sua interezza spingendosi oltre, in dimensioni altre e, a volte, anche oniriche.
È un’esperienza profonda che ci porta a esaminare il nostro io individuale e il noi universale con prospettive diverse, ma sempre, sempre pervase da un’aspirazione salvifica.[...]



Alcuni brani dal libro:

e se l’uccidere è il senso / – perché di morte si parla / ed è
la vera narrazione – / e che si debba morire ogni volta /
ma non è detto che ogni volta / sia resurrezione /
che il morire vero è laddove mai è stato amore / dimmi
ora a quale porta sta bussando il tuo dolore?,
*
ci son parole che se pronunciate / slittano / su uno
stupido amoroso accento / e le parole ritrovate /
son sempre spinte dal vento / sono odorosi pollini /
polveroso pulviscolo di spore / che hanno radici chissà
quando dove / si esprimono improvvise a ondate /
vorticano solo se sollevate / da un calore di fiato /
soffiato sulle labbra / fiato con fiato / e poi cercarsi /
annusare l’aria / sentirsi con la lingua,
*
e i frammenti restano spaiati / come i calzini bucati /
in questo nano secondo di esistenza / e son fiotti di
sangue schizzati / sulle piastrelle nuove / della cucina /
che fatica stamattina / dover ripulire le tracce lasciate /
dai piccoli omicidi efferati / perpetrati da ogni giorno
che passa,
*
erano i cani a latrare / la notte in cui la luna / era
nascosta /e guaivano / per i passi lunghi che lasciavi / e
non vi era traccia / né era prevista sosta // era l’atrocità
scoperta / ai margini di un verso,
[(navigo stretta sulle mie ossa / e tu mi dici che non
conosco il mare // è che manca una notte sicura / il
peso leggero di un sorriso / adagiato sulle spalle / un
respiro appoggiato sulla nuca)]
[sono i sogni che non si adattano alla notte],
*
c’è sempre un uomo da baciare forte / sulla bocca / un
bambino da proteggere / un pianto da consolare / un
gioco da inventare insieme / una testa da accarezzare /
una mano sicura da offrire stringere sodale / un sorriso
da lanciare come fune / e una fune tesa da trasformare
in ponte / per riunire del fiume le due sponde // c’è
sempre una guerra da smettere / e l’amore da fare.
viviamo noi / per asportazione / e transitori siamo /
persino nell’assenza / conducimi dunque nei luoghi /
dove la luna / non conti più i giorni / dove il cielo al
mattino si affacci / di promesse carico / alla finestra /
[poeti / voi che cantate / sappiate: / io amo la vostra voce /
io ascolto il vostro canto]


per acquistare il libro clicca QUI

domenica 4 giugno 2017

Liliana Arena, Un Tè con il Tempo, Pellicano, 2017

pag. 80, € 10.00 ISBN 9788899615352
Fra le ultime pubblicazioni edite dall'associazione Pellicano, nella collana Inediti rari e diversi, il nuovo libro di Liliana Arena-

[...]In questo libro di rara intensità poetica, che con tutta la forza del proprio sentire ci attira a sé e ci prende per mano, il lettore traverserà paesaggi, luoghi e linguaggi che appartengono alle ragioni di un cuore che è nudo, al cui ritmo la poesia pulsa e respira. Un libro il cui tono è basso e profondo, amorevole e lieve, ma anche capace di svelare a ciascuno di noi i tantissimi volti del male, quello dei nostri giorni certo, senza dimenticare mai che quest’ultimo è il risultato del nostro ieri, né che già nel presente vive il nostro domani.
Senza dubbio quella di Liliana Arena è una poesia che si mostra chiaramente come urgenza, come dono di sé agli altri, alla vita e a un mondo in cui le varie forme del nulla ci possiedono.
E fra queste anche quella di cui la stessa mente, che ne è la generatrice, si compiace quando estromette il pensiero del suo trono.[...]

dall’introduzione di Antonino Caponnetto



Alcune poesie tratte dal libro, per altre notizie visita il nostro SITO


Potessi distruggere il tempo
dare fuoco al pendolo
in guerra col mio.
Tempo
che vorrei sgranare
come l’anziana vedova
sgrana un rosario
potessi respirarlo
a mani nude
per custodire parole
donate da un demone
su ciò che di un albero
ad ingiallire rimane.


