mercoledì 9 ottobre 2019

L’Epistolario di Zarata di Luan Rama, postfazione



pubblichiamo la postfazione  del volume di Luan Rama di Rosa Ruci Dishnica che ne ha curato anche la traduzione

 “La Divina Commedia” è il capolavoro che dovevamo leggere tempo fa nelle aule dell’Università. Il mio professore di Letteratura Antica e del Medioevo, Myzafer Xhaxhiu, si esprimeva con una tale straordinaria passione su Dante e Beatrice da sembrare patetico; ci pareva una persona strana, come se quel mondo lo attanagliasse dentro le sue grazie. Invano tentava di convincere noi, i suoi studenti, di leggere l’Inferno, Il Purgatorio ed il Paradiso. In verità noi in quell’epoca ascoltavamo i Beatles oppure Celentano, Battisti ect. Dante in quel tempo ci sembrava difficile e successivamente ce ne siamo perfino dimenticati. Anni dopo, quando visitai per la prima volta Firenze, andai alla casa dove ha vissuto Dante e il mio amico pittore Frederik Ivanaj, mi mostrò come oltre quasi cinquanta metri più in là si ergeva una volta la casa dell’amata di Dante, Beatrice.
Tempo dopo, redigendo un articolo su Botticelli, ho scoperto le sue meravigliose illustrazioni sulla trama della “ Divina Commedia”; gran parte di queste egli non riuscì a rappresentarle a colori. Davanti agli occhi mi apparve un altro mondo con quei corpi che cadevano da lassù contorcendosi nei gironi dell’inferno, dato che l’Inferno era senza dubbio la parte più sconvolgente di quei disegni. Sicuramente noi, di quell’altro lato della medaglia, cioè della crudele realtà del mondo umano, quella del crimine, dell’inferno dentro le prigioni e dei campi di lavoro forzato, del linciaggio arbitrario dell’essere umano in cerca della propria libertà, ne abbiamo preso coscienza specialmente dopo i cambiamenti politici in Albania, quando nel 1990 crollava il sistema totalitario e si chiudeva l’epoca della dittatura, come d’altronde accadeva in tutti gli altri paesi dell’Est in Europa. Proprio allora cominciarono a diventare note le stragi, i crimini, la violazione e la privazione della libertà di parola, rivelando cosa furono veramente le prigioni di Spac, di Burrel...  Eppure, dovevo leggere un articolo della gazzetta albanese sull’illustre latinista albanese Pashko Gjeci  e di seguito su Mark Ndoja, per venire a sapere che presso una piccola isola di una laguna, nelle vicinanze del golfo di Valona, a Zvernec, quasi nascosti dal mondo che li circondava, i prigionieri politici trascinavano a stento il peso di una vita più che dolorosa.
Pashko Gjeci pubblicò la traduzione della “Divina Commedia” quando uscì di prigione, mentre insegnava all’Università Letteratura Antica e quella del Rinascimento Italiano, viceversa Mark Ndoja aveva cominciato la traduzione dell’Inferno di Dante a Zvernec. Lessi allora dei passaggi di una lettera che egli mandava alla moglie, in cui le parlava delle difficoltà riscontrate nella traduzione di quell’opera sconvolgente, cosa che mi spinse a scrivere questo libro in forma epistolare, valutando proprio quel dato di fatto unico nel suo genere: tradurre “L’Inferno” di Dante subendo in prima persona e allo stesso tempo, l’inferno dei processi politici di quel periodo, essendo dentro prigione. Una trovata tanto geniale, quanto tragica allo stesso tempo! Mi sembrava tutto straordinario. Ed è stato proprio allora che cominciai a leggere Dante, specialmente l’Inferno, a immaginare le sue scene ed i gironi, il suo viaggio, il suo incontro con l’illustre poeta Virgilio e con le varie personalità della storia umana e dell’arte che lo accompagnavano lungo la trama dell’opera dove si descrive quell’infinito e pauroso viaggio, passando da un girone all’altro dell’Ade. L’immagine dell'inferno nell’opera di Dante assomiglia a un cono che diventa sempre più stretto andando verso le profondità della terra, fino a che egli non arriva insieme al suo compagno di viaggio in una grotta in cui trovano una scala che li aiutò a salire verso la luce, a vedere il cielo stellato, per poi arrivare dritti al Purgatorio e poi ancora in Paradiso, dove Dante incontrerà la sua Beatrice.
