martedì 22 ottobre 2019

Dove trovo un posto affinché la morte non ti trovi! poesia di Luan Rama

           Dove trovo un posto affinché la morte non ti trovi!
                                                                                a Vjosa Jakova[1]


Dove trovo un posto per nasconderti madre
in modo che non ti trovi la morte,
mia addolorata  dimmelo, dove,
la sento che si gira insieme al vento folle
e sulle nostre teste casca come fulmine,
sento il suo pesante respiro che sbuffa
e l’urlo che lancia nella notte verso i cieli,
i suoi passi pesanti di piombo ti cercano ovunque,
dove ti nascondo dolce madre mia
con quegli occhi spenti e mani uccise,
seni rattrappiti che da tempo sentono freddo,
vieni, entra madre in me, nasconditi dentro,
infilati nel mio sangue che nessuno più ti trovi,
come giaciglio avrai le mie ferite,
le foglie sbiadite dell’adolescenza
che non ha mai potuto ridere,
a piedi nudi vai piano nelle mie vene
nei labirinti dove serbo solo luce per te,
per il mio padre morto dietro le sbarre
i papaveri là ancora non sono appassiti ,
vai amabile, riposa nel mio cuore
dove troverai aperte porte e finestre
porte che bruciano negli anni
vai dunque e cerca di dormire,
no, non permetterò alla morte di venire a prenderti,
mio padre buono non ha potuto difenderti,
mio padre con occhi moribondi,
ma io posso fermare la morte e accecarla,
rovesciare il mondo,
ho un sole nella mano che mi brucia da anni.
Sempre ti proteggerò madre mia
Il mio seno dà vita con aromi di latte
che ho ancora nelle mie labbra,
diventerò la tua martire madre,
non di Cristo,
diventerò la tua santa, madre!



                                                                  traduzione: Valbona Jakova




[1] Inquieta psicologicamente dalla prigionia e dopo dalla morte di suo padre Tuk Jakova  e lo stato infelice della sua famiglia internata, un giorno lei l’aveva detto a sua madre: “Dove ti trovo un posto per nasconderti, in modo che non ti trovi la morte!”…


Ku të gjej një vend që mos të gjejë vdekja!
Për Vjosa Jakovën[1]


Ku të gjej një vend të të fsheh nënoke

që mos të të gjejë vdekja,
thuam e dhimbsura ime, ku,
e ndjej se ajo vjen rrotull bashkë me erën e marrë
dhe mbi kokat tona bije me rrufe,
ndjej frymën e saj të rëndë që shfryn
dhe klithmën që lëshon natën nëpër qiell,
hapat e saj prej plumbi të kërkojnë ngado,
ku të të fsheh nëna ime e ëmbël
me ata sy të zbehtë dhe duar të vrara,
gjinj të mpirë që kanë kohë që mërdhijnë,
eja, futu nënë tek unë dhe fshihu brenda meje,
hyrë në gjakun tim që askush të mos gjejë,
për shtroje do kesh plagët e mia,
gjethet e zverdhta të adoleshencës 
që kurrë nuk qeshi,
shko zbathur e ngadalë nëpër damarët e mia
në labirinthet ku ruaj veç dritë për ty,
ec mbi lumenjtë e mi të gakut,
ashtu syhapur mbi shkumën e dëshpërimit
që të shohësh të kuqen e dashurisë për ty
dhe atin tim vdekur pas hekurave,
lulëkuqet aty ende nuk janë nxirë e venitur,
shko e ëmbla ime, prehu në zemrën time
ajo i ka hapur të gjitha portat e dritaret për ty
porta që djegin ndër vite,
shko aty dhe bjer e fli,
jo, nuk do ta lë vdekjen të të marrë,
ati im i mirë s’mundi të të mbrojë,
ati im me sy meiti,
por unë mundem që vdekjen ta ndal dhe ta verboj,
botën ta përmbys,
se kam një diell në dorë që prej vitesh më përvëlon.
Gjithnjë do të të mbroj nënokja ime
gjiri im jetdhënës me aromën e qumështit 
që ende kam ndër buzë,
do të bëhem martirja tënde nënë,
jo e Krishtit,
do të bëhem shenjtja jote mëmë!...



