Poeti: Rudyard Kipling


Se

Se riuscirai a mantenere la calma quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno una colpa.
Se riuscirai a avere fiducia in te quando tutti ne dubitano,
ma anche a tener conto del dubbio.
Se riuscirai ad aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia,
O essendo odiato a non lasciarti prendere dall’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Se riuscirai a sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se riuscirai a pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
distorta dai furfanti per ingannare gli sciocchi,
o a vedere le cose per cui hai dato la vita, distrutte,
e piegarti a ricostruirle con strumenti ormai logori.

Se riuscirai a fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini
a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non resta altro
se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro! ”

Se riuscirai a parlare alla folla e a conservare la tua virtù,
O passeggiare con i Re, senza perdere il senso comune,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se riuscirai a riempire l’inesorabile minuto
Con un istante del valore di sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che più conta - sarai un Uomo, figlio mio!

La strada nel bosco

Chiusero la strada lì nel bosco
già una settantina d'anni fa,
maltempo e piogge l'hanno cassata,
ed ora non potresti mai dire
che c'era un tempo una strada lì nel bosco
prima ancora che piantassero gli alberi.
Starà sotto la macchia e sotto l'erica,
o sotto gli esili anemoni.
Solo il custode riesce a vedere
che dove cova la palombella
e i tassi ruzzolano a loro agio
c'era un tempo una strada lì nel bosco.

Pure, se nel bosco ti inoltri
in una tarda sera d'estate, quando fa
la brezza freschi i laghetti guizzanti di trote,
dove la lontra fischia al compagno
(non temono gli uomini nel bosco
poiché ne vedono ben pochi),
udrai lo scalpitio di un cavallo
e il frusciar di una gonna sulla rugiada,
un galoppo fermo e persistente
attraverso quelle nebbiose solitudini:
quasi che perfettamente conoscessero
l'antica perduta strada lì nel bosco...
Ma non c'è nessuna strada lì nel bosco!

Lettera ad un figlio


Se puoi vedere distrutto il lavoro di tutta la tua vita
e senza dire una parola ricominciare,
se puoi perdere i guadagni di cento partite
senza un gesto e senza un sospiro di rammarico,
se puoi essere un amante perfetto
senza che l'amore ti renda pazzo,
se puoi essere forte senza cessare di essere tenero
e sentendoti odiato non odiare, pure lottando e difendendoti.
Se tu sai meditare, osservare, conoscere,
senza essere uno scettico o un demolitore,
sognare senza che il sogno diventi il tuo padrone,
pensare senza essere soltanto un pensatore,
se puoi essere sempre coraggioso e mai imprudente,
se tu sai essere buono e saggio
senza diventare né moralista, né pedante.
Se puoi incontrare il Trionfo e la Disfatta
e ricevere i due mentitori con fronte eguale,
se puoi conservare il tuo coraggio e il tuo sangue freddo
quando tutti lo perdono.
Allora i Re, gli Dei, la Fortuna e la Vittoria
saranno per sempre tuoi sommessi schiavi
e, ciò che vale meglio dei Re e della Gloria,
Tu sarai un uomo.


Rudyard Kipling: Scrittore e poeta inglese (Bombay 1865 - Londra 1936). Tra i più noti autori di libri di avventura e per ragazzi, ha scritto poesie, romanzi e racconti - molti dei quali di ambientazione indiana - in cui ha profuso talento narrativo e impegno politico-sociale. Identificato come il cantore dell'imperialismo britannico, K. in realtà non si è limitato a esaltarne gli ideali, ma li ha articolati in un ricchissimo immaginario, senza perdere di vista i lati più aspri del dominio coloniale. Raggiunse la notorietà con le poesie Barrack-room ballads (1892); seguirono i suoi capolavori: The jungle book (1894), The second jungle book (1895),Captains courageous (1897) e Kim (1901). Nel 1907 gli è stato conferito il premio Nobel per la letteratura.

https://www.treccani.it/enciclopedia/rudyard-kipling/ UEFeltrinelli



Poeti: Alda Merini

 


Accarezzami 

Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

Alla tua salute, Amore mio!

Sono folle di te, amore
che vieni a rintracciare
nei miei trascorsi
questi giocattoli rotti delle mie parole.
Ti faccio dono di tutto
se vuoi,
tanto io sono solo una fanciulla
piena di poesia
e coperta di lacrime salate,
io voglio solo addormentarmi
sulla ripa del cielo stellato
e diventare un dolce vento.

Ho conosciuto in te le meraviglie

Ho conosciuto in te le meraviglie
meraviglie d’amore sì scoperte
che parevano a me delle conchiglie
ove odoravo il mare e le deserte
spiagge corrive e lì dentro l’amore
mi son persa come alla bufera
sempre tenendo fermo questo cuore
che (ben sapevo) amava una chimera.

La poetessa Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931 e scomparsa nel 2009 nella stessa città, è una delle autrice italiane più riconosciute del ‘900. Un trascorso ricco di eventi, ma anche un disturbo bipolare che l’ha costretta all’internamento ospedaliero tra il 1964 e il 1972. La sua opera più conosciuta è Terra Santa.
    Alda Merini è stata una delle più grande poetesse italiane, nata a Milano il 21 marzo 1931 e scomparsa nel 2009 nella stessa città , tumulata nel Cimitero Monumentale di Milano, nella Cripta del Famedio. Nella sua carriera ha scritto opere autobiografiche come L'altra verita. Diario di una diversa, ma anche raccolte di poesie come Furibonda cresce la notte o Folle, folle, folle di amore per te. La sua opera più importante è La Terra Santa, con la quale vincerà nel 1993 il premio Librex Montale. Dal 1947, in seguito alla comparsa dei primi segni di una salute mentale fragile, le viene diagnosticato un disturbo popolare. Dopo la morte del suo primo marito, Ettore Carniti, dal 1962 in poi affronta un percorso di silenzio e isolamento, che la porteranno all'internamento nell'Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Roma dal 1964 al 1972. Nel frattempo, con Ettore Carniti avrà quattro figlie: Emanuela, Flavia, Barbara e Simonetta. Le ultime tre figlie verranno allevate da altre famiglie, a causa delle condizioni di salute mentale della donna.

