giovedì 28 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974, settima parte

Luccjo Cammarata e Beppe Costa: Catania,
Guida ai monumenti, Muglia, 1974


La casa di G. B. Vaccarini  e l'edilizia civile

Porta Garibaldi
I centosessantasette anni che corrono dal grande terremoto all’Unità d’Italia si può dire furono impiegati per riedificare ciò che il terremoto aveva distrutto in un attimo; e se si pensa al numero incredibile di avvenimenti storici che si susseguirono in questo lasso di tempo, ci si stupirà delle bellezze della città, bellezze che sembrano essere una sfida contro l’oppressione e la miseria e un’ esaltazione della parte migliore dell’uomo.
Non era ancora trascorso un ventennio dal terremoto, che la guerra di successione spagnola si concludeva col trattato di Utrecht (11 aprile 1713) che riconosceva Amedeo II di Savoia re di Sicilia. Questi la cedette all'Austria in cambio della Sardegna. L’isola non fece neppure in tempo a cambiare padrone che la guerra di successione polacca finiva con la Pace di Vienna (1735) e la Sicilia veniva assegnata a Don Carlos III di Borbone, sovrano di Spagna. I Borboni la governarono con il titolo di «rex utriusque Siciliae» finché, nel 1816, Ferdinando IV non la fuse al regno di Napoli creando il Regno delle Due Sicilie e assumendo il nome di Ferdinando I. A questi mutamenti politici bisogna aggiungere le calamità naturali che hanno continuato ad affliggere Catania (ricordiamo il tremendo terremoto del 1818). Ciononostante, i catanesi hanno sempre trovato la forza di reagire sia alle avversità naturali, sia ai soprusi dei dominatori.
Mal sopportando l’inetto e paternalistico dominio dei Borboni, i catanesi si ribellarono nel 1837 e nel 1848; molti furono inoltre i cittadini che indossarono la camicia rossa dei garibaldini e, quando il 31 maggio 1860 la città venne annessa all’Italia, non furono certo molti i nostalgici dell'«ancien regime».
La rivolta del 1837 è ricordata da una lapide posta nell’attuale piazza dei Martiri e dedicata alla memoria degli otto liberali fatti fucilare dal ministro borbonico Del Carretto. Al centro della piazza sorge una colonna posta di fronte al mar Jonio e proveniente dal Teatro, sulla cui sommità è posta una statua raffigurante «S. Agata che schiaccia l'Idra della peste», eretta nel 1743 a ricordo di una luttuosa epidemia. L’opera è dello scultore Michele Orlando.
Un edificio di periodo borbonico sorge in piazza Majorana all’incrocio tra le vie Antonio di S. Giuliano e Ventimiglia. Si tratta di una costruzione che possiede tutte le caratteristiche tipiche all’edilizia militare in quanto venne edificata ad uso carcerario. La prigione si presenta su pianta quadrata con al centro un ampio cortile e sui prospetti tre file di finestre munite da inferriate. Venne fatta edificare sotto Francesco I re delle due Sicilie intorno al 1830 come indica la targa posta sopra l'ingresso.
Prima del terremoto il quartiere «Civita» non aveva l’attuale aspetto di zona prevalentemente abitata da miseri pescatori, bensì vi s innalzavano le case e le ville di quasi tutti notabili cittadini che, sin dal medio evo, l'avevano scelto a loro sede per la bella vista su mare e la frescura della vegetazione. Distrutto interamente dal sisma (salvo palazzo Biscari) il quartiere, la nobiltà fece ricostruire i suoi palazzi sulle tre nuove strade principali tracciate dal piano regolatore: il «Corso», oggi via Vittorio Emanuele, via Ferdinanda, oggi via Garibaldi, e via Etnea. La zona della Civita restava comunque un’attrattiva e un'oasi di pace per chi avesse voglia di vivere lontano dal chiasso delle strade principali; ed è proprio qui che G. B. Vaccarini credette opportuno costruire la propria abitazione.
La casa, attualmente in uno stato di totale abbandono, si erge a ridosso del palazzo Serravalle, dietro il collegio Cutelli su un’area : sparsa di casupole mezzo diroccate, tra cumuli d’immondizia e il fetore stagnante dei rifiuti perennemente abbandonati nella zona. La dimora non è né grande né principesca, ma così armoniosa nelle linee da costituire senza dubbio una delle migliori opere del grande architetto, una volta tanto libero di esprimersi senza dover soddisfare le manie di grandezza dei nobili catanesi. Nonostante i muri siano parzialmente rovinati e corrosi, e in parte addirittura diroccati, si può ancora ammirare il portico avente tre archi a tutto sesto ai quali si aggiunge un quarto tribolato, archi coronati dalla transenna che limita la terrazza e sulla quale danno le stanze superiori.
Non lontano dalla casa, sulla piazza omonima, sorge il collegio Cutelli, un bell’esemplare di costruzione realizzata da Stefano Ittar, mentre del Vaccarini è il cortiletto circolare a porticato. Tra gli edifici che sorgono in questa zona della via Vittorio Emanuele vi sono i palazzi Valle e Serravalle, entrambi del Vaccarini; il palazzo Reburdone col cortile disegnato dall’immancabile architetto palermitano; e il palazzo Bonajuto posto all’angolo dell'omonima piazza. Sempre in via Vittorio Emanuele, ma sulla parte occidentale, sorge l’austero palazzo Marletta (all’angolo con la piazza del Duomo) e l'imponente palazzo Bruca (sul lato sinistro prima d’arrivare a piazza S. Francesco) di cui è ammirevole l’altissimo portale a lesene accoppiate e il cortile con una fontana posta al centro; sullo sfondo fa da scenografia un portico in stile jonico.
La via Garibaldi, parallela al «Corso», è sempre stata un’arteria vitale della città, sempre affollata di traffici e di commerci. Ancora oggi, sebbene il centro della città si sia spostato più a nord-ovest, i catanesi delle classi meno abbienti vi vengono, richiamati dalla presunta politica di buon mercato che tradizionalmente vi si attua. La strada è ricca di palazzi del '700, tanto da meritare più d’una semplice citazione.
Teatro Massimo Bellini progettato da Andrea Scala
Apre la rassegna il palazzo dei principi del Pardo, palazzo posto ad angolo con piazza Duomo a fianco della fontana dell’Amenano. Ricco di decorazioni, sono interessanti le massicce cornici tipiche del barocco catanese e i ballatoi ornati di sculture con maschere fantastiche.
Nelle vicinanze, in via Martino, una lapide ricorda l’albergo in cui soggiornò Wolfgang Goethe dal 2 al 5 maggio 1787.
Andando avanti si incontra piazza Mazzini (ex piazza S. Filippo) cinta da portici che sostengono delle estese terrazze dagli ampi balconi. Nel realizzare quest’opera, gli architetti Stefano Ittar e Francesco Battaglia utilizzarono 32 colonne provenienti dalla basilica romana scoperta durante i lavori del convento di S. Agostino. Per il popolo catanese, piazza Mazzini è «a chiazza de’ morti», in quanto sino a pochi anni fa vi si teneva un mercato di dolci e giocattoli in coincidenza coi giorni della Commemorazione dei defunti; ciò per l’antica tradizione di fare doni ai bambini il 2 novembre, attribuendo ai defunti della famiglia la facoltà di donatori: una festa di S. Nicola anticipata di due mesi! Al termine della strada si apre piazza Palestro, nella quale troneggia Porta Garibaldi (meglio conosciuta come «u furtinu»). Si tratta di un bell'esemplare di costruzione barocca realizzata in conci di lava e pietra bianca di Siracusa, sormontata da un grande orologio coronato da un’aquila. Ricchissima di ornamenti e di figure simboliche con mascheroni e trofei, tra cui il rilievo di un elefante, simbolo della città che vuole essere esaltata dalla porta (come indicano le scritte laterali: «Litteris armatur» e «Armis decoratur»). La monumentale costruzione, opera di Francesco Battaglia e di Stefano Ittar, venne eretta in occasione del matrimonio fra Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Austria (1768), e per lungo tempo fu chiamata «Porta Ferdinanda»; dopo l’unificazione fu dedicata all’eroe dei due mondi. Rispetto alla sua originaria progettazione, l’attuale sistemazione è molto alterata, in quanto oltre che la Porta, tutta la piazza era strutturata in maniera assai diversa.
In un’incisione dei primi dell’ottocento, dovuta al genio di Sebastiano Ittar, figlio e nipote degli architetti realizzatori, la Porta figura in mezzo alla piazza ed è chiusa ai lati da due bastioni; nella parte mediana sono inseriti due torrioni, due file di eleganti edifici bassi a portico fiancheggianti la piazza, mentre il primo piano è realizzato a giardino con al centro un viale terminante in due colonne sormontate da sculture con trofei di armature imbandierate.
Quando nel 1932 si procedette al restauro e ad isolare la Porta nella maniera che attualmente la vediamo, questa era inserita in modestissimi fabbricati che ne deturpavano la visione.
Il monumento che i due architetti costruirono in maniera sontuosa corrispondeva alla nuova arteria esterna che, dopo il terremoto venne tagliata per rendere più comodo ed appariscente l’accesso a quanti provenissero da Palermo. Così la Porta sostituì il vecchio ingresso che era molto più piccolo e risultava decentrato rispetto alla nuova strada. Di questa antica Porta sono ancora visibili i resti che si trovano ubicati in fondo a via Sacchero. Si tratta di un grande arco in pietra lavica stretto tra vecchissime case e posizionato sul lato est, quasi parallelamente alla Porta Garibaldi. Il popolo lo chiama ancora il Bastione o Fortino vecchio, in quanto ad esso anticamente facevano corona i muri di cinta della città con relativi fortilizi per la difesa.
La prima e più importante strada tracciata dal Duca Lanza di Camastra, inviato dal viceré Gian Francesco Paceco Duca di Uzeda, fu via Etnea (che spesso il popolo insiste ancora nel chiamare «a strata ritta») che congiunge in linea retta il mare con le prime pendici del vulcano. Qui i notabili e i patrizi più pretenziosi costruirono le loro comode e lussuose dimore, che furono realizzate dai migliori architetti e che, pur facendoci riflettere sulla vanità di coloro che invece di migliorare le condizioni del popolo hanno speso il loro denaro per soddisfare il desiderio di sentirsi «importanti», rimangono come una mirabile testimonianza dell’arte barocca.
Tra gli edifici di maggior pregio che, partendo da piazza Duomo, si allineano sui due lati della strada, citiamo quello appartenuto ad una delle famiglie nobili che ebbero, per secoli, sopratutto nel cinquecento, un ruolo di grande preminenza nella vita pubblica della città, ricoprendo molto spesso cariche politiche ed amministrative: i Gioieni, discendenti da Arrigo d'An giò, consanguineo di Carlo I d’Anjou.
L’edificio è sito all’angolo fra via Etnea, piazza Università e via Euplio Rejna. Attaccato al muro, sul fianco dell'ingresso principale che si affaccia sulla piazza, un bassorilievo bronzeo (opera dello scultore Mario Rutelli, del primo novecento) ricorda Giuseppe Gioieni d’Angiò, grande naturalista (1747-1822).
Sempre sulla piazza, di fronte al palazzo dell’Università, sorge un altro edificio di grande armonia architettonica, il palazzo dei marchesi di S. Giuliano, oggi proprietà del Credito Italiano. Costruito dal Vaccarini tra il 1738 e il 1745, nell’insieme ricorda un edificio del Vanvitelli che si trova a Napoli, il palazzo Fontana Medina.
La Fontana di Plutone e Proserpina, opera dello scultone
Moschetti, eseguita nel 1912