[1] E tronditur psiqikisht nga burgosja dhe vdekja e të atit Tuk Jakova dhe gjendja e mjeruar e familjes së saj në internim, një ditë ajo i kishte thënë nënës: “Ku të gjej një vend të të fsheh, që vdekja të mos gjejë!”…


sullo stesso autore Luan Rama leggi anche QUI e QUI

mercoledì 16 ottobre 2019

Luan Rama: Quattro poesie

Traduzioni: Valbona Jakova


venerdì 11 ottobre 2019

Rosso, recensione di Giuditta di Cristinzi

Rosso, poesie d’amore e di rivolta, 2012/13/16 (Pellicano, 2012/13/16)

La parola poesia deriva dal greco poiein che significa semplicemente fare.
Si dice che l'uomo prima di parlare abbia cantato. Che prima di scrivere prosa abbia fatto poesia. Fuori di immaginazione, il fare della poesia rappresenta non un complesso e contorto canale artistico proprio delle personalità più enigmatiche e al contempo più fascinose, ma al contrario, la saggezza dell'etimo sedimentatosi attraverso i secoli,  suggerisce un rapporto molto naturale fra l'uomo e la poesia, che per sua struttura non può essere  un’espressione rotta e trasognata, ma deve necessariamente rappresentare una comunicazione efficaceLa poesia vive oggi come un'arte elitaria e fra i nostri contemporanei il titolo di 'poeta', tante volte, pare un orpello da ordine cavalleresco, con il quale  si cerca di darsi un tono. Dovrebbe essere invece qualcosa di umile ma al contempo è qualcosa di difficile: il crinale fra poesia e niente artistico è misterioso e davvero evanescente. Ebbene, la poesia di beppe costa che oggi abbiamo la fortuna e il privilegio di leggere e recensire e’ cosi: efficace, umile, veritiera, sublime, come egli stesso la definisce in un componimento dedicato. Per Beppe la poesia si fa suono, si fa carne, diviene vita e racconto di un percorso, quando si allea, si batte e combatte la realtà quotidiana. Si fa ricerca, tumulto, s’imbizzarrisce e placa. E’ il canto e il controcanto di un’intera lunga esistenza. Per questo la poesia di Costa, artista fecondo e generoso,  è anche copiosa e abbondante.Numerose le pubblicazioni poetiche –circa 18 - a partire dalla prima del 1970,  numerosi e prestigiosi i premi collezionati, oltre dieci,   dal nostro autore di cui oggi presentiamo  soprattutto Rosso, poesie d’amore e di rivolta, pubblicato per la prima volta nel 2012 e ristampato di recente da  Volo Press Edizioni nella serie Poetry by the Planet, titolo che avverte del respiro internazionale della collana e degli autori in essa pubblicati. Costa infatti gode di ampia stima nel mondo, come uomo e come poeta, in quanto con la sua vita testimonia e diffonde ogni giorno la fondamentale umanità dell’arte poetica, con la quale canta in versi sciolti, in maniera moderna ed efficace che arriva dritta al cuore di chi legge la poesia stessa, la luna, la terra, il mare, il cielo, la passione fisica, ad esempio in Rosso e Nero, l’amore e il mal d’amore, la tenerezza, la rabbia, lo scorrere inesorabile del tempo. E ancora, l’alienazione del mondo moderno in cui sembrano sopravvivere lontani cuore e cervello, sebbene ospiti dello stesso corpo,  i temi sociali come quello della migrazione, nel componimento Rifugio, del consumismo dell’apparenza in Differenziata, il desiderio di potere di alcuni. Molte le poesie dedicate, testimonianza di legami umani ed artistici, ad esempio  a Dario Bellezza, a Fabio Barcellandi, ad Alda Merini, Ad Andrea e Tonino Guerra, all’Associazione Libera di Don Ciotti.Per tutte queste ragioni e per altre ancora che scoprirete nella lettura  suggerisco di acquistare e leggere il libro di Costa. La poesia oggigiorno vive  di questo. Faccio mie le parole di Caponnetto che firma la prefazione del volume: 

