domenica 11 febbraio 2018

Stefano Iori Lascia la tua terra – Sinfonia del congedo

ISBN 978 88 94903 16 4. pag 80, € 9.00
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Gradualmente anno dopo anno vedo avviarsi Stefano Iori verso la grande Poesia, quella che nel tempo rimane e al tempo ci e si concede.
Un linguaggio più semplice e diretto dove la parola punta dritto e senza inchinarsi a stili e metafore, che spesso nulla contengono. Lascia la tua terra si fa leggere senza alcuna difficoltà, accompagnando il lettore nei dubbi e incertezze della vita e del pensiero dell’Autore che, come attraversando l'ombra d'un cammino incerto, inversamente, tratta e cerca di far luce su temi affatto che semplici.
Molto si potrebbe citare della poesia lasciata in eredità dei tempi passati in merito alla vita e alla morte e, come spesso accade, quando i poeti scrivono di morte, urlano alla vita. 
Qui è 'forte' la ‘solitudine’, quella solitudine che il poeta che tende lo sguardo, vede in sé guardandosi attorno.
Mentre i nostri tempi così bui sembrano allontanarci dall'arte e dallo stesso vivere del sé e con sé, si stacca ancor più da ciò che lo circonda, sfidando il vuoto, penetrando nelle vite altrui e nella propria, così che i versi diventano, come da sottotitolo una “Sinfonia del congedo”.
Quasi scusarsi con sé:

Non so più con chi stare / e lo specchio non basta / 
Nessun tocco o carezza / nessun bacio d’intrigo /
S’avvicina la morte / e l’aspetto da solo /
 Singolare contesa / nel silenzio rotondo

Lo stesso Autore ci avvisa nella nota al libro:
[…La raccolta parte da un in principio (il bere­shit che apre la Torah), per arrivare a un nuovo, ulteriore cominciamento. E in principio c’è la paura della morte, ma anche il suo ineffabile e mostruoso fascino.]

Quanto metto di volontà nei gesti? / Fletto la gamba o questa cede da sé?
Tremore d’ansia o brivido demente?
L’anima ancor fiera / non vuole risposte / dal corpo che smuore

In questa nuova raccolta avverto una maggiore attenzione al ritmo e alla musicalità del verso, tralasciando la punteggiatura, spesso d’obbligo, inutile o meno attenta, e come 'sinfonia' chiude di volta in volta il verso con naturalezza.
Anche probabile l’ascolto e la lettura di tanta poesia da congelatore da spingerlo oltre la noia del presente cercando altrove bellezza e stupore, e ogni traccia diventa riga sino a concludere ogni volta una storia completa. Il lettore rileggendo potrà interpretare in modo diverso ognuna di queste 'storie'.
Così nell'allontanarsi fino a sparire, il Poeta traccia il proprio cammino, abbandona la giovinezza, dimentica l'infanzia e quasi gusta il proprio cammino verso la fine.
Libro da leggere, rileggere e "tenere sul comodino" a portata di mano.

Insidiose letargie / intonano canti / dal ventre grasso / della terra esplorata

Coro di sirene / che illude il viandante / Il già detto / è in agguato
Poi spuntano viole / dai petali setosi / Le carezza il savio / con mano muta
Il folle ne fa ghirlanda / per ornare il nuovo regno / delle voci che verranno
Benedetto sia / ogni grano / di stupore

Ma lo stupore dalla tregua passa al rammarico:

Notte
Legni si piegano / sotto il peso dei libri / Macchine e carte / 
mordono il tavolo / che piange nel buio / con gemito sottile
Notte / La sedia respira / senza il mio peso / Leggerò domani / ciò che non ho scritto

Dall'ombra grigia verso il buio, nella solitudine del cammino verso il nulla o la morte, o la ricerca attraverso la Storia, anzi le molte Storie frequentate dall'Autore, di accenni di speranza, bellezza o quiete.

Traggo ancora dal libro:
1.
Rabbi Bunam ebbe a dire:

Continuamente passiamo
attraverso due porte:
fuori di questo mondo
dentro il mondo futuro
e di nuovo fuori e dentro
Fintanto*

Si rallegra il giovane
cui un demone gentile
assegna lieti istanti
di luce e grazia

Memoria garbata
di giorni beati
sarà trofeo
di quella fortuna

È benevolo
il piccolo dio

Poi

Avide ombre appaiono
Materia d’illusione
Parvenze di senso
che urlano senza dire

* Da I racconti dei chassidìm, op. cit.

2.
Insidiose letargie
intonano canti
dal ventre grasso
della terra esplorata

Coro di sirene
che illude il viandante

Il già detto
è in agguato

Poi spuntano viole
dai petali setosi

Le carezza il savio
con mano muta

Il folle ne fa ghirlanda
per ornare il nuovo regno
delle voci che verranno

Benedetto sia
ogni grano
di stupore

3.
A rabbi Aronne fu chiesto
cosa avesse imparato
dal suo maestro
il grande Magghid
“Nulla” rispose questi
“Ho imparato il nulla
il senso intimo del nulla
Ho capito che sono nulla

e che pure sono”3
I margini del nulla
non sono luce o buio
eppure hanno voce
sottile e impensata

Ai margini del nulla
cieco sta un lume spento
nella tenebra smagliante

Stefano Iori è nato a Mantova nel 1951. Dal 1979 al 1985 ha svolto un’intensa attività teatrale e televisiva, in Italia e all'estero, come attore e regista. Debuttò come saggista nel 1992, firmando il volume Scritture del teatro (edizioni Provincia di Mantova). Iscritto all'Albo dei Giornalisti Professionisti, è stato redattore del quotidiano La Voce di Mantova dal 1992 al 1999.
Si è rivelato al pubblico e alla critica con la filmografia ragionata I Grandi del cinema. Tinto Brass (Gremese Editore, Roma, 2000). Ha collaborato con vari editori in qualità di curatore, fra questi anche Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato tre libri di poesia: Gocce scalze (Albatros Il Filo, Roma, 2011), Sottopelle (Kolibris, Ferrara, 2013, con prefazione di Gio Ferri) e L’anima aggiunta (Edizioni SEAM, Roma, 2014, con prefazione di Beppe Costa e traduzione inglese a fronte; seconda edizione per i tipi Pellicano, 2017). Nel 2015 ha pubblicato il romanzo La giovinezza di Shlomo (Gilgamesh Edizioni, Mantova). È direttore responsabile dei "Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi" e della rivista di poesia "Versante Ripido", nonché direttore artistico del Mantova Poesia-Festival Internazionale Virgilio e del Sirmio International Poetry Festival. È condirettore del blog di poesia Trasversale e coordinatore del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Sue poesie, oltre che in inglese, sono state tradotte in spagnolo, lituano e rumeno.


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