Ho parlato all’ulivo
testimone di millenni
da Ishtàr all’ultima Intifada.
Gli ho chiesto di Cristo della sua croce
gli ho chiesto se fosse veramente
un profeta o un visionario
gli ho chiesto di ungermi dell’olio sacro
gli ho chiesto della pace della fratellanza.
Mi ha risposto
ho vissuto abbastanza
per dirti che la mia terra è arida
e la mosca distrugge il mio frutto
la mia linfa è costretta
a fluire tra rami contorti
eppure
mi ostino a offrire fiori alla Grande Madre
e ai suoi figli.


Scalerò la roccia del monte più alta
per sollevare il mio calice al vento
brindare al tuo nome.

Veglierò il suo cadere bagnarsi rialzarsi
correre il fiume e attraversare il deserto.

Non ho morte né vita da affidarti
se non un taglio di ali di angelo umano
che ha reciso il suo tutto dal nulla
nel suo peregrinare.


Testa di donna con capelli sciolti

Sopportare il dolore
dentro di te
fuori di te.
Mare che non ha nome
sguardo che non ha mare.
In ginocchio
telamone che più non regge
l’amaro peso di questo calvario
sosti impotente immobile
in un gravoso sonno senza sogni.
La tua colpa è nel calice che porti
straziato sversatoio di sperma senza amore.
Dovresti essere Dio essere venerata
e un tempo dimenticato lo sei stata
perché hai potere di generare vita.
Ogni tua traccia è stata cancellata dalla storia
dall’ego patriarcale.
Ora il silenzio divora un passo incerto
che brancola nel buio dell’omertà
scava solchi sopra un volto stanco
che non ha coraggio
di sollevare gli occhi ad uno specchio
per la paura di osservare una bambola di pezza.


Liliana Arena (Castellammare di Stabia, 1966) ha pubblicato le raccolte poetiche L’oceano del mio Io (Aletti-2008), La luna oltre la grata (Aletti-2010), La vite, la vita nel volume antologico Materia Prima (Giulio Perrone Ed-2012). Ultima pubblicazione Monologhi di vetro (SEAM Ed.-2013). È presente in varie Antologie, tra cui SignorNò, antologia di poesie e scritti contro la guerra, a cura di Marco Cinque e Phil Rushton.

Ha collaborato con il sito web “Di Testa e di Gola” e con il giornale “Clic Donne 2000”. Diversi i riconoscimenti e Premi Letterari Nazionali e Internazionali per la Poesia e la Narrativa, ha curato l’organizzazione del Festival Internazionale di Poesia “Palabra en el mundo” per la Città di Castellammare di Stabia.

sabato 13 maggio 2017

Premio Nazionale di poesia Masio Lauretti, testi premiati, 2017

pag. 100, e 10.00 ISBN 9788899615338
se vuoi avere il libro scrivi QUI











Valeria Mazzer

 Premio nazionale di poesia “Masio Lauretti” Seconda Edizione, 2017

Piuttosto orgoglioso di portare avanti questo concorso dedicato agli alunni delle scuole medie e superiori che hanno così modo di esprimersi liberamente e personalmente, al di là di ciò che la società sembra imporci su come loro 'i giovani' sono.
Anche quest'anno la manifestazione ha avuto successo, in special modo per quei temi trattati dai ragazzi come guerre, migrazioni, bullismo che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, gli adulti sembrano ignorare.
Altre notizie le trovate sul sito dell'Associazione che, assieme all'insegnante Franca Palmieri, ha avuto l'idea di dar vita a questo Premio. 
Mia intenzione in questo post è quella di far conoscere i versi premiati (con le motivazioni in corsivo) di alcuni di questi straordinari ragazzi, fermo restando che l'intero libro è assolutamente da leggere per comprendere la differenza dell'uso della parola poetica da parte dei più giovani.