Rosso, poesie d’amore e di rivolta potrà diventare il vostro prossimo livre de chevet, da tenere accanto sul comodino, da leggere per trovare il conforto della condivisione di pensieri, ansie, sentimenti, smarrimenti  che tutti gli uomini provano ma che solo i grandi poeti sanno esprimere a parole.



Olimbi Velaj: Poesie - in italiano con testo a fronte



Frammento

Una donna cupa senza bocca
estranei baci nel freddo
o altri denti che non mordono
noi sappiamo ciò che ricordiamo…
Tutto vive nel passato
come gli edifici gotici
dove lacere scarpe
e abiti strappati percorrevano
angoli poco illuminati
con pause e con il fiato trattenuto
quasi fosse tempio della sete
attraverso le fiamme e le cadute
Una donna triste stava  là
le mani come foglie senza senso
fra il pavimento e la terrazza
attraverso i fili di una luce sfuggente…

Il giorno persiano inizia con il tramonto





Stato

Ancora di più sprofonderai
nei fondali della sete e dell’incomprensione
aldilà di tutti i pomeriggi e delle condizioni
dissolti ai nostri occhi  in deliri nascosti
e di nuovo parlerai di tua madre
con segreti che si frantumano
aldilà del suo latte.
Indolente il tuo girovagare
accanto a me - nei suoni
attraverso l’aria - cade il tuo corpo
con fragili ossa conficcate nel sogno
e ancora di più tu perdi
come un senso di stanchezza
sopra un luogo
dove i corpi incolpevoli si dileguano
e bruciano senza il tempo che misura 
il nostro irreversibile esaurimento

Olimbi Velaj si è laureata presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Tirana nel 1996. Nei due anni successivi ha completato gli studi comparativi post-laurea, Ballate nei Balcani presso l'Università Statale di Sofia, "Sv. Kliment Ohridski ”, Dipartimento di Folklore e Antropologia. Nel 2008 ha conseguito un Master presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Tirana. Dal 2012 è dottore in scienze letterarie. Giornalista dal 1993 al 2011 nei principali quotidiani del paese, nonché su riviste e radio. Presente nei media a tutt’oggi. Si occupa di questioni relative alla cultura, alla società, alla transizione, partecipando a numerosi progetti importanti con i media internazionali: più volte premiata per il suo lavoro di giornalista. È docente di letteratura presso la Aleksandër Moisiu Public University, Durazzo, Vice Preside della Facoltà di Scienze della Formazione (2012-2016), attualmente capo del Dipartimento di Letteratura della stessa facoltà.

Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e partecipato a diverse conferenze scientifiche in patria e all'estero.
Nel 1998 ha pubblicato il primo libro di poesie Moments Die Under Hours e nel 2003 il secndo Afternoon Being. Ha tradotto un'antologia della poesia classica bulgara, nell'ambito di un progetto inter-balcanico nel 2006, EMOS. Insignita di un premio per la poesia giovanile nel 1993 dalla Fondazione Soros, (Tirana); il premio femminile 2003 Poets dalla lega degli scrittori e artisti del Kosovo, Vushtri; nel 2005 il Premio Balcani al Festival Internazionale di Poesia "Curtea de Argesh", (Romania). Nel 2014 ha ricevuto il Lebanese Creativity Award dalla Naji Namman Cultural Foundation e dalla European Poetry Academy of Poetry. Sue poesie sono pubblicati in diverse lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, italiano, greco, rumeno, bulgaro e turco. È presente in diverse antologie della poesia albanese con autori albanesi dopo il '90. Invitata a diversi importanti festival internazionali di poesia e scrittori.