I San Giuliano, come i Gioieni, fanno parte di quel gruppo di famiglie catanesi notabili suaccennate. Uno di essi, Antonio Paterno Castello, marchese di S. Giuliano, fu statista insigne. Morì a Roma nell’ottobre del 1914.

Sul prospetto dell'edificio che guarda via Euplio Rejna una targa marmorea ricorda il famoso teatro dialettale di Catania «Machiavelli», che fu la scuola iniziale di attori come Giovanni Grasso e Angelo Musco.
Sul lato opposto fanno da cornice alla chiesa della Collegiata due edifici, il secondo dei quali è quello di Casa Biscari. Quasi di fronte, prima di giungere ai «quattro canti», si trovava un bel prospetto di antico palazzo nel quale si apriva il balcone da cui Garibaldi lanciò il proclama «O Roma o morte!». Essendo il palazzo gravemente lesionato, anziché restaurarlo, si decise d’abbatterlo; attualmente si sta procedendo alla costruzione d’un nuovo edificio che, secondo le autorità preposte alla fabbrica, sarà identico a quello abbattuto (?).
Sullo stesso lato della strada sorge il settecentesco palazzo Carcaci; di fronte a questo, il palazzo S. Demetrio che fu il primo ad essere innalzato dopo il terremoto, come ricordato da due iscrizioni poste nell'atrio e in cui figura il nome del proprietario (Eusebio Massa barone di S. Gregorio e precettore della Valle dei Boschi).
L’edificio, in pietra bianca, è ricchissimo di bassorilievi ed ornamenti ed è opera di Pietro e Francesco D'Amico e di Pietro Flavetta. Quasi interamente distrutto dai bombardamenti aerei del 1943, venne riedificato nel dopoguerra e possiamo considerarlo più una copia dell’originale che un restauro.
Dietro palazzo Carcaci, sulla piazza omonima, si erge maestoso uno degli edifici monumentali della città: il palazzo dei principi Manganelli.
Sulla piazza Stesicoro, con una delle facciate che dà sulla via Etnea, si staglia inconfondibile il palazzo Tezzano. Costruito nel 1724 da Alonzo Di Benedetto, il prospetto guarda l'Anfiteatro romano con il coronamento turrito su cui appaiono; le teste di due mori col grande orologio sotto le campane. Sino al 1880 il palazzo fu sede dell’ospedale di S. Marco, poi sede del Tribunale e infine dal 1953 è adibito a scuola pubblica
Di fronte al palazzo Tezzano, e in posizione identica, s'innalza il palazzo del marchese del Toscano. È una colossale costruzione d’ispirazione rinascimentale, opera dell’architetto napoletano Errico Alvino (1864). L'edificio sorge su un antico palazzo del Vaccarini, ch’era del nobile Pietro Maria Tedeschi Bonadies. Gli sta vicino, tra la piazza e il corso Sicilia, il palazzo del barone Beneventano (che in parte ne ricalca lo stile).
All’angolo fra via Etnea e via Pacini sorge il palazzo del principe del Grado, opera di Carlo Sada.
Superato l’ingresso del Giardino Bellini, la casa dove morì Federico De Roberto e, di fronte (ad angolo con via Umberto I), il prospetto della casa del barone Pancàri, anch’ essa realizzata dal Sada e di gusto barocchetto.
Prima di giungere a piazza Borgo si incontra un’altra opera del Sada, l’ex palazzo Libertini, e, quasi di fronte, l’Orto Botanico (fondato nel 1858 dal prof. Mario Di Stefano) in cui si trovano molte culture di piante rare, e una serra riscaldata per le piante tropicali.
Al numero civico 575, all’altezza del secondo piano, una lapide ricorda la casa del poeta Mario Rapisardi (che vi morì il 4-1-1912). Sullo stesso lato, cento metri più avanti, l’Ospizio dei Ciechi fondato da Tommaso Ardizzone barone di Gioieni (1911) e del quale il grandioso complesso porta il nome.
Si giunge così al «Tondo Gioieni», fine della via Etnea e inizio d’un importante nodo stradale che congiunge la circonvallazione con le arterie di smistamento per i paesi dell’Etna.
Questa la Catania che seppero creare i nostri artisti del XVIII secolo. Una città «salotto», ricca di opere d’arte e di monumenti superbi, di edifici dall’euritmia sognata, cui si aggiungevano i «silenzi stradali» del tempo, il traffico pigro delle carrozzelle che produceva rumori ovattati, senza la frenesia attuale. Solo immaginando questo è possibile apprezzare in pieno tutte quelle opere, incasellandole nel loro giusto posto di opere che assolvono in pieno funzionalità ed estetica. Certo, le auto che hanno invaso la via Etnea sfavillante di neon, rappresentano una realtà indiscutibile del nostro tempo. Ma se accanto ad una di esse sonnecchia pigra una carrozzella da nolo, il nostro occhio abbandona il mostro d’acciaio e si fissa a guardare quell’immagine romantica che ci riporta ad antichi tempi, con simpatia ed amore, come il volto di un familiare in una folla indifferente e forestiera. Ciò deriva, forse, dal fatto che non è vero il detto che tutto il mondo è paese, essendo la cosa, può darsi, al contrario; ossia che ogni paese possiede un clima proprio.
Riprendendo il regolamento urbano della Catania dell’ottocento, potremo rivivere il traffico e le vecchie usanze dell’epoca. È opportuno non- perdere di vista i monumenti passati in rassegna, e con essi raggiungere la riva dell’ottocento. Si sgombrino perciò idealmente dai traffici attuali le vie della città, si spengano le luci elettriche e al posto degli affollati caffè e dei negozi variopinti ricollochiamo le botteghe scure e le osterie, che sorgevano alla «rotonda» o al «corso». Si fissi il pensiero sulle strade illuminate da fanali a gas, lungo le file dei palazzi barocchi più superbi delle moderne costruzioni, con l’illusione di vedere i vecchi «landaous» ed incontrare geni immortali come Rapisardi e Tempio. Si avrà così l’impressione, al crepuscolo, di ritrovarsi in una cittadina di provincia, dove tutto è rimasto intatto ed immutato. E saremo tornati indietro nel tempo.
Così fantasticando si ha un’idea dell’antica Catania.
Nell’agosto del 1853, il Comune approvava, sotto gli auspici dell’Intendente della città, un regolamento di polizia urbana, atto a tutelare il traffico stradale. Esso entrò in vigore nel 1860, rendendo arguta l’atmosfera ottocentesca e romantica di un periodo calmo e silenzioso, almeno per quanto riguarda il traffico:
«...Coloro che lasciano fuori della propria abitazione nelle ore notturne i cani, che con i loro urli e latrati turbino la quiete pubblica, andranno soggetti al pagamento da uno a tre ducati di multa... Coloro che situassero mangiatoie nelle strade, o tenessero gli animali legati alle statue o alle dansure di ferro delle chiese, saranno multati dì carlini ventinove... Nel largo della marina, le carrozze, le carrette da trasporto ed i cavalli debbono correre la passeggiata, tra il muro del seminario e la prima fila degli alberi, senza entrare nel secondo viale, pena al contravventore di quaranta carlini. Esigibili anche dal proprietario del mezzo, salvo a costui la facoltà di farsi rimborsare dal guidatore... Il mercato di lunedì in piazza Stesicorea debbasi svolgere in perfetto ordine..., si avrà cura di lasciare libero il passaggio della strada principale da parte degli ambulanti».

