martedì 2 febbraio 2016

Giovanna Iorio, Frammenti di un profilo, Pellicano

ISBN 978-88-941175-3-0 pag. 90, € 10.00

Come quasi sempre mi è accaduto, la possibilità di scegliere è toccata a me. 
Questa è una delle poche ricchezze avute nel corso della vita. Naturalmente non ho potuto scegliere famiglia, parenti, città dove vivere che, sono state altresì condizionati da eventi non descrivibili facilmente in questo spazio, ma che certamente i più ‘vivaci’ comprendono. 
A questo mio scegliere si sono aggiunti Marco Cinque e Igor Costanzo; uno con un bagaglio umano immenso e un sacco di attenzioni verso i più deboli, i bambini, i carcerati e, più in generale le vittime di soprusi; l’altro invece con tutto il seguito di poeti stranieri.

Cinema, musica, libri, poesia e certamente i poeti. Non avendo potuto incontrare alcuno del passato li ho cercati nel presente e così, quasi sempre senza mezzi o con pochissimi, ho scelto anche quelli da pubblicare: talora senza conoscerli oppure, oggi più facilmente, attraverso la rete. Che scruto, leggo, a volte con nausea o, peggio ancora, con noia, ma, anche se raramente, con grande interesse.
Così, in effetti scrittori e poeti sono ‘apparsi’ per la mia via, anche i più recenti. Se in passato avevo avuto modo di conoscere e pubblicare alcuni ormai scomparsi, oggi sono già presenti, mia presunzione certo, alcuni dei migliori che, con grande naturalezze e\o per affinità, diventano anche gli amici più stretti (non avendone quasi per nulla attorno).
Così sono le loro parole, quelle scritte che mi intrigano. Come è accaduto in anni recentissimi per Stefania Battistella, Iago e ancora per Marco Cinque, Leonardo OnidaValeria Raimondi, Stefano Iori e Antonino Caponnetto così come per Giovanna Iorio, motivazione di questo pezzo (o post se volete) che state forse per leggere e io sicuramente per scrivere.
L’Autrice che conosco per ciò che fa e scrive (non quindi per ciò che dice di fare) è un vulcano in attività: triste, ironica, dissacrante, melanconica, sarcastica e ognuno di questi aggettivi si alterna con la rapidità con cui io stesso li scrivo. In poesia. Come scrive Renzo Paris nella nota conclusiva del libro:
“Frammenti di un profilo non hanno nulla che vedere con il frammentismo dei primi decenni del secolo scorso, riguardano invece l’attività della poetessa su facebook dove spesso si leggono i suoi versi brevi. Come per il romanzo, che nei social diventa “post-romanzo”, inteso proprio come post, anche per la poesia è nata una specie di post-poesia. Quelle di Giovanna sono poesie brevi, risentite, che formano una specie di monologo interiore che risponde alle ferite della vita. Si leggano le poesie sul padre, la fonte stessa del suo poetare. È il dolore comunque il tema centrale di “Frammenti di un profilo”, di chi crede che non si può essere felici se gli altri non lo sono. “Chi uccide un bimbo/la notte dorme”.
Ed è l’innocenza vista negli occhi dei bambini che ricorda “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante. E se quel “tu” a cui si rivolgono questi versi liberi, senza speranza, fosse un assassino? La poetessa è sola, leggetela.

La brevità non è che la sintesi cui ancora più spesso dovrebbe abituarsi chi scrive. Lungi da me condannare una poesia perché è lunga o corta ma una cosa è abbastanza certa: la poesia non vuole, non deve e non è racconto dell’accaduto, ma una traccia, un fulmine per il lettore che interpreta e (forse) scopre l’intero pensiero e poiché ogni lettore è diverso, diversa sarà l’interpretazione che ne verrà data.

estratto dal volume:

Ti ho scritto una lettera
ma una lettera sola
la prima lettera.
È il tetto di una casa
una montagna
una tomba.

***

Ecco i bambini a pezzi
sulla striscia di Gaza.
Sono davvero inutile
continuo a respirare.
Non so neppure
ricucire quei piccoli corpi
piccole mani
chiudergli occhi
farli addormentare.

***

Dal cielo sono caduti
fogli bianchi.
“Adesso vi bombardiamo”.
Allora sono andato di corsa a casa.
E sotto le macerie mia madre
ora abbraccia mio fratello
e mio padre corso a cercarmi
ora abbraccia la polvere
resto solo io della mia famiglia
ho fatto tardi
aspetterò il prossimo aereo e il foglio bianco dal cielo
dell’esercito d’Israele che avvisa:
“Adesso vi bombardiamo”.
Se sarò bravo abbastanza morirò
abbracciato alla macerie della mia famiglia.

***

Il dolore è un altro cuore
Te lo porti dietro
sul petto nella tasca interna
della giacca
anche lui batte batte
vive a contatto
con l’altro che si è fermato
all’improvviso rotto
poi un giorno ha ricominciato.

***

Se dio non esiste
facciamo che dio
sta nelle parole
e facciamo che ogni parola
è viva
e facciamo che ogni parola
ha dentro il sangue
e facciamo che quando un innocente muore
muore una parola
muore dio
muore il mondo.

***

È troppo facile dimenticare
perché si scrive.
E si scrive per non dimenticare
perché si vive.

***

Sono diventate sottili
le gambe di mio padre
un trampoliere
in mezzo alla stanza
il tempo passa
come un pesce muto
apro la finestra e l’aria
entra a cercare le sue ali.

***

Mio padre era altissimo
ma ora si è abbassato.
O forse sono più basse
le montagne intorno.
E il cielo gli viene incontro.


Giovanna Iorio vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie tra cui In-Chiostro (Delta 3, 2013); Mare Nostrum (Cfr, 2012); Una Venere nel Tevere (Cfr 2013); La/crime/ndays (Cfr, 2014) e le raccolte di haiku  pubblicate con Edizioni Progetto Cultura Al cappero piace soffrire (prefazione Marco Simonelli 2013) e Lucciole & Lanterne (prefazione Luca Cenisi 2015).
È presente in diverse antologie. Scrive racconti per Storiebrevi.it Feltrinelli e Roma&Roma. I suoi radiodrammi sono stati trasmessi nel programma Il Cantiere, Radio Rai 3 e Radiolibriamoci web. È redattrice di Finzioni e ha due blog Amici di letture e di leggerezza e il Poetry Calendar con Le Storie invisibili.

Per acquistare il libro clicca QUI


venerdì 29 gennaio 2016

Scopri il mito prima che scada

Fernando Arrabal
Oggi (pare) nessun morto importante da segnalare,
così il mio pensiero e cordoglio va ai tantissimi cui manca
(e ai tanti ancora vivi, malgrado siano noti, nessuno parla)

Questo scrivevo qualche tempo fa su face book.
Sembravo tendenzialmente -almeno in prima riga- piuttosto cinico ma in verità rispecchiavo il cinismo di altri, molti altri, a partire da chi, con importanti strumenti come radio, giornali e televisioni, per anni non aveva considerato minimamente il ‘personaggio ancora in vita’.
Così la rete non fa altro che amplificare ciò che gli altri mezzi d’informazione diffondono con l’aggiunta del ricordo personale del personaggio cui pare tutti, ma proprio tutti, si sono formati nel tempo.
Gli ultimi due casi David Bowie ed Ettore Scola. Anche qui nei commenti si legge (quasi) sempre di trovarsi dinnanzi alla sparizione degli ultimi geni.
Le osservazioni sarebbero tante ma mi soffermo solo sulla certezza che non saranno gli ultimi; finché ci sarà una sola persona che legge ci sarà sempre un mito, un grande, che darà all’arte qualcosa che rimarrà per sempre e ci sarà sempre da rammaricarsi per la scomparsa. Altra certezza è che in vita, negli ultimi anni, soprattutto, certo per l’età che qualcuno riesce a raggiungere, nessuno lo aveva diffuso (Scola) ‘anche’ alle nuove generazioni.
Ettore Scola
Così è naturale che la gran parte del ‘pubblico’ conosce il mito proprio e solo quando verrà a mancare.
Naturalmente oltre ai genitori e ai familiari in genere che non trasmettono più ai giovani ciò che hanno, nel bene o nel male, appreso, sono e saranno sempre pochi a conoscere le opere compiute in vita dal personaggio che scompare. Anche se, con i mezzi della tecnologia attuali sarebbe possibile scoprire cinema, arte, musica, teatro e tanto altro disponibile in rete del genio che va via.
Tutto questo cordoglio poi durerà circa un giorno, con tutte le testate giornalistiche che scriveranno pressoché le stesse cose e, nel caso di cinema, qualche rete ne trasmetterà i film.
Mettiamo, per esempio Claudio Abbado, scomparso nel 2014: riempie la rete ma la gran parte degli italiani non ne conosceva l’esistenza, comunque, associava il nome a qualche eco ormai passato e, al tempo stesso, qualcuno si meravigliava che fosse ancora vivo.
Vivo, ma non se ne parla, perché in genere si parla di personaggi che riempiono ogni giorno le cronache, spesso per stupidità o per inaudito successo come, per restare in musica, Giovanni Allevi.
Quindi viviamo in un mondo ricco di persone che all’arte dedicano l’intera vita, spesso con sacrifichi e disagi, talora perseguitati o soltanto malvisti nel proprio paese, alcuni più fortunati ottengono grandi successi ma, la salute, i drammi della vita o soltanto per l’età, sembrano svanire nel nulla per riapparire all’improvviso, morti. Definitivamente.
Questo almeno per spiegare alla meglio ciò che intendevo in quelle poche righe.
Ho avuto la fortuna di nascere subito dopo la guerra e di incontrare, anche senza avere grandi mezzi e senza la rete di oggi, di scoprire Van Gogh e Cezanne, Klimt e Magritte, così come Chopin, Bach e Mozart e tutti scoperti attraverso i libri che oggi (malgrado l’enorme quantità prodotta) sembrano abbandonati a se stessi. E di incontrare e conoscere diversi personaggi nel campo delle tante arti da Gaber a De André, da Léo Ferré, Enzo Jannacci fino ad attori come Arnoldo Foà e tantissimi poi gli scrittori come la Ortese, Goliarda Sapienza, Moravia, Arrabal.
Folla di ragazzi in libreria

Scoprendovi spesso le intimità, le paure, le insicurezze e, qualche volta, anche le difficoltà economiche. Non ho mai trovato tanta rabbia o cattiveria come invece capita oggi.
Forse perché c’è una grande lotta per avere successo? Ciò che prima era ricerca di sé e passione, si è trasformata in bisogno di riconoscimento a tutti i costi.
Più volte è stato detto che sembriamo un popolo di opinionisti e creduloni (migliaia sono le notizie bufala, costruite a volte in modo divertente, quando è il loro scopo, ma più spesso ci cadono a migliaia e le ripetono all’infinito).
Così anche i testi delle canzoni, salvo qualche caso raro, spesso più noto all’estero, non hanno anima. Il cinema, soprattutto quello americano, copia se stesso, riproponendo storie già viste.
In fin dei conti è proprio vero che più strumenti ci sono e più la creatività sembra svanire, per arrivare - non tanto “infine”- alla poesia che non sa più trovare argomenti e così copia dal racconto ciò che le serve per vestirsi bene e ripresentarsi al pubblico come una diva attempata incapace di riconoscere se stessa.
Inizio modulo
Fine modulo


lunedì 25 gennaio 2016

Zairo Ferrante: Come polvere nei cassetti


David and Matthaus Art e Muse Edizioni
ISBN: 9788869840548, p. 102. € 12,90

Accade a volte che il poeta senta su di sé i dolori altrui, tanti.
Qualche volta, più raramente, ai giorni nostri, accade che chi scrive, nello scrivere, senta i propri anni moltiplicarsi così tanto, da credersi, malgrado giovanissimo, già vecchio, piuttosto stanco e, soprattutto, stracolmo di ricordi.
Accade, ancora più raramente oggi, che chi scrive abbia frequentato e frequenti le scritture di altri che lo hanno appassionato, sentendo addosso quei dolori descritti, sempre eguali eppure sempre diversi, raccolti nel corso degli anni, dei secoli e di tempi senza tempo.
Proprio questa sarebbe, o è, almeno per me, il raggiungimento finale del poeta, malgrado lo stesso non se ne renda mai conto, non sarà mai consapevole di ciò che negli anni non è toccato a lui, ma all'intera umanità. Per questo ne è profondamente toccato e, talora, anche ferito.
Questa “polvere” racchiude non solo la vita o le vite dell’autore “Zairo” ma la complessità e la voglia di essere “solo uno e soffrire come tanti”, per questo forse si occupa di un sogno, in questo mondo di poeti distratti più di altri, da ciò che ci circonda: così fonda il DinAmismo, movimento artistico rivoluzionario (per quanto questo termine abbia perso ormai senso), cercando con i mezzi moderni della rete di avvicinare e avvicinarsi quanto più all'arte, soprattutto poetica, sopraffatta da una infinità di blog, premi, editori senza scrupoli e con l’assenza quasi totale di libri o di scaffali nelle case e la dissoluzione di molte librerie storiche (normale che i primi a sparire da questi 'territori' siano proprio i libri di poesie).
Forse perché sono tanti in rete non occorre consumare altri spazi?
Come una apparente ricerca di angeli, divinità o di un Dio perfetto le poesie raccolte in Come polvere di cassetti, al contrario cercano l’umano, il contatto, la carne e l’essere di ciascuno.
Una proposta che prosegue la ricerca fra divino e umano in continua contrapposizione, ci si chiede a ogni pagina, dove il verso essenziale da un ritmo non scontato ai passi della propria vita, carichi di buche, di tensioni e, credo bene, per il lavoro scelto, di dolori ben visibili cui forse la parola divina o umana che sia non arriverà mai a dare un senso. Quel dio invocato diviene il 'medico' di se stesso.
Proprio qui troviamo l’autore, nelle poesie che diventano stanze, negli spazi che occupa, più che in quelle che mette a disposizione di altri. Qui, dove ogni pagina è memoria, rivolta o consolazione, scava e continuerà, ne sono certo, a scavare, (prova già a farlo nell'ultima parte del libro) fino a trovare quella dimensione umana che lo renderà meno saggio mentre proverà a ringiovanire. Ma, sicuramente altri errori e altra polvere coprirà gli spazi che occupa augurandogli di lasciare sempre in disordine e colma di fogli almeno la scrivania dove, mentre leggo, mi appare che scrive di sé, degli altri - anche di me - intanto gli angeli (troppo distratti) danzano, malgrado tutto, per l'Universo.
b.c.

Riporto le parole conclusive della prefazione di Michele Zanarella
Diventa un grazie sincero e spontaneo, un grazie alla vita che il poeta ama, accoglie, onora ed elogia. Nel rispetto, nell'umiltà, con amore Zairo Ferrante si affida alla poesia e indossa ali che lo portano in alto, tra parole ben calibrate e di spessore, pronte a mettere radice nel DinAnimismo, il suo movimento poetico-artistico-rivoluzionario delle anime, ufficialmente riconosciuto come avanguardia da una parte della critica letteraria.

alcune poesie tratte dal libro:
Apparenza

L’ora si restringe
e si trascina dietro
anche la luce.
Nel tempo in cui
la morte spadroneggia.
E non è disperazione
ma riposo, quello
che s’addormenta
di questi tempi.

E pur la morte
è viva nel
miracolo della natura.
Tra fucsia crisantemi
che fioriscono dal nulla
e luci di piccole
fiammelle che
squarciano la notte
come fuochi di camini.

E pure la tristezza
che s’avanza dentro al petto,
anch'essa si fa falsa,
quand'in torno
tutt'è Vita
che si nutre di silenzio,
oro vivo che s’insinua
respirato nei polmoni
a portare aria al cuore.

A  mia Mamma

Mentre il sole stanco s’accascia
in un letto adorno di soffice rosso
ed il ferro, che divide la strada
dal verde sfinito dall'estate
trascorsa come una mela divisa,
scricchiola alla luce del vespro
raffreddato dalla sera ch'avanza
lanciando il suo vento sfiancato.
E mentre la luna pone ricurva
la sua gobba a ponente come
questa striscia consumata d’asfalto,
percorsa da me che addosso mi porto,
afflitto, un peso che a volte di colpo
si gonfia e diventa sottile dolore
d’ossa, e di pelle, e di cuore coperto
dal volo insensato e sbagliato di un
gabbiano impazzito che vaga in pianura.

Tu, ancora rinasci, e pur stanca lo sei
ma certo non dormi e combatti e scricchioli,
forse, ma senza rumore e senza sfinirti o
sfiancarti; eppure ti porti il mio e il tuo,
sommati, peso e fardello e mai pronunci
la mia stessa parola - dolore - avendola
trasformata col suono festoso di quattro
lettere, in fila indiana, che formano - dono -.
Come quello che Dio addosso t’accatta
quando, dolce, il tuo labbro si apre.
R che io e gli altri, passanti sperduti,
umanamente chiamiamo sorriso.
(18 agosto 2013)

E parlo a Dio


E parlo a Dio,
che forse Lui m’ascolta quando
in solitaria compagnia muoio nel mio orto.
Lui è risorto, s’è fatto Uomo.
E io...
che uomo già lo sono,
mi faccio dio
parlando un po’ con Lui
per non esser corpo morto.
E parlo a Dio, e così risorgo
anch’io.
Che piccolo come
seme giallo e perso
m’abbandono nell'immenso
della terra per buttare
le radici a non sentirmi
pianta morta
prima del mio nascere.
E parlo a Dio, e così prego
anch’io.
Quando Lui m’ascolta
e nella non risposta
mi risponde
tramite me stesso.
E così anch'io,
senza miracolo
che non sia Vita,
per un poco sento Dio.


Zairo Ferrante è nato ad Aquara (SA) – nel 1983. All'età di 19 anni si trasferisce a Ferrara dove consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Ateneo cittadino. Autore di diversi libri di prosa e poesia.
Nel 2009 ha fondato il “DinAnimismo”, (http://e-bookdinanimismo.myblog.it/) un movimento poetico/artistico già riconosciuto come neo-avanguardia da una parte della critica letteraria. Attualmente, oltre a continuare la propria formazione in ambito medico, gestisce in rete le collaborazioni del movimento Dinanimista proseguendo l’attività letteraria; è possibile leggere suoi scritti su diverse ed autorevoli riviste e periodici culturali, sia on-line che cartacei. Alcune sue poesie sono state tradotte in Inglese, Spagnolo e Francese. 
Presente nel blog della Rai.

oltre alle librerie online è possibile acquistare il libro direttamente dall'editore cliccando QUI



lunedì 11 gennaio 2016

Premio Letterario Internazionale Città di Sassari

Premio Letterario Internazionale Città di Sassari

2016 – IX Edizione

“L’Isola Dei Versi” (POESIA)

leggi QUI il bando completo

Una Iniziativa Editoriale dell'Associazione Culturale Pellicano che si aggiunge a un grande Premio

Ad uno dei tre finalisti della sezione B verrà offerta gratuitamente la stampa, da parte dell’Associazione Culturale Pellicano di Roma, di un volume di poesie (che non superi le cento pagine). Di questa pubblicazione l’autore riceverà in omaggio 50 copie.


mercoledì 6 gennaio 2016

Salvo con tappo di cemento al culo, di Iago

Quante trappole

Foto: Marco Cinque
Oltre alle buche del manto stradale, variamente camuffate, esistono quelle degli atteggiamenti, che non possono essere riparate, agiscono da millenni.
Ora sono solo più “gentili”, hanno studiato maturando una certa consapevolezza genetica.
Arduo compito è evitarle, internet ne amplifica l’efficacia. Come possiamo individuarle prima del tonfo?
Una possibilità ce la offre il senso critico, esaminare la scena con noi dentro senza dare a noi stessi il ruolo di registi, o in parole senza un euro, finirla di sentirci protagonisti e indispensabili per il suo allestimento. Studiare l’epilogo partendo dal prologo rifiutando il riassunto che scarta particolari fondamentali.
Beh, che ci vuole! dice facebook in coro; se viviamo in un’epoca di anaffettivi, che è peggio dell’indifferenza, la cosa risulta dannatamente complicata. 
Non provare affetto. Non avere cura. 
Abbiamo perso, forse è più corretto dire abbiamo barattato, il senso critico con l’organizzazione. Crediamo di decidere e invece ci “decidono”.
File più o meno ordinate di comandanti seguono una gerarchia in cui nessuno è completamente libero e nessuno è completamente schiavo.
Una sorta di medioevo in 3d dove il tempo non offre tempo e l’idea giovane non viene incentivata.
Le poche ore domenicali le prende Checco, mente geniale asservita al potere (e lui lo ammette). Divertente, ma che spreco!
Buon per lui, non sono invidioso delle scopate degli altri, fa bene quel che fa, prende finché può.
Questo è il messaggio che diamo ai giovani: arraffa come puoi, tanto la vita è una merda, la tradizione lasciala ai vecchi in processione.
È inutile poi dispiacersi dell’Isis, della mafia, dell’inquinamento, quando ci vengono confezionati a mestiere, pronti per essere assaggiati e rimessi in frigo.
Non funziona così, io non sono migliore di voi, ma tra i mille difetti ho un pregio; ho messo un tappo di cemento al culo. Ora sì che sono salvo. 
Foto: Marco Cinque

Salvezza 

Mentire per onore non esiste.

Vi hanno mai detto
che per correre bisogna star fermi?

Oggi è il settimo giorno di malattia
presto passerà, per una settimana non sono stato
nella trincea di plastica.

Niente “mi piace” e neanche effimere condivisioni.

Sotto metri di coperte ho posto il mio cuore
salvo fino alla prossima guarigione.




venerdì 1 gennaio 2016

Movimento Dal Sottosuolo: al Cafè Galeter, Montichiari - gennaio 2016


Sabato 16 gennaio 2016 alle ore 21

presso il Cafè Galeter di Borgosotto, in Montichiari (BS), in via G.Guerzoni 92h
organizzato dal Movimento dal sottoluolo







letture di Max Gonzales, Giovanni Mauro, Valbona Jakova e Antonino Caponnetto

accompagnamenti musicali di Massimo Moruzzi



MAX GONZALES è un elemento alquanto insolito all'interno del Movimento dal sottosuolo. Scrive racconti senza raccontare. Pubblica poesia ma non scrive poesie. Fa teatro ma ad ogni sua rappresentazione utilizza facce ed espressioni altrui nonostante sia un convinto sostenitore del teatro povero, in Barba a Grotowsky. Quando parla in realtà non dice, semplicemente ascolta la voce che mantiene viva in lui la fiamma della passione. Ama vivere tra le pieghe dei versi; odia profondamente chi scrive endecasillabi contanto le sillabe. Nonostante tutto ciò è forse l'elemento più serio di tutto il gruppo.

GIOVANNI MAURO nasce a Quistello un afoso giovedì di agosto del 1958. Alle elementari lo ricordano come un bambino grasso, solitario, secchione. Le bambine lo prendevano in giro. Era anche molto miope, comprensibilmente. Nonostante gli esordi è riuscito ad accoppiarsi e oggi la famiglia sopporta provvisoriamente il suo ego. Ha amato i Beatles, detesta i Rolling Stones. I suoi eroi sono Rackham, Borges e Kubrick. Il suo libro preferito è "Un canto di natale". Medico, musicista, falconiere, non necessariamente in questo ordine, è autore di più di sessanta pubblicazioni sul dolore facciale, ma di nascosto dai colleghi d'università scrive racconti e favole. Non ditelo.
Ha pubblicato sull'antologia "Per natale non esco" (Transeuropa) e il libro di racconti "Il dono" (Di Pellegrini).

VALBONA JAKOVA poetessa e traduttrice albanese, nipote del grande drammaturgo Kole Jakova, giunge in Italia nel 1991. Vive a Ghedi, in provincia di Brescia. Nel 1995 Pubblica la sua prima raccolta di poesie in albanese Enigmat e Pasmesnatës (Enigmi di dopomezzanotte) . Nel 1998 pubblica Kujt i takon kjo buzëqeshie e brishtë? (A chi tocca quest’esile sorriso?), presentato nell’antico palazzo della Lega Degli Scrittori a Tirana. Nel 1999 Escono le due traduzioni di Ungaretti: Raccolta di 37 poesie (ed. Mondadori); e di Neruda: Venti poesie d’amore e una canzone disperata (edizioni Accademia). Nel 2000 Presenta a Tirana la traduzione del libro di Padre Livio Fanzaga Perché credo a Medjugorje? (Sugarco Edizioni, best-seller dell’anno 98). Nel 2001 collabora come coautrice per il testo bilingue Ti racconto il mio paese, edito dall’editrice Vannini. Nel 2003 è vincitrice del primo premio per la sezione poesia al concorso “Immicreando 2003”organnizzato dalla Fondazione ISMU e dall’Arcidiocesi di Milano e premiato dal Cardinale Tettamanzi. Ad agosto presenta la seconda opera tradotta di Padre Livio Fanzaga Il Falsario (ed. Sugargo Edizioni, 1999). Nel 2006 cura il testo bilingue di fiabe albanesi Donne, cacciatrici e perfidi imbroglioni, della Sinnos Editrice con la redazione della scheda linguistica presente all’interno del libro. Nel 2007 pubblica in lingua albanese la raccolta di fiabe per ragazzi Gershetet e Eres (Weso Editrice, Tirana). Nel 2008 vince il primo premio al concorso nazionale di Poesie immigrate con la poesia “Lui tornerà”. Nell’anno sucessivo riceve anche un riconoscimento dall’Associazione Vatra Arbereshe per il contributo dato alla letteratura albanese in Italia. Nel 2011 al Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa AlberoAndronico è seconda classificata, sezione autori di madre lingua non italiana per i libri pubblicati (2005-2010) con il libro di poesie che si intitola La tempesta delle ore. Nel 2012 riceve il Diploma, per il racconto Le montagne di Kuçit, al concorso AlberoAndronico. Lavora come Mediatrice-Operatrice linguistica culturale. 

ANTONINO CAPONNETTO è nato a Catania, dove ha vissuto, salvo una breve pausa romana, fino al 1980. Dal 1981 vive a Mantova. Per l’Editore Campanotto ha pubblicato i due libri di poesie Forme del mutamento (1998) e La colpa del re (2002). Per le Edizioni Kolibris ha pubblicato la raccolta di versi Miti per l’uomo solo (2009).
Suoi testi poetici sono stati radiotrasmessi e altri sono apparsi su rivista. Presso le Edizioni del Trito&Ritrito sono inoltre apparse (in limitato numero di copie destinate agli amici), quattro plaquettes: A che serve? (2001), Le chiare strade (2002), Contromovenze (2003) e Petits cahiers pour la douleur du pauvre (2005). Per la rivista “Zeta News”, dal 2002 al 2006, ha curato insieme a G. Sammito l’inserto “Atti Barbari”. Sia con altri che in proprio ha inoltre promosso e curato iniziative sulla poesia e, in particolare, sulla scrittura poetica. È presente in rete dal marzo 2012 con il blog Caponnetto-Poesiaperta: http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/ La sua ultima raccolta di poesie è pubblicata da Pellicano, nel 2015, col titolo "Agonia della luce".


MASSIMO MORUZZI vive a Brescia. Tra le sue passioni la fotografia, la poesia e la musica. E' stato chitarrista nel Grande Coro Insieme, in Corrente di Ali e in altri gruppi dedicati alla musica d'autore.