Figlia di Nemo Morini, ex conte diseredato e Emilia Painelli, casalinga, Alda è secondogenita di tre figli: la più grande Anna, il più piccolo Ezio. Alcuni ricordi dei suoi primi anni è possibile intravederli nella seconda edizione dell'Antologia dello Spagnoletti: "Ragazza sensibile e dal carattere malinconico, piuttosto isolata e poco compresa dai suoi genitori ma molto brava ai corsi elementari". La donna infatti, dopo aver concluso il ciclo elementare con voti alti, prova ad essere ammessa al liceo Alessandro Manzoni di Milano, dopo tre anni vissuti in provincia a causa del bombardamento di Milano durante la seconda Guerra Mondiale. Non riuscirà a superare la prova d'ammissione, ma nello stesso periodo conosce Giacinto Spagnoletti, che diventerà la sua guida letteraria. La giovane Alda Merini non ha ancora compiuto 16 anni quando mostra la sua prima poesia al maestro.


https://it.wikipedia.org/wiki/Alda_Merini

UE Feltrinelli

Poeti: Charles Baudelaire







Spleen

Quando, come un coperchio, il cielo basso e greve

schiaccia l’anima che geme nel suo tedio infinito,

e in un unico cerchio stringendo l’orizzonte

fa del giorno una tristezza più nera della notte;

quando la terra si muta in umida cella segreta

dove, timido pipistrello, la Speranza

sbatte le ali contro i muri e batte con la testa

nel soffitto marcito;

quando le strisce immense della pioggia

sembrano le inferriate d’una vasta prigione

e muto, ripugnante un popolo di ragni

dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,

furiose a un tratto esplodono campane

e un urlo tremendo lanciano verso il cielo,

così simile al gemere ostinato

di anime senza pace, né dimora.

– Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali

a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,

Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,

pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero.


L’amore è una rosa


L’amore è una rosa,

ogni petalo un’illusione,

ogni spina una realtà.



Il morto allegro


 In una terra grassa e piena di lumache

voglio scavare io stesso una fossa profonda

dove a mio agio stendere le mie vecchie ossa

e nell’oblio dormire come nell’onda lo squalo.

Odio qualunque tomba e odio i testamenti;

piuttosto che implorare una lacrima dal mondo

preferirei da vivo invitare i corvi allo scempio

d’ogni brandello della mia carcassa immonda.

o vermi, neri compagni senza orecchi e senz’occhi

vedete a voi venire un morto libero e contento;

figli della putredine, filosofi gaudenti

per la mia distruzione passate senza rimorsi

e ditemi se esiste qualche altro tormento

per un vecchio corpo senz’anima, morto tra i morti!


Charles Baudelaire nasce a Parigi il 9 aprile 1821 nel Quartiere Latino. Figlio di secondo matrimonio del padre funzionario al Senato, ormai 62enne, e della ventisettenne Caroline Archimbaut-Dufays.

In seguito alla morte del padre, la madre di Baudelaire sposa un rigido tenente colonnello che, a causa della sua freddezza e del perbenismo borghese che professa, sarà odiato dal figliastro. Baudelaire è noto per l’infelicità e il disagio esistenziale che accompagnano la sua vita, sentimenti di cui le sue opere sono intrise, e che trovano una grossa fonte proprio a partire dai rapporti dolorosi con la famiglia e, in primo luogo, con la madre.

Del rapporto con la mamma, infatti, rimangono le intense testimonianze epistolari, in cui lo si vede sempre nella costante richiesta di amore e aiuto da parte della madre. Quell’amore che Baudelaire pensa non essere mai ricambiato, quantomeno rispetto all’intensità della sua necessità dell’affetto materno come figlio. Nel 1833 Charles, per volontà del patrigno, frequenta il Collège Royal. Le voci sulla vita dissennata e la reputazione di scavezzacollo che Baudelaire si guadagna presto, però, non tardano ad arrivare alle orecchie del patrigno che, per tutta risposta, obbliga Baudelaire a salire a bordo del Paquebot des Mers du Sud, nave diretta nelle Indie.

Questo viaggio sarà fondamentale nella cultura del poeta. In questo periodo, egli conosce altri mondi, culture diverse e molto lontane dalla decadenza mondana e culturale che l’Europa stava sperimentando in quel periodo storico. Conoscendo tante persone diverse e stando a contatto col mondo, è proprio in questo momento che Baudelaire sviluppa la sua intensa passione per l’esotismo, la stessa che trapelerà in maniera prepotente dalle pagine della sua più celebre opera, I Fiori del maleDopo soli dieci mesi sulla nave, Charles interrompe il viaggio per tornare a Parigi dove, diventato maggiorenne, può entrare in possesso dell’eredità paterna e vivere liberamente per un po’ di tempo. Nel 1842 Baudelaire conosce il grande poeta Gerard de Nerval ed è in questi anni che si avvicina a Gautier, affezzionandosi a lui in maniera quasi morbosa. La totale simbiosi tra i due porterà Baudelaire a prendere Gautier come guida sia morale che artistica.