Questo il fondo retrospettivo in cui si plasma il traffico urbano della vecchia Catania. Naturalmente, riaprendo gli occhi e tornando alla realtà dei nostri giorni, tutto ciò appare anacronistico, eppure questa nota la crediamo utile per meglio capire cosa fosse la città di un tempo.

mercoledì 27 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974, sesta parte

Luccjo Cammarata e Beppe Costa: Catania,
Guida ai monumenti, Muglia, 1974


 La via dei Crociferi e i monumenti barocchi sull'Acropoli

Ogni città ha una via che, per motivi architettonici o storici o folkloristici, gode di un’attrattiva e di un fascino particolari.
Un angolo di via dei Crociferi. In primo piano l'ex
Convento dei Gesuiti
È questo il caso della catanese via dei Crociferi; essa, per la ricchezza e la validità dei monumenti di cui si vanta, emana una suggestione tale da mettere chiunque abbia un minimo di sensibilità artistica in uno stato d'animo che, senza esagerare, potremmo chiamare di «grazia». Purtroppo il traffico caotico e assordante ha un po’ attenuato l'atmosfera tipica di questa strada; ma fino a pochi anni fa chi passava (specialmente nelle ore mattutine o al momento dell'Angelus) si trovava come ravvolto nei canti dei cori provenienti dalle chiese e dai delicati suoni degli organi misti, in soavi armonie, coi rintocchi delle campane provenienti dai conventi. Oggi solo nelle ore notturne si possono vivere simili momenti, solo allorquando la strada è sgombra di automobili e i fari posti a illuminare le chiese colorano d'una drammatica teatralità le linee barocche i prospetti dei monumenti su esse poste dal gusto dei costruttori
La suggestiva via Crociferi è lunga non più di quattrocento metri; essa percorre a mezza costa la collina che ad occidente sovrasta la città. Quasi sicuramente è la più antica strada cittadina in quanto è la stessa che in periodo romano univa il Teatro all’Anfiteatro, collegando ad essi, con una trasversale, pure l’Odeon. Partendo da piazza S. Francesco essa si stende in linea retta, con una discreta pendenza, fino al bastione di Carlo V, terminando davanti al portale della principesca Villa Cerami.
La piazza le fa da vestibolo con al centro il monumento bronzeo al Cardinale Benedetto Dusmet che giganteggia — se pure ritratto in maniera piuttosto innaturale — nell’atto francescano del pio che dona ai poveri. Ai lati del basamento due formelle bronzee, raffiguranti scene della vita del Presule, sono opera dello scultore catanese M. M. Lazzaro, recentemente scomparso.
Sul lato destro della piazza, corrispondente alla parte meridionale dell’Acropoli greca, sorge la chiesa di San Francesco, comunemente chiamata dell’Immacolata, che apre la serie chiese e conventi che si affiancano sui due lati di via Crociferi. La chiesa ha un’imponente facciata a due ordini di lesene che, pur se di scarso valore artistico, sono di grande effetto monumentale. L’interno della chiesa, a tre navate, è di maggiore interesse; ivi è conservata la salma di Eleonora d’Angiò moglie di Federico II d’Aragona. Troviamo nella chiesa una serie di dipinti di discreto interesse: uno «Sposalizio della Vergine» di Antonio Gramignani, una copia dello «Spasimo di Sicilia» di Raffaello (1541) firmata da Jacopo Vignerio, le «Virtù cardinali» dipinte da Olivio Sozzi (questi ultimi si trovano sui pennacchi della finta volta). V’è inoltre una statua d'ottima fattura settecentesca in legno policromo raffigurante l’Immacolata, e da cui ha preso il nome popolare la chiesa.
Piazza S. Francesco è congiunta con via Crociferi dall’arco detto di S. Benedetto, congiungente i due fabbricati della Badia grande e della Badia piccola, fronteggiantisi ai due lati della strada. L’arco (del 1704) è arricchito da finestre che danno sulla strada; secondo la tradizione fu costruito in una sola notte da maestranze ecclesiastiche, così da mettere di fronte al fatto compiuto le autorità laiche che si opponevano al congiungimento delle due parti del monastero benedettino.
La stupenda facciata della chiesa di S. Benedetto,
in via dei Crociferi. Opera dell'architetto G. Palazzotto
Subito a sinistra dell’arco si eleva la chiesa di S. Benedetto la quale, insieme ad altre tre chiese e ai tre conventi, forma il nucleo centrale dei monumenti settecenteschi di via Crociferi. La chiesa, opera di Alonzo Di Benedetto, fu costruita negli anni dal 1704 al 1713 accanto al monastero preesistente, intonandosi perfettamente all'architettura della via. Il magnifico prospetto rievoca influssi del Vaccarini, del Borromini e non pochi «elementi locali». La facciata si eleva alta su di una gradinata ed è a due ordini di semicolonne nella parte bassa e di lesene in quella alta; la trabeazione è interrotta dal timpano curvo spezzato, e ciò (assieme al portale e alle balaustre) richiama da vicino lo stile del Vaccarini. Ad arricchire ulteriormente la facciata aumentando l’effetto chiaroscurale contribuiscono varie sculture (notevoli quella della Immacolata al centro, e le due figure simboliche sedute ai lati del cornicione limitante il balcone), uno stemma col busto di S. Benedetto, situato sul timpano, e gli ornamenti lignei del portale raffiguranti scene della vita del Santo, opera questa veramente degna di nota. L'interno, molto semplice, è a una sola navata ed è preceduto da un elegante vestibolo ove si trova una scala adorna di angeli in stucco. La volta a botte, la calotta della cupola e l'abside sono riccamente decorate da affreschi di Giovanni Tuccari (1726) raffiguranti la «Gloria di S. Benedetto», la «SS. Trinità», e una « Incoronazione della Vergine». Sui primi due altari si ammirano due splendide tele della fine del settecento: una di Matteo Desiderato raffigura «Tobia e l’Arcangelo Raffaele», l’altra di Sebastiano Lo Monaco raffigura «L'Immacolata». Oltre a un bell’esemplare di organo rococò posto sulla porta, si nota, per la ricchezza di marmi e di decorazioni in bronzo dorato, l’Altare Maggiore.
Sempre sul lato sinistro della strada, segue la chiesa di S. Francesco Borgia; essa fa parte del complesso del monastero dei Gesuiti da cui prende il nome popolare. La chiesa è divisa da quella di S. Benedetto da una viuzza in salita che conduce ad una piccola piazza in cui è sito un elegante palazzo settecentesco (palazzo Asmundo), una delle tante dimore padronali del centro antico, degno di nota per il gioco chiaroscurale della facciata e per i ricchi saloni rococò.
Disegnata da Angelo Italia sul finire del settecento, la chiesa dei Gesuiti ha maggiore semplicità e slancio di linee della precedente. Elevata su un’alta gradinata a due rampe, la facciata è realizzata a due ordini di colonne accoppiate con un portale che ne ripete il motivo. Le colonne binate seguono lo stesso ritmo anche nell’interno, ove nella cupola possono ammirarsi gli affreschi raffiguranti «L’esaltazione della Compagnia di Gesù» eseguiti da Olivio Sozzi, nel 1760. Di superba bellezza è il primo dei quattro cortili facenti parte del monastero, opera del gesuita Giuseppe Pozzi. L'edificio monastico era fino a pochi anni orsono adibito a Casa di rieducazione per i minorenni (per cui i catanesi lo chiamarono «u cunvittu»), oggi è invece degna sede dell’istituto Statale d’Arte.
