martedì 22 maggio 2018

Tre poesie lette da Sara Pusceddu

da: Per chi fa turni di notte, Ass. Culturale Pellicano, 2017

1.
questa non è una poesia d’amore
perché non ha fine né principio

sbanda a ogni curva e s’infila
in ogni volto che passa vicino
questa è soltanto una vita inquieta
che non smette di penare e si offre
a ogni passante che afferra come può
sugli occhi nella bocca e fra i capelli
la notte resta sveglia in poca luce
s’abbandona a ricordi non completi
finché ogni alba riporta la certezza
di non sapere cos’è la poesia e l’amore

non potevo,
non potevo nascondermi
dentro la tua pancia
non potevo
le braccia erano piccole e
brevi i sospiri
ed io sentivo
 per la prima voltacome poteva essere bello
e facile morire
aspetto così di tuffarmi ancora
dentro il tuo piacere
sapendo, sono certo,
di non saper nuotare

senti
questo tetro impero che s’avanza lesto
guardando al mare che diventa cimitero
e uomini sorridenti che fanno contratti
per armare la pace, mentre morti dentro
seminano lutti e pianti all’infinito:
sarebbe meno triste chiudere gli occhi
per sempre


Sara Pusceddu vive a Porto Torres. La maggior parte della sua esperienza nel canto e nella rappresentazione scenica si è svolta attraverso la partecipazione all’attività musico culturale dell’associazione Cantori della Resurrezione, anche in qualità di solista contralto, sotto la direzione del Maestro Antonio Sanna e nell’ultimo periodo sotto quella del direttore Fabio Fresi. In quest’ambito ha partecipato a numerose rappresentazioni sceniche ed eventi in Italia e all’estero fra queste: il “Canto delle pietre”, “Rappresentazione di Anima e Corpo” di Emilio de Cavalieri , “Il festino nella sera del giovedì grasso avanti cena” di A. Banchieri sempre insieme alla Coperativa Teatro e/o Musica di Sassari , “Festival dei due mondi”di Spoleto”. Presente anche come solista nei CD  di Canto Gregoriano “Ad Te Levavi” e di Composizioni per coro su testi e melodie di tradizione orale Sarda “Anghelos cantade” Di recente ha collaborato con la Botte e il cilindro, mentre prosegue con le sue passioni, nei luoghi possibili. In quest’ultimo periodo collabora anche con M° Salvatore Delogu, chitarrista d’eccellenza che l’accompagna fra letture di poesia e canzoni d’autore.

giovedì 17 maggio 2018

Cura senza ferri, ovvero il racconto di un 'degente'


Marco era ormai lontano dalla sua Sicilia, dove sarebbe stato impossibile vivere senza l’ombra addosso della mafia su qualsiasi lavoro volesse fare. Ma lui non voleva fare un qualsiasi lavoro né un lavoro per vivere: doveva seguire assolutamente la sua passione: scrivere o suonare e scoprire chi avesse la sua stessa passione e aggregandosi poteva avere una voce leggermente più alta!
Non era neanche più a Firenze, né Ravenna e neppure in Abruzzo. Ma neppure a Roma, dove a lungo aveva tentato di continuare nel proprio lavoro senza morire di fame. Di fame certo no, ma di cuore certo che sì.
In questo modo, avendo lasciato molte opportunità e offerte (con corruzioni allegate) si era spesso trovato colpito da delusioni con botte al cuore! Aveva avuto in questo modo la possibilità di visitare molti, troppi ospedali: Catania per primo, ma anche Trento e soprattutto Roma: aveva scoperto che le sue ‘botte’ erano determinate non tanto dal fumo o dallo stress, bensì dai dispiaceri.
Quindi appare naturale ciò che racconto dell’ultimo recente episodio accaduto al nostro protagonista.
Dopo un infarto, un aneurisma addominale e due infarti di seguito (uno a poche ore dal primo all’interno della stessa terapia intensiva) aveva deciso di andare a vivere in Sardegna. I motivi erano diversi: l’umanità e la forza del popolo sardo, la concentrazione di attività artistiche, soprattutto quelle non ‘aiutate’ dalla politica ignorante e sporca, avevano deciso ch’era il posto giusto per godersi gli ultimi cammini della propria esistenza.
Visite accurate per leggeri malesseri, medici precisi e soprattutto puntuali, nelle varie branchie della medicina portarono i nostro eroe a convincersi ch’era tempo di farsi spaccare di nuovo. Così decise per il sì: ma come fare con gli impegni che erano la sua vita e nel tempo divenivano sempre più rari?
Pazienza, il suo amico, che lo aveva preso in carico avrebbe provveduto. Ma…
Dopo le indagini all’Ospedale di Ozieri e la successiva visita cardiologica all’ospedale di Oristano fu spedito immediatamente a quello di Sassari. Anche qui, come tutta la Sardegna si meravigliò per la gentilezza, pulizia e precisione! questo determinò la sua scelta, pensò: “adesso sì, lo faccio, un taglio pesante, ma da fare e di urgenza”.
Ma come spiegavo all’inizio le cose del cuore fisico non sono come quelle del cuore emotivo: non sa come accadde che nel letto accanto conobbe e scambiò qualche parola con Giulio: giorni prima colpito da infarto che, con coronografia e stent, stava riprendendosi. Mi offriva di tutto anche se non ero in grado di prendere nulla. Con modi garbati ed eleganti, probabilmente dovute al modo di vivere proprio in questa città.
Marco però era piuttosto avvilito di interrompere quel momento sereno di vita da sardo.
Il secondo giorno Giulio ricevette delle visite: una ragazza, scoprirò essere la figlia, mi abbraccia come fossi un vecchio amico, mi prende le mani, mi parla. Con quei modi delicati e leggeri fu un impatto straordinario. Chi ricorda il film Amici miei di Monicelli può immaginare come Marco reagì: “Ho visto la madonna!”
Ma la sorpresa non finiva qui: verso sera, Giulio che riceveva molte chiamate, dopo un breve saluto al cellulare, gli porge il telefono dicendo:
«Silvia ti vuole parlare», presi il cellulare e rimasi muto mentre dall’altro lato la sua voce diceva qualcosa ma che Marco non sa riportare. Ebbe l’impressione che fossero note di Chopin, di un preludio che da tempo mancava alla propria vita.
Solo più tardi pensò alla figura da scemo, oltretutto aveva un aspetto cadaverico, un pigiama gualcito e delle pantofole bucate dalle unghia non tagliate: insomma un mostro.
L’indomani si ripete la scena dell’arrivo di Silvia, stavolta con la madre il fratello e una bambina che capì fosse sua figlia.
Si spostarono in sala d’attesa nel’orario delle visite, dove Marco finse di passeggiare, mascherando indifferenza e di non sapere che stavano lì seduti Giulio con la famiglia o, almeno, quella parte ch’era venuta. Tornò a letto ma, con grande sorpresa di Marco, Silvia tornò nella stanza a salutarlo con un abbraccio tenero e lo lascia stringendogli a lungo le mani. Il nostro eroe non voleva staccarsi, sebbene la stretta dalle due parti fosse più che delicata.
Sorpreso ancora, specie per un siciliano: il giorno dopo Giulio lo avvisa che Silvia verrà a trovarlo.
La scena non la descrivo, ma lascio immaginare a voi, lettori sensibili e umani. Lui disse solo:
«Domani esco! vieni allo spettacolo? ci terrei». Non aggiunge altro Marco, di colpo il suo cuore fisico era migliorato, ma credo che pure l’altro cuore si fosse ripreso.
Rifletté solo sui padri del suo tempo siculo, se avessero fatto la medesima cosa. Anzi! dimessi entrambi, Giulio perché stava meglio, Marco perché lì non ci voleva rimanere, sentendosi guarito, firmò sotto la propria responsabilità e contro il parere dei medici: Usciva, certo, ma non potendo viaggiare, sperò almeno che il giorno successivo Silvia venisse a sentirlo, assistendo allo spettacolo.
Nei giorni successivi però continuarono a scriversi e a telefonarsi: lui, lei e il papà.
Così Marco rimandò  il suo taglio per tempi peggiori ma la sera dopo Silvia non venne. Marco si dispiacque molto ma ne capiva i motivi. Una donna che lavora e con una bambina piccola ha dei tempi diversi che Marco nei messaggi comprese appieno e apprezzò.
Finito lo spettacolo con un Marco piuttosto triste per quell’assenza, vide Carla che aveva conosciuto qualche tempo prima e, in poco tempo, per uno strano gioco del destino, il giorno dopo iniziarono a lavorare insieme, tutti i giorni o quasi: stessa passione per la musica e per la poesia! Avrebbero realizzato certamente un altro spettacolo, poiché leggeva con la medesima passione e lo stesso sentire del poeta sensibile
Con questo racconto vorrei dimostrare che la miglior cura potrebbe essere, come fu per Marco, un incontro inaspettato. Se poi sono due, o più, ancora meglio.
Marco visse altri 20 anni, ancora continuando a provare emozioni incontrando il pubblico. All’età di 96 anni si accasciò sul palco leggendo e indicando la luna a chi non l’ha vista mai.
Chissà se per molte malattie e malati è così: lo auguro.

 beppe costa

Nota di Laura Foddai:

Silvia scopre ancora una volta la magia che solo da un incontro può prendere vita. Capisce con stupore infantile quanto uno sguardo verso l'esterno, l'attenzione verso un altra vita, possano arricchire l'anima. Silvia non scopre solo la bellezza avvolta in in pigiama stropicciato, vede con occhi più limpidi la gioia che la circonda, la fortuna dentro le sue tasche, e apprende che nella vita la passione e la tenacia vincono anche sulle "botte al cuore" . Silvia affascinata da tanta eleganza e gentilezza sogna di poter presenziare al grande evento, ma il tempo, in ogni sua forma, la costringe a rinunciare. Ma in fondo, in cuor suo, sapeva che Marco non aveva bisogno di lei, sapeva che lui lì sarebbe stato sorretto da tutto l'affetto di cui aveva bisogno. Lui lì aveva già tutto, lui lì avrebbe fatto il suo nuovo, entusiasmante incontro....


martedì 8 maggio 2018

Si conta e si racconta - Tutte le fiabe di Luigi Capuana, di Franca Palmieri

Ho spesso accennato l'uso ormai quasi desueto che nonni, papà, mamme e zie raccontassero ai bambini, prima di andare a letto, una fiaba, da un libro o anche immaginata.
Purtroppo, soprattutto nel nostro paese, questa tradizione è pressoché sparita, lasciando il compito di 'educare' ad uno schermo. Questo ha contribuito, contribuisce e contribuirà forse ancora per molto la nostra civiltà. Il danno è evidente perché i libri in genere e soprattutto le fiabe e i racconti dell'infanzia, restano impresse, aiutano a crescere e, probabilmente, ad eliminare molta volgarità che ormai fa parte del vivere quotidiano. Distinguere il buono dal cattivo (con qualche difetto che anche le fiabe possono avere) è uno dei punti fondamentali per la nostra educazione.
L'opportunità di fare ciò che possibile ci è data dalla passione e conoscenza che Franca Palmieri, scrittrice, ma fino a poco tempo anche fa insegnante, pubblicando una serie di scritti, oltre questo che state leggendo, che trovate in calce alla pagina. (b.c.)

«Non ho fatto e non farò nulla di meglio delle Fiabe»
L. Capuana
Ranocchino (ill. dal web)
Leggere le fiabe di Capuana è tornare bambini e immergersi in un mondo incantato, ma anche realistico, dove appare improvvisa la magia che aiuta a risolvere i problemi quotidiani. Il quotidiano descritto dall’autore, infatti è presente in una memoria antica che ci appartiene e che non è poi così diverso da quello che viviamo oggi, anche se in contesti diversi. Ci ritroviamo in remoti paesetti, in cui tutti si conoscono, governati da Re, Regine, Primi ministri, spesso viziati e con forti brame di potere e ricchezza, dove persone umili faticano a sopravvivere e si impegnano per farlo, mettendo a frutto le qualità possedute o conducendo con dignità una vita grama, senza mai perdere del tutto la speranza. E la fiducia in un cambiamento positivo viene premiata con l’arrivo di un aiutante magico, (forse un’idea illuminante) spesso in seguito ad un’azione generosa, che salva. Nessuno è esente da difetti, ma sia i ricchi che i poveri sono disposti a cambiare essi stessi e a lottare per migliorarsi. Non si può fare a meno di sentirsi catapultati in questo mondo fantastico e viverlo fino in fondo, trovarsi a tu per tu con strani personaggi metà uomini/donne, metà animali, Nani sbilenchi, inquietanti Vecchine da cui non si sa bene cosa aspettarsi; ognuno di noi può scegliere se diventare Sartine o Fornai, Reginotte o Reucci, Principesse in incognito con debiti da scontare, ma l’ intrigo è proprio questo, vivere avventure in cui conta il nostro agire, anche nel rapporto con la magia, senza avere la certezza del lieto fine.

Questa è la bella storia di Ranocchino porgi il ditino, e sentirete qui appresso perché si dica così. Si racconta dunque che c'era una volta un povero diavolo, il quale aveva sette figliuoli, che se lo rodevano vivo. Il maggiore contava dieci anni, e l'ultimo appena due.

Ranocchino da C’era una volta… Fiabe Ranocchino
La povertà costringe un padre di sette figli a prendere la decisione di venderli e il più piccolo, Beppe/Ranocchino si offre volontario per provvedere alle necessità della famiglia. Una vecchina trasforma il bambino, che nessuno vuole, in un tenero ranocchio di cui si innamora una Reginotta, tanto da volerlo sposare. L’amore del Re per la figliola gli farà affrontare difficili prove che metteranno in luce la compassione, lo spirito di sacrificio e l’amore verso gli altri per un lieto fine.
C'era una volta un Re e una Regina, che avevano una figliuola bruttissima e contraffatta nella persona, e non se ne davano pace. La tenevan rinchiusa, sola sola, in una camera appartata e, un giorno il Re, un giorno la Regina, le portavan da mangiare in una cesta.
La fontana della bellezza da C’era una volta… Fiabe
Padellina ill. di Lucia Scuderi
La misera condizione di una famiglia e la preoccupazione per l’avvenire danno origine ad una fiaba ironica e divertente in cui la protagonista generosa e sensibile sa apprezzare il dono di una fata e con questo creare un futuro migliore.
C’era una volta un contadino che aveva una figliuola. Egli andava a giornata; la figliuola filava stoppa o tesseva tela per conto delle vicine: così campavano la vita.

Padellina da Il Raccontafiabe Seguito al «C'era una volta...»
Una fata premia l’altruismo di una ragazza povera con il dono di una padellina. L’oggetto produce cibo senza fine e guida la protagonista verso il suo avvenire. Nel corso degli eventi l’invidia si scontra con la solidarietà e la diffidenza, nonché l’arroganza lasciando spazio al bene.
Comare Formica da Ti racconto una fiaba

C'era una volta una povera donna che viveva del suo lavoro. Arrivata in un paese dove nessuno la conosceva, aveva preso in affitto una cameretta a pian terreno e lavorava, lavorava da mattina a sera, filando, tessendo, cucendo, secondo le richieste della gente. Di quel po' che guadagnava, un terzo lo spendeva per vivere, e il resto lo metteva da parte. Campava quasi con niente.

Comare Formica da Chi vuol fiabe, chi vuole?
Una sarta laboriosa svolge la sua attività con gioia e impegno, nonostante le ristrettezze economiche, senza ascoltare critiche ironiche. Nessuno sa da dove viene, finché afferma di essere figlia di re e regina, di voler costruire un palazzo e prendere marito, dopo essere ringiovanita. Tutto quel che racconta si avvera e anche se accadono fatti molto strani, riesce a convertire i vizi in virtù. 
Tartarughino
C'era una volta un poveraccio che viveva facendo da corriere. Lo spedivano qua, lo spedivano là; e perché era lesto di gambe, lo chiamavano Saetta. Lo pagavano male; certe volte non lo pagavano affatto col pretesto che, non avendo recapitato in tempo una lettera, aveva mandato a monte un affare importante. Non voleva dire! Purché non perissero di fame lui e la moglie, non rifiutava di tornar a servire anche coloro che non lo avevano pagato.

Tartarughino da Si conta e si racconta (Fiabe minime 1911-1913)
Un corriere desidera un figlio che prosegua il suo lavoro, tuttavia non riesce ad averne. Per puro caso gli capita una commissione in cui ha l’opportunità di fare del bene ad uno sconosciuto, ma nonostante la buona volontà non ottiene l’effetto desiderato. Il committente gli regala un figlio che si rivela essere una tartaruga con volto di bambino. Questi viene cresciuto da lui e la moglie con grande amore, a dispetto della menomazione e alla fine, le sue buone intenzioni vengono ripagate.

Queste sono solo alcune delle fiabe di Luigi Capuana, tratte dalle Raccolte C’era una volta… Fiabe, da Il Raccontafiabe Seguito al «C'era una volta...», da Chi vuol fiabe, chi vuole? e infine da  Si conta e si racconta (Fiabe minime 1911-1913).

A partire dal 1882 Luigi Capuana da scrittore verista diventa narratore di fiabe con grande successo, tanto che la sua prima raccolta, C’era una volta..., viene ristampata venti volte e gli permette di non avere problemi economici. Alcuni indizi, tuttavia, rivelano la sua natura verista, quali ad esempio l’assenza di intenzioni moralistiche o il recupero del folklore siciliano.  Le sue fiabe, pur essendo inventate, non si distinguono da quelle tramandate dalla tradizione popolare, infatti il linguaggio e la struttura narrativa si fondono con i modi narrativi popolari a cui egli unisce però l’originale creatività, sia nelle storie, che nei personaggi. Ne risulta un’armonia che lo valorizza e lo rende apprezzabile. Sin dall’inizio infatti lo scrittore stabilisce un patto con il lettore, chiarendo che lui è il vecchio cantastorie o il nonno che racconta, mentre alla fine torna ad essere autore-complice. Anche nell’uso dei nomi si nota una perfetta simbiosi tra invenzione e tradizione, in quanto  vengono usati nomignoli che  rappresentano l’essenza del personaggio e per questo si declinano in forme alterate o composte. 
Luigi Capuana
Ad esempio diminutivi quali, Ranocchino, Tartarughino sono dati a personaggi vittime di un’esclusione. Capuana è attento anche alle illustrazioni di cui riconosce l’importanza nella funzione comunicativa ed è molto abile nell’inserimento di strutture ritmico-poetiche in punti precisi del racconto rendendolo fluido e vivace, favorendone così la comprensione e la memorizzazione. Per lui la fiaba è una produzione artistica e non solo un genere destinato ai bambini, anche se la sua lunga esperienza pedagogica traspare nelle scelte di stile e nella conoscenza del mondo infantile a cui si rivolge non trascurando la morale, seppur non esibita. Inoltre egli stesso annuncia che la scrittura delle fiabe è un fatto eccezionale per lui, senza paragoni con le altre sue opere, sottolineando che queste ultime sono l’esito di una programmazione, mentre le fiabe nascono da un entusiasmo che lo rende strumento di una ispirazione esterna, evidenziando che prova  grande piacere a scriverne. Capuana scrive le sue fiabe adottando un italiano non solo di stampo manzoniano, ma notevolmente rivolto alla letteratura, tuttavia Rosaria Sardo scrive che i sicilianismi nascosti a livello fraseologico sono tanti e alcuni manipolati in modo parziale, come ad esempio nel caso di: Rodere qualcuno (vivo), per “colpire, affliggere una persona” o “angosciare preoccupare profondamente” in siciliano rusicarisillu vivu vivu (Si racconta che c’eraun povero diavolo, il quale aveva sette figliuoli, che se lo rodevano vivo - Ranocchino). Il siciliano si trova nascosto anche nelle filastrocche che punteggiano le fiabe di Capuana, per esempio in Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta/Chi non gli piace, me la riporti. Ranocchino.  Rima siciliana sottesa: cotta/m’arripotta.

Teatro stabile di Catania
L’universo fiabesco di Capuana è popolato da fate, maghi, nani, streghe, orchi, lupi mannari, ma anche da personaggi della vita reale, reucci, reginotte, ministri ricchi e potenti, accostati a contadini, sarte, falegnami, cuoche, corrieri, quasi sempre indigenti. Ci sono grilli, ranocchini, bambini minuscoli, principesse - serpenti, una tartaruga con la testa da bambino, una bimba piccina che viene offerta a una sirena e vecchine prese in giro pronte a scagliare maledizioni. L'elemento fantastico e magico, nelle fiabe di Capuana, si unisce al quotidiano, che emerge dalle descrizioni di poveri paesi, di stradine animate da ragazzacci che si inseguono, dalle chiacchiere delle donne impegnate a cucire o cucinare sulla soglia di casa. Nelle sue fiabe si possono facilmente riconoscere molte funzioni individuate da Vladimir Propp, linguista e antropologo russo, quali l’allontanamento, la partenza, il viaggio, la prova, il mezzo magico, il ritorno, il lieto fine. Si parte da una situazione iniziale modificata da qualcosa di inaspettato, o da un’azione cattiva e successivamente il racconto si sviluppa, con un intreccio articolato, attraverso diverse avventure che vive il/la protagonista, prima della conclusione. I personaggi sono l’eroe, l’antagonista, il donatore, l’aiutante, la persona ricercata, il mandante. Spesso i protagonisti riescono ad apportare dei cambiamenti alla loro vita, grazie al sostegno di aiutanti magici, maghi e raggiungimento il lieto fine. Tra i motivi ricorrenti presenti in altre fiabe, troviamo: la coppia che desidera un figlio, l’abbandono del bambino da parte del genitore, l’anellino fatato, il bambino minuscolo, la gelosia tra sorelle e le trasformazioni in animali.
“Capuana scrittore per l’infanzia ha ricevuto nel tempo unanimi consensi per un corpus narrativo unico per consistenza, varietà e felicità di realizzazioni in Italia, dopo Collodi e prima del geniale mae-stro/letterato novecentesco Rodari.” Rosaria Sardo in Il dialetto nascosto nelle fiabe di Capuana, fra istanze normative e istanze mimetiche

Franca Palmieri, 8 Maggio 2018

leggi anche: http://beppe-costa.blogspot.it/2017/11/si-conta-e-si-racconta-di-franca.html
http://beppe-costa.blogspot.it/2018/01/si-conta-e-si-racconta-da-basile.html


domenica 15 aprile 2018

Il silenzio è la mia voce, Pellicano 2018

Fra le nostre novità, in questi giorni  esce la raccolta di poesie, realizzata interamente dall'associazione L'Officina che, nelle Marche, realizza laboratori di scrittura e poesia. In questo caso le 'voci' provengono dalle detenute e detenuti delle carceri di Pesaro. Siamo orgogliosi, dopo avere pubblicato 'voci senza  pubblico' e lettori, di avere realizzato questa antologia, sperando sia la prima di una lunga serie.     
Per avere il libro clicca QUI

ISBN 978-88-99615-48-2
pag. 106, € 10.00
[...] La poetessa americana Sylvia Plath, esponente di punta dello stile chiamato “confessionalismo”, diceva che: “le carezzesui graffi si sentono di più”.
Leggendo le poesie scritte dalle detenute e dai detenuti, ci rendiamo conto di quanto sia esatta questa affermazione e ci accorgiamo di come, proprio la poesia, possa essere la forma artistica più liberante e più appropriata per costruire una relazione di senso con le storie e le vite di questi scrittori.
Essi, proprio attraverso le parole, ci mostrano le loro ferite, in attesa delle carezze di chi leggerà.
Antonio Mastrovincenzo
Presidente del Consiglio Regionale delle Marche


Il silenzio è la mia voce, una voce che non tace, deflagra. Il corpo è la mia tomba, una tomba di carne che chiamano “vita”.
La “vita” è un numero, un numero anonimo da punire, chiuso in un contenitore di altri numeri.
Questo renderà migliori o redimerà gli errori? Ascoltate le voci di questi silenzi, il suono che vi sopravvive ancora. Leggete le parole di queste pagine, il racconto delle loro sconfitte, il loro desiderio di riscatto. Leggete, ascoltate, ma non con occhi e orecchi, fatelo con l’umanità che vi abita.
Voi che siete fuori, fate breccia nelle vostre prigioni interiori, perché chiudere dentro è come chiudersi fuori dalle esistenze di chi ogni giorno sfiorisce dietro le sbarre e perché nessuno potrà vivere davvero libero finché a qualcuno sarà negata la libertà.
Marco Cinque



1.
Autobiografia

Sono l’universo
sono il fuoco che brucia l’acqua
sono gli occhi di chi non c’è più
sono il cuore che non batte,
ma che riesce a muoversi.
Vorrei e lo sono
l’universo
che non ha più spazio.

Emanuele R.

2.
Autobiografia

Ero pagina bianca
poi fogli macchiati di lacrime e sangue
senza parole d’amore
solo frasi di ingiurie
solo storie di terrore.
Ero un diario di lacrime sangue e paure.
Ora sono un libro bruciato
pezzetti di pagina sopravvissuto al fuoco
pezzetti di puzzle che formano l’immagine del vuoto.
Un vuoto che inghiotte
ogni raggio di luce
pronto ad esplodere
a restituire calore
pronto a restituire tutto
sotto forma di parole
pronto a ripagare ogni tipo di emozione
sotto forma di parole.
Un giorno sarò calore per il cuore
sarò intemperie per le maschere del vuoto interiore.

Mattia Morganti

3.
Ricordo il caldo abbraccio di mia mamma
dolce il suono di una ninna nanna
un amore incondizionato
un amore che può darti solo chi ti ha creato.
Ricordo i consigli che non ho mai ascoltato
le mie scelte che il tempo e il fato
non mi hanno perdonato.
Ricordo i miei vent’anni
troppo pochi per cosi tanti drammi
avrei voluto amarmi
o almeno riuscire a perdonarmi.
Ricordo tante vite che ho sprecato,
speranze che come immondizia ho gettato.
Ricordo il mio riflesso allo specchio
che più non mi assomiglia
e la mia vita in frantumi come cocci di bottiglia.
Ricordo ricordi sfuocati,
risultati di errori e pensieri deviati,
tutte le strade giuste che ho lasciato,
tutte le volte che prima ho agito e poi pensato.
Ricordo incubi nel cassetto,
un mostro sotto il letto,
scheletri nell’armadio,
inchiostro e sfoghi sul diario.
Ricordo tante vite e tante scarpe consumate
su questo asfalto di questa strada.
Ricordo la mia mente
che confonde i miei ideali
corrotta dal mio angelo custode
con le corna e senza ali.
Ricordo troppi giorni amari
buttando gin e campari,
ricordo anestetici per questa vita dolorosa,
ricordo sempre anni sotto effetto di qualcosa.

Scherica Tallevi








sabato 14 aprile 2018

Lorella Crivellaro, Il volto smarrito della tenerezza, Pellicano 2018


Appena uscita una nuova raccolta di poesie di Lorella Crivellaro: Il volto smarrito della tenerezza
(Pellicano, aprile 2018) ISBN 978-88-99615-47-5, pag. 106, € 10.00

Posso senz'altro scrivere di questa nuova scoperta, fatta ancora in rete. Mezzo che, se usato bene, può dare delle sorprese. L'uso è fondamentale. Fra tante macerie e presunzioni critiche accompagnati da funerali alla poesia e ai poeti, ancora una volta devo smentire, con prove certe, quanto invece sia viva, la difficoltà semmai sta nella cecità degli editori, grandi o medi che non stampano e non distribuiscono più neanche i grandi del passato. Così che, anche in questo,  la rete sazia la sete di quanti, come la nostra Autrice, al contrario, ne fanno mezzo di sopravvivenza.
La poesia non solo è più viva che mai, ma è ben migliore di tanti 'tromboni' venerati del passato.
Poiché oggi manca il sogno, la speranza, di pace o di lavoro che sia e proprio questo ci fa avvertire il vuoto e il nero che non già avanza, bensì a conquistato masse (definiti numeri) che si uccidono senza motivi, governati da pochi esseri infami e assetati d'un potere precario: visto che per tutti la morte arriva.
Quindi c'è in queste poesie come in altri tanti poeti attuali, la ricerca o se vogliamo, la speranza di un sogno, certo, d'amore soprattutto, ma in senso generale. Con parole precise, senza svolazzi inutili, la ricerca della propria identità, l'utopia del sogno e la speranza d'un mondo che cambi.
Ma lascio ai versi di Lorella Crivellaro che meglio delle mie parole dicono:

1.
Avere sempre cura di te

e rifugiarsi nel ricordo
nella fragilità di mani
che si sfiorano
fino ad abbandonarsi
all’eternità.

Non muore l’amore
nulla si dissolve
nel luccichio di stelle
quasi smarrite
a rincorrere la luce.
Pure nell’assenza
si svela la presenza.

Si solleva lo sguardo
e dita ferite
dall’ingiuria del tempo
ritrovano conforto
accarezzando l’invisibile.

2.
Quando ci sembrerà di camminare scalzi

lungo tratti sconnessi di sentieri sconosciuti,
quasi forestieri i nostri passi nell’incespicare
dei giorni a venire, sentiremo improvvisamente
un tremore inatteso sfiorarci la pelle,
lieve carezza sulle nostre spalle ricurve.

Sapremo come allontanare ogni distanza
che imprigiona l’esistenza
e nessun rimorso, nessuna paura
seppellirà i nostri sogni nell’agonia dei desideri.
Saranno lontani i compromessi
che la realtà impone al presente.

Amabili segreti coglieremo nella sala d’attesa
dei pensieri dismessi e spogli di confusi alibi
ci sveleremo nell’amore senza riserve.

Non ci perderemo nell’abbandono,
nelle pretese inutili. Impareremo ad amare
anche nel silenzio, compagno della solitudine,
nella libertà del dono reciproco di un istante,
incanto di braccia protese
a scorgere un’ombra di luce nell’infinito sguardo
che accoglie l’universo.

3.                              Daniel Varujan                              
Ti scalderò
le mani tremanti dal freddo.
Non sanno più riconoscere
un gesto d’affetto
per il cuore trafitto
da chi ha indossato la morte.

Ti porterò
dove il male non esiste
e nessuno ci potrà piegare
con il fardello dell’iniquità.

Ti saprò ascoltare
nel tuo silenzio
che mai ha avuto amore.

Ti insegnerò
che anche sepolta dai soprusi
sopravvive la libertà di pensiero
come fiore che non si lascia intimidire
da chi vuole strapparlo alla radice.


[...]È assai probabile che la nostra Autrice abbia frequentato e frequenti molti libri di poesia, tale è l’attenzione che credo di cogliere in ogni goccia qui scritta. Un’attenzione rivolta spesso e soprattutto alle ultime grandi voci della poesia, voci di poeti poco ascoltati da vivi, la cui celebrazione sempre e soltanto postuma fa pensare a quanto spesso i critici tendano a politicizzare nel modo più servile il loro lavoro.
Per fortuna, come sappiamo, qual che ne sia la forma, l’Arte, abitando l’interiorità di ciascun pensante, può dare un’anima alle cose che esprimendo tocca e muovendo trasforma. Perfino la cosa più minuscola - sia essa dotata di concretezza propria o invece generata dalla capacità del nostro pensiero astratto - trova, alla stessa stregua della persona umana, la sua dimora in quell’Essere che le è proprio e che tuttavia la trascende, conferendole un destino che è, a un tempo, singolare e universale. Nel caso di Lorella Crivellaro, della sua ars poetica che attraverso “Il volto smarrito della tenerezza” abbiamo rivissuto in noi stessi seguendone gli appassionati e appassionanti versi, notiamo come in essi persista una straordinaria, fortissima umanizzazione delle cose, cioè dei significanti, che - appunto nel significare ogni singolo verbum - agiscono e sono agìti, attraverso l’intera struttura versuale, come l’elaboratissimo rovescio di una tela linguistico-espressiva la cui intima, segreta tessitura è ricca di preziosi e felicemente ritrovati intrecci, tant’è che qui abbiamo a che fare indubitabilmente con una poesia dalla quale ritengo non possa assolutamente essere disgiunto - in tutta la sua potenza animatrice e trasformativa - l’amore, nel senso che questo assume da ultimo in Platone.[...] La cura estrema delle parole, di ogni parola, come quella di ogni verso contiene la perfezione ritmica della musica; del cuore, oserei dire: quello di colei che scrive, quello di noi lettori.[...]

dalla postfazione di Antonino Caponnetto

domenica 1 aprile 2018

Chiudono molte librerie indipendenti: crollo della cultura

Un ulteriore calo pesante determinato da crisi di vario tipo. Continuano a chiudere la gran parte delle librerie indipendenti. Gli italiani non hanno mai letto troppo, lo si sa da tempo, ma a questo si aggiunge anche l’incapacità e la voglia del libraio stesso di aggiornarsi, di consigliare al pubblico libri che dovrebbe leggere ma non ha tempo e, soprattutto, di ordinare, a richiesta, anche i volumi editi dai piccoli editori. Non limitandosi a contemplare in vetrina e al banco i vari Vespa, Volo, Dan Brown.
Contribuisce anche lui a spostare  anche i lettori più attenti verso le librerie online, che diventano sempre più attenti al loro pubblico sia per i costi che per la velocità del servizio.
Malgrado centinaia di sigle editoriali le librerie indipendenti sono ulteriormente scesi a circa 800 unità. Incredibile ma vero, mentre da noi chiudono, in Francia, Gran Bretagna (per citare solo i vicini di casa) ne aprono a centinaia, sostenute certo da leggi che, in qualche modo, ne limitano la concorrenza, sia con detrazioni fiscali che con tetti di sconto.

lunedì 26 febbraio 2018

Storia di librai: Dante Costa, Pellicanolibri - Roma


Dante, della Pellicanolibri, libreria nella periferia romana, nel quartiere Casalotti:
da bambino usciva da scuola ed entrava nella libreria del nonno.
E, a quel punto, i compagni diventavano proprio loro, i libri… Il suo consiglio per il libraio esordiente? Una sufficiente dose di passione…

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