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Traduzioni: Valbona Jakova
revisioni: Valeria Raimondi

Intervista di Giuditta di Cristinzi

foto: Dino Ignani
Beppe Costa, ovvero Concetto Costa,  è un poetascrittoreeditore e libraio italiano, anzi siciliano, classe '41.
Ha pubblicato il suo primo volume di poesie nel 1970,  Una poltrona comoda,  caratterizzato, come gli altri che seguiranno, dai temi dell'amore e dall'anticonformismo. In seguito ha pubblicato due guide turistiche, una a livello locale, Catania, Guida ai monumenti e l'altra a livello regionale, Sicilia, Guida ai monumenti.  Ha tradotto tre  libri del drammaturgo Fernando Arrabal, ha conosciuto il poeta Dario Bellezza col quale ha fatto letture di poesia e presentazioni in giro per l'Italia, utilizzando ogni luogo disponibile: piazze, bar, librerie, teatri. Il suo primo grande successo è stato Romanzo siciliano, testo  recensito dalla stampa italiana, e prima pubblicazione  apparsa e recensita in America  sul World Literature Today.  Ha collaborato  con alcuni giornali pubblicando articoli sul Giornale del Sud e su I Siciliani, giornali diretti da Giuseppe Fava; ha pubblicato sul Giornale di Sicilia interviste ad Alberto Moravia, Enzo Jannacci,  Léopold Sédar Senghor, Léo Ferré. Ha partecipato  al programma radiofonico di poesia di RadioRai Zenit & Nadir. Nel 1985 ha lasciato definitivamente la Sicilia. In seguito ha pubblicato  altre raccolte di poesie e ricevuto numerosi premi. Nel 1976 ha fondato la casa editrice Pellicanolibri, promuovendo nella sua attività di editore artisti schivi, scomodi o emarginati.
D. Tantissime attività a sfondo letterario le tue, Beppe. In quale ti identifichi di più?
R. Sono incastrate le une dentro le altre e, in fondo, si tratta di diffusione della parola, tramite il libro e quindi, di conseguenza, tramite le librerie, che stanno soffrendo in particolar modo.
D. Qual è stata la tua formazione?
R. Ad otto anni amavo già la musica e strimpellavo qualche strumento. Poi, quasi per caso, ho letto Federico García Lorca, scoprendo così la musicalità della lingua spagnola. Naturalmente in quegli anni a scuola non si studiava l’inglese, ma solo il francese, quindi ho letto, scoperto e cercato  moltissimi autori di questa lingua, come Reverdy, Prévert, Rimbaud, Valéry, ecc.
D. A quanti anni hai cominciato a scrivere poesie?
R. Proprio ad otto anni, cercando la mia strada!
D. Da cosa trai ispirazione? E’ sempre stato così? Come è cambiata la tua poesia negli anni?
R. Da ciò che mi circonda. Sono nato durante la guerra e dalle guerre mi sento sempre circondato. Così come dall’amore felice o crudele, dalle ingiustizie, dalla stupidità umana che vedo e sento attorno a me.
D. Come concili prosa e poesia, cioè cosa per te significa l’una e cosa l’altra? Ci sono temi che riesci a trattare meglio in poesia e altri in prosa o non è questo il distinguo da fare?
R. Due generi molto diversi, per la narrativa occorre essere totalmente liberi da ogni impegno o preoccupazione, stilare uno schema e avere tempo, tanto tempo. La poesia al contrario è un fulmine, uno spaccato rapido. Viene l’idea proprio per ciò che ti circonda.