Il padiglione neo gotico in maiolica policroma,
al centro del primo chiosco del Monastero
Sul lato opposto, quasi di fronte alla chiesa dei Gesuiti, si erge quella che va considerata la chiesa più importante di via Crociferi, ossia quella di S. Giuliano, facente anch’essa parte di un ex monastero (oggi sede della Camera Generale Italiana del Lavoro). È la chiesa più maestosa sita in via Crociferi e una delle massime espressioni del barocco catanese. Venne iniziata molto probabilmente dall’architetto Giuseppe Palazzotto intorno al 1738 e terminata quasi certamente del Vaccarini che ne realizzò il prospetto (1760); nell’aprile del 1763 fu consacrata dal papa Clemente III e da Ferdinando II re delle due Sicilie al pontefice catanese S. Giuliano. Il prospetto della chiesa è in calcare e si leva su di una larga gradinata con la parte mediana della facciata convessa coronata da un loggiato che gira attorno al corpo centrale dell’edificio. Un’imponente cancellata (1832) chiude la gradinata avvalorando la convessità dell’edificio. L’interno è a pianta ellittica di tipo borrominiano arricchita da due bracci all'estremità dell’ellisse dimostranti chiaramente l’ispirazione ai contemporanei monumenti romani anche per i due ambienti laterali posti all’ingresso e che danno l'impressione d’essere due navate. L’edificio è sormontato da una cupola di copertura non visibile dall’esterno in quanto nascosta dentro una lanterna ottagonale. È pregevole l’altare maggiore, ricchissimo di marmi rari e bronzi dorati culminanti in un tronetto adorno di due statue in marmo bianco («La carità» e «La fede»). Sull’altare è posto un Crocifisso su tavola (XIV secolo) in stile bizantineggiante. Sul primo dei quattro altari è posto un dipinto del 1643 di Pietro Abbadessa raffigurante «S. Antonio Abate»; sul secondo una tela del XVIII secolo (opera di Olivio Sozzi) raffigurante la «Madonna con i Santi Giuseppe e Benedetto». Sul primo altare di sinistra è posto un gruppo marmoreo di notevole effetto drammatico raffigurante «Il Crocifisso con la Maddalena, l’Addolorata e S. Giovanni».
Superata la via di S. Giuliano, sull’altro lato della strada (a destra) si erge la chiesa di S. Camillo; subito dopo la via Crociferi finisce interrotta dal settecentesco portale di villa Cerami che incornicia un inaspettato pezzo di verde, mantenendo così, nonostante le modifiche avvenute nel tempo, quasi inalterato il proprio fascino. Questo, grazie all’intervento dell' Università di Catania che acquistò la villa sottraendola alle speculazioni, e adibendola, dopo attenta opera di restauro, a sede della Facoltà di Giurisprudenza. All’epoca dell’acquisto, le condizioni della villa erano disastrose e più del 60 per cento dell’edificio s’è dovuto ricostruire; l'intervento di restauro si è reso necessario anche per il parco ed è stata un’opera accuratissima dovuta alla consulenza dell'istituto di Storia dell’Arte, diretto in quel tempo dal prof. Stefano Bottari. La direzione dei lavori fu affidata all'architetto Leone e fu portata a termine nel 1962.
Dall’incrocio di via Crociferi con l'arco di S. Benedetto inizia la via Teatro Greco che, attraversando l’Odeon e le Terme della Rotonda, conduce sull'altura dell’Acropoli, oggi piazza Dante. E in questo spiazzo culmina l'architettura catanese col complesso dell’ex Convento Benedettino e la sua monumentale chiesa di S. Nicolò l’Arena che domina la piazza.
II grandioso edificio più che un convento pare una reggia, mettendo in risalto la pretenziosità dei monaci; fu iniziato nel 1558 dal catanese Valeriano De Franchis e comprendeva, oltre alla chiesa, una parte dell’attuale complesso quali i dormitori, i refettori e il chiostro occidentale. Danneggiato dall’eruzione del 1669, i monaci diedero incarico di ricostruirlo all’architetto romano Giovanni Contini; si stava procedendo alla sua riedificazione quando il terremoto del 1693 lo rase quasi al suolo.
La nuova costruzione venne iniziata intorno al 1703 ad opera dell’architetto Antonio Amato ma, come tutte le opere colossali, vide avvicendarsi nella direzione dei lavori (protrattisi sino all’ottocento) numerosi architetti che dettero il loro apporto e la loro interpretazione del progetto. Sicuramente vi lavorarono Alonzo Dì Benedetto, G. Battista Vaccarini, Francesco Battaglia, Antonio Battaglia, Stefano Ittar e Carmelo Battaglia Santangelo.
Sia la parte frontale sia quella laterale è a grosse lesene a bugnato, racchiudenti due piani di finestre a balconi incorniciate con esuberante vena decorativa, e con mensoloni raffigurane maschere mostruose. Il grande portale dell’ingresso principale, di gusto neoclassico a colonne binate e sormontato da un balcone, è dovuto a Carmelo Battaglia. Dal portale si accede in un vestibolo che porta al monumentale scalone, ornato di stucchi su fondo azzurro che conserva quasi per intero l’originaria forma. Attraverso un altro portale, d’un fastoso barocco, si passa nel primo chiostro ad arcate colonnate inquadrate da lesene doriche; nel mezzo un padiglione pseudo gotico rivestito di maiolica policroma e attorniato da palmizi. Sia il padiglione che il portale sono dell’800. Il secondo chiostro, quello occidentale, con cinquanta colonne marmoree, ha finestre nelle terrazze negli ambulacri decorati con sovrabbondanti incorniciature tipiche del barocco catanese.
La chiesa, la cui facciata è rimasta incompiuta, è di grandiose proporzioni (è la più vasta della Sicilia) e vi si notano le quattro grandiose coppie di colonne rimaste a metà e che avrebbero dovuto reggere il frontone popolato di statue. Misura in larghezza m. 39 (48 nel transetto) per 105 di lunghezza; venne iniziata mentre si ricostruiva il convento sul progetto eseguito da Giovanni Contini. L’interno a croce latina a tre navate divise da colossali pilastri a lesene accoppiate è, a differenza del convento, di una nudità monacale rotta solo dagli altari ornati di quadri con un armonico gioco visivo. L'interno ha una vastità impressionante. La cupola, opera di Stefano Ittar, ha un’altezza interna di m. 62; attraverso una strombatura nella porta maggiore è possibile salirvi: 130 gradini arrivano al cornicione, altri 65 fino al tamburo. Da quest’altezza si ha la più ampia visione di Catania: oltre ad avere un’ottima vista dell’Etna e dei paesi sulle sue falde, si distingue Taormina e, nelle giornate limpide, la costa calabra e l'Aspromonte. Sul pavimento lungo il transetto, una meridiana di marmo è meta di un pellegrinaggio di curiosi. I disegni dei segni zodiacali che vi si trovano intarsiati vengono atribuiti allo scultore danese Albert Thorwaldsen; fu costruita nel 1841 su disegno di Waltershauen e C. W. Peter Sartorius.