Scrivendo questo epistolario, mi attraversavano la mente diverse immagini. Per iniziare rammento le immagini di un viaggio verso Zvernec molto tempo fa con la troupe delle riprese di un film; in quella isola idilliaca, in quel “paradiso” autentico, ho visto la chiesa vuota e il monastero silenzioso dove non c’era più traccia di prigionieri politici come Kasem Trebeshina, Tuk Jakova, Mark Ndoja, Spiro Gjoka ed altri. Mi vennero alla memoria anche i racconti del mio amico di adolescenza e di gioventù Henrik Gjoka, il quale ricordava nostalgico quando insieme alla sua nonna viaggiava a piedi lungo la costa da Valona fino alla laguna di Zvernec e riuscivano a stare un giorno o due insieme ai prigionieri e alla loro persona cara. E’ questa dunque la scena, i personaggi storici, il loro dramma; aggiungo a tutto questo le immagini che mi venivano in mente guardando il castello di Ali Pasha di Tepelena alla riva dello Jonio, a Porto Palermo; un castello veneziano che ospitava dentro le sue celle circa 200 prigionieri e condannati, uomini, donne, bambini, gente che assomigliava a quella dell’inferno dantesco. Persone che, pur circondate dal mare, chiuse nel buio totale, non avrebbero potuto vedere il mare; sentivano solo il rumore delle onde e gli strilli dei gabbiani che sorvolavano da qualche parte sotto un cielo che loro non potevano ammirare. Tutto ciò faceva pensare a "L’Orecchio di Dionisio di Sicilia”, il tiranno più feroce delle epoche storiche: egli, dentro una cava a forma di orecchio gigante aveva rinchiuso le sue vittime e le spiava dall’alto in caso tramassero qualche somossa contro di lui... Alcuni prigionieri di Zvernec venivano da altre prigioni o campi di isolamento come quello di Porto Palermo, di Tepelena ect.
Ė stata veramente una strana coincidenza che dapprima, mentre seguivo il ginnasio, avevo conosciuto la figlia di Mark Ndoia, Marinta. Abitavamo nello stesso quartiere e io allora non lo sapevo che quella ragazza così gracile e bella era appunto la figlia del ex deputato e l’ex segretario della Accademia e dell’Unione degli Scrittori, che era finito a Zvernec. Però guarda caso, ci è voluto questo libro per fare si che lei mi raccontasse chi veramente fosse. Anche Marinta aveva passato lo stesso calvario del mio compagno Henrik Gjoka; pure lei con sua madre e i fratelli, rischiavano a passare la palude per andare ad incontrare il loro padre a Zvernec. Lei mi raccontò quel che era successo quando una di quelle volte era rimasta indietro e da sola stava per essere inghiottita dallo stagno, ma per fortuna, suo fratello le aveva suggerito, gridando da lontano, di aggrapparsi al cumulto di ginestre. E così afferrando quelle piante e coperta dal fango, era riuscita alla fine salvarsi. Posso immaginare per un attimo quella giovane disperata che si costrinse ad affrontare le fatalità della vita; una spinta titanica, l’amore per suo padre, le diede forze e volontà per vincere la melma della palude che la stava inghiottendo. Una adolescente come era lei, per poter incontrare suo padre, doveva svestirsi davanti alle guardie della prigione per essere controllata. Lei si ricordava delle mele che aveva dato a suo padre quel giorno dell’arresto quando lo presero dalla loro casa... le mele che io, pur non sapendo questo fatto, ho menzionato in questo epistolario.
Dopo la prima pubblicazione, una mia amica, la figlia di Tuk Jakova, mi consegnò un libro con le lettere di suo padre, che le mandava da Zvernec a sua moglie, Mita. Erano delle lettere sconvolgenti, senza dubbio, impressionanti e che ti facevano meditare, ispirandoti a scrivere su di esse, essendo d’altra parte uno squarcio di quel mondo buio quotidiano che incombeva sulla vita dei prigionieri dopo i processi politici e la gravi condanne. Le stavo leggendo tornando a casa mentre volavo verso Parigi e tutto questo mi diede dei brividi sotto quei cieli pesanti che vedevo annebbiati dalle mie lacrime. Capii allora che tutto ciò che avevo creato scrivendo questo libro non era altro che una seconda pallida copia di quella realtà così dolorosa che faceva parte del mondo dantesco proprio come aveva immaginato Dante, il quale chiuse gli occhi in esilio, lontano dalla sua patria, condannato a morte e sempre minacciato fino alla fine della sua vita, nel 1321.
Le grandi opere nascono, senza dubbio, da un grande dolore...