D. La poesia è un mezzo di espressione più immediato? Quella moderna è più libera, giusto? Non ha più le costruzioni e le costrizioni  di una volta. Non c’è più metrica, rima, regola… O tu le adotti comunque?
R. Cerco il ritmo fra le parole che completano ogni verso, ciò che mi riesce meglio è sempre la riga finale che è quasi sempre l’idea dalla quale parto.
D. Ma anche se la poesia del terzo millennio è destrutturata, bisogna conoscere le regole della composizione classica, magari per violarle, per non seguirle?
R. Bisogna averla nel sangue. Le difficoltà non aiutano a scrivere, almeno durante il dolore. Ma dopo, quando il dolore ti penetra e si concretizza, la poesia arriva.
Non deve mai essere un diario della propria esistenza, deve entrare nella pancia dei simili, colpire per rimanere, divenendo proprietà di chi legge. Molta poesia di oggi non ha senso. Serve forse per sentirsi partecipe di qualcosa che abbia a che fare con l’arte. Se non si è perseguitati o sofferenti dentro,  sarà difficile descrivere un sentire universale.
D. Come si è evoluta la tua arte negli anni? Se dovessi fare un bilancio cosa potresti raccontarci?
R. La mia curiosità mi ha portato a cercare ciò che mi appariva avere la mia stessa solitudine ed è stato così che ho incontrato una serie infinita di persone, anche famosissime che avevano però nella vita privata infinite storie dolorose. Le ho spesso riconosciute dalla loro semplicità e umiltà. Senza mai sentirmi inferiore, neanche a 14 o 15 anni.
D. Tu sei stato anche romanziere,  giornalista,  editore. Dunque si vive di letteratura in Italia o no?
R. No, direi di no. Il peggio e il raccomandato avanza. Non saremmo ridotti così  anche se sembra essere quasi una tradizione: coloro che possiamo definire grandi artisti, vengono scoperti all’estero, o devono emigrare e, ancora di più, morire. Anche se i funerali ormai durano pochi minuti, per cui non si tramanda molto. Quanti sanno oggi chi è Moravia o Gilberto Govi per dire solo di due nomi celeberrimi?
D. Esiste un’opera alla quale sei più affezionato, quella del cuore?
R. No, o almeno non me ne rendo conto.
D. Scrivi sempre, vero? Per un vero scrittore scrivere è come respirare. Non si smette mai fino alla fine. A cosa stai lavorando adesso?
R. Non smetterò neanche dopo la morte. Spero di riuscire in questi ultimi anni ad avere una scrittura più serena che mi faccia accettare la morte di così tanti bambini o questa orribile violenza contro le donne, attuata da mariti o compagni ma, credo, che non mi ci abituerò mai. Perché non spostare tante milizie che temono l’ISIS a guardia e controllo serrato dei cattivi compagni? In fondo il terrorismo è molto meno pericoloso di un marito arrabbiato e violento,  no?
D. Hai vinto tanti premi. Qual è quello più rappresentativo, quello cui sei affezionato di più?
R. Nessuno, credimi. Ho avuto pudore e comunque sono quasi sempre alla carriera e dati con estrema delicatezza e senza fronzoli. Da oltre 40 anni non partecipo a nessun premio.
Grazie mille, Beppe, un uomo e un poeta eccezionale, dal grande animo,  e tanti tanti auguri per il prosieguo della tua attività letteraria tutta dal team GEArtis!

Giuditta Di Cristinzi


mercoledì 9 ottobre 2019

L’Epistolario di Zarata di Luan Rama, postfazione



pubblichiamo la postfazione  del volume di Luan Rama di Rosa Ruci Dishnica che ne ha curato anche la traduzione

 “La Divina Commedia” è il capolavoro che dovevamo leggere tempo fa nelle aule dell’Università. Il mio professore di Letteratura Antica e del Medioevo, Myzafer Xhaxhiu, si esprimeva con una tale straordinaria passione su Dante e Beatrice da sembrare patetico; ci pareva una persona strana, come se quel mondo lo attanagliasse dentro le sue grazie. Invano tentava di convincere noi, i suoi studenti, di leggere l’Inferno, Il Purgatorio ed il Paradiso. In verità noi in quell’epoca ascoltavamo i Beatles oppure Celentano, Battisti ect. Dante in quel tempo ci sembrava difficile e successivamente ce ne siamo perfino dimenticati. Anni dopo, quando visitai per la prima volta Firenze, andai alla casa dove ha vissuto Dante e il mio amico pittore Frederik Ivanaj, mi mostrò come oltre quasi cinquanta metri più in là si ergeva una volta la casa dell’amata di Dante, Beatrice.
Tempo dopo, redigendo un articolo su Botticelli, ho scoperto le sue meravigliose illustrazioni sulla trama della “ Divina Commedia”; gran parte di queste egli non riuscì a rappresentarle a colori. Davanti agli occhi mi apparve un altro mondo con quei corpi che cadevano da lassù contorcendosi nei gironi dell’inferno, dato che l’Inferno era senza dubbio la parte più sconvolgente di quei disegni. Sicuramente noi, di quell’altro lato della medaglia, cioè della crudele realtà del mondo umano, quella del crimine, dell’inferno dentro le prigioni e dei campi di lavoro forzato, del linciaggio arbitrario dell’essere umano in cerca della propria libertà, ne abbiamo preso coscienza specialmente dopo i cambiamenti politici in Albania, quando nel 1990 crollava il sistema totalitario e si chiudeva l’epoca della dittatura, come d’altronde accadeva in tutti gli altri paesi dell’Est in Europa. Proprio allora cominciarono a diventare note le stragi, i crimini, la violazione e la privazione della libertà di parola, rivelando cosa furono veramente le prigioni di Spac, di Burrel...  Eppure, dovevo leggere un articolo della gazzetta albanese sull’illustre latinista albanese Pashko Gjeci  e di seguito su Mark Ndoja, per venire a sapere che presso una piccola isola di una laguna, nelle vicinanze del golfo di Valona, a Zvernec, quasi nascosti dal mondo che li circondava, i prigionieri politici trascinavano a stento il peso di una vita più che dolorosa.
Pashko Gjeci pubblicò la traduzione della “Divina Commedia” quando uscì di prigione, mentre insegnava all’Università Letteratura Antica e quella del Rinascimento Italiano, viceversa Mark Ndoja aveva cominciato la traduzione dell’Inferno di Dante a Zvernec. Lessi allora dei passaggi di una lettera che egli mandava alla moglie, in cui le parlava delle difficoltà riscontrate nella traduzione di quell’opera sconvolgente, cosa che mi spinse a scrivere questo libro in forma epistolare, valutando proprio quel dato di fatto unico nel suo genere: tradurre “L’Inferno” di Dante subendo in prima persona e allo stesso tempo, l’inferno dei processi politici di quel periodo, essendo dentro prigione. Una trovata tanto geniale, quanto tragica allo stesso tempo! Mi sembrava tutto straordinario. Ed è stato proprio allora che cominciai a leggere Dante, specialmente l’Inferno, a immaginare le sue scene ed i gironi, il suo viaggio, il suo incontro con l’illustre poeta Virgilio e con le varie personalità della storia umana e dell’arte che lo accompagnavano lungo la trama dell’opera dove si descrive quell’infinito e pauroso viaggio, passando da un girone all’altro dell’Ade. L’immagine dell'inferno nell’opera di Dante assomiglia a un cono che diventa sempre più stretto andando verso le profondità della terra, fino a che egli non arriva insieme al suo compagno di viaggio in una grotta in cui trovano una scala che li aiutò a salire verso la luce, a vedere il cielo stellato, per poi arrivare dritti al Purgatorio e poi ancora in Paradiso, dove Dante incontrerà la sua Beatrice.
Scrivendo questo epistolario, mi attraversavano la mente diverse immagini. Per iniziare rammento le immagini di un viaggio verso Zvernec molto tempo fa con la troupe delle riprese di un film; in quella isola idilliaca, in quel “paradiso” autentico, ho visto la chiesa vuota e il monastero silenzioso dove non c’era più traccia di prigionieri politici come Kasem Trebeshina, Tuk Jakova, Mark Ndoja, Spiro Gjoka ed altri. Mi vennero alla memoria anche i racconti del mio amico di adolescenza e di gioventù Henrik Gjoka, il quale ricordava nostalgico quando insieme alla sua nonna viaggiava a piedi lungo la costa da Valona fino alla laguna di Zvernec e riuscivano a stare un giorno o due insieme ai prigionieri e alla loro persona cara. E’ questa dunque la scena, i personaggi storici, il loro dramma; aggiungo a tutto questo le immagini che mi venivano in mente guardando il castello di Ali Pasha di Tepelena alla riva dello Jonio, a Porto Palermo; un castello veneziano che ospitava dentro le sue celle circa 200 prigionieri e condannati, uomini, donne, bambini, gente che assomigliava a quella dell’inferno dantesco. Persone che, pur circondate dal mare, chiuse nel buio totale, non avrebbero potuto vedere il mare; sentivano solo il rumore delle onde e gli strilli dei gabbiani che sorvolavano da qualche parte sotto un cielo che loro non potevano ammirare. Tutto ciò faceva pensare a "L’Orecchio di Dionisio di Sicilia”, il tiranno più feroce delle epoche storiche: egli, dentro una cava a forma di orecchio gigante aveva rinchiuso le sue vittime e le spiava dall’alto in caso tramassero qualche somossa contro di lui... Alcuni prigionieri di Zvernec venivano da altre prigioni o campi di isolamento come quello di Porto Palermo, di Tepelena ect.
Ė stata veramente una strana coincidenza che dapprima, mentre seguivo il ginnasio, avevo conosciuto la figlia di Mark Ndoia, Marinta. Abitavamo nello stesso quartiere e io allora non lo sapevo che quella ragazza così gracile e bella era appunto la figlia del ex deputato e l’ex segretario della Accademia e dell’Unione degli Scrittori, che era finito a Zvernec. Però guarda caso, ci è voluto questo libro per fare si che lei mi raccontasse chi veramente fosse. Anche Marinta aveva passato lo stesso calvario del mio compagno Henrik Gjoka; pure lei con sua madre e i fratelli, rischiavano a passare la palude per andare ad incontrare il loro padre a Zvernec. Lei mi raccontò quel che era successo quando una di quelle volte era rimasta indietro e da sola stava per essere inghiottita dallo stagno, ma per fortuna, suo fratello le aveva suggerito, gridando da lontano, di aggrapparsi al cumulto di ginestre. E così afferrando quelle piante e coperta dal fango, era riuscita alla fine salvarsi. Posso immaginare per un attimo quella giovane disperata che si costrinse ad affrontare le fatalità della vita; una spinta titanica, l’amore per suo padre, le diede forze e volontà per vincere la melma della palude che la stava inghiottendo. Una adolescente come era lei, per poter incontrare suo padre, doveva svestirsi davanti alle guardie della prigione per essere controllata. Lei si ricordava delle mele che aveva dato a suo padre quel giorno dell’arresto quando lo presero dalla loro casa... le mele che io, pur non sapendo questo fatto, ho menzionato in questo epistolario.
Dopo la prima pubblicazione, una mia amica, la figlia di Tuk Jakova, mi consegnò un libro con le lettere di suo padre, che le mandava da Zvernec a sua moglie, Mita. Erano delle lettere sconvolgenti, senza dubbio, impressionanti e che ti facevano meditare, ispirandoti a scrivere su di esse, essendo d’altra parte uno squarcio di quel mondo buio quotidiano che incombeva sulla vita dei prigionieri dopo i processi politici e la gravi condanne. Le stavo leggendo tornando a casa mentre volavo verso Parigi e tutto questo mi diede dei brividi sotto quei cieli pesanti che vedevo annebbiati dalle mie lacrime. Capii allora che tutto ciò che avevo creato scrivendo questo libro non era altro che una seconda pallida copia di quella realtà così dolorosa che faceva parte del mondo dantesco proprio come aveva immaginato Dante, il quale chiuse gli occhi in esilio, lontano dalla sua patria, condannato a morte e sempre minacciato fino alla fine della sua vita, nel 1321.
Le grandi opere nascono, senza dubbio, da un grande dolore...

Luan Rama
Luan Rama, (Tirana, 1952, vive e insegna a Parigi). Autore di diverse sceneggiature di lungometraggi, disegni animati e documentari. Giornalista per molti anni in Albania, si trasferisce a Parigi divenendo ambasciatore dell’Albania per la Francia, per il Portogallo e per il Principato di Monaco dal 1997-2001. Successivamente sarà rappresentante dell'UNESCO. Scrive su diverse testate giornalistiche come Le Courrier International e quotidiani albanesi. Negli anni 1998-2001 é rappresentante personale del Capo dello Stato presso l'Organizzazione Internazionale della Francofonia. Vice delegato permanente dell'Albania presso l'UNESCO (2002-2005) quindi come membro del Consiglio superiore della Francofonia, ha condotto numerose missioni internazionali per le elezioni presidenziali e legislative in Ciad, Niger, Guinea Bissau, Madagascar.
Ha partecipato a diverse conferenze e dibattiti internazionali organizzati in Francia, Belgio, Lussemburgo, Albania.
Autore di raccolte di poesie: Mi Coprite con un pezzo di cielo, I Territori dell'anima e di romanzi: Santa Quaranta, Camera Osscura, L’uomo che voleva morire e numerosi saggi, tra questi: Lungo viaggio nel tunnel di Platone Premio europeo dell’associazione dei scrittori della lingua francese (2001), Di fronte al dipinto L’ultimo viaggio di Arthur Rimbaud,  François Mitterrand - anche i dei muoiono, Generale De Gaulle - una leggenda, visto dal punto di vista albanese. Traduttore di poeti francesi in lingua albanese: Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Jean Cocteau, Jean Moréas, Robert Desnos, Alain Bosquet, Adonis, Yves Mabin, Venus Khoury-Ghata e altri. Altri suoi saggi da notare: Ponte tra le due rive, sulle relacioni franco-albanese Kalorësit e Stuhisë (Cavalieri della Tempesta), Dorëshkrimet e Purpurta (I purpureus manoscritti) e Incontro con Jean Cocteau. Ha inoltre tradotto dal francese in albanese La Boubulina di Michel de Grece, L’ultimo faraone di Gilbert Sinoué, Domani senza di me, Alain Bosquet e un libro sull'archeologo Leon Rey, raccolta poetica Amer e il miele della tomba del poeta Petraq Risto.
Negli ultimi anni ha pubblicato libri storici come Bujtës të larget sulle impressioni dei viaggiatori francesi, geografi, storici, consoli, cartografi, archeologi nel corso del XIX secolo in Albania; Gli albanesi nella pittura di Léon Gérôme, l'Albania e gli albanesi tra i pittori francesi del XIX secolo, Tek Frankët - itinerari di immigrazione albanese dal XVI secolo ai giorni nostri in Francia; Dozon e Albania - il console che ha amato le fiabe; In Grecia, con gli Arvaniti, 2018, Les consulate francese da XVII à XIX secolo.
Come regista, ha scritto le sceneggiature per il cinema Vajzat kordele me të kuqe (ragazze con nastri rossi), (1984); Dëshmorët e monumenteve (The Martyrs of Monuments, 1985); Një jetë më shumë (Una vita di più, 1987; Pranvera e hidhur (Primavera amara, 1988).
Insegna geopolitica, storia dell'Albania e tradizione e modernità presso l'Istituto di Lingue e Civiltà Orientali (INALCO).
Nuerosi i premi ricevuti.
traduzione di Valbona Jakova