                                    Sezione A - scuole medie

Valeria Mazzer - 1° classificata

Sogni d’oltre mare

Pensami tra i solchi delle tue mani stanche
nei tuoi momenti in terra straniera.
Pensami come il profumo delle tue valigie
nei giorni di ritorno dove il tempo vola.
Cercami tra i tuoi pensieri e il tuo amore
tenendomi con te in una tasca ove io
cercherò note per musica
che ti accompagni nei momenti difficili.
Cercami tra i viaggi, sogni e ricordi
su terre d’oltre mare
ma dentro il tuo cuore
perché tu sia sempre il gigante
nei miei sogni di oggi e di domani.

L’accoglienza è un pensiero che viaggia tra i segni della fatica di
un migrante in terra sconosciuta, è una musica che allevia la sua
sofferenza, è un profumo che gli ricorda casa. In un ritmo lento che
sembra seguire le lunghe traversie di un profugo per divenire più
sollecito nel finale rassicurante, si alternano suoni cupi e luminosi che
suggeriscono di volta in volta immagini tristi e tenere, tali da rivelare
grande comprensione e forte empatia. È sentirsi parte di un cuore che
abbraccia il mondo.


Raffaele Fiore - 2° Classificato


Davanti ai miei occhi

Io vivo dentro
un’armatura meccanica
da sempre,
ne comando i movimenti con la mente.
Non sono io.
Io sono chiuso dentro
seduto o supino o sospeso,
le membra inerti.
Da sempre.
Vedo attraverso uno schermo
Raffaele Fiore
davanti ai miei occhi.
Sento attraverso auricolari
nelle orecchie.
Ma io vedo e sento
anche se sono spenti.
Io vivo dentro un castello inespugnato
pieno di echi, risonanze e spettri
intatto da sempre.

Sentirsi vivi in un freddo involucro esteriore, in un meccanismo
da azionare, conferma una consapevolezza acquisita nel tempo: il
distacco tra la propria interiorità e l’aspetto esterno. Si ha l’impressione
di una forte chiusura, espressa anche dai versi brevi, incisivi e dalle
frequenti pause. La scelta delle parole e dei suoni produce immagini
di estraniazione e una sorta di disagio, che in chiusura sembrano
attenuarsi in una sensazione di sicurezza. Un cammino sorprendente
alla scoperta della propria identità.


Azzurra Simeoni - 3° Classificata

Riflesso di un uomo vero

Fece la Guerra venerando la Pace
diffuse l’Odio osannando l’Amore
Azzurra Simeoni
chiamò mostro il suo riflesso
cercò l’originale condannando il diverso.
Sulla distesa di papaveri rossi.
Giorno nasce gelido e senza
stelle Notte lo saluta triste.
Quando un Dì nuovo illuminerà la Terra
Notte ritroverà le sue stelle.
Egli avrà fatto la Pace cacciando la Guerra
avrà diffuso l’Amore esiliando l’Odio
avrà cercato l’originale trovando il nuovo
avrà guardato il suo riflesso
e l’avrà chiamato Uomo.

Qual è l’uomo vero? Colui che provoca la guerra, desiderando la pace,
che diffonde l’odio esaltando l’amore, senza riconoscere il Male in sé?
Corrono giorni in questi tempi che gelano al sorgere e intristiscono
di notte. La speranza è attendere un giorno nuovo che annulli le
contraddizioni dell’uomo, capace di riconoscere se stesso e la sua
provenienza: l’uomo vero che potrà diffondere l’amore. Immagini
suggestive e nitide in un crescendo di pathos che, con grazia, confluisce
nella chiusa per rispondere a un desiderio che tutti coltiviamo: la
pace.


Sezione B – Scuole superiori

Giuseppe Piccolo - 1° Classificato
 
Giuseppe Piccolo
Ventun grammi

Ricurvai il terrore della mancanza
nell’anonimo ottenebrarsi dei ricordi
che ripidi e scoscesi colarono a picco
sotto la mia ennesima, timida sincope.
Mirabile fui nello sbiadire
tra le intricate tautologie
dettate dai versi asincroni
e strazianti delle mie mute membra.
Lasciai che ogni origami
ridiventasse pagina
marmorea e caliginosa
come il torpido avvenire.
Attonito
con le pupille
ormai girate
l’oblio mi abbagliò.
Ventun grammi,
un fardello
troppo incandescente
per un uomo così tenue.

Il giovane poeta affresca sapientemente scorci inediti della realtà interiore.
Ricerca singolare e dalle forti implicazioni intellettuali la
sua, mai sterile esercizio sperimentale delle abilità linguistiche ma al
completo servizio di un talento che mostra di aver superato lo scoglio
dell’età adolescenziale.

Amore Lan

Ti cederei i miei follower
retwittando ogni tuo click
e aggiungerei una reazione
a tutte le tue localizzazioni.
Il mio snap sarebbe colmo
di hashtag ad effetto
screenshotterei ogni tua frase
per la mia storia di Instagram.
E ogni foto in cui ti vedi brutta
la photoshopperei con i filtri migliori,
così da eliminare tutti quei malware
che passano per il tuo sistema operativo.
Spenderei tutti i miei bitcoins
per abbellire il tuo avatar
e per unire i nostri account
passerei alla versione premium.
Ogni mia mail con rose virtuali
rimane soltanto pattume per un blog.
Lascio a te il mio ultimo like
e, con rammarico, stacco il mio Wi-Fi.

Ex aequo con “Ventun grammi”, dello stesso autore, la lirica di Giuseppe
Piccolo conferma il carattere di ordinaria eccellenza della sua
scrittura. Un amore senza banali ripiegamenti, descritto con i termini
di una postazione informatica. La metafora si fa slang mantenendo
l’equilibrio tra la musicalità e il senso.


Vittoria Amati - 2° classificata


Pancratium nero

Un’ampollosità di odori
affumicava i suoi occhi
aridi, tali erano i lidi
ch'egli solcò con disprezzo.
Alici su pani bruciati
nelle mani di nereidi
ammaliate dal sapore
di vivande e passioni,
erano ispide
per le loro labbra perlate.
Invidiava la villeggiatura,
Vittoria Amati
simbolo di vite placide
contornate da sprechi,
deboli pianti
che ricordavano la scampata fine.
Al presente era un ghiacciaio
sentimenti e movimenti fermi,
era curiosità dei figli
incubo abitudinario dei simili.
Si distese tra le rocce,
camaleonte oscuro,
a cercare Marte tra gli astri
per ardere con esso.
Poi un richiamo
le acque specchiavano una morbida donna
coperta di anthemis
l’amò cadendo in mare
come Narciso
morì per troppa bellezza.

Versi raffinati che si ispirano alla tradizione orfica, densi di suggestioni
sensoriali e richiami epici. Il profumo del “giglio di mare”
tinto stavolta di significati notturni, in bilico tra terra e mare, sta a
consacrare il Mito e la bellezza, talvolta tragica, dei sentimenti e dei
desideri.

Nicolò D’Ignazio

Nicolò D’Ignazio - 3° classificato

Omnia fert aetas

E l’icore velenosa
bagna i campi
dove nascono
i tulipani.
È il sangue del cielo,
del dio,
il mio.

In pochi, lapidari ed elegantissimi versi si intuisce una autentica vocazione umanistica e filosofica. 
Egli rivolge uno sguardo maturo all'eternità
del confronto dialettico tra Uomo e Divinità dove la natura,
nella sua manifestazione più ferina, riveste il ruolo privilegiato di intermediatrice.