Luan Rama
Luan Rama, (Tirana, 1952, vive e insegna a Parigi). Autore di diverse sceneggiature di lungometraggi, disegni animati e documentari. Giornalista per molti anni in Albania, si trasferisce a Parigi divenendo ambasciatore dell’Albania per la Francia, per il Portogallo e per il Principato di Monaco dal 1997-2001. Successivamente sarà rappresentante dell'UNESCO. Scrive su diverse testate giornalistiche come Le Courrier International e quotidiani albanesi. Negli anni 1998-2001 é rappresentante personale del Capo dello Stato presso l'Organizzazione Internazionale della Francofonia. Vice delegato permanente dell'Albania presso l'UNESCO (2002-2005) quindi come membro del Consiglio superiore della Francofonia, ha condotto numerose missioni internazionali per le elezioni presidenziali e legislative in Ciad, Niger, Guinea Bissau, Madagascar.
Ha partecipato a diverse conferenze e dibattiti internazionali organizzati in Francia, Belgio, Lussemburgo, Albania.
Autore di raccolte di poesie: Mi Coprite con un pezzo di cielo, I Territori dell'anima e di romanzi: Santa Quaranta, Camera Osscura, L’uomo che voleva morire e numerosi saggi, tra questi: Lungo viaggio nel tunnel di Platone Premio europeo dell’associazione dei scrittori della lingua francese (2001), Di fronte al dipinto L’ultimo viaggio di Arthur Rimbaud,  François Mitterrand - anche i dei muoiono, Generale De Gaulle - una leggenda, visto dal punto di vista albanese. Traduttore di poeti francesi in lingua albanese: Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Jean Cocteau, Jean Moréas, Robert Desnos, Alain Bosquet, Adonis, Yves Mabin, Venus Khoury-Ghata e altri. Altri suoi saggi da notare: Ponte tra le due rive, sulle relacioni franco-albanese Kalorësit e Stuhisë (Cavalieri della Tempesta), Dorëshkrimet e Purpurta (I purpureus manoscritti) e Incontro con Jean Cocteau. Ha inoltre tradotto dal francese in albanese La Boubulina di Michel de Grece, L’ultimo faraone di Gilbert Sinoué, Domani senza di me, Alain Bosquet e un libro sull'archeologo Leon Rey, raccolta poetica Amer e il miele della tomba del poeta Petraq Risto.
Negli ultimi anni ha pubblicato libri storici come Bujtës të larget sulle impressioni dei viaggiatori francesi, geografi, storici, consoli, cartografi, archeologi nel corso del XIX secolo in Albania; Gli albanesi nella pittura di Léon Gérôme, l'Albania e gli albanesi tra i pittori francesi del XIX secolo, Tek Frankët - itinerari di immigrazione albanese dal XVI secolo ai giorni nostri in Francia; Dozon e Albania - il console che ha amato le fiabe; In Grecia, con gli Arvaniti, 2018, Les consulate francese da XVII à XIX secolo.
Come regista, ha scritto le sceneggiature per il cinema Vajzat kordele me të kuqe (ragazze con nastri rossi), (1984); Dëshmorët e monumenteve (The Martyrs of Monuments, 1985); Një jetë më shumë (Una vita di più, 1987; Pranvera e hidhur (Primavera amara, 1988).
Insegna geopolitica, storia dell'Albania e tradizione e modernità presso l'Istituto di Lingue e Civiltà Orientali (INALCO).
Nuerosi i premi ricevuti.
traduzione di Valbona Jakova



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