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Pellicanolibri: Catalogo in offerta speciale fino a esaurimento scorte


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Anna Maria Ortese, di Luca Clerici 1998

("La Repubblica", 20 dicembre 1998, pag. 44)

1987

La notizia apparsa sui maggiori quotidiani relativa all'acquisto da parte della casa editrice Adelphi di un dattiloscritto inedito di Anna Maria Ortese (messo all'asta a Roma da Christie’s) è inesatta, come la segnalazione su La Repubblica del 26 novembre: «La Ortese all'asta. Christie’s batte un dattiloscritto inedito di 124 pagine». Una copia del dattiloscritto in questione (databile ante 1978) mi fu affidata nel 1989 dal tipografo di Rapallo Galantini, amico dell’Ortese. MI resi subito conto che alcune sue parti erano già state pubblicate, in un ordine parzialmente diverso. Si tratta di Il Treno russo (Catania, Pellicanolibri, 1983); Il mormorio di Parigi (Roma-Napoli, Theoria, 1986) e Estivi terrori (Roma, Pellicanolibri, 1987) che include Le luci di Genova, un pezzo assente dal dattiloscritto. Erano invece inedite le sezioni intitolate Perduti nella pietra e Giro d’Italia.
1983
Proposi all’Ortese e all’editore milanese Marco Zapparoli di pubblicare il dattiloscritto, e mi misi alla ricerca degli articoli originari per poter datare i singoli pezzi. Dallo spoglio di quotidiani e periodici emersero numerosi articoli e reportage dimenticati dalla stessa scrittrice, un materiale ingente e in molti casi straordinariamente interessante. Alla fine del lavoro l’Ortese licenziò un volume a mia cura intitolato La lente scura. Scritti di viaggio (Milano, Marcos y Marcos, 1991). Il libro è diviso in due parti: la prima riproduce il dattiloscritto, la seconda una scelta ordinata cronologicamente degli articoli perduti, che nella Prefazione la Ortese dichiara emersi grazie «alla instancabile ricerca e, penso, divertita curiosità di Luca Clerici».
La lente scura comprende perciò sia il manoscritto in questione, sia i tre volumetti di viaggio già editi, sia numerosi pezzi «dispersi», tutti testi rivisti dall'autore fino alle seconde bozze incluse, e dunque in nessun caso identici alla versione di partenza. Da quelle 124 pagine originarie si è così giunti alle 520 del libro, che ha dunque esaudito anticipatamente il desiderio dell’anonimo amico della scrittrice (amico dell’Ortese forse, suo lettore certamente no), deciso a vendere il dattiloscritto «nella speranza di vederlo pubblicato» (La Stampa). A tutti i racconti di viaggio e di invenzione dell’Ortese è dedicato I racconti, il volume a mia cura della collana mondadoriana «I Meridiani» in libreria nell'autunno 1999.

(di Luca Clerici)








Anna Maria Ortese, Estivi terrori, Pellicanolibri

Puoi scaricare gratuitamente il libro di racconti di Anna Maria Ortese,
da noi edito nel 1987 e ornai esaurito.
Per scaricare questo e altri nostri libri clicca qui

Innocente e terribile, come terribile è la Giustizia, Anna Maria Ortese aveva scritto, descritto, il dramma degli sfrattati prima ancora che assumesse, come oggi ha assunto, dimensioni imponenti. Chi ha venduto le sue farfalle, allora? Chi, oggi, si sente impegnato a restituire a lei, e alle persone come lei, quella giustizia, quella solidarietà che, innestate, nel suo caso, sopra un autentico talento di scrittrice, produrranno ancora il miracolo della pagina?
Chi, altrimenti, se non Anna Maria Ortese, può salvare la memoria dei suoni, dei profumi scomparsi, l’acciottolio delle carrozzelle romane sulle selci, l’odore greve dei poveri scompartimenti degli “accelerati”, quel modo antico di viaggiare, con il pane e la frittata avvolti nel foglio di carta pesante, gialla, di cui perfino gli emigranti meridionali ormai hanno vergogna?

(dalla postfazione di Adele Cambria)