Un pezzo di eccezionale interesse è il famoso organo dall’altissima cassa lignea intagliata e dorata opera del catanese Donato del Piano (che vi lavorò 12 anni) di cui in sagrestia si conserva un ritratto. L’organo possiede 2916 canne, cinque tastiere e 72 registri; per la bellezza degli armonici possiamo affermare che è il più importante della città.
I quadri che trovano posto nella chiesa sono del ‘700 e dell’800, e sono in gran parte di scuola romana; senza essere dei capolavori sono delle opere di buona fattura. Oltre alle tele del Tofanelli e del De Rossi meritano una menzione particolare un «S. Gregorio» di Vincenzo Camuccini posto sul primo altare di destra, un «Martirio dei santi Placido e Flavia» di Placido Campolo, e, soprattutto, i «Santi Placido e Mauro» di Antonio Cavallucci posto sul transetto.
Nella parte absidale, oltre all’altare maggiore in marmi policromi di stile neoclassico, si trova un coro intagliato con scene evangeliche, opera di Nicola Bagnasco e di Gaetano Franzese; ai lati dell’altare due credenze lignee dorate dalle maestose forme barocche. Di notevole pregio gli armadi intagliati e decorati da finissime statue posti nella sagrestia che formano un elegante ambiente con la volta affrescata dal Pipero.
Una inquadratura del chiosco occidentale dell'ex Monastero
dei Benedettini
Dopo la guerra del ‘15-18 la chiesa divenne sacrario dei Caduti e pertanto, vicino alla sagrestia, venne costruita una Cappella in cui sono raccolte le salme dei catanesi caduti in guerra. Il sacrario fu decorato dal pittore Alessandro Abate e, in seguito, arricchito da una vetrata del romano Duilio Cambellotti.
Pare che uno dei chiodi che trafissero il Cristo sia conservato in questa chiesa, custodito in un prezioso reliquario tempestato di pietre preziose.
Del complesso monumentale dei Benedettini fanno pure parte l’attuale biblioteca civica Ursino Recupero e i locali dell’osservatorio astrofisico, siti sul retro della chiesa e con ingresso sulla via Osservatorio. Vi si entra passando sotto un arco situato in fondo alla piazza, e subito a destra dopo l’arco si incontra l’Istituto Ingrassia di medicina legale e una lapide che ricorda le terme romane che sorgevano in questo luogo. In fondo alla stradina una scala quasi nascosta in mezzo al verde conduce alla biblioteca. Originariamente questa era la biblioteca dei padri Benedettini; in seguito fu arricchita dal materiale proveniente dalla soppressione delle corporazioni religiose e dalla donazione del barone Ursino Recupero, consistente in oltre 40 mila volumi di enorme interesse soprattutto per la storia della città; più tardi il Comune acquistò la biblioteca del poeta Mario Rapisard e l’aggiunse al già ricco materiale della biblioteca. Vi si trovano raccolti volumi di inestimabile valore, incunaboli, pergamene, rogiti notarili, bolle pontificie e diplomi regi; vale pena di citare una «Divina Commedia» del secolo XV, una «Bibbia» del secolo XIV miniata di scuola del Cavallini, un «Salterio » del XIII secolo e un calendario rabbinico del XIV secolo. Il complesso della biblioteca è diviso in due ali dì cui quella est formata da cinque sale e quella ovest (divisa dall’altra da un corridoio) avente la magnifica sala Vaccarini e un’ampia sala rotonda in cui sono conservate le opere di teologia. La sala Vaccarini ha il soffitto affrescato con pitture del Pipero ed è arredata da una bellissima scaffalatura settecentesca, con  ballatoio. Nel vestibolo la sala Rapisardi ospita la biblioteca del poeta; nelle bacheche si possono ammirare i manoscritti e il carteggio oltre a delle suppellettili regalate dal poeta alla città natale.
L’osservatorio astrofisico ha ingresso nella piazza Vaccarini (posta al termine di via Osservatorio) e si trova anch’esso nei locali dell’ex convento. Esso venne fondato nel 1835 ed ebbe come primo direttore il modenese Annibale Riccò; la grande cupola dalla calotta argentata è visibile dall’esterno. In esso si compiono studi e ricerche sulla fisica solare; ospita inoltre il Circolo Meridiano di Ertel.
Oltre alle opere sin qui citate, e che sono le testimonianze più palesi degli sforzi compiuti per ricostruire la città, ve ne sono altre che, per motivi storici o più semplicemente per la loro posizione, tratteremo isolatamente.
Il primo fra questi monumenti è la chiesa di S. Maria dell’indirizzo (già citata) che sorge a piazza Currò. Come abbiamo già detto, la chiesa incorpora le rovine delle Terme; fu innalzata probabilmente intorno al 1616 dal viceré D. Pietro Girone come segno di ringraziamento alla Madonna che aveva dato «il giusto indirizzo» alla sua nave in pericolo nel 1610 (da qui il nome della chiesa).
Distrutta insieme al convento che vi sorgeva accanto (attualmente vi trova posto un edificio scolastico avente la stessa architettura) se ne iniziò la ricostruzione a più riprese (dal 1727 al 1835) come attesta l’iscrizione posta sul portale. Il prospetto, di Girolamo Palazzotto, si eleva su di una gradinata chiusa da una cancellata e da un parapetto, ed è ornato da un elegante portale. L’interno, a croce latina a una navata, presenta due cappelle quadrate in ciascun lato.
L'incompiuta facciata di S. Nicolò all’Arena  al centro della vecchia acropoli,considerata la chiesa più vasta di tutta la Sicilia.
Sulle rovine di una cappella paleocristiana venne costruita nel’700 la chiesa di S. Agata la Vetere, sita dopo la salita di via Garofalo, in uno spiazzo rientrante tra la via S. Maddalena e via Plebiscito; sembra che sia questo il luogo dove per otto secoli sorse la Cattedrale e pare che fino al 778 si estendesse su un’area comprendente anche l’attuale carcere di S. Agata e che fosse un ampio edificio a tre navate. Attualmente l’interno, semplicissimo, è a una sola navata; nel presbiterio possono vedersi parti di un altare del tardo medio evo con un bassorilievo raffigurante «Il martirio di S. Agata con S. Pietro e un Angelo». Recenti rilievi hanno messo in luce parti delle basi di pilastri appartenenti alla primitiva costruzione medievale. Oltre al sarcofago della Santa, avente rilievi tardo romanici sul fronte della cassa decorata da grifoni affrontati, vi si conserva l’arca lignea che per 500 anni contenne le spoglie della Martire catanese; dell’originario rivestimento restano alcuni pinnacoli gotici in argento. Tra i quadri, oltre una tela di discreto interesse di Antonio Pennisi raffigurante «S. Agata a cui appaiono S. Pietro e un Angelo» (1777), v’è una «Madonna dei bambini» di Giuseppe Sciuti (1898) piuttosto manierata.
Quasi di fronte alla chiesa sorge la facciata convessa di un’altra chiesa, facente parte dell’ex Conservatorio della Purità fondato nel 1775 e più volte rimaneggiato e ingrandito. La facciata elegante ed armoniosa porta la firma di Antonio Battaglia.
Non distante da questi due edifici, sulla piazza S. Domenico sorge l'omonima chiesa annessa al tuttora funzionante convento. La facciata neoclassica, anche se imponente, è di scarso valore artistico; l’interno è a una sola navata e non presenta un alto valore architettonico. Vi figurano però alcune interessanti opere quali un dipinto su tavola, attribuito a Innocenzo da Imola, raffigurante una «Madonna del Rosario», opera interessante più che per la fattura per il fatto che l’artista ha raffigurato ai piedi della Madonna i protagonisti del congresso di Bologna (1529): Carlo V, papa Clemente VII, il duca di Milano Francese Sforza, il cardinale Salviati, il cardinale Farnese e Alessandro De’ Medici; un «S. Domenico Ferreri» di Olivio Sozzi, un frammento di Madonna su tavola di Cesare da Sesto (quest’ultimo conservato nel convento), una soavissima «Madonna con bambino» scolpita da Antonello Gagini. Fra le curiosità si trova nella chiesa il corpo mummificato del Beato Bernardo Scammacca morto nel 1486.
In piazza Stesicoro è sita la chiesa S. Biagio dei padri Cappuccini, costruita a fine del XVIII secolo, con facciata classicheggiante. Questa chiesa è molto cara ai catanesi in quanto, secondo la tradizione, sorge sul luogo in cui S. Agata venne gettata nel fuoco. Nell’interno, accanto ad un altare, si trova un simulacro in una custodia di vetro che pare sia la fornace (carcarella) del martino -come ricorda una lapide: «Hic ardentibus volutata carbonibus». La chiesa è infatti comunemente chiamata «Carcarella ».
Nell’area del Duomo, dietro la Cattedrale, sorge la piazzetta di S. Placido, un piccolo angolo settecentesco ricco di architetture e di decorazione (vi si affaccia una parte del palazzo Biscari). Notevolissima la chiesa dedicata al Santo e disegnata da Stefano Ittar (1769), con la facciata fortemente convessa e ornata, nella parte mediana, di nicchie con statue; facciata realizzata a due ordini di lesene che ne seguono l’andamento a triplice curva. L’interno a una navata si presenta a semicolonne accoppiate e vi si possono ammirare un «S. Benedetto» opera di Michele Di Napoli da Terlizzi e una «Immacolata» di Michele Rapisarda. La chiesa faceva parte del convento delle Benedettine e nel cortile dell’ex monastero, con ingresso in via Landolina, si può ammirare una terrazza quattrocentesca decorata a pietre bianche e nere alternate e che faceva parte del palazzo Platamone.
Nella stessa piazza, le cariatidi di un portone barocco di un palazzetto hanno fatto erroneamente credere (per l’atteggiamento ambiguo e allusivo delle figure) che si tratti della casa del poeta Domenico Tempio.
Sempre di Stefano Ittar è il prospetto della facciata della chiesa di S. Martino dei Bianchi, situata in via Vittorio Emanuele. La facciata in marmo rosa (ora restaurata non molto felicemente) è di linea convessa ed è dei primi del ’700.
Sulla via Etnea, oltre alla chiesa della Collegiata, sorgono altre chiese di notevole interesse. Prima fra tutte la chiesa dei Minoriti, annessa all’edificio che oggi ospita il palazzo del Governo; i locali facevano parte del convento dei Chierici Regolari Minori, prima che nel 1876 venissero espropriati in seguito all’abolizione delle corporazioni religiose. Questo spiega perché tanti ex conventi siano oggi adibiti ad uso laico.
La chiesa dei Minoriti, ispirata chiaramente al barocco romano, fu eretta nel 1785; si presenta a due ordini di semicolonne. L’interno con una vasta cupola è a pianta centrale; un monumento in marmi colorati ricorda il fondatore Giovanni Battista Paternò. La chiesa è dedicata a S. Michele Arcangelo, una cui effigie su tavola, del XVI secolo, con decorazione di lamine d'argento cesellate, è conservata all’interno. Interessante un Crocifisso marmoreo della fine del '700 scolpito da Agostino Penna e un dipinto della stessa epoca raffigurante S. Francesco Caracciolo nell’atto di porgere la sacra veste dell’Ordine ai figli del duca d’Angiò re di Napoli.
Uno degli archi che fiancheggiano la chiesa
di S. Placido in via Museo Biscari
Nell’ultimo tratto di via Etnea si apre la piazza Cavour con l’antico «borgo», sistemata come un giardino e ornata al centro dalla fontana di Cerere, comunemente chiamata «Dea Pallade», eseguita dal catanese Giuseppe Orlando (1757) e fatta innalzare dal Senato a spese del pubblico erario. Sulla stessa piazza si eleva la settecentesca chiesa di S. Agata al Borgo che vanta alcuni interessanti affreschi eseguiti da Giovanni Lo Coco, detto «u surdu d’Aci», morto nel 1712; vi si trovano, inoltre, una tela di Olivio Sozzi e una di Vito D'Anna raffigurante l’Addolorata.
Sempre sulla via Etnea, sulla direttrice terminale di via Empedocle, sorge il Conservatorio delle Vergini al Borgo, volgarmente detto «La badiella», fondato nel 1776 dal sacerdote Giuseppe Giuffrida con l’appoggio finanziario della contessa di S. Martino Eleonora Statella.
Nella zona mediana di via Vittorio Emanuele (all’angolo con via Quartarone) si eleva, con una scenografica facciata, la chiesa della SS. Trinità. Il prospetto, completato da Stefano Ittar ha la parte mediana concava ed è realizzato a due ordini; due piccoli campanili ne completano l’armonia. L'interno, a pianta ellittica, scandito nel suo perimetro da lesene accoppiate; vi si accede per una scala che si sviluppa entro un vestibolo circolare. Vi possiamo ammirare tre opere di Olivio Sozzi e una «Vergine con S. Giovanni Evangelista» di Sebastiano Conca.
Sempre sulla stessa strada (cento metri più oltre) possiamo ammirare la chiesa di S. Agostino; disegnata dall’architetto Girolamo Palazzotto e di tipo barocco romano, ha il prospetto di largo respiro, impostato su due ordini di semicolonne. Alla chiesa, innalzata sull’area di una basilica romana, era annesso il convento.
Molte altre sono le chiese che meriterebbe una menzione, se non uno studio particolareggiato, ma crediamo di aver già detto abbastanza per un’opera che non vuole essere uno studio del barocco catanese bensì una panoramica dei principali monumenti cittadini. Tuttavia crediamo giusto citare a volo d’uccello alcuni monumenti che meriterebbero senz'altro di più. Tra questi: il Santuario della Madonna del Carmine che coll’annesso convento domina piazza Carlo Alberto; eretto intorno al 1730 e col prospetto parzialmente incompiuto, si presenta con due semicolonne corinzie che racchiudono una nicchia con la statua della Madonna. L'interno è a tre navate divise da pilastri; si lasciano ammirare un dipinto su tavola di Andrea Pastura raffigurante «La Madonna del Carmine tra i santi Elia e Bertoldo» (1501); una «Madonna del Carmelo che dà lo scapolare a S. Simone Stock» di Sebastiano Ceccarini (della seconda metà del '700) e una «Madonna con le sante Agata e Lucia» di Antonio Pennisi (fine '700). Il presbiterio fu affrescato dal catanese Natale Attanasio (1898); sull’altare maggiore le statue di Mosé e di Elia, nonché una tela raffigurante «L’Annunziata» del catanese Filomena (XVIII secolo).

Interessanti pure alcune chiese innalzantisi lungo la via Garibaldi, quali la scenografica chiesa di S. Chiara di Girolamo Palazzotto dallo stupendo pavimento marmoreo; quella della Madonna di Loreto; e quella di S. Maria dell’Aiuto sorgente in via Consolato della Seta.

martedì 26 agosto 2014

Catania, Guida ai monumenti, Muglia, 1974, quinta parte

Luccjo Cammarata e Beppe Costa: Catania,
Guida ai monumenti, Muglia, 1974


Monumenti sorti nel 700, gioielli di marmoreo merletto  

II settecentesco prospetto del Palazzo di Città
che da sulla piazza Duomo
«Parti Diu e parti Camastra», commentarono catanesi quando il luogotenente Lanza, duca Camastra, incaricato del nuovo piano urbanistico dopo il terremoto, fece abbattere i ruderi degli edifici rimasti per far posto alle nuove costruzioni. Da questo atto, che i cittadini colpiti da dolore per le immani perdite non riuscirono a capire, nascerà quella Catania settecentesca, gioiello di architettura e di marmoreo merletto, che possiamo considerare unica nel suo genere per l’accoppiamento fra pietra bianca e lava, stimolante visivamente un gioco di motivi di soave euritmia. Bisogna elogiare il Senato cittadino del tempo, che seppe scegliere un compito complesso, quale quello di ricostruire una città, uomini di grande perizia, competenza e buon gusto. Perché, malgrado fossero i tempi del Bernini, del Mochi e soprattutto del Borromini, pochi avevano l'apertura mentale di un Vaccarini o di un Ittar. E di questi architetti bisogna lodare l’umiltà, perché, rispettando la vecchia arte, hanno spesso adattato resti di edifici distrutti (quali portali, archi, capitelli, colonne) salvandoli dalla distruzione e inserendoli nelle nuove costruzioni, lasciandoci così una testimonianza dei tempi passati che ci sarebbe stata altrimenti negata.
La fisionomia di Catania è basata in massima arte su un elegante barocco settecentesco, voluto da uomini come il duca di Camastra che, insieme al canonico Cilestri, disegnò la pianta della città. In questo lavoro essi furono coadiuvati dal vescovo Riggio e, soprattutto, dall'architetto palermitano Giovan Battista Vaccarini che diede alla città l’impronta del suo gusto, operandovi per lungo tempo (nel 1735 fu nominato architetto di Catania).
Cercando di svolgere un discorso organico, il monumento che poniamo per primo all’attenzione del lettore (anche se non è il primo in ordine di tempo) è la chiesa di S. Agata al Carcere, nella quale vennero impiegati i resti del portale della distrutta Cattedrale.
La cattedrale
Costruita nel 1762, la chiesa sorge ad Ovest dell’Anfiteatro e si apre sull’attuale via del Colosseo su di una costruzione d’età romana che la tradizione identifica col carcere dove venne imprigionata S. Agata, mentre sul fianco poggia su un bastione delle mura di Carlo V; sul lato prospiciente alla piazzetta omonima è visibile la finestra della prigione con un bassorilievo coevo della costruzione che raffigura S. Pietro e S. Agata. Il prospetto è in pietra calcarea e si leva su una doppia scalinata chiusa da una balaustra. Al centro, il pregiato portale che purtroppo nello spostamento ha subito delle modifiche dovute al montaggio piuttosto arbitrario. Sembra accertato, secondo concordi testimonianze anteriori al terremoto, che il portale costituiva la porta maggiore del Duomo. Trasportato nel palazzo Senatorio, quando il Vaccarini ricostruì la Cattedrale ideando la nuova facciata, venne donato alla confraternita del S. Carcere che ne adornò il prospetto della chiesa. Malgrado facesse parte del Duomo, non può dirsi coevo della ricostruzione del 1194 ma con tutta probabilità fu aggiunto nel XIII secolo. Che esso appartenga al periodo svevo è dimostrato dal confronto coi portali d Castello di Maniace a Siracusa, con quello dell’Annunziata dei Catalani a Messina e con mol esemplari pugliesi.
Si notano nel portale molte sconnessioni non solo nelle strutture architettoniche, ma anche nelle sculture che poggiano sull’archivolto e che non rispondono più alla disposizione originaria Quale fosse l’ordine in cui era distribuita la figurazione in rilievo risulta dalla descrizione che ci viene data dal Guarnieri, al quale dobbiamo anche la spiegazione del succitato simbolismo di Catania e Federico II, nel suo «Zolle historiche catanee» del 1651. L'interno della chiesa presenta a destra una porticina che immette in un ambiente appartenente all'antica costruzione (il carcere?), nella quale trovasi un dipinto raffigurante «S. Agata morente»; nell’abside dell'altare maggiore un interessante dipinto del greco Bernardinus Niger, datato 1588, raffigura «S. Agata condotta alla fornace». La chiesa ha tre altari e in quello del Crocifisso è conservato un reliquario, opera del senese Giovanni Di tolo, del 1376.
Una panoramica dei settecenteschi palazzi dell’arcivescovado,
così come appaiono da via Dusmet
Il primo monumento settecentesco di Catania, in ordine di tempo, è il ricostruito Duomo, la cui fabbrica si iniziò nel 1709, dopo appena dieci anni dal terremoto, sotto il vescovo Riggio.
La chiesa, dedicata alla patrona di Catania, S. Agata, fu iniziata fra il 1091 e il 1092, sulle rovine delle terme romane Achillee, per ordine del normanno Ruggero, conquistatore della città nel 1074, e venne consacrata nel 1094 dal vescovo bretone Ansgerio. Distrutta dal terremoto del 1169, venne ricostruita sotto il vescovo Roberto; i lavori, intrapresi nel 1171, si protrassero sino al tempo di Arrigo VI, anche perché la volta rifatta a travi venne distrutta, poco dopo la costruzione, da un violento incendio. II portale su accennato ci lascia ragionevolmente supporre un ulteriore rimaneggiamento avvenuto sotto Federico Il o comunque nel secolo XIII.
Il Duomo venne ricostruito dalle fondamenta, in quanto completamente distrutto dal terremoto, tranne che nella parte absidale. Il disegno fu affidato all'architetto Girolamo Palazzotto e successivamente la costruzione fu completata Giovan Battista Vaccarini, che vi lavorò dal 1730 al 1758. Sei anni occorsero infatti all'architetto palermitano per erigere il magnifico prospetto in marmo a due ordini di colonne: le inferiori, in granito, si pensa provengano dall'antico Teatro. La facciata è in alto ornata da una nicchia con S. Agata e un angelo. Nel prospetto del fianco sinistro, realizzato a lesene accoppiate, primeggia il bellissimo esemplare di portale marmoreo attribuito a Gian Domenico Mazzola di Carrara e risalente al 1577. Il campanile è opera del tardo ottocento (1869), mentre la balaustra che cinge il Duomo ai due lati è stata costruita tra i primi dell’ottocento e ultimata nel 1908: la sua lunghezza è di m. 120 circa; è sormontata dalle statue di nove santi siciliani cioè Leone, Attanasio, Luca, Rosalia, Beato Bernardo Scammacca, Attalo, Sesto, Giacomo, Everio. Nel giardino aperto sul lato sinistro v’è una mediocre statua classicheggiante del XIX colo, raffigurante «La fede».
Della primitiva costruzione normanna rimangono i muri perimetrali incorporati nella nuova fabbrica, il transetto fiancheggiato dalla parte inferiore da due torri incompiute, le tre maestose absidi semicircolari di lava, con la fila di alte arcate ogivali di tipo arabo, che si levano su alta zoccolatura basamentale, visibili all’esterno dal cortile dell’Arcivescovado, e le due Cappelle del Crocifisso e della Madonna. Nel XIX secolo, sotto il vescovo Deodato, furono aggiunti degli ornamenti in stucco all’interno, stucchi che nascosero le strutture della parte normanna, e venne rialzata la cupola della chiesa. Solo recentemente queste strutture sono state liberate riportando così la vecchia costruzione al suo aspetto originario.
La chiesa, con pianta a croce latina, è divisa all’interno in tre navate dove, addossate ai pilastri di quella mediana, sono situati i monumenti dei Vescovi e degli Arcivescovi qui traslati. Fra gli altri, va notato il monumento dedicato Vincenzo Bellini, morto nel 1835 a Puteaux all’età di 33 anni, sepolto a Parigi e qui traslato nel1'876; il monumento sepolcrale, opera del fiorentino G. B. Tassara, porta la medesima data della traslazione e simboleggia il mondo musicale del Cigno catanese: epigrafe dell'urna sono le note della famosissima melodia della Sonnambula («Ah, non credea mirarti, sì presto estinto, o fiore!»).         
L'arioso scalone d'ingresso di Palazzo Biscari,
opera dell'architetto Antonio Amato
All’ultimo pilastro della medesima navata si trova il monumento sepolcrale al Cardinale Dusmet, tanto amato dal popolo catanese per i suoi atti di carità cristiana, morto nel 1894; il ritratto del prelato che si trova sopra l’urna è opera del pittore catanese Giuseppe Leotta e reca la data del 1906.
Gli altari delle navate laterali sono sormontati da ricche pale incorniciate da stucchi dorati in stile rococò. Nella navata destra figurano nell’ordine: un notevole affresco di Giovanni Tuccari raffigurante «Il battesimo di Gesù»; «S. Rosalia e S. Febronia» di Guglielmo Borremas Nella navata sinistra: «S. Antonio Abate» del Borremas e «Il martirio di S. Agata» di Filippo Paladino (1605).
Sul primo pilastro sinistro notiamo un bellissimo esempio quattrocentesco di acquasantiera a intarsi marmorei.
Le due cappelle della Madonna e del Crocifisso, si aprono in fondo alle navate laterali; quella della Madonna (posta sul lato destro) accede attraverso un portale marmoreo del 1545, opera di G. B. Mazzola, recante nella lunetta; rappresentazione della «Incoronazione della Vergine» e, negli stipiti, scene di vita della stessa. All’interno, oltre alla statua del secolo XVI sistemata sull’altare, trovano posto due sarcofagi: quello della parete destra (del III secolo) proviene dall’Asia Minore e serba le spoglie di Federico III d’Aragona (morto nel 1337), del figlio
Giovanni da Randazzo, del re Luigi (morto nel 1355), del re Federico III (morto nel 1363), della regina Maria moglie del re Martino (morta nel 1402) e di suo figlio Federico; quello di sinistra, più classicheggiante e ricco di decorazioni, con una figura giacente di donna dal viso piuttosto brasato è di scuola napoletana del periodo gotico e serba le spoglie della regina Costanza, moglie di      Federico III (morta nel 1363).
Il portale attraverso cui si accede alla cappella del Crocifisso reca sugli stipiti scene della passione e nella lunetta «La pietà», opera di G. D. Mazzola, del 1536.
Nella cupola semicircolare della centrale delle tre absidi si ammirano gli stupendi affreschi di Corradino Romano, da non molto restaurati, eseguiti nel 1268 e raffiguranti il «Trionfo di S. Agata» e alle pareti i martiri catanesi; in basso si nota il prestigioso coro ligneo intagliato dal napoletano Scipione di Guido (1588) e che illustra le vicende del corpo della Santa. Una cancellata in ferro battuto di notevole interesse immette nell’abside destra, che è la cappella di S. Agata, adorna di sculture quattrocentesche eseguite dal messinese Antonello Freri (che si avvalse di un aiuto). Il trittico marmoreo raffigura S. Agata incoronata da Gesù, e  la Maddalena fra i santi Pietro e Paolo. Nella parete destra della cappella si ammira il monumento al viceré Ferdinando d’Acuna (morto nel 1494), notevole per l'abbondanza delle dorature; dalla parete di sinistra si accede al Tesoro di S. Agata. Qui si trova un reliquario in argento ricco di smalti e di ceselli, opera eseguita nel 1376 nelle officine di Limoges dal senese Giovanni Di Bartolo, che contiene il teschio della Martire; vi è inoltre uno scrigno gotico con in rilievo statuette di santi e che raccoglie all’interno, in artistici reliquari, il velo e le altre membra della Santa.
Scrigno e reliquari — squisito lavoro dell'oreficeria siciliana — furono eseguiti da Vincenzo Archifel e da Paolo Guarda che eseguì con ogni probabilità il coperchio).
Nei magazzini del Duomo si conserva ancora il fercolo in argento che serve per il trasporto della Santa attraverso la città, che, cominciato a Antonio Archifel nella prima metà del XVI secolo, venne ultimato da Paolo d’Aversa nel 1638. Né vanno  dimenticati un paliotto in argento eseguito dal messinese Saverio Corallo nel 1721 e i sontuosi torceri, opera del figlio Vincenzo. Del tesoro fanno pure parte una corona con pietre preziose che si vuole donata alla Santa da Riccardo «The Lion hearted».
La sagrestia, oltre all’affresco del Platania già citato, possiede dei bellissimi armadi intagliati del XVIII secolo.
La caratteristica Porta Uzeda del 1696 che immette
all'antico porto vecchio
Con lettera apostolica del 12 marzo 1963, papa Giovanni XXIII ha elevato la Cattedrale alla dignità di Basilica, accogliendo così un'antica aspirazione dell’Arcidiocesi catanese.
Di fronte al fianco sinistro del Duomo, in via Vittorio Emanuele, si erge la magnifica chiesa dell’ex monastero di S. Agata, che è certamente la migliore delle opere eseguite dal Vaccarini nella città, dedicata alla Santa da Ferdinando IV re di Sicilia e dal papa Pio VI. La chiesa, che può considerarsi una delle più belle opere del settecento siciliano, fu costruita fra il 1735 e il 1767. Il prospetto, originalissimo per la facciata; concavo-convessa in pietra calcarea a unico ordine di lesene, s'innalza su di una scalinata maestosa ed è preceduto da una ricca cancellata in ferro battuto. L'interno è quanto mai armonioso, la pianta a sistema centrale è costituita da un ottagono dal quale si dipartono dei bracci formando una croce greca; su di essa è impostata la grande cupola che domina l'edificio e che si accorda con le armoniose linee della facciata. Le cinque cappelle angolari realizzate ad abside presentano la stessa nobiltà dell’esterno in quanto tutte eguali, in marmo giallo con sopra ogni altare una statua.
Interessante è la decorazione a stucchi, soprattutto per la sua semplicità; semplicità che risalta nei ballatoi posti all’ingresso e sui bracci laterali dove i coretti, in stile rococò, provvisti di grate, permettevano alle suore di assistere alle funzioni.
Nel braccio Est è pure d’un certo interesse la cappella del Crocifisso, soprattutto per la ricchezza di marmi policromi; e non va trascurato il pavimento per la disposizione geometrica delle piastrelle con decorazioni grigie e bianche.
Al fine di dare una panoramica dei monumenti che si trovano nell’area della Cattedrale evitando in tal modo ritorni e confusioni, è bene; occuparsi di un gruppo di opere di grande interesse che, anche se non tutte settecentesche, trovano posto nella piazza del Duomo.
Innanzitutto la fontana dell’Elefante, simbolo della città. Posta al centro della rettangolare piazza settecentesca, armoniosa per l’insