martedì 28 febbraio 2017

Ray Allen e Fernando Eros Caro insieme in un libro e a passeggio col Grande Spirito

ISBN 9788899615291, pag. 138, € 12.00
Mettere in evidenza e pubblicare autori che difficilmente apparirebbero presso ‘grandi editori’: questo lo scopo del mio lavoro iniziato nel 1976 a Catania, con Pellicanolibri e proseguito fino al 1992 a Roma, (aprendovi anche una libreria), che continua con l'Associazione culturale Pellicano da qualche anno. Questo, scoprire lavori che difficilmente avrebbero spazio, è quasi sempre il merito di quella che per comodità chiamano ‘piccola editoria’. In realtà la gran parte di questi lavori verrà ‘notata’ e/o pubblicata (dopo) da editori maggiori. Molti di questi autori che inizialmente nessuno vuole, in passato vivevano isolati dal mondo letterario e spesso ridotti in difficoltà economiche. Ne cito alcuni: Bachelard, Ortese, Bellezza, Montalban, Ripellino, Arrabal, Sorel, Barone, Pelloutier, Cabet, Jodorowsky, Verdinois, Amendolara pubblicati in quegli anni.
Ma la storia non cambia neanche oggi, forse peggio, o accade la medesima cosa: la rete semmai metterà in evidenza i ‘festeggiamenti’ e le tante manifestazioni di autoproclamati scrittori e poeti.
In questo mio post però desidero segnalare due persone che vivevano in una situazione che definire ‘peggiore’ sarebbe solo delicato. Mi riferisco a Fernando Eros Caro (Nendy) e Ray Allen (Orso-che-corre). Questi due nativi americani sono stati rinchiusi nel carcere di San Quentin per oltre trent'anni, in attesa di essere giustiziati, con diversi processi rinviati e senza alcuna possibilità di pagarsi avvocati in grado di stabilire o dimostrare la propria innocenza. Fernando e Orso-che-corre non ci sono più, ma rimangono i loro racconti e i quadri: in carcere hanno imparato perfino l’italiano, a dipingere e a scrivere talmente bene che da anni e in vario modo vengono pubblicati.

Traggo dal blogspot di Marco Cinque:
“Ora, vorrei ringraziare di cuore il mio meraviglioso fratello adottivo, Marco Cinque; il nome indiano che gli ho dato è “U-wo-li gi-ga-ge”, che significa “Aquila Rossa”. E grazie anche alla sua amorevole moglie Lina “Summer Sun” e a suo figlio Stefano “Little Warrior”, per il modo in cui amano questo vecchio Orso. Un grande “WA-DO” (grazie dal centro del cuore), a un altro meraviglioso fratello adottivo: Maurizio “Drum Dancer” Carbone, che assieme a Marco “Red Eagle” portano Orso-che-corre a spasso per l’Italia, per farlo conoscere a tante persone, soprattutto a quei dolcissimi bambini delle vostre scuole. Senza il loro amore e sostegno questo tepee di cemento non avrebbe lo splendore che ha”.
Per conoscere il testo completo clicca QUI
Questo continua ad accadere, per volontà di “Aquila Rossa” malgrado Orso-che-corre non ci sia più da anni, (giustiziato il 17 gennaio 2006, con una iniezione letale nel carcere di San Quentin, all’età di 76 anni, di questi 30 passati rinchiuso un una stanzetta di poco più di 2 metri quadrati). E continuerà ad accadere anche per Fernando Eros Caro, altro fratello adottivo di Marco Cinque, scomparso in punta di piedi, oseremmo dire, grazie a un infarto che gli ha risparmiata l’umiliazione di una probabile esecuzione.
Fernando con Aquila Rossa (Marco Cinque) nel 2007
Visto che l’ex presidente Obama non ha ritenuto opportuno chiudere la propria carriera di nobel per la pace almeno con un atto di umanità che difficilmente potrà avere il successore Trump.
Di loro due, nativi americani e prigionieri di uno stato nemico rimangono le opere: quadri, disegni, lettere e racconti pubblicati in un volume della nostra associazione Pellicano che in qualche modo, prosegue dopo avere già edito due libri di Fernando, Non smettete mai di sognare (2015) e Saai Maso (2016).
Quello che risalta subito leggendoli è la grande capacità espressiva che non cade mai nel patetico e ci appare piuttosto come un film sequenza dopo sequenza raccontando attraverso racconti, solo apparentemente divisi, la propria giovinezza, l’apprendimento della ragione amorosa e la capacità di raccontare anche la tragedia non tralasciando consapevolezze con un certo sorriso ironico.
Questa frase di Fernando dovrebbe essere incisa nei cuori di coloro che determinano le morti altrui e che non posso non chiamare 'boia': “...perché si può vivere, si può morire, ma nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire..”.

Alcune pagine del libro un racconto Lasciano 'Oklaoma di Ray Allen Orso-che-corre e Ta’a ama Mecha (il Sole che ama la Luna)

Lasciando l’Oklahoma

Partimmo dall’Oklahoma per cercare una vita migliore. Mio padre, per poter comprare una vecchia e scassata automobile, vendette i nostri cani da caccia, un paio di fucili e dei vasetti di marmellata preparata da mia madre durante l’estate. Non credo che mio padre avesse mai guidato un’automobile prima di allora e, se non ricordo male, faticò parecchio per scoprire quale marcia dovesse ingranare per farla partire.
C’eravamo io, mia madre, mio padre, mio fratello Glen Aquila Nera, mia sorella maggiore Hazel Luce del Mattino e la mia sorellina Lennie Piccola Penna, che io chiamavo “baby”. Il nome di mia madre era “Minnie Colomba del Mattino”, quello di mio padre “Grande Aquila Nera” e il mio, naturalmente, “Orso-che-corre”.
Sembrò che mettessimo troppa roba su quella vecchia e malandata automobile. I materassi li sistemammo sul tetto, i catini da bucato sul cofano posteriore e molte pentole e casseruole sparse un po’ dappertutto. I sedili posteriori erano completamente carichi di roba, e lì ci infilammo sopra io, mio fratello e Lennie. Dovevamo restare sdraiati, visto che non c’era proprio spazio per stare seduti. Partimmo la mattina presto, non appena spuntò il sole. Non era possibile viaggiare di notte, poiché questa carretta di macchina non aveva neppure un fanale anteriore. Già poco dopo la partenza dovemmo fermarci a riempire il serbatoio dell’acqua, perché ogni tanto, percorse poche miglia, usciva un sacco di vapore a causa dell’acqua che bolliva e traboccava di nuovo fuori.
Il primo giorno, quando iniziò a imbrunire, trovammo un posto per accamparci e passare la notte, visto che non potevamo proseguire senza luci. I miei genitori non sapevano esattamente dove stavamo andando, tranne che si trattava di un posto chiamato Texas. Noi ragazzi non sapevamo neanche che esistesse uno stato del Texas.
Una cosa che ricordo bene, però, è che raggiungemmo la cima di una collina piuttosto alta e mio padre disse a mia madre: “Se spegniamo il motore e scivoliamo giù da questa ripida discesa risparmieremo un sacco di benzina”. Non ci volle molto perché mio padre si accorgesse che quella fu una pessima idea e un grave errore che poteva costarci caro. L’automobile rimbalzò da un lato all’altro della strada e molte cose saltavano via ogni volta che urtavano contro una sporgenza del terreno. Fu come se stessimo precipitando giù da quell’altura ad una velocità di quasi 100 miglia all’ora. Diedi uno sguardo a mio padre che stava lottando per controllare il volante di quella vecchia e dannata automobile.
Mia madre stava zitta e rannicchiata come un topolino e sembrava che il sangue fosse scomparso dal viso, talmente era impallidita. Papà sudava come se fossimo in piena estate sotto un sole battente, mentre mio fratello e mia sorella tenevano il viso sepolto sotto le coperte ed i vestiti su cui eravamo sdraiati. Io, però, non volli perdermi nulla di quella veloce e pazza corsa che la vecchia automobile ci stava offrendo. Mia sorella maggiore si mise a piangere; era cosciente che quella corsa avrebbe potuto portarci dritti nel Mondo degli Spiriti, ma io avevo una grande fiducia in mio padre e quella corsa spericolata fu per me un vero spasso.
Quando finalmente planammo in fondo alla discesa più morti che vivi, per un lungo tempo nessuno di noi aprì bocca, poi ruppi il silenzio e dissi: “Dai papà, facciamolo un’altra volta!” Lo sguardo di mio padre mi fece di capire di aver detto la cosa sbagliata… Ad ogni modo, io e mio fratello tornammo indietro su quella collina, arrampicandoci per recuperare le pentole, le casseruole, i catini e tutte le altre cose che erano saltate giù dall’automobile. Quel giorno non ripartimmo subito, ma ci accampammo, perché credo che mio padre si fosse spaventato troppo e non era in grado di fare neanche un solo altro pezzetto di strada.
Alcuni anni dopo, egli ammise che quella fu un’esperienza che non avrebbe mai voluto ripetere. Beh, sembrava che questo posto chiamato Texas non dovesse mai arrivare. Attraversammo anche qualche grande città, con più negozi ed edifici di quanti ne avessi mai visti. Vidi per la prima volta degli strani aggeggi agli incroci stradali: erano semafori. Mio padre diventò talmente nervoso ad un semaforo rosso, che fece spegnere il motore. Così, mentre lui continuava a guidare, io, mia madre, mio fratello e le mie sorelle spingevamo la vecchia automobile attraverso la città. Mi ricordo che la gente bianca, tutta vestita di gran lusso, ci additava con l’indice puntato e rideva a crepapelle. Pensavo che ridessero perché gli eravamo simpatici, ma scoprii a mie spese che quella era un’idea del tutto sbagliata e che la maggior parte dei bianchi, a quei tempi, guardava la gente indiana con disprezzo. Però sapevo di avere una famiglia dove tutti ci volevamo bene. Comunque, alla fine, riuscimmo ad arrivare in una città chiamata Hell Center (Centro d’Inferno), sperduta nelle pianure del Texas, dove si poteva guardare in qualunque direzione senza mai vedere un albero o una montagna. Eravamo assai lontani dalla piccola città nelle colline dell’Oklahoma da dove eravamo partiti, ed era proprio lì ad Hell Center che, come mio padre mi disse, avremmo guadagnato molto con la raccolta del cotone. Io, però, non avevo mai visto ancora com’era fatto il cotone. Riuscimmo ad avere un posto di lavoro da un uomo bianco veramente gentile e da sua moglie. Per abitazione ci dettero una vecchia casupola con una sola stanza e senza alcun fornello, ma mia madre era abituata a cucinare all’aperto. Il giorno seguente cominciammo a raccogliere il cotone e lavorammo dall’alba al tramonto. Quando pesammo l’ultimo sacco di cotone della giornata, mio padre dovette accendere un fiammifero per vedere quanti chili segnava la bilancia.
Ray Allen: Orso-che-corre
Nella primissima settimana di raccolta, io e la mia famiglia, riuscimmo a guadagnare centoundici dollari. L’uomo per cui stavamo facendo la raccolta pagò tutto in biglietti da un dollaro e mio padre li portò a casa in un sacchetto di carta. Quando aprì il- sacchetto e versò il contenuto sul piccolo tavolo che avevamo, sul suo viso c’era il più grande sorriso che gli avessi mai visto. Disse a mia madre che adesso eravamo pari all’uomo bianco, perché avevamo tanto denaro quanto qualunque altra persona. Fece toccare le banconote anche a tutti noi ragazzi e ci sentimmo felici perché in tutta la nostra vita non avevamo mai visto tanti soldi.
La settimana seguente lavorammo ancora più duramente, ma non passò molto tempo che quella zona del Texas venne colpita da una tempesta di neve. E mentre raccoglievamo il cotone si mise a nevicare così forte, che l’uomo per cui stavamo lavorando usci dalla sua casa e urlò a mio padre: “Ma cosa sta cercando di fare?
Vuol far morire di freddo la sua famiglia?”. Ci invitò a smettere di lavorare, spiegandoci che la stagione della raccolta era finita e aggiunse che avremmo fatto bene ad andarcene al più presto da quella zona prima di rimanere bloccati dalla neve. Lasciammo il Texas e viaggiammo verso un’altra città texana chiamata McAllen vicino al confine con il Messico. Lì coltivavano arance, pompelmi e anche pomodori. Confesso che non ho mai mangiato tante arance in vita mia quante ne mangiai lì, ed erano tutte gratis!
Perciò non tornammo indietro per diversi anni, ma questa è una storia che racconterò un’altra volta.
Ta’a ama Mecha
(il Sole che ama la Luna)

Ta’a (il Sole) ha sempre amato Mecha (la Luna), che considera il suo tesoro e che ha sempre sognato di sposare.
Un giorno, quando sole e luna erano insieme nel cielo del mattino, Ta’a le disse: “Senti Mecha, sono tanto innamorato di te, vorrei che diventassimo marito e moglie”. Sfortunatamente per lui, Mecha non aveva nessuna intenzione di sposarlo, ma comunque gli rispose: “Acconsentirò al matrimonio solo ad una condizione: dovrai farmi un regalo che… abbia esattamente le mie misure!”.
Ta’a decise immediatamente di cucire per lei un abito. Così, dopo averle preso le misure esatte, andò a tessere una veste con splendenti fili d’oro. Quando terminò di confezionare l’abito, convinto di aver fatto un lavoro perfetto, tornò da lei, ma con suo grande stupore s’accorse che la bellissima veste non era della misura giusta. Restò molto confuso, senza riuscire proprio a capire perché non andasse bene.
Fernando Eros Caro: Nendy

Ma desiderava così tanto sposare Mecha che le prese di nuovo, ancor più accuratamente, le misure. Poi andò di corsa a tessere un nuovo vestito ma, tornando da lei, anche stavolta si rese conto che non andava affatto bene. Questo fatto si ripeté per parecchie volte, ogni tentativo falliva miseramente, tutti gli abiti che confezionava risultavano o troppo larghi o troppo stretti.
E andò avanti così per un bel pezzo. Mecha, in cuor suo, sapeva che se la veste che Ta’a le confezionava fosse stata della misura giusta, prima o poi avrebbe dovuto mantenere la parola e sposarlo. È per questa ragione che la luna, ogni mese, cambia aspetto, dimensioni e forma. Malgrado ciò, Ta’a continua imperterrito a cercare di prendere le misure esatte alla sua amata. Ma è triste, perché ha capito che per questo matrimonio forse non sarà mai il momento giusto.
Questa è la fine della storia.
Puoi vedere il vero amore quando si volta a guardarti con gli occhi di qualcun altro.


Questi alcuni link per saperne di più:
http://www.ildialogo.org/campagne/orsocorre18012006.htm
https://www.youtube.com/watch?v=692uULR-BLo




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