Per quanto riguarda l’amore, la donna della vita di Charles Baudelaire è Jeanne Duval. Con lei il poeta intrattiene un’appassionata, intensa e duratura relazione d’amore, contrariamente a ciò che accadeva ai poeti a quei tempi. Il rapporto è solido e dura a lungo e Baudelaire ne trae linfa vitale; Jeanne non è solo amante, ma anche musa ispiratrice delle sue opere non solo in senso erotico e passionale ma anche per quanto riguarda quell’impronta intensamente umana che traspare dalle poesie di Baudelaire. Con il passare degli anni Jeanne starà molto vicina a Charles anche quando, con la vecchiaia, il poeta sarà colpito da paralisi. Mentre, Baudelaire conduce una vita dissennata e molto dispendiosa nella bella Parigi, arrivando a sperperare metà del patrimonio lasciatogli dal padre in pochissimo tempo. Preoccupata per questo, la mamma - sotto consiglio del patrigno - assume un curatore a cui affidare il compito di gestire con maggior oculatezza il resto dell’eredità del figlio. A partire da quel momento Baudelaire dovrà chiedere soldi al curatore del suo patrimonio per qualsiasi spesa.

Tornando a parlare di letteratura, risale al 1845 l’esordio come poeta con la pubblicazione di "A una signora creola". Per vivere, Charles si vede costretto a collaborare con una serie di riviste e di giornali scrivendo articoli e saggi, poi raccolti in due opere postume, "L’Arte romantica" e "Curiosità estetiche".

Intanto Baudelaire è molto depresso, sconvolto nella mente, e nel 1861 tenta il suicidio. Dopo non esserci riuscito, nel 1864 di farsi ammettere all’Acadèmie francaise, il poeta si reca a Bruxelles, ma nemmeno qui riesce a trovare quiete nel suo rapporto con la società borghese. Baudelaire è malato e cerca in alcol, hashish e oppio il sollievo ai dolori dovuti alla sua patologia. Nel 1867, però, a soli 44 anni, un ictus porrà fine all’esistenza del grande autore. Proprio all’esperienza del fuggire dalla realtà in modi estremi è dedicato "Paradisi artificiali", edito in quell’anno. Baudelaire è stato sepolto, con la madre e l’odiato patrigno, nel cimitero di Montparnasse. Risale al 1949 la riabilitazione della sua opera e delle sue memoria da parte della Corte di Cassazione francese.  

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Baudelaire

UE Feltrinelli

Poeti: William Butler Yeats

 


La seconda venuta

Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo
La marea insanguinata s’innalza e dovunque
La cerimonia dell’innocenza è annegata.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
Sono pieni di intensità appassionata.
Certo è imminente una rivelazione
Certo è imminente la seconda venuta
La seconda venuta! Difficile pronunciare queste parole
Un ampio squarcio fuor dallo Spiritus Mundi
Tormenta la mia visione;
Da qualche parte nelle sabbie del deserto
Una forma con il corpo di leone e la testa di uomo
Bianco lo sguardo e senza pietà come il sole
Muove le sue cosce lente. Tutto intorno
Spirali fosche di uccelli del deserto.
La tenebra discende: adesso intendo
Che venti secoli di granitico sonno
Erano condannati all’incubo da una culla ondeggiante
E quale bestia orrenda, ora che alfine è venuta la sua ora
Striscia verso Betlemme per venire al mondo?

Canzone dell’amante

L’uccello sospira per desiderio d’aria,
Il pensiero per non so qual luogo,
Per il grembo il seme sospira.
Ora scende un medesimo riposo
Sulla mente, sul nido,
Sulle cosce sforzate.
.

Un poeta alla donna amata

Ti porto con mani religiose
i libri dei miei sogni innumerevoli,
o bianca donna che la passione ha consumato
come la spiaggia bigia consuma la marea,
e con cuore più vecchio del corno
colmato dal pallido fuoco del tempo:
o bianca donna dei sogni innumerevoli,
ti porto le mie rime di passione.