Anna Maria Ortese: Il treno russo, Verso Mosca

Il treno russo è una pubblicazione Pellicanolibri 

disponibile ordinandolo sul sito dell'editore 

2. Verso Mosca

Fosse effetto del vino o della stanchezza o di tutta quella somma di emozioni, vi riuscii senza difficoltà. Credo di aver dormito molte ore, un sonno confuso e pesante, pieno di una soffocata disperazione. Pensavo che non sarebbe passato meno di un mese prima del mio ritorno, e mi domandavo se sarei mai tornata: avrei potuto morire su quel treno, per un motivo qualsiasi, e sarei stata abbandonata in una qualsiasi località dal nome tanto difficile. Nessuno mi conosceva: solo dopo molto tempo la notizia sarebbe giunta a casa mia.
Svegliandomi, e prima ancora di ricordarmi in quale luogo fossi, sentii cantare dolcemente, in una lingua e in una melodia conosciuta. Non mi sbagliavo, era proprio l’antica Santa Lucia: placida e I’onda, docile il vento. Rimasi senza fiato, incantata. II treno sembrava fosse tornato indietro. Subito dopo, quasi a confondermi in questa straordinaria impressione, ecco le note mutare, e la donna - perché era una voce di donna - scoppiare nella gioia effervescente della più  famosa canzone di Napoli: a Mergellina.
Alzai la testa, ed ecco che cosa vidi.
Sdraiata a metà sul lettuccio di fronte al mio, la signora Lucia Ivanovic, facendosi vento con un cartone, cantava. II suo volto soffice e bianco, dall’ovale perfetto, era illuminato, e la giusta parola, da due magnifici occhi neri, ridenti e ingenui occhi di fanciulla più che di donna. I suoi capelli neri erano sciolti e attraversavano come una serpe d’inchiostro il cuscino. Era in sottoveste, con un asciugamano sul petto, e da questo asciugamano veniva fuori un braccio rotondo e morbido di un bianco latte. Non sembrava aver superato i venticinque anni e, da quel che si scorgeva da sotto I’asciugamano, sembrava piuttosto formosa e apatica. Seduto ai piedi del lettuccio, il signor Ivanovic, una specie di Cristo di legno, magrissimo, con una faccia ornata di un lungo naso paziente, era intento a cambiarsi un paio di calzini. II cugino, di cui scorgevo le gambe penzoloni dal lettuccio superiore al mio, era occupato invece a leggere la Pravda. Sul tavolino fra i due letti, sotto il finestrino, era collocato un vaso di vetro, con tre o quattro rose gialle, già un po’ sciupate. II finestrino era chiuso, e il sole prossimo a tramontare sul filo monotono della pianura, illuminava tutto: gli occhi neri della giovane, la testa scarna e le spalle ricurve del marito, più  un pezzo della Pravda.
Mi domandavo in che mondo fossi.
La donna mi tolse d’imbarazzo. Smettendo di cantare, mi chiese garbatamente di che città ero: Napoli o Milano? Aveva visto una targhetta con la parola Italia sul mio bagaglio. Benché si esprimesse in russo, io capivo quasi tutto, come si capisce un sardo o un calabrese, in certe situazioni, se il suo volto è espressivo. Dissi, pensando di farle piacere: Napoli.
«Bella, bellissima Napoli», disse proprio così, erano le uniche parole precise che conosceva del nostro paese, e le pronunciò con un accento così inconfondibilmente italiano, e un sospiro tale, che ne rimasi sbalordita. Disse ancora «canto», e scoppiò a ridere con una soavità indicibile, divertita dallo stupore che vedeva nei miei occhi. Tutto, in lei, aveva la grazia di un bambino e la mollezza e la noncuranza di un animale. Nel cantare, nel ridere, nel canticchiare, non aveva fatto un gesto, quasi gliene mancasse la forza, o lo ritenesse inutile. E ogni momento scoppiava di nuovo a ridere. Un cupo brontolio da parte dell’Ivanovic, mi fece capire che suo marito non apprezzava eccessivamente questa facilità della moglie di intrattenersi con gente sconosciuta. Egli dovè farle qualche timido rimprovero, ed essa scoppio ancora a ridere. Improvvisamente indicò le rose.
«Wien!», disse. «Souvenir Wien!».
E si alzò appena su col busto, nel dire questo nome, si fece seria, e i suoi occhi mandarono un lampo, che era tutto un meraviglioso riguardo, una commozione non detta, un saluto.
Come quelle rose fossero importanti per Lucia Ivanovic, lo capii solo due giorni dopo, all'alba della domenica in cui dovevo arrivare a Mosca. Ma in questo frattempo erano accadute altre cose per me ugualmente importanti.
Rianimata da questo incontro, la vitalità e la dolcezza mediterranea della donna, la mediocrità umana del marito, quel tanto di apolitico e universale che avevo riscontrato nei miei vicini di letto, trovai il coraggio di uscire dallo scompartimento e cercare, in fondo a due o tre corridoi, il vagone ristorante. Entrando, ebbi l’impressione di capitare in una trattoria di terz'ordine, piemontese o toscana. Modesti tavoli coperti di una tovaglia ancor più  modesta, erano affollati di soldati e ufficiali con la famiglia. Si beveva, si chiacchierava. Una cameriera giovane e bruttina, con le gengive scoperte e uno sguardo pieno di gioia, mi accompagna a un posto libero, ripetendomi in russo i nomi di questa o di quella pietanza, e accrescendo al massimo il mio imbarazzo. Abbasso la testa, impacciata, e in quel punto una voce fresca e gradevole, alia mia sinistra, mi domanda in francese, e poi in italiano, se può essermi utile. Alzo gli occhi: e una ragazza sui ventidue anni, molto graziosa, con due piccoli occhi vivaci, e una fronte bianca e orgogliosa circondata da una nube di riccioli chiari.
«Liza» (e un altro nome), dice presentandosi. «Ho capito la sua nazionalità dall'accento. Ho amici italiani. Ecco mio marito, Sergio. E questo e Pietro, nostro amico. Lei e sola?»
Accennai di sì. Subito dopo ero al loro tavolo.
Questa era la più  bella gente che avessi incontrato finora. Bella, indolente - bellissima! Nulla del controllo e del calore ghiacciato ch'era nella voce e negli occhi dell’interprete. Qui, il fuoco era liquido. La storia non era passata, non era mai stata. C’era una specie di latente follia.
Lei aveva un corpo vigoroso e snodato, un bel collo, una pelle pura. Era vestita con una vaga noncuranza, di roba fine. II suo sguardo era liscio come la seta, ma dietro si scorgevano continui lampi, come in un cielo d’estate. Sergio, il marito, sembrava più  piccolo di lei, era un giovane sui trent'anni, smilzo, di una struttura forse perfetta. Era biondo, e il suo sorriso distaccato, lontano.
Pietro, il loro amico, era uno che sarebbe stato notato in una folla di cento giovani ufficiali ugualmente belli. Più  che un giovane, era una specie di divinità selvatica. La testa, quella di un bambino. Aveva tale una selva di capelli ricciuti e biondi, da dare fastidio. Sotto quei capelli, la fronte era marmo bianco. Sotto quel marmo, gli occhi di un turchino cupo, velato come quello dei neonati, fissavano lontano, immobili e scoraggiati. Un uomo triste fino alle lacrime, e a quella tavola, in quella casuale riunione, questa era una cosa che sorprendeva. Egli non si curava affatto di nascondere la sua tristezza. Forse non se ne accorgeva.
Tra me e Liza comincio un bizzarro colloquio. II suo italiano e il mio francese erano recenti. Ci aiutavamo perciò con dei bigliettini che poi ci passavamo sul tavolo, da un posto all'altro, come carte da gioco. Pietro vi posava appena lo sguardo. Scoprimmo, Liza e io, di avere qualche gusto in comune. Non si parlò affatto di ciò che avrei trovato a Mosca e nella Russia in genere. Liza, coi due ufficiali, veniva da Berlino, dove il marito era di guarnigione e si disponeva, dopo due anni di lontananza, a trascorrere un breve periodo nella nativa Crimea. Fu portato dello champagne, si bevve e, in quel punto, il sole ormai al tramonto, sul limite della pianura, dardeggiò per qualche minuto i suoi lunghi raggi nello scompartimento. Liza, Sergio e Pietro mi parvero, avvolti in quella luce, incandescenti, erano straordinari e, fosse lo champagne o la stanchezza di tante emozioni, sentii i miei occhi inumidirsi. Essi mi guardavano tutti con dolcezza, come se, in quella parte del tavolo, invece di una straniera, vi fosse una persona nota e lungamente ricordata. Era una sensazione che dovevo provare più volte, in Russia: fuori o dentro l’ideologia, non vi sono vere barriere tra un cittadino russo e uno straniero. Si stabiliscono immediatamente, in ogni ambiente, intese tenere e strane, ci si prende la mano nello stesso modo impulsivo e ingenuo, tipico dei ragazzi. Non ha importanza di che idee siete, ma come sentite e pensate. Mi sembrava impossibile, e intanto sentivo che sarebbe stato strano il contrario. A un tratto, però, nessuno di essi rise più, e Liza abbassò un volto tormentato, mentre Pietro volgeva la bella testa lontano. Si fece un bizzarro silenzio.
Non mi fu possibile pagare il conto con i miei scontrini. Promisi a Liza che l’indomani le avrei portato uno scialle veneziano, che avevo in valigia, e poco dopo ritornai nel mio scompartimento.
Qui, Lucia Ivanovic era sempre al medesimo posto. I suoi occhi neri scintillavano nell'oscurità. Mi fece cenno, con un dito davanti alla bocca, di parlare piano, e m’indicò con lo sguardo le cuccette superiori.
Sulla sua testa, Nicola Ivanovic russava: con le mani incrociate sullo stomaco, pallido e rassegnato, la bocca semiaperta da cui usciva quel monotono ronzio, sembrava parlare in sogno con non so chi. Forse vedeva anche qualcuno. Era quietissimo.
Mi sdraiai sul mio letto, in silenzio; e quando credevo che già tutto fosse tranquillo e che fino a domani, non avrei comunicato più con nessuno, qualcosa mi sfiorò e poi mi strinse la mano. Era qualcosa di grassoccio e di soffice: la mano di Lucia Ivanovic. Essa tenne nella sua mano la mia mano, e la dondolò un poco, coi dolci occhi pieni di
felicità, come avrebbe fatto una madre col suo bimbo.


Anna Maria Ortese: Il treno russo, da Praga al confine sovietico

Il treno russo è una pubblicazione Pellicanolibri
disponibile ordinandolo sul sito dell'editore
1983, ill.  di Guerricchio


1. da Praga al confine sovietico

Da Praga al confine sovietico ci sono circa diciotto ore di treno, ma non ho modo di controllarlo e neppure posso citare i nomi delle località per cui sono passata, perché durante tutto il mio viaggio non ho mai avuto a disposizione un orologio né una carta geografica. Io non ho mai saputo con esattezza né l’ora né il luogo. Partita da Praga dopo colazione, su un treno abbastanza affollato, l’indomani mattina ero al confine. Il viaggio, a causa del maltempo, fu uno dei più   bizzarri e penosi. Ci furono due soste in aperta campagna, sotto una pioggia torrenziale: l’acqua non veniva giù a fili, ma a secchi, e in una di quelle soste bisognò cambiare treno, perché quello di Praga s’era guastato. Qui, in una terza classe stipata di gente modesta, contadini e soldati, i finestrini erano aperti e le nuvole nere, lacerate da grandi zete di fuoco, sembravano opprimerci, ma nessuna di quelle persone mostrava di accorgersene. I loro volti erano, o sembravano, indifferenti a qualsiasi minaccia di fastidio o disagio, e tanto meno commossi davanti allo spettacolo delle forze naturali; molti, anzi, sporgevano addirittura col viso dal finestrino, come se in quell'orribile campagna brillasse il sole.
Mi si guardava poco forse per educazione, si evitava quasi di guardarmi. Salvo una coppia di giovinetti, che nello scendere dal treno, a una delle tante fermate (il treno era una specie di accelerato), mi si accostò e strinse con particolare forza le mani, nessuno, durante il tragitto, mi rivolse mai la parola. Verso le sei, benché fossimo al 30 giugno, era già notte, e il boato continuo del tuono si mescolava al frastuono sotterraneo del treno. Consumate in qualche stazione delle bevande color rosa, contenute in bicchieri di cartone, tutti, contadini e soldati, cominciarono a dormire. Io non avevo più   con me nessuna provvista, e cominciai a desiderare in maniera spasmodica dell’acqua. Più tardi desiderai del caffè, più   tardi ancora del cognac. Poi desiderai una coperta, perché il freddo era intenso, ma per tutta la sera e la notte e poi la mattinata seguente non ebbi mai né acqua, né caffè, né una coperta, né alcun altro conforto, salvo quello che dirò ora.
Avevo trascorso tutta la notte in un angolo del sedile di legno, circondata da soldati giovani e trasandati che dormivano uno sulle ginocchia dell’altro, sfiniti dal sonno. Intorno al treno c’era stata, tutta notte, una nuvola rossa, che non sapevo a che cosa attribuire: elettricità, riverbero della tempesta, scintille? I finestrini erano rimasti sempre aperti, e quella nuvola era quasi dentro. Mescolata al buio della notte, agli scoppi delle folgori, al freddo e alla luce vacillante di una lampadina, quella specie di nebulosa rossastra sembrava viva. Le mie forze se ne andavano pian piano, fissandola, mentre pensavo vagamente all'Italia e al sole, quando ad un tratto (può darsi che io mi fossi finalmente addormentata e risvegliata) non la vidi più. Era quasi giorno. Neppure i soldati e i contadini c’erano più  . Il treno era freddo, sporco, deserto.
Salirono a una fermata, ma non c’era ombra di stazione, due viaggiatori, e dopo una leggera esitazione vennero a sedersi di fronte a me. Uno era giovane, l’altro più   anziano, e parlavano fitto fitto in una lingua che mi sembrava vicina al francese. Supposi che fossero minatori, senza dubbio operai, ma di che nazionalità lo ignoro. Ed ecco il più giovane, ch'era smilzo e biondo, con una faccia dolcissima, e batteva i denti, posa gli occhi celesti e grandi sul mio sacco di tela abbandonato in un angolo. La cerniera si era rotta. Lui vede questo, gli occhi, che scintillano di continuo, con una luce di fiume, una grazia infantile, m’interrogano: può provarsi a riparare la cerniera? Faccio sì col capo. Prende il sacco, e le sue mani scure e delicate lavorano febbrilmente intorno alla cerniera, fin quando non è aggiustata. Mi riconsegna il sacco sorridendo.
Poco dopo, a un’altra fermata, il giovane e il suo compagno scompaiono. Dico scompaiono perché è ancora il crepuscolo, è l’ora fredda e torbida che precede l’alba, e non posso dire di aver notato chiaramente i loro passi e i volti. So che la cerniera è aggiustata, sono sola, e il treno corre adesso verso la frontiera sovietica. Distinguo qualcuno, in fondo al corridoio, non so se sia un giovane o un vecchio, una donna o un uomo. E un essere piccolo, grigio. Affacciato al finestrino, col viso rivolto alla pianura pallida e asciutta, probabilmente credendosi solo, fischietta monotonamente qualche cosa. Non c’e nessun dubbio, sono le note della Paloma di Yradier. All'alba, questa semplice ombra, con ogni probabilità ombra di operaio, canta: Si a tu ventana molto sommessamente.
II treno si fermò ancora. Questo era il confine. Non posso descrivere esattamente il luogo, perché ero molto turbata, ed esso mi si presento confusamente: un pezzo di campagna nera d’acqua, lucida d’acqua, di binari neri; in alto, un cielo ancora ingombro di nuvole, ma non cosi nere, e già lontane. Un po’ di sole. Un ufficiale sovietico, grasso e accuratamente vestito, guardava sorridendo attraverso il treno.
Misi giù il bagaglio e scesi. L’ufficiale mi si accostò, gli mostrai il lasciapassare avuto a Praga e, in francese, gli domandai dove fosse il treno per Mosca. M’indicò una fila di vagoni, a mezzo chilometro più in la. Io battevo i denti, come il giovane del treno mezz'ora prima, perché questo era un momento che avrebbe commosso persone anche più sane di me, e mi guardavo intorno cercando con lo sguardo chi potesse aiutarmi a portare il bagaglio. Ma «è inutile», mi parve leggere negli occhi sorridenti dell’ufficiale, «non c’è nessuno, bisogna fare da sé». Mi pareva che non ce l’avrei fatta neppure a camminare da sola, tuttavia presi le valigie e mi avviai in quella direzione. Misi dieci minuti buoni a raggiungere questo treno, e intanto il cielo si era nuovamente oscurato e qualche goccia ricominciava a cadere. Feci appena in tempo a salire, che sentii uno scoppio di tuono, e di nuovo pioveva su tutta la campagna.
Tutta notte mi ero confortata aspettando questo momento: sul treno per Mosca avrei trovato divani, tendine, vetri chiusi, gente più socievole e, soprattutto, un buffet dove avrei bevuto qualcosa di caldo. Perciò, vedendo questo scompartimento gelido, chiaro, dalle pareti laccate di celeste, con quattro tavole nude disposte a coppia una sopra l’altra, trovandomi in questa specie di ambulatorio viaggiante, e assolutamente deserto, la mia fiducia subì un duro colpo. Un odore violento, tra di latrina e di medicinale, invadeva tutto il treno, e m’impediva di respirare. Mi sedetti in un angolo e cercai i fiammiferi e le sigarette.
Dopo cinque minuti, il cielo era completamente nero, la pioggia cadeva a rovesci, e le folgori si abbattevano dovunque, in un fragore orrendo, continuo. Mi domandavo se non avevo sbagliato treno, e altre cose. In quel punto, nel rumore sempre più assordante e nella luce sempre più fioca, si fecero vivi dei passi, delle voci. Alcuni uomini della polizia entrarono nello scompartimento. Accennarono un saluto impacciato, circondandomi. Porsi i miei documenti, anch'io impacciata. Mi sentivo male e temevo che essi dessero a questo malessere una diversa interpretazione.
Scorsero quelle carte sorridendo (non capivo come facessero a sorridere in quell'uragano, ma era un sorriso fatto per buona parte di educazione). Alla fine, un giovane che non avevo visto prima, di statura media, vestito in borghese, molto pallido, uscì dal gruppo e mi si sede accanto. Aveva occhiali leggeri, dove gli occhi splendevano di una luce cupa, e un viso dai contorni taglienti, molto serio.
Mi rivolse la parola in inglese e in tedesco, e io non risposi.
«Habla usted espanol?»
Risposi che lo parlavo.
II dialogo che seguì fu pressappoco questo:
«Per quali motivi viene nell'Unione Sovietica?»
«Faccio parte di una delegazione».
«E dov'è questa delegazione?»
«Partiva questa mattina da Praga».
«Una delegazione italiana?»
«Sì».
«E lei, perché non è partita con gli altri?
«Non volevo andare in aereo».
«Per quale motivo?»
«Ho paura».
Come disinteressati, gli altri uomini della polizia si allontanarono. Li vedevo di spalla, nel corridoio. II giovane mi guardò pensieroso attraverso gli occhiali.
« È la prima volta che viene in URSS?»
«Sì».
«Non ha parenti... qualche amico quassù?» «Nessuno».
«Ha con sé pietre preziose?»
«No, non ho pietre preziose».
«Denaro?»
Tolsi dalla borsa alcuni pezzi di carta, tra corone e scellini, e li posai sul tavolino.
«Non ho denaro... salvo questo», dissi nervosamente.
Un fulmine scoppiò quasi sul treno,
«Nessun rublo?»
«Ho paura», dissi.
«E di che ha paura?».
Disse questo sottovoce, ma fermo, senza togliermi gli occhi dal viso.
«Questi scoppi», dissi debolmente. «Non sopporto».
Vidi il suo braccio allungarsi verso la tendina, e tirarla. La sua voce, quando parlò, era mutata. Non più calda, ma neppure ostile. Direi intelligente.
«Anche mia madre», disse «teme i fulmini. Posso capire».
Non parlò, per qualche momento. Mi porse una sigaretta e rimase in silenzio accanto a me, aspettando che mi calmassi, ora guardando la tendina, ora, pensosamente, le pareti metalliche dello scompartimento. Egli sembrava triste, come, da quel momento, mi sembrarono tristi tutti i migliori uomini sovietici. Sembrava chiuso in un suo pensiero dal quale era impossibile uscire.
«La lluvia esta calmando», disse a un tratto.
Non tuonava più tanto. Riprendemmo il dialogo, ma per poco. Mi porse un modulo redatto in varie lingue, tra cui lo spagnolo, e mi pregò di riempirlo. Scrivevo e, intanto, egli mi guardava: non sapevo se quello sguardo fosse solo burocratico, o anche umano. Certo, passavano là dentro parole di cui egli non era neppure cosciente.

Il Manifesto 17 novembre 1991
Alla fine:
«Tornerò più tardi e l’accompagnerò al ristorante», mi disse alzandosi. «Dovrà anche cambiare treno. Questo non è il suo. II suo è migliore».
«Grazie. E starà molto prima di tornare?»
«Sì. Ma fra due ore sarò di nuovo qui».
Non so ancora in che modo riuscii a passare quelle due ore. Ogni tanto mi sembrava di crollare, e poi risalivo nuovamente a galla. Per distrarmi cercavo di prendere delle posizioni diverse: mi sdraiavo, mi sedevo, mi rannicchiavo, ma in ciascuna posizione il cuore mi dava ugualmente fastidio e il freddo mi tormentava. Alla fine, tremavo senza sosta, fitto, e battevo i denti. Quando l’interprete riapparve non lo vidi subito.
«Usted abbia la gentilezza di seguirmi», mi disse.
Indossava una mantellina nera, d’incerata.
«Usted non ha impermeabile?» Era preoccupato.
«Non m’importa della pioggia», dissi.
Del resto, piovigginava. Percorremmo tre o quattrocento metri nella campagna deserta, ma ormai pacificata, sotto il cielo che si era schiarito. In un edificio basso, che al mattino avevo appena intravisto, c’era il ristorante. Ricordo un certo traffico di persone, che peraltro non mi guardavano affatto. L’interno dell’edificio era messo come un’abitazione, con vecchi ritratti alle pareti, fotografie incorniciate alla buona. Si sentiva un odore di verdure bollite. Nelle fotografie c’erano Lenin, Stalin, un altro viso barbuto, con occhiali. Entrammo in una saletta riservata, l’interprete mi fece sedere a un tavolino rotondo innanzi alla finestra, e sedette a sua volta di fronte a me, scusandosi se non mi faceva compagnia a tavola. Comparve una bionda alta, dall'aria molto piacevole e buona, che mi servì con premura e gentilezza. Ogni tanto, alle spalle dell’impiegato, mi gettava un fuggevole sorriso, da donna. Ebbi un bicchiere di vino alto dieci centimetri, di un colore giallo fumoso: bastò un sorso a darmi un senso di fuoco, di luce. Feci mettere il resto in una boccetta per servirmene durante il viaggio.
Ormai stavo già meglio. Mi giunsero dall'esterno, attraverso la finestra, le note di alcune canzoni patriottiche trasmesse dalla radio. II senso era di violenza e bellezza, e nel fondo un ritornello, come un pensiero ossesso che non aveva a che fare con quella gioia, sembrava esprimere la desolazione di una solitudine e uno spazio difficili da superare. Era come qualcuno che invocasse il sole dal fondo dell’inverno, o uno che piangesse in un giorno di festa. Guardai l’interprete: sembrava assente.
Poco dopo, ero di nuovo davanti al treno. Avevo avuto assegnato un lettino nello scompartimento già occupato dai coniugi Lucia e Nicola Ivanovic - il cognome mi parve questo - che viaggiavano in compagnia di un loro cugino, ma queste notizie le seppi dopo. II mio bagaglio era già sistemato. Dal corridoio, guardavo la campagna rasa e triste, e sul marciapiede, immobile, il giovane con gli occhiali.
«La ringrazio molto... davvero... Lei è stato molto gentile», dissi.
Avrei voluto dire altre cose, queste erano abbastanza goffe, ma non ci riuscivo. Avrei voluto dirgli che mi aveva colpito soprattutto la sua educazione.
Ebbe un breve sorriso.
«No hay de que».
II treno si muoveva. Egli rimase a fissarlo, sempre con quel debole sorriso. Poi improvvisamente volse le spalle e andò via.

Quel momento che l’interprete scomparve ai miei occhi, fu terribile. Dietro i suoi occhiali, sotto i modi distanti, avevo sentito un uomo della nostra Europa; avrebbe potuto essere un belga o un francese o anche un tedesco del Sud; persona civile, forse non estranea agli studi. Mi aveva nominato sua madre. Ora, con me, non c’era più nessuno, o mi pareva. Alzando gli occhi scorsi per la prima volta, e nel cielo illuminato da fasci di sole, i corvi. La porta del mio scompartimento era lì vicino. Entrai in fretta, spostai il bagaglio, e senza nemmeno gettare uno sguardo alla famiglia Ivanovic, mi gettai sul letto, mi tirai il cappotto fin sulle orecchie e cercai di dormire.


Anna Maria Ortese: Estivi terrori. Nota dell'Autrice e di Adele Cambria

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, 

Nota dell'Autrice

C’è stato un tempo, quello compreso tra la fine della guerra e gli ultimi anni del Cinquanta, in cui non ho fatto che viaggiare. Le cose viste - uomini e paesi – le ho viste sempre deformate dalla sofferenza, dall'ansia, come da veloci illusioni di tregue e riposi. Il mio problema di fondo era sempre il problema «economico»: un eufemismo per non dichiarare troppo apertamente la questione della sopravvivenza fisica. Dunque, dopo la guerra, ancora questioni di sopravvivenza fisica. Tutto questo per indicare dove, in questi scritti, come in altri andati dispersi o pubblicati distrattamente, nascono tensione, solitudine, fuga e quella costante sensazione di «disastro», o prossimità del disastro, che li rende forse, a un casuale lettore d'oggi, di non trasparente lettura. Chiaro che il «disastro» era mio. Ma anche vero che le situazioni di disastro, quando così tanto prolungate, possono suggerire il sospetto - dico almeno il sospetto - di un corrispettivo disastro del tempo «umano», non sempre visibile - come da un treno in corsa un paesaggio - intorno al protagonista. È che il mondo - come lo avemmo consegnato dalle buone letture scolastiche - una volta usciti da un finimondo come quello bellico, e caduti in un ultramondo - il predatorio, l’insaziabile, il fantastico-banale - tutte le coalizioni del Nulla atte a raggiungere quella sublime Mediocrità, che è stata poi raggiunta - quel piccolo mondo ancora di razza umana, una volta usciti dalla Grande Paura, e marciando verso la Fraternità e la Pace, non c’era più. Già nel decennio Cinquanta, non c'era più!
Non auguro a nessuna persona giovane e vagamente «dissociata» come io ero, e inoltre priva di reddito e anche dì minime certezze personali e professionali - di attraversare l’Italia in un dopoguerra subito privo di unità e memoria - come io l’attraversai. C’è da uscirne spezzati. Tutto vi sembra estraneo, meraviglioso e spietato insieme: siete in casa d’altri. Ecco la sensazione che vi mangia il cuore, mentre correte da una casa all'altra, e anche, spesso, da una Bandiera all'altra. Casa d’altri! E dovunque cercate un cantuccio, e fisionomie antiche, e almeno una voce rassicurante; e quella voce suona sempre dietro un muro, sempre al di là di una parete invalicabile! Ma non ho altro da aggiungere, o spiegare - e sarebbe ingenuo il pensarlo - sul perché vidi Roma, o altre città, come appunto le vidi: straniere, accese, inesplicabili! È che cercavo qualcosa, strade e case, in cui riconoscermi e riposarmi; e questo qualcosa non c'era più.
Di Roma, oggi, e di tanti altri paesi e persone, non mi fermerei più a spiare le pur tremende diversità dal giusto, né i dolorosi eccessi, né, assolutamente, attribuirei a persone, o gruppi di persone, o a idee, l’origine di quella luce obliqua e «selvaggia» che vedo ancora coprire, come una coltre di fumo la Terra. È chiaro che il piccolo disastro di vivere è collocato proprio nel non vivere, ha le radici là dentro, nella non-umanità del vivere universale. Quindi, niente grandi responsabilità di fondo per nessuno. Ma è pur vero che rendersi conto di ciò - rendersene conto a tutti i livelli - e tentare di riconsegnare la vita a un ordine e una bontà (o almeno gentilezza) umana, cambierebbe poco alla volta il peso dei problemi; e il malvivere comune, l’ignorarsi e l'odiarsi, l'andare sbandato delle generazioni, e il loro precoce ripiegarsi nella più atroce inutilità sociale, che oggi sembrano mali così irrimediabili, assoluti, mali assoluti, alla fine, non sarebbero più.
E rimane dunque - questa auspicabile decisione - di città e uomini - di cercare ciascuno nel «disordine» universale, la propria seconda natura, intendo la lealtà, l'ordine, la compassione, il benefico rapporto umano, - la luce umana, perché ci guidi - rimane questa, oggi, la mia sola modesta filosofia. E anche inclinazione «politica», se si vuole.
Anna Maria Ortese

 Postfazione di Adele Cambria

I quattro racconti qui raccolti sotto il titolo di uno di essi, Estivi terrori, Anna Maria Ortese li ha scritti (e mai pubblicati in volume) tra il 1950 e il 1960. E tutti, da L'uomo della costa, a Inglese a Roma, a La diligenza della capitale, confermano la visione profetica che (per sua sventura) l’Autrice ha delle realtà: la sua capacità di anti-vedere i paesaggi umani, i luoghi, la natura stessa, come si configureranno - o si sfigureranno - dieci, venti, trent'anni più tardi. E sarà questa, mi chiedo, aldilà delle circostanze esterne, materiali, la ragione profonda che scoraggia l’Ortese dal continuare a scrivere, trattandosi, per lei, di descrivere un mondo ormai da troppo tempo deserto di speranze, e le cui mutazioni, quasi sempre terrifiche, la Ortese, come una Sibilla, ha precocemente annunciato?
Dette le profezie {e quindi puntualmente avverate), consumati i ricordi (e come non citare qui il fiabesco sogno, la nitida quasi puerile memoria di un amore de Il cappello piumato?), il silenzio sembra imporsi all'Autrice come una monumentale, splendente scultura. Eppure noi con umiltà vogliamo pregarla di non rinunciare a dire, a pescare in fondo al pozzo lunare dell'anima ancora parole, ancora immagini fantastiche, come fu per L’Iguana.