William Butler Yeats nacque nel 1895 da una famiglia di origine inglese, figlio di un pittore vicino al pre-raffaelismo (John Butler Yeats) e di una madre proveniente da una famiglia di armatori e commercianti protestanti e unionisti. Trascorse l’adolescenza tra il paese di origine (avvicinandosi alla poesia durante le estati tranquille trascorse a Sligo, nella casa del nonno materno che gli leggeva poesie) e Londra. Nel 1883 entrò alla Metropolitan School of Art di Dublino dove conobbe George Russel con il quale aveva in comune l’interesse per l’occultismo e il misticismo da cui ricavò per tutta la sua vita profonde suggestioni. Già a soli 24 anni pubblicò la sua prima raccolta di poesie, I viaggi di Ossian (The wonderings of Oisin, 1889), esempio tipico della sua prima maniera mitizzante e sognante sui temi della terra d’Irlanda. Nel 1889 cominciò con la collaborazione di Ellis l’edizione critica delle opere di Blake. Nel 1892 a Dublino fondò la Società Letteraria Irlandese. In Inghilterra si aggiornò sul decadentismo ed il simbolismo, mentre in Irlanda prese contatto con le proprie radici. Nacque in questo periodo l’amore non corrisposto e mai spento per l’attrice e patriota irlandese Maud Gonne. Grazie all’incontro con il geniale commediografo J.M.Synge e con Lady Gregory, Yeats si dedicò a quel teatro popolare irlandese che preannunciava la liberazione e l’autonomia del suo paese. Fondatore del Teatro Nazionale Irlandese (nel 1899) e grande fautore del rinascimento celtico, Yeats non si impegnò, però, mai troppo attivamente nell’azione politica dell’Irlanda anche perché nemico di ogni violenza. The Green Helmet (1910), Responsibilities (1914) – punto di passaggio da una fase “privata” ad una “pubblica”, in cui non rifiutava più la politica – The Wild Swans at Coole (1919) e Michael Robartes and the dancer (1921), usciti nel decennio che vide il suo matrimonio con George Hyde Lees, mostrano il distacco dal crepuscolarismo e la sua evoluzione verso una mirabile concretezza di linguaggio, cui l’aveva portato anche l’insegnamento del giovane Ezra Pound, ed una capacità visionaria forse attinta dal grande esempio di William Blake. Tra il 1915 e il 1922 evocò i tempi della sua giovinezza, delle estati trascorse a Sligo, in una serie di opere poi raccolte nel volume Autobiographies (1926). Ispirato dalle capacità di scrittura automatica della moglie, cercò di teorizzare il suo pensiero filosofico soggettivo sulle diverse personalità dell’uomo e sulle maschere che egli assunse nel libro intitolato A vision (1925). Indebolito nella salute, nel 1928 si trasferì a Rapallo. Pubblicò The Tower (1928) cui seguiranno The winding stair (1933), A full moon in March (1935) e Last poems (1936-39), dove si trovano alcune delle sue riuscite più. Yeats ricevette il premio Nobel nel 1923 e fu nominato membro del Senato d’Irlanda nel 1922, appena creato lo Stato Libero. Per la malferma salute spese i suoi ultimi anni in paesi caldi e morì nel 1939 nel sud della Francia. La Repubblica Irlandese mandò un a nave da guerra per riprendere il corpo che giace, per volontà stessa del poeta, nel cimitero di Drumcliff, Sligo, sotto la montagna di Ben Bulben a cui aveva dedicato una delle sue ultime poesie e da cui sono tratte le parole del suo epitaffio: “Cast a cold eye, on death on life, horseman pass by”. 

https://it.wikipedia.org/wiki/William_Butler_Yeats

UE Feltrinelli

 

Poeti: John Keats


Senza di te

Non posso esistere senza di te.
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
la mia vita sembra che si arresti lì,
non vedo più avanti.
Mi hai assorbito.
In questo momento ho la sensazione
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
senza la speranza di rivederti presto.
Avrei paura a staccarmi da te.
Mi hai rapito via l’anima con un potere
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
e anche dopo averti veduta
mi sforzai spesso di ragionare
contro le ragioni del mio amore.
Ora non ne sono più capace.
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio amore è egoista.
Non posso respirare senza di te.

Fantasia

Lascia sempre vagare la fantasia
È sempre altrove il piacere:
E si scioglie, solo a toccarlo, dolce,
Come le bolle quando la pioggia picchia;
Lasciala quindi vagare, lei, l’alata,
Per il pensiero che davanti ancor le si stende;
Spalanca la porta alla gabbia della mente,
E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo.

Le stagioni umane

Quattro stagioni fanno intero l’anno,
quattro stagioni ha l’animo dell’uomo.
Egli ha la sua robusta Primavera
quando coglie l’ingenua fantasia
ad aprire di mano ogni bellezza;
ha la sua Estate quando ruminare
il boccone di miel primaverile
del giovine pensiero ama perduto
di voluttà, e così fantasticando,
quanto gli è dato approssimarsi al cielo;
e calmi ormeggi in rada ha nel suo Autunno
quando ripiega strettamente le ali
pago di star così a contemplare

oziando le nebbie, di lasciare
le cose belle inavvertite lungi
passare come sulla siglia un rivo.
Anche ha il suo Inverno di sfiguramento
pallido, sennò forza gli sarebbe
rinunciare alla sua mortal natura.

 

John Keats (31 ottobre 1795-23 febbraio 1821) è stato un poeta romantico inglese di seconda generazione, insieme a Lord Byron e Percy Bysshe Shelley. È meglio conosciuto per le sue odi, tra cui "Ode to a Grecian Urn", "Ode to a Nightingale" e il suo poema Endymion . Il suo uso di immagini sensuali e affermazioni come "la bellezza è verità e la verità è bellezza" lo hanno reso un precursore dell'estetismo. 
John Keats nacque a Londra il 31 ottobre 1795. I suoi genitori erano Thomas Keats, un hostler presso le scuderie dello Swan and Hoop Inn, che in seguito avrebbe gestito, e Frances Jennings. Aveva tre fratelli più piccoli: George, Thomas e Frances Mary, conosciuta come Fanny. Suo padre morì nell'aprile del 1804 in un incidente a cavallo, senza lasciare testamento.

Nel 1803, Keats fu mandato alla scuola di John Clarke a Enfield, che era vicino alla casa dei suoi nonni e aveva un curriculum più progressista e moderno di quello che si trovava in istituzioni simili. John Clarke ha promosso il suo interesse per gli studi classici e la storia. Charles Cowden Clarke, che era il figlio del preside, divenne una figura di mentore per Keats e lo presentò agli scrittori del Rinascimento Torquato Tasso, Spenser e alle opere di George Chapman. Ragazzo capriccioso, il giovane Keats era sia indolente che bellicoso, ma a partire dall'età di 13 anni incanalò le sue energie nella ricerca dell'eccellenza accademica, al punto che, a metà dell'estate 1809, vinse il suo primo premio accademico.
Quando Keats aveva 14 anni, sua madre morì di tubercolosi e Richard Abbey e Jon Sandell furono nominati tutori dei bambini. Nello stesso anno, Keats lasciò John Clarke per diventare apprendista del chirurgo e farmacista Thomas Hammond, che era il medico della famiglia materna. Ha vissuto in soffitta sopra lo studio di Hammond fino al 1813.

https://it.wikipedia.org/wiki/John_Keats

UE Feltrinelli 

Poeti: Maria Luisa Spaziani


foto: Dino Ignani

Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assasinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.

Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

***

Nei miei vent’anni non ero felice
e non vorrei che il tempo s’invertisse.

Un salice d’argento mi consolava a volte,
a volte ci riusciva con presagi e promesse.

Nessuno dice mai quant’è difficile
la giovinezza. Giunti in cima al cammino
teneramente la guardiamo. In due,
forse la prima volta.

Mi culla la corolla del papavero


Mi culla la corolla del papavero,
il mio sonno è lunghissimo. La strada
si agita laggiù da quattro ore.
Solo un tuo squillo potrebbe svegliarmi.

Non mi somiglia quest’inerzia, sono
da quando amo, tutt’altra persona.
Mi culli a lungo, mi culli il papavero,
se sarà lungo il mio sogno di te.

Maria Luisa Spaziani, torinese, appartenente ad una famiglia borghese, coltiva fin da subito l´amore per la letteratura e per la poesia in special modo, fondando e dirigendo a soli 19 anni una rivista letteraria “Il dado” intorno alla quale si muovevavo autori come Penna, Sinisgalli, Pratolini .
Ma è il 1949 l´anno della svolta per Maria Luisa Spaziani, con l´incontro con Eugenio Montale: ne nascerà un sodalizio letterario e un´amicizia profonda destinati a durare nel tempo, ne è testimonianza il lungo carteggio epistolare fra i due.
Montale scriverà per lei una poesia che è un acrostico del suo nome: le lettere iniziali di ogni verso compongono nome e cognome della Spaziani.
Indubbiamente non è la miglior poesia che il poeta genovese abbia composto, ma testimonia il profondo e affettuoso legame tra i due. Volpe è il modo affettuoso con cui il poeta amava chiamarla.
Consegue la laurea in lingue straniere e inizia la carriera di insegnante: proprio il contatto con gli alunni e con il fervore delle loro idee dará alla Speziani l´entusiasmo per continuare a scrivere e pubblicare raccolte di poesie e mettersi in luce anche sul piano internazionale, avendo la possibilità di conoscere personaggi di rilievo del mondo culturale  come Ezra Pound, Thomas Eliot e Jean Paul Sartre. Viene nominata insegnante prima di lingua tedesca poi di lingua francese pre sso l´Universitá di Messina, incarico che porta avanti per 30 anni stabilendo un rapporto profondo con il Sud e la Sicilia in particolare, che insieme alla Francia e ai paesaggi liguri montaliani costituiranno i luoghi della sua vita.

UE Feltrinelli

Poeti: William Blake


Non cercare mai di dire al tuo amore

Non cercare mai di dire al tuo amore
amore che mai non si può dire;
perché il vento gentile si muove
silenzioso, invisibile.

Ho detto il mio amore, ho detto il mio amore,
le ho detto tutto il mio cuore;
tremante, gelido, in terribili paure
ah, se ne va via.

Non appena se ne fu andata da me
uno straniero passò per caso;
silenzioso, invisibile
oh, non ci fu rifiuto.

L’angelo

Sognai un sogno! Che vorrà mai dire?
Regina ero, e vergine,
guardata da un buon angelo:
pena senza perché mai non s’inganna!

Piangevo notte e giorno le mie lacrime,
e lui me le asciugava;
giorno e notte piangevo
celandogli la gioia del mio cuore.

Così sulle sue ali volò via;
il mattino arrossì;
io il pianto mi asciugai,
e i miei timori armai di scudi e lance.

Egli presto tornò: mai mi ero armata,
così che tornò invano;
gioventù era passata,
e grigie chiome stavan sul mio capo.

La tigre

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l'immortale mano o l'occhio
Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?

Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?

Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l'Agnello creò, creò anche te?

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

William Blake (Londra, 1757-1827), poeta, incisore e pittore, è considerato un precursore nel campo letterario e artistico. Genio romantico, creativo e visionario, autore di "libri profetici", sostenne il valore dell'immaginazione e la veggenza dell'artista contro ogni convenzione.
Delle sue opere ricordiamo: Schizzi poetici, Il libro di Thel, Il matrimonio del cielo e dell'inferno. Visioni delle figlie di Albione, America, Il libro di Urizen, Milton, Gerusalemme, Vaia o i quattro Zoas.
La poesia di Blake ha la sgradevolezza della grande poesia. Niente che si possa dire morboso o anormale o perverso, niente di tutto ciò che testimonia la malattia di un'epoca o una moda, ha queste qualità; la possiedono solo quelle cose che, dopo uno straordinario travaglio di semplificazione, rivelano l'essenziale debolezza o la forza essenziale dell'animo umano."

https://it.wikipedia.org/wiki/William_Blake

UE Feltrinelli

Poeti: Emily Dickinson


Natura è ciò che vediamo

Natura è tutto ciò che noi vediamo:
il colle, il pomeriggio, lo scoiattolo,
l’eclissi, il calabrone.
O meglio, la natura è il paradiso.
Natura è tutto ciò che noi udiamo:
il bobolink, il mare, il tuono, il grillo.
O meglio, la natura è armonia.
Natura è tutto quello che sappiamo
senza avere la capacità di dirlo,
tanto impotente è la nostra sapienza
a confronto della sua semplicità.

Che l’amore sia tutto

È tutto ciò che sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Chi è amato non conosce morte

Chi è amato non conosce morte,
perché l’amore è immortalità,
o meglio, è sostanza divina.
Chi ama non conosce morte,
perché l’amore fa rinascere la vita
nella divinità.

Se non avessi visto il sole

Se non avessi visto il sole
avrei potuto sopportare l’ombra,
ma la luce ha reso il mio deserto
ancora più selvaggio.

Vederla è un dipinto

Vederla è un dipinto
sentirla è una musica
conoscerla un’intemperanza
innocente come giugno
non conoscerla una tristezza
averla come amica un calore
vicino come se il sole
ti brillasse nella mano.

 Emily Dickinson nacque ad Amherst, nel Massachusetts, nel 1830, all'interno di una famiglia che, pur non essendo benestante, era molto influente nella comunità locale. I Dickinson, infatti, ebbero un ruolo importante nella sfera sociale, culturale e politica degli Stati Uniti. Suo nonno fu tra i fondatori dell'Amherst College, mentre suo padre, avvocato di professione, servì come deputato al Congresso degli Stati Uniti, rappresentando lo stato del Massachusetts per un mandato.

Dalle lettere e dai documenti tramandati, sembra che suo padre fosse un uomo molto severo e che sua madre fosse una donna altrettanto severa e piuttosto distaccata nei confronti dei figli. La zona degli Stati Uniti dove Emily Dickinson è nata e cresciuta fu tra le prime a essere abitata dai coloni inglesi, qui vissero le famiglie americane più antiche e influenti, che imposero un forte senso religioso, legato a rigide tradizioni puritane.     


https://it.wikipedia.org/wiki/Emily_Dickinson


UE Feltrinelli

 


Poeti: Iolanda Insana

foto: Dino Ignani

anima mia
non potendoti affagianare a piacimento
perocché sei pelle e pece mia
vado anfanando a perdifiato
scannaparole e gabbalessemi annacquo il vino della vite
e mai vado in cimbali e mi sconfondo nella dozzina
ma tu abbaia-abbaia
finché non ho finito di affinare questa vita


***

pupara sono
e faccio teatrino con due soli pup
lei e lei
lei si chiama vita
e lei si chiama morte
la prima lei percosìdire ha i coglioni
la seconda è una fessicella
e quando avviene che compenetrazione succede
la vita muore addirittura di piacere

Erinni

Erinni, Erinni siamo. Sfiguranti.
figlie oscure della notte
siamo noi le Erinni nerovestite
con gli occhi impiastricciati.

Spogliate dei candidi pepli
siamo noi le Erinni maleodoranti,
vecchie bambine raggrinzite
ornate e cinte di serpenti,
attaccate alle costole del matricida.
Oh non ronfiamo, non dormiamo, noi.

Iolanda Insana, si trasferì con la famiglia a Monforte San Giorgio nel 1941 per sfuggire alle macerie in cui riversava la città dello Stretto a causa dei bombardamenti della guerra, tema che ritroviamo nelle sue opere.
Sin dalla giovane età, la poetessa ha mostrato uno spiccato interesse per il corpo della parola, attraverso la scoperta di vocaboli meno utilizzati e la ricerca di parole nuove. Questa passione l’ha condotta a intraprendere gli studi in filologia classica, continuati anche la dopo la laurea conseguita nel 1960 presso l’Università di Messina, con una tesi su un testo in dialetto dorico (IV-V secolo a. C.).


UE Feltrinelli

Poeti: Wisława Szymborska


Tutto 


una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

Un amore felice

Un amore felice. È normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;

la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò offende i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano –
sembra un complotto contro l’umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

Prospettiva


Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.


Wislawa Szymborska è nata a Kòmik, in Polonia, nel 1923. Wislawa Szymborska, considerata la più importante poetessa polacca.
Durante l'occupazione nazista si è trasferita con la famiglia a Cracovia, dove ha frequentato il liceo. Dopo gli studi universitari in letteratura e sociologia ha lavorato

come redattrice di una rivisto letteraria. 
Ha pubblicato nove raccolte di poesie e, nel 1996, ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Tra le sue opere tradotte in italiano: Gente sul ponte, La fine e l'inizia, Vista con granello di sabbia.
Premio Nobel per la Letteratura 1996: "Per la capacità poetica che con ironica precisione permette al contesto storico e ambientale di venire alla luce in frammenti di umana realtà ". 1954 Premio per la letteratura Città di Cracovia, 1963 Premio Ministero della Cultura Polonia, 1991 Premio Goethe, 1995 Laurea ad honorem dell'Università di Poznan Adam Mickiewicz, 1995 Premio Herder, 1996 Premio "PEN/Book-of-the-Month Club Translation Prize" con "View With a Grain of Sand" (Harcourt Brace).


UE Feltrinelli

Poeti: Poul Celan

Insieme

Nel cielo dei garofani anche una bocca indugia a sorriderti.
Essa ancora conosce le vie a te,
la mezza foglia della tua notte,
l’ammutolita pianta dei nostri gridi.

Essa fa luce innanzi al buio e sulla porta dice le parole:

era pesante, il pesante;
un soffio era il vento che ti ha strappato via;
un cuore che batte ancora sotto la neve.

Le porte si aprono, se sentono che qui questo rimane vero:
il mio occhio col tuo vi va a stare,
come coppia più oscura al seguito.
Piove come sempre, quando occhio a occhio si giunge
e alla coppia la più oscura si appresta un sonno sprizzante
a sinistra di un garofano in volo.

Dormi dunque

Dormi dunque
e il mio occhio rimarrà aperto
la pioggia colmò la brocca
noi la vuotammo
la notte germinerà un cuore
il cuore un breve stelo
ma per mietere è troppo tardi
falciatrice.
Vento notturno
così candidi sono i tuoi capelli
candido ciò che mi resta
candido ciò che perdo
ella conta le ore e io conto gli anni
noi bevemmo pioggia
pioggia, bevemmo.

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dai voce alla tua parola.

Parla –
ma non separare il No dal Sì.
Dai alla tua parola anche il senso:
dalle l’ombra.

Dalle ombra a sufficienza,
dagliene tanta,
fino a saperla attorno a te divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come ovunque tutto è vivo –
Vicino alla morte, eppure vivo!
Dice la verità, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
in quale posto andrai, spogliato delle ombre, dove?
Sali. Tenditi verso l’alto come puoi.
Più esile diventerai, irriconoscibile, più sottile!
Più sottile: un filamento,
lungo il quale cerca di calarsi nell’abisso, la stella:
per nuotare laggiù, proprio laggiù,
dove si guarda splendere: nella risacca
di parole erranti



UE Feltrinelli

Poeti: Walt Whitman



O Capitano! mio Capitano!

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,

Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
Ma o cuore! cuore! cuore!
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

O Capitano! mio Capitano! alzati e ascolta le campane; alzati,
Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te
I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla,
Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti,
Qua Capitano! padre amato!
Questo braccio sotto il tuo capo!
É un puro sogno che sul ponte
Cadesti morto, freddato.

Ma non risponde il mio Capitano, immobili e bianche le sue labbra,
Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere;
La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito,
Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave;
Rive esultate, e voi squillate, campane!
Io con passo angosciato cammino sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

Credo in te, anima mia


Credo in te, anima mia,
l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te,
e tu non devi umiliarti di fronte a lui.
Ozia con me sull’erba,
libera la tua gola da ogni impedimento,
né parole, né musica o rima voglio,
né consuetudini né discorsi,
neppure i migliori, soltanto la tua calma voce bivalve,
il suo mormorio mi piace.

Penso a come una volta giacemmo,
un trasparente mattino d’estate,
come tu posasti la tua testa
di per traverso sul mio fianco
ti voltasti dolcemente verso di me,
e apristi la camicia sul mio petto,
e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato,
e ti stendesti sino a sentire la mia barba,
ti stendesti sino a prendere i miei piedi.
 
Veloce si alzò in me
e si diffuse intorno a me la pace e la conoscenza
che va oltre ogni argomento terreno,
io conosco che la mano di Dio è la promessa della mia,
e io conosco che lo spirito di Dio
è il fratello del mio,
e che tutti gli uomini mai venuti alla luce
sono miei fratelli e le donne sorelle ed amanti,
e che il fasciame della creazione è amore,
e che infinite sono le foglie rigide o languenti nei campi,
e le formiche brune nelle piccole tane sotto di loro,
e le incrostazioni muschiose del corroso recinto,
pietre ammucchiate, sambuco, verbasco ed elleboro.

Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo


Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo,
mai che l’uno lasci l’altro,
sempre su e giù lungo le strade, compiendo escursioni a Nord e a Sud,
godiamo della nostra forza, gomiti in fuori, pugni serrati,
armati e senza paura, mangiamo, beviamo, dormiamo, amiamo,
non riconoscendo altra legge all’infuori di noi,
marinai, soldati, ladri, pronti alle minacce,
impauriamo avari, servi e preti, respirando aria,
bevendo acqua, danzando sui prati o sulle spiagge,
depredando città, disprezzando ogni agio, ci beffiamo delle leggi,
cacciando ogni debolezza, compiendo le nostre scorrerie.

Canto di me stesso

Che cos’è l’erba?
Mi chiese un bambino portandomene a piene mani;
come potevo rispondergli?
Non so meglio di lui che cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione,
fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
con la cifra del proprietario in un angolo
sicchè possiamo vederla e domandarci di chi può essere?
O forse l’erba stessa è un bambino,

il bimbo generato dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme che voglia dire,
crescendo tanto in ampi spazi che in strette fasce di terra,
fra bianchi e gente di colore, Canachi, Virginiani,
Membri del Congresso, gente comune,
io do loro la stessa cosa e li accolgo nello stesso modo.

Poeti estinti, filosofi, preti

Poeti estinti, filosofi, preti,
martiri, artisti, inventori, governi d’un tempo,
forgiatori di lingue su altre rive,
nazioni un tempo potenti e ora indebolite, contratte o desolate,
io non oso procedere finché non v’abbia rispettosamente dato credito
di quanto avete lasciato sparso quaggiù,
io l’ho esaminato, riconosco che è ammirevole,
(essendovi passato in mezzo,)
penso che mai nulla potrà essere più grande,
nulla potrà mai meritare più di quanto
esso meriti, mentre lo contemplo con attenzione,
a lungo, e poi lo congedo,
io sto al mio posto coi miei giorni qui.
Qui terre femminili e maschie,
qui eredi e ereditiere del mondo, qui la fiamma della materia,
qui la spiritualità mediatrice, apertamente riconosciuta,
sempre protesa, il risultato delle forme visibili,
colei che soddisfa ed ora avanza dopo la debita attesa,
sì, ecco avanzare la mia signora, l’anima.

Walt Whitman (Huntington, New York, 1819 - Camden, New Jersey, 1892) è considerato il padre del modernismo e il fondatore della nuova poesia americana. Fu cantore della libertà (ma anche della sessualità e dell'omosessualità) e di un ideale visionario che pone l'uomo come momento centrale rispetto al senso di percezione e comprensione delle cose. Cantò, soprattutto, l'essenza di quello che diventerà successivamente il sogno americano. Dalla sua opera proviene la celeberrima ode che inizia con il verso "O capitano! Mio capitano!" (filo conduttore del film L'attimo fuggente di Peter Weir).

https://it.wikipedia.org/wiki/Walt_Whitman
UE Feltrinelli




Poeti: Jesús López Pacheco

 


Delitti contro la speranza 

Ho commesso qualche
delitto contro la speranza.
Mi voglio giudicare.

Perse la vita perché doveva guadagnarsela
ogni giorno: cadde
nel tranello.
Si fece una casa d’allegria.
L’allegria si paga
cara in Spagna.

Allegramente, quindi,
si costruì la speranza,
una speranza di parole.
Lottò.
Fu ferito in battaglia.
Vedilo
con le mani legate
dentro
la sua casa.
Che esca, direte.
Per vederlo per strada
con le mani legate?
È quasi divertente
ciò che gli accade.

Non può che fuggire
dalla strada o da casa.
E non è anche vero che ha perduto
molta speranza?
Anche di questo, certamente,
si tratta.
Ma la lotta continua
non importa chi cade.
Se la sua mano è ferita
può servire la sua arma.
Ciò che ha perduto, altri lo ritrovano
nelle nuove battaglie.
La sua speranza è
in coloro che sperano.


Adesso domando sin che mi si gonfiano le vene del collo.
Perché non salgo sull’edificio più alto,
perché non mi metto al centro della piazza più grande
e grido sino a dissanguarmi?

Cammino spesso per la città
senza andare in nessuno posto.
E sempre vedo l’uomo che avanza sul marciapiede
con le sue enormi mani sconfitte nelle tasche,
quell’uomo che ha sul volto la domanda
condannato a vivere
fra parole nere come rivelazioni.

Un dolore mi prende se lo vedo
e vorrei fare qualcosa per lui,
avvertirlo di un pericolo, gridargli che stia attento
o pagargli il tram sino a un giardino.

Ah, comprendetemi almeno.
Io cammino per la strada
e abbraccerei d’un tratto quell’uomo con cappotto e tristezza.

Ogni uomo

In questa sera di pioggia
mi sono separato da me.
Sulla terra sola
camminavo adagio
voltando il capo
per vedermi nel banco
dov’ero rimasto
a guardarmi andar via.

Dal banco mi vidi
e mi lasciai seduto
per andarmene
nella città sotto la pioggia.

Lì mi separai di nuovo,
e nel parco,
e nella città senza pioggia
dove andai dopo
e in tutte le città
del mondo mi separo
ancora da me.

Ogni uomo del mondo
io sono. Ogni parola
è mia. Ogni riso
è mio. Ogni pianto,
umiliazione, dolore
lo sto sentendo adesso
io che sono ogni uomo.

Quest'uomo

Quest’uomo che grida
in una stanza vuota
bianca
chiusa
che grida sempre
però mai si apre la porta
del luogo in cui l’aria e i ricordi
lentamente si fanno marmo irrespirabile.

Un tranvai

Anche i giorni
ebbero spigoli.
Erano terribilmente quadrati,
esatti.
Le arance,
le sigarette,
persino il fumo,
tutto diventò infine
così terribilmente quadrato
come quei giorni
che ancora mi risuonano dentro,
vuoti
in mezzo alla mia vita.

E ogni notte,
in quella stanza
terribilmente quadrata,
ascoltavo il rumore
di un tranvai felice.

Da quando l’uomo è verticale

Da quando l’uomo è verticale, mai
fu costretto a vivere così curvo.

Mai, da quando l’uomo ha voce,
ha dovuto tacere così a lungo.

A volte viene voglia
di mettersi a gridare
in mezzo alla strada
e prendere a sassate
tutta questa vetrina.

Primo però

C’è delle volte,
però,
che vorrei conficcare
la penna
in mezzo al foglio
bianco
e assassinarlo per sempre.

Secondo però

Ho gridato
sempre
allegria
e
però
com’è triste
doverla gridare
perché esista.

Per molti secoli

Ogni giorno soffro per molti secoli,
rimango sveglio per molti anni
pensando ad ogni uomo che dorme.
Si sveglierà domani e il mondo sarà uguale?
Di nuovo incominciare, continuare
terminare, di nuovo la luce,
di nuovo dormire sino a domani?

Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.

Che strano essere soltanto io,
che strano non essere tutti,
tu, voi, loro,
che strano non sapere né inglese né cinese,
non poter dire come si dice
buon giorno in russo,
che strano e che fatica
vivere come uno e soffrire come tanti!

La Biografia di Jesús López Pacheco ci racconta che questo grande letterato è figlio di María del Carmen Berny Abreu e José María Pacheco Chi, José Emilio Pacheco Berny è nato in via Guanajuato 183 nel quartiere Rom di Città del Messico il 30 giugno 1939, dove ha vissuto gran parte della sua infanzia, per poi trasferirsi nella città di Veracruz dove visse con i nonni.
La sua iniziazione alla letteratura fu dovuta a due aspetti fondamentali, il primo fu la scoperta di una grande biblioteca di famiglia, il secondo, l'esperienza con il professor Moreno Tagle, che conobbe all'età di circa quindici anni e che fu colui che guidò lui nelle sue prime letture e nel fatto di conoscere la letteratura messicana.
Tuttavia, la sua passione per la letteratura inizia in tenera età, quando all'età di 8 anni frequenta un adattamento musicale di Don Chisciotte de la Mancha, diretto da Salvador Novo, al Palacio de Bellas Artes di Città del Messico; e secondo le sue stesse parole, quello spettacolo gli rivelò che il linguaggio in cui è nato «può essere per chi lo sa usare, qualcosa di simile alla musica dello spettacolo, ai colori degli abiti e delle case che illuminare il palcoscenico».

https://es.wikipedia.org/wiki/Jes%C3%BAs_L%C3%B3pez_Pacheco
UE Feltrinelli