Ma veniamo ora, con attenta modestia, agli esempi di una visionarietà profetica che, a volte, si fa addirittura (e parrebbe assurdo) analisi/previsione politica, che altre volte semplicemente individua il punto di non ritorno del processo degenerativo cui sta per essere sottoposta una città, che, magari, prelude ad una tragedia sociale di dimensioni certamente insospettabili, ai tempi in cui il racconto fu scritto.
Così, ne L'uomo della costa, Anna Maria Ortese, riferendo le parole di uno strano intellettuale o marinaio, personaggio forse simbolico. ma forse no, con cui ha appuntamento in un caffè di Trastevere, scrive: "...Su quella barca si poteva affrontare il vuoto del nostro tempo la straordinaria Non-Memoria del mondo attuale, la sua anima di Niente (il Niente era già al governo, avvertì)…
Ecco, come prevedere meglio - con efficacia quasi da politologo – il ristagno istituzionale italiano, fra un PCI imponente ma non "autorizzato" a governare, e una DC immanente e inestinguibile come lebbra?
Con il libro precedente,
Il treno russo, l'Autrice
ritorna a pubblicare
Così, nel racconto La diligenza della capitale, la capitale, pur inebriando chi arriva (e lei, la nomade autrice) per “lo spazio, la luce in cm sono immerse le piazze...”, pur preannunciando "una tale libertà fantastica della natura, in cui giacciono storia e costume, da darvi il capogiro,", è consapevole - almeno nei suoi abitanti più vecchi e popolani - di essere "come una macchina (che) ha sbandato, e vola ormai fuori della storia...".
Impossibile dire meglio, negli Anni Cinquanta, il futuro “balcanizzato” di Roma, finalmente esploso nelle stagioni più recenti, in un crescendo di terrorismi mediorientali e paesani, incrociati. Ed ancora Anna Marta Ortese insiste, nella consapevolezza che “lo splendore della città non è sano, non è dovuto a una crescita organica, è invece il verde splendore di un disfarsi organico". E qui è l’annuncio del proliferare mostruoso della banlieue, dell'intasarsi, ingorgarsi dei traffico senza più rimedio, dell’ingabbiamento perenne, o del crollo inutilmente annunciato, dei monumenti romani.
Ma è in Estivi terrori che l’Autrice, innocente e terribile, descrive la ragione non esistenziale, sottolinea, ma cosmico amministrativa, per cui oggi, nell'Italia del (quasi) 1990, gli sfrattati, i senza casa per sfratto, sono diventati un irresolubile dramma collettivo, una mina politica, una riserva importante di tensioni sociali.
“L’angoscia, mi dissi - scrive dunque Anna Maria - per lo meno la madre delle angosce, viene semplicemente dal governo: un governo che rappresenti solo due o tre cittadini, mette automaticamente gli altri novantasette in angoscia, e la ragione è chiara. Mentre quei due o tre avranno radici ben salde nel terreno, cioè nella legalità... gli altri novantasette, privati morbidamente di tutto questo, non avranno diritti...".
E continua: “Abbiamo qui, se non baglio, un territorio di 301.249 chilometri quadrati: [……] Su questi trecento milioni, i nativi, o abitanti, sono cinquanta (milioni cinquanta) dunque (sempre per dire), sei metri quadrati è la quantità esatta di metri per ciascun abitante. Ciò significa esattamente che a ciascun abitante – pastore, manovale, e anche principe, non importa - toccherebbero di diritto, gratuitamente, metri quadrati sei, e su questi sei metri quadrati avrebbe diritto di costruire, se vuole, un locale. Può farlo? No. [……] Almeno, questa è la risposta, […....] Ma chi è allora: “Che ha venduto i miei sei – o seicento – metri quadri di terra, con l’alba di aprile, l’ossigeno, le farfalle e tutto?...”
Innocente e terribile, come terribile è la Giustizia, Anna Maria Ortese aveva scritto, descritto, il dramma degli sfrattati prima ancora che assumesse, come oggi ha assunto, dimensioni imponenti. Chi ha venduto le sue farfalle, allora? Chi, oggi, si sente impegnato a restituire a lei, e alle persone come lei, quella giustizia, quella solidarietà che, innestate, nel suo caso, sopra un autentico talento di scrittrice, produrranno ancora il miracolo della pagina?
Chi, altrimenti, se non Anna Maria Ortese, può salvare la memoria dei suoni, dei profumi scomparsi, l’acciottolio delle carrozzelle romane sulle selci, l’odore greve dei poveri scompartimenti degli “accelerati”, quel modo antico di viaggiare, con il pane e la frittata avvolti nel foglio di carta pesante, gialla, di cui perfino gli emigranti meridionali ormai hanno vergogna?








Anna Maria Ortese: Estivi terrori

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, questo è il quarto e ultimo dei racconti

Di questi giorni (giugno sta per finire, siamo o dovremmo essere alle porte dell’estate), c'è un gran daffare sulle strade ferrate e sulle autostrade, negli appartamenti e nelle portinerie della penisola: treni e macchine stipati fin sul tetto, gente che parte, gente che arriva. Appartamenti disfatti in città e, al mare o in montagna, alloggetti che assumono rapidamente un aspetto confortevole, vacanziero: nelle portinerie di città, saluti, mance, raccomandazioni febbrili, e in quelle del mare (gli italiani preferiscono il mare, ma estivo), presentazione di nuovi venuti, vestiti da pagliaccio, con camiciole a fiori, calzoni di raso, o alla “sceriffo”, di tela; ai piedi, indifferentemente, zoccoli di legno e sandali sofisticati, scarpe di pezza o ciabattine d’oro, d’argento. E occhi cerchiati di stanchezza, ma già avidi di nuove conoscenze, di balletti e divertimenti vari. Il denaro corre a fiumi, i gelati anche, la musica facile scoppia dappertutto, il vostro vicino parla e vi accade di non sentire quello che dice. Monti e mari passano come in un sogno.

Viaggio anch'io, non diretta al mare, ma semplicemente verso un’altra città, in questo caso la capitale, dove fantastico di passare in silenzio questi mesi estivi (non c’è niente di meglio, per il silenzio, che una grande città abbandonata; ma non deve essere quella dove abbiamo trascorso l’inverno, e in ogni caso occorre che sia lontana dai focolai dell'industria). Sono in treno da varie ore. e cerco di ricordarmi che non bisogna assolutamente sprecarsi, ma limitare i movimenti, i pensieri e le spese al minimo. Perciò, niente uscite in corridoio, niente cenni comprensivi e sorrisi ai discorsi della gente sulle tasse, il tempo, le donne, niente caffè, panini e acqua minerale, che fra l’altro portano via interi biglietti da mille. Me ne starò zitta, insensibile, disattenta.
Tuttavia, quando appaiono nel tramonto le prime grandi case di Roma, e il treno comincia a rallentare, non posso non accettare l'aiuto del ragazzo che mi mette giù la valigia; ma, con questo aiuto, mi sono consegnata subito, moralmente all'umore del mio vicino, ch’è portato alle confidenze. E me lo ritrovo così a fianco, sullo stesso autobus, intento a raccontarmi senza cautela la propria vita.
Ha un po’ di terre (vorrei crederci!), ma il lavoro in campagna non gli piace; non gli piace neppure il lavoro a Roma. Gli piace Roma, questo sì. E andare, venire, conversare con gli amici, l’estate specialmente. Soldi ne ha, per permettersi questa vita. Così, se vogliamo incontrarci un’altra volta...
Una farfalla marrone, sul vetro fisso di un finestrino, cammina come cieca, cercando un’uscita. Ha le ali accostate al corpo, è stanca, forse non ci vede più. La mano del ragazzo, come se fosse munita di cento piccoli occhi, si dirige lentamente, quasi a insaputa del suo cervello, verso l’insetto, sta per catturarlo e gettarlo a terra, dove troverà il piede
.

Anna Maria Ortese: L'uomo della costa

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, questo è il terzo dei racconti


 L’uomo della costa

 Alcuni amici mi presentarono a J. B. che sembrava cercasse collaboratori per un documentario. La sua grande statura, il viso cupo, gli abiti a lutto, una estrema mobilità e inquietudine fisica, aggiunte al silenzio e a un allegro sorriso, ne facevano subito un personaggio che spacca il quotidiano in due, rovescia i giorni, e assaggia pietanze impossibili. Dopo tre o quattro mesi dalla nostra presentazione, esattamente nel giorno e l'ora, direi il minuto, in cui aveva promesso di chiamarmi, il telefono della mia casa squillò, e riascoltai la voce indiavolata e gentilissima precisarmi, in un italiano magicamente più chiaro, completo, ma con un confuso sottofondo straniero, il nome di una strada e un caffè di Trastevere. Dieci minuti dopo ero seduta a un tavolino di ferro, tra due porte a vetri, e la luce al neon cercava di definire (impresa disperata) i contorni di quel viso energico e buio, come la negativa di una faccia bellissima, scintillante di sorriso, di grazia, di audacia, mentre il nucleo era tenebre.
Vidi subito che non aveva un soldo, ma in cambio una superbia sfrontata. Ordinò due cappuccini e delle paste, e divorò la sua roba, con la furia di un leone. L‘importante, mi disse subito, era rientrare in se stessi, e ricostruire poco alla volta la coscienza distrutta. Su quella barca sì poteva affrontare il vuoto del nostro tempo, la straordinaria Non Memoria del mondo attuale, la sua anima di Niente (il Niente era già al governo, avvertì). Naturalmente, occorreva molto coraggio per credere in quello che non era più visibile, ch'era stato universalmente dimenticato, che sembrava del tutto scomparso: ma ne saremmo stati ricompensati. Un giorno, sarebbe riemerso dal cielo l'azzurro, l’alta trasparenza del cielo, e le onde avrebbero rumoreggiato indicando l'appressarsi della patria.
Tralascio di dire qui l'impressione che mi fecero queste parole: turbamento, disagio, ironia. Intorno a noi, il cameriere si muoveva con la diffidenza, gli acuti sguardi immobili della servitù divenuta nazione, prestigio: non era neppure disprezzo, ma una disattenta compassione, una sorveglianza inerte. Mi sentivo partecipe della silenziosa inchiesta del servo, osservavo la fame di J.B «Dove siamo arrivati!» pensavo, «Non c'è più differenza, a conti fatti, tra un servo e un intellettuale, se un particolare del genere può incantarci».
J. B. non era certo sazio, quando cappuccino e paste furono spariti. Gettava ogni tanto occhiate fiammanti al piattino vuoto, ma in breve se ne dimenticò. Mi spiegò cosa intendeva per patria. Patria era esattamente quello che era una volta, e che adesso non esisteva più; un luogo dove si è sviluppata, ed è in atto, una condizione di coscienza privata e pubblica, di ordinato progresso, di libertà intimamente condizionata alla dignità di tutti. Una patria poteva anche essere piccolissima, non più grande di un fazzoletto, e chiamarsi ugualmente patria: le sue misure non nascendo quasi per nulla dall'esterno, ma solo dall'intimo.
«Questo è finito dovunque», mi disse improvvisamente, con un sorriso che giudicai irresponsabile, tanto era slegato dall'asprezza della sua affermazione. Un sorriso dolce, tenero. «Nel suo paese e nel mio - io sono americano - è finito anche in Francia. È finito in Germania ed è impensabile nel Guatemala. A oriente e a occidente. Dovunque gli uomini hanno deciso di non resistere»,
«Resistere a che?»» chiesi stupidamente.
«Ma alla facilità, naturellement».
Scoppiò a ridere, con quel misto di serpente e di aquila, di doppiezza e sincera disperazione, di allegria, dì angoscia, d’intelligenza. Il cameriere aveva dimenticato di osservarci, guardava fuori, le luci del Ponte Garibaldi. Il proprietario, un uomo grasso e bianco, dalla camicia sudata, aveva appuntato un gomito sul banco, il mento sulla mano, e si sarebbe detto che pensasse. Veniva una musichetta, da qualche posto, un ballabile e si sentivano passi cadenzati di coppie.
«Naturellement ripeté con tutt'altro tono, smorzato, quasi un principio di smarrimento.

Mi domandavo se sognassi, ogni volta che incontravo J.B. Era ovvio, per lui, che il fascismo aveva di nuovo ricoperto il mondo, lentamente, .senza che il mondo se ne accorgesse, come una nebbia grassa. «È un fascismo diverso. naturellement, i mezzi sono diversi, ma il fine rimane il medesimo: il monopolio del mondo, la concezione del mondo umano come massa, l’irreggimentazione delle coscienze, lo svuotamento delle intelligenze, e tutto questo attraverso nient’altro che il prodotto, il mito del prodotto: dentifrici, macchine, gomma piuma, non importa - purché l'uomo non riesca più a pensare, l’individualità sia annientata, e prevalga l’uomo automatico, che un pulsante può spegnere e illuminare, che non pensa più, né è immortale, in quanto ha rinunziato a se stesso».
Cose già dette, già ripetute, eppure enunciate da J. B. spaventavano.
La sua macchina - non avevo alcun dubbio che fosse una macchina rubata - nera, immensa, lucida, attraversava Roma a qualsiasi ora della notte, come il raggio di un riflettore. Veniva da un punto della costa, dove J. B. viveva accampato con della gente, e che mi rimase sempre ignoto, e vi ritornava all'alba: ma, prima, fiume, parchi, rovine, quartieri residenziali, colline, infuocate e morte vie del centro, volavano intorno al suo muso come memorie. In quella macchina. J. B. rosicchiava a volte, non visto, come un ragazzo, croste di pane.
«Non sono un gangster», mi disse una volta, con voce dura.
«Ma potrei anche uccidere, se occorresse», proseguì gentilmente.
Devo a J, B. delle vere rivelazioni in materia di coraggio e di possibilità del coraggio a servizio della ragione. «Noi possiamo distruggere anche la nostra infanzia, se questa infanzia è ignobile, naturellement, e crearci una infanzia nuova. Non esiste limite alle applicazioni della volontà. Ma occorre coraggio. Guardarci in faccia anche se siamo morti, e non aver paura della nostra morte: solo così potremo riavere la vita».
Ero sicura continuamente che sfuggisse qualcosa o qualcuno, la legge e gli uomini, non giuravo più sulla sua nazionalità né su alcune delle sue dichiarazioni; ma una qualità non avrei mai potuto disconoscergli, una qualità quasi scomparsa dal nostro mondo: uno sterminato, irruente coraggio, e il disprezzo totale della facilità, e una irrefrenabile simpatia che portava in sé, nel suo ragionare eterno, nella sua miseria e fuga, come un lampo di pace, di gioia.
Lo ricordo adesso, a distanza di un anno. Locali, strade, colline, acque, ponti, giardini sono i medesimi; macchine, come un mare di acciaio nero e blu, scintillano dovunque, e dovunque, praticamente, J. B. potrebbe riapparire. e riprendere il discorso sulle nostre patrie perdute, sulla facilità ch'è alla base di questa perdita, ma non riappare, non c'é più J. B. Languidamente, sazia, assorta, la capitale splende nella pioggia, ciascuno fa il suo gioco, la terra dorme e odora.

Anna Maria Ortese: Inglese a Roma

Da "Estivi terrori", libro edito da Pellicanolibri nel 1987, questo è il secondo dei racconti

Inglese a Roma

La sola idea di un viaggio a Roma mi riempiva di spavento. L’eventualità. poi, di dovermi trattenere lì qualche giorno, portava a un tale grado di malessere il mio cervello, da strapparmi lacrime, e avrei voluto gridare e invocare aiuto. Veri attacchi di nevrastenia, non giustificati per altro da nessuna ragione apprezzabile - che anzi portavo della capitale un ricordo affettuoso e piacevole - ma piuttosto - così fantasticavo - da quel senso di un ritorno ‘indietro’, implicito in qualsiasi viaggio verso i luoghi di origine di quegli emigrati che ancora non hanno salde radici all'estero, e che sospettano eternamente di essere rispediti a casa. E tutto ciò non fosse aggravato, ma complicato certamente da quella continua sensazione di precipizio, particolare ai cardiaci, e da quel terrore di essere afferrati e dispersi, comune ai montanari o contadini quando lasciano la baita, il casolare, per scendere nella valle e inoltrarsi nella grande città. Aggrappata, direi, come una sconosciuta bestia alle solide e tristi mura della mia casa nella pianura padana; protetta da nebbie che filtrano, scolorandola, l'antica luce del sole, e gonfiano a sera, rendendola mostruosa, la luna; chiusa da orizzonti piatti e uniformi di prati, canali, fiumiciattoli, tetri laghetti, sentierucoli, pioppaie; avvezza a un silenzio di villaggio, a un suono astratto di campane, ritmato dal volo incerto dei colombi; e insomma confortata da tutte le sublimi mura e i simboli di un’Europa madre, mi rifiutavo di partire, sia pure per un giorno, di tornare verso l’agitato Mediterraneo. E benché gravi considerazioni di carattere pratico rendessero sempre più inevitabile questo viaggio - notte e giorno, con angoscia, io pensavo a questo viaggio come a una caduta e mi sforzavo di trovare, per rimandarlo, ragioni che non fossero necessariamente quelle della mia ripugnanza. Non ve n’erano.
Così, una sera, in condizioni che non auguro a nessuno, tanto erano contrassegnale da abbattimento e terrore, presi il solito treno delle 11 e 58, che arriva a Roma alle nove della mattina, e andai a rannicchiarmi nell’angolo meno illuminato di uno scompartimento di seconda classe.
Desidero sorvolare su tutto quanto era la cornice di un quadro, di cui quell'attimo conclusivo (il vagone ancora oscuro, il mio informe dolore) rappresentava invece il punto centrale. Non dirò nulla, perciò, della immobilità e grevità dell’aria a me intorno, quella notte, la incendiata aria d'automobili e di camini, né delle vaghe vie crucis che l’avevano preceduta: la chiusura delle valigie, il loro trascinamento giù per sei piani (non essendovi, nella mia casa, alcun ascensore), la rapida cena nella solita trattoria, con le valigie ai piedi, come cani; infine, il cambio del denaro, la fuga in tassì entro un enorme canale di luce rosa-piombo, che si scoprì poi essere il corso Buenos Aires, Per concludere, eccomi in treno.
Tutti sappiamo che cosa significano i gridi che risvegliano un viaggiatore, di colpo, alle stazioni importanti; quei “Piacenza”, cui fa seguito, dopo altro letargo un “Bologna, panini, aranciate, si cambia”. E quando, a Firenze, la bellissima stazione illuminata dolcemente quasi da una luna nascosta, viene a baciarvi sul finestrino, è quello il momento per ricordare, se siete un emigrato, la vostra patria di elezione, le strette e tristi pareti domestiche, lassù, i vostri pensieri e passi quotidiani; e qualcosa sospira forte nel vostro petto. Il Po è passato, strada schiumosa e potente che divide l’Italia in due; ecco gallerie, monti, un cielo pieno di stelle, quale non guardaste mai dalla pianura padana, e voci e soffi di aria vellutata, calmi, con un che di insensato, e una ragionevolezza che vi rende folli. “Arezzo!” tra poco sarà l’alba.
Il sole trascinò un corteo di raggi e di case dei ferrovieri, e case popolari, di cui mi sorprese, come fosse la prima volta, l’aspetto eccessivamente aperto e come privo di reticenze, di dubbi. Là non vi era alcun dubbio che un letto fosse un letto, e un tavolo un tavolo, e un controbuffet un controbuffet. Il cielo, sopra le case, era di un bel blu lucido, lavato dal vento; il sole, dai contorni abbastanza regolari, malgrado la sua funzione di torcia principale del nostro sistema, era di un giallo assai limpido, e ben presto, qua e là. illuminò uomini e rovine.
Sul treno, le voci, già da qualche ora, dileguando l'azzurro notturno, si erano svegliate, e ora si facevano sentire nella loro irriverente gioiosità, su e giù per il corridoio o negli scompartimenti ancora caldi di sonno, di caffelatte, di fumo: con certe a ed e caratterizzate da una specie d’irrefrenabile e tiepida felicità di vivere, ma anche, a volte, da una inumidita tristezza, qualche ruga di perplessità che apriva silenzi dove non vi erano più né ea. E insomma, le sentivi e no, come passeggiando in un bosco, una mattina, senti la pioggia che viene e va. Ma ecco, nel corpo della stazione centrale, radunarsi tutte, come un nembo, caricarsi della violenza di un temporale, esplodere come una salva di centouno colpi che annunziano la via libera all'uomo, cittadino o meno, l'ingresso senza riserve nella capitale delle capitali.
La colonna rovesciata dal treno diventò una matrice di uomini, che da essa venivano fuori come fumo, bollendo, arrotolandosi, gonfiandosi, aprendosi, perdendosi. con una furia stupida. Accadeva di sentirsi pestare e stringere, si aveva l'impressione che, laggiù, stesse avvenendo qualcosa di terribile e di strano, un cavallo nell’aria, l'apparizione di una Vergine, il Re che passa a cavallo spargendo monete d’oro, o un Papa sotto il suo baldacchino. Tutti correvano, si affannavano, o così mi parve, con una specie di straziata ansietà, di avidità a lungo contenuta, e che ora erompeva, quasi là, ai cancelletti nichelati, brillasse la vita. Invece, come potei costatare giungendo sul posto anch'io, non vi era nulla di particolare: l'uscita, e la piazza (a mio parere un po' sbilanciata) ch'è il trampolino della capitale.
Sedevo su un modesto lettino dì ferro in fondo alla stanza dell’albergo, guardando le valigie appena aperte, quando entrò, dopo aver bussato appena (ma io, forse, non avevo sentito) un cameriere col caffè.
Ho l’abitudine, forse poco sofisticata, lo riconosco, di parlare volentieri con chiunque. Non sì tratta, però, di un atteggiamento democratico, bensì di una specie di autentica disperazione, che mi spinge, quando non sono occupata in qualche cosa, il che accade raramente a esprimermi a voce che direi alta, se non fosse sommessa e appena intellegibile; comunque, si tratta sempre di parlare, e chiedere alla gente come sta, e se ha piacere di vivere. La gente, di solito, ignora di vivere, e così, interrogata, balbetta tra sorpresa e preoccupata, cosa che mi risveglia e rende momentaneamente tranquilla. Così, mentre posavo la tazza sul tavolo, feci col cameriere: gli domandai come si chiamava, e da quanto tempo serviva in questa casa, e se era contento.
Avvertivo, frattanto, il frastuono singolare che fanno le carrozze in una vecchia strada pavimentata con ciottoli, di una capitale asiatica, e questo contribuiva a rendere più acuta la mia attenzione, non alle risposte del cameriere, il cui nome era Cesare A., ma alla sua figura d'uomo tra i cinquanta e i sessanta, piuttosto appiattita e ricurva, con ampie spalle e lunghe braccia che non aggiungevano nulla alla sua avvenenza, posto che ne avesse, ma piuttosto si identificavano in quel suo lungo mestiere di servire e osservare, senza mai trarre da ciò una qualunque conclusione, solo mance di diversa misura, e ciò si capiva dalla sua faccia come appesantita nella parte bassa, e dallo sguardo fosco e vagamente pensieroso, come di uno che vada nella vita senza ricordare più il proprio nome, né la felicità che era in partenza, e i propositi. E la stanza era proprio quella dove un uomo simile interrogato da uno straniero, può trovare una specie d'invito alla inespressività e alla prudenza. Il poco spazio, lo squallore del letto e del tavolino, l'orribile lavabo in fondo, cui manca una bocchetta, e, sotto la finestra, un cestino sfondato per la cartaccia. Sul davanti, proprio accosto alla porta, dove biancheggia il carrello col prezzo della camera, più l’IGE, l'armadio, veramente non a posto in una così piccola stanza, un armadio gonfio che veniva un po’ in avanti, e le porte quasi si aprivano. E così, dopo un attimo di perplessità, il cameriere disse:
«Non si può dire che vada male. Del resto, chi è mai contento? Ecco, va bene…», cambiò tono repentinamente, la voce incespicò e cadde. «E lei, si tratterrà molto nella nostra bella città? È stata fortunata... il tempo è bello».
«Ma qui c’è il terremoto!» esclamai.
La stanza, e tutto l’edificio tremava in mezzo a un fragore orribile. Ascoltò anche lui; poi riprese il piattino.
«Oh, è niente! » disse con minore interesse.
Andai alla finestra, mi affacciai: il vicolo era nero di carrozze, di macchine, di uomini; tutti i clacson suonavano, tutti i cavalli pestavano gli zoccoli e nitrivano, tutti i vetturini si chiamavano, ridevano o bestemmiavano; e si sentivano sbattere tappeti, e in alto, su in alto, oltre una terrazza fiorita di rosso, spalancavano la bocca, come sorelle, due selvagge campane. E al di sopra del terrazzo e dei fiori rossi, s’innalzava nel blu del cielo un’alta e brillante croce.
«Un tempo magnifico!» borbottò il cameriere squallidamente; e stava per aggiungere qualcosa, quando, dal basso, lo chiamarono con una voce ch'era dieci volte più sonora e spaventosa di tutto quel chiasso, facendo pensare a un’energia pressoché illimitata, ma come prigioniera, che si liberava a tratti in quegli urli; e diminuirono stranamente, al confronto, il trambusto e la violenza di fuori.
«Vengo!» balbettò Cesare A., con una voce morta, come se la cosa non lo riguardasse.
Gettò uno sguardo di disprezzo all'insieme, stanza e luce del vicolo, in cui era compresa la mia figura; chiuse la mano sulla mancia, e sparì.
Allibita da questa moltitudine di particolari, il cui totale era una specie di tenebra, rimasi un po’ soprappensiero, poi presi il telefono e chiesi al centralino se volevano passarmi il signor E. Lake, per il quale avevo una lettera di presentazione.
Questo E. Lake era anche lui un esule, però delle Isole Britanniche, e a Roma amministrava molto saggiamente la propria intelligenza, occupandosi fra l’altro, come mi avevano detto, anche di camere ammobiliate. Io avevo una mezza intenzione di trovarne una assolutamente centrale, ma silenziosa e prospiciente un giardino. In più, doveva essere rivolta verso il sole in tre punti, cioè sud-est-ovest, e mancare totalmente di abitazioni vicine. Mi ero posta questo traguardo, nel venire a Roma, contando sulla sua drammatica impossibilità di attuazione per rinunciare, con qualche scusa decente, alla stessa Roma, e riprendere il treno. Ma non era detto che questo E. Lake, che mi era stato descritto come una mente abilissima, non riuscisse ad accontentarmi; perciò, non appena una voce esangue, al telefono, mi ebbe fissato un appuntamento, avvertii dentro di me non so che certezza di malaugurio.
«Mi troverà la stanza e dovrò rimanere!» pensavo.
L’appuntamento era per subito, dal che dedussi che l’agente non aveva molto da fare, e perciò sarebbe stata consigliabile una certa prudenza di fronte a soluzioni prestigiose che probabilmente celavano i tranelli e i calcoli dell’affamato.
Arrivai a un palazzo, che in cima a una salita, dietro piazza di Spagna, minacciava di contenere meraviglie di quiete e di panorami. Invece, una volta entrati nel cortile, si aveva la sensazione di qualcosa di cieco. In più scomodissimo: con una scala larga quanto una piazza, ma che, volta e gira, non finiva mai. E così, salendo, anzi camminando, eccomi quasi in cima al tetto.
Qui, un lungo corridoio con tante porticine, e dietro ogni porticina il cofano della spazzatura. Da una di queste porre uscì una vecchietta, portando nel grembiule una nidiata di micini, che andò a consegnare alla porta di un’altra soffitta. Da un finestrone scendeva un po' di sole, che riscaldava tutto quel vecchiume, e illuminò anche due ragazzini seduti per terra, che parlavano misteriosamente, e al mio sopraggiungere subito nascosero le mani.
Da un’altra porta si sentiva - effetto vagamente bizzarro, le cui cause incuriosivano ma senza che vi fosse la possibilità di una indagine - un suono di campanella, un den-den svagato e soave, come se una capra girasse sognando per stanze buie. Se una capra girasse realmente, un po' infelice, in uno di quegli alloggi, non avrei potuto dirlo, ma che ci vivesse una gallina era fuor di dubbio, perché a un tratto, aprendosi quella porta come per caso (ma vidi anche un paio di pupille brillare nella fessura), scappò fuori strillando vivacemente, senza alcuno stile e probabilmente alcuna seria ragione. Era una splendida gallina rossa e gialla, pettoruta, lucente, l’atteggiamento provocatorio, spaventato, delle teste deboli. Com'era uscita, così, dopo aver camminato qua e là, senza troppo senso, tornò indietro in fretta, borbottando e la porta si chiuse.
Bene. Busso a una porticina accanto (il campanello non c’era), il numero 3, e aspetto. Dopo un po' vengono ad aprire e io entro. Per la verità, non guardai affatto, preoccupata com'ero, e direi allucinata, chi fosse venuto ad aprire; ma quando, oltrepassato un andito scuro e vuoto, mi trovai in una grande stanza vagamente luminosa, mi ricordai della persona ch’era venuta ad aprire, e vedendola lì, a due passi, non potei impedirmi di trasalire.
Mr. Lake misurava almeno due metri di statura, e aveva un cattivo sorriso. Di età non si poteva parlare, e neppure di persona fisica, dato che rassomigliava straordinariamente a un disegno. Di reale, in lui, non c’erano che un maglione grigio, un paio di ciabatte, e due occhi azzurrissimi, che non avevano alcun rapporto con quel cattivo sorriso, e si reggevano, per così dire, da soli, non essendovi intorno se non lievi e cancellate linee di un viso.
Parlò subito, in un italiano che non recava alcuna traccia d'inglese, semmai ne serbava un solo elemento: una specie di disprezzo o estraneità assoluta rispetto a qualsiasi argomento. Scorse la lettera di presentazione, che era brevissima, parlò: disse che gli dispiaceva, ma che non poteva affatto aiutarmi. Da più di un anno aveva abbandonato l’agenzia.
Detto questo, e restituita la lettera, sarebbe stato normale riaccompagnarmi alla porta; invece Mr. Lake, sempre ripetendo che queste richieste, dovute alla leggerezza di una certa persona, lo infastidivano, e che non osava pensare quando sarebbero cessate, mi precedé in una seconda stanza, armoniosamente per quanto poveramente ammobiliata, e dove tra due finestrelle troneggiava un bianco camino.
La sua indignazione era aumentata. Quasi tremando dalla collera, ripeteva che era impossibile rassegnarsi, e che prima o poi si sarebbe rivolto alla polizia affinché cessasse questa specie di persecuzione, e i suoi persecutori fossero ammoniti. Era stato breve, molto breve – era ora di dirlo – il tempo in cui aveva dovuto occuparsi dell’agenzia, e ora occupava il suo tempo ben altrimenti. Una piccola eredità, e un’attività niente affatto disprezzabile, di traduttore, gli consentivano un beato e completo isolamento. Di Roma, e della furia che lo circondava, non si accorgeva quasi, non gli importava niente.
Benché queste escandescenze (per altro controllate da non so che limpido sguardo) rispondessero alla mia aspettativa più segreta, e ormai avessi in tasca l’ambita giustificazione per un veloce ritorno nella Val Padania, non potei non sentirmi un po’ turbata. Quale vistoso egoismo!
«Ecco qualcuno che non si vergogna di essere completamente felice», mi dicevo, «Non solo non se ne vergogna, ma lo sbandiera non appena se ne presenta l’occasione; e l’occasione la cerca e trasforma ipocritamente un fastidio (visite come la mia) in motivo di giubilo; fa un dramma di una sciocchezza, per il solo gusto di cantare che ha un po’ di quattrini, e non ha più bisogno di niente e di nessuno. Che nausea».
Dissi: «che nausea», ma non ero sincera. Voglio dire che solo una stizza superficiale, o uno sbalordimento, potevano suggerire del mio malessere una così piatta versione. In realtà, non provavo alcuna nausea, ma una invidia incantata e profonda, quale ammali in cattività possono provare, passeggiando su e giù per i loro antri, se odono sulle loro teste cantare nel sole un’allodola.
Mr. Lake non borbottava più ora. Aveva acceso il fuoco, con una perizia che doveva risalire alla sua stessa infanzia, quel cattivo sorriso entrava e usciva, per così dire, dalla sua aerea faccia; finché raggiunse un orecchio, e là si rannicchiò. La faccia di Mr. Lake, adesso, mentre l'ex agente si consentiva anche lui l’autorità di una poltrona, non aveva più un punto che non fosse trasparente, e fatto di una nobile aria, e di una gioia che spezzava i vetri. Benché non pronunciasse quasi parola che non fosse stizzosa e malevola, la bontà e limpidezza dei suoi occhi ne rovesciavano, per così dire, l’effetto e pareva di osservare un cielo dopo un rapido uragano di aprile, mentre il fango scivola qua e là sulla terra, e il tuono rimbomba remoto, ma, tra le nuvole sparse e vinte, l’intero universo sorride.
Spesso ho potuto osservare negli inglesi, anche i più incolori e meschini, un che di divino. di cui inutilmente cercherei la ragione, come della struggente bellezza di un'animuccia di gatto o del fresco splendore che anima le muraglie del mare. Che può esservi dunque in un cittadino delle Isole Britanniche, privo quasi sempre di interessi che vadano al di là del proprio naso, calcolatore ostinato e nevrastenico eterno -  che può esservi dunque da inondare di tanta allegrezza il vostro cuore? Egli non pensa che a sé, si occupa di voi solo quel tanto indispensabile a scoprire in che cosa possiate essergli utile, per il resto, non vi vede, ha deciso, anzi, che non esistete affatto, e negherebbe anche davanti a Dio, nel suo esasperato bisogno di libertà, la vostra esistenza, che rischia di limitare la sua. Non solo la presenza di altri esseri lo avvilisce, ma lo addolora sinceramente, e questo, d’ignorarli, è il solo modo offerto alla sua sensibilità, per sopravvivere in un certo accordo. Eppure, l'effetto di un tale comportamento, in chi lo osserva, non è l’ira, ma una schietta e purissima gioia.
Mi pareva di scoprire, del resto, sotto i modi e le apparenze estremamente frivoli e urtanti di Mr. Lake, non so quale desiderio, neppure un attimo accettato, eppure lì, presente nell'azzurro dei suoi occhi, d’intervenire in qualche modo contro qualcosa ch'è nel mondo, che non è buono, e di cui egli, malgrado mostrasse di esservi immerso, non divideva l’essenza. Ecco cos'è un inglese, pensavo ora, guardando senza parere al di là dei suoi occhi, e cos'è quella gioia: è un'altra cosa che il mondo. Un inglese è impastato di mondo, e non è il mondo. È un rigore silenzioso, dove si effettua una scelta. Nel dolore della scelta, dove la materia è finita, oppure ne rimangono le squisite abitudini, ecco la gioia.
Domandai a Mr. Lake quale dei suoi vicini possedesse una gallina e (a giudicare dalla campanella) una capra. Mi fissò, e «... a moment!».
Questo non me l'aspettavo. Lo vidi alzarsi e correre verso una seconda stanza (che dava su una terrazzina, e rappresentava, fu chiaro, un secondo ingresso), e tornare di lì a poco stringendo in petto due bestie che se ne rimanevano lì senza fiato e così mi parve, alquanto compiaciute: la grossa gallina rossa e gialla, dall'aria pazza come il suo signore, che avevo visto prima, e una caprettina di pochi mesi, grigia, con gli occhi come diamanti, sgranati, un filo di barba bianca, e al collo la campanella che aveva colpito la mia immaginazione. Gliele aveva portate, mi disse, una contadina di Frascati, in cambio di un favore fatto a un suo parente. Com’era di Pasqua gli aveva consigliato una cottura al forno, non trascurando però, assolutamente, le palate e il rosmarino.
«Il rosmarino, si dice così?» chiese, e rise, cioè non mosse un tratto di pelle, ma gli occhi gli splendevano, Splendevano anche, improvvisamente, alle due bestiole, che ora se ne stavano lì, zitte e ingenue, tra le braccia di quel gentiluomo, avvolgendolo di piume, di peli, di vaghi colori e del tintinnio della campanella, con l'aria di non far caso al fatto che la Pasqua era passata da un pezzo, ma di trovarlo naturale: il che non impediva ai loro quattro occhietti di esprimere un oscuro quanto assoluto amore.
Capii che era venuto il momento di andarmene. Mr. Lake non aveva occhi che per i suoi tesori, ora.
«Se posso esserle utile... mi telefoni... Chissà che non si presenti qualche occasione».
Più falso di così! Ma era pudore della propria estasi, e io capivo, Mi accompagnava alla porta, con le sue bestiole in collo; in ciabatte, con gli occhi come stelle, e le sue bestiole allacciale come bambini. E già non mi seguiva più.
Una volta fuori, mi misi a pensare, chissà perché, all'isola di Malta, e vidi lo splendore del Mediterraneo e di tutta quella parte del mondo che sta fra l’Africa e l’Europa. E ricordai le mie paure del treno, e mi meravigliai di non trovarle. Pensai anche a tutto il resto della terra, e ai tempi in cui viviamo, e continuiamo non aver paura. Mi meravigliavo anzi di aver voglia di cantare e di ridere.

«L’Inghilterra è lì» pensavo con la logica un po' snaturata dei sogni. «L’Inghilterra non muore. Pedestre e insensata, implacabile e ubriaca d’erbe. L’Europa può morire, e il resto del mondo anche. Ma l’Inghilterra è lì, con la testa fuori dall'acqua, abbracciata a qualche bestiola. E allora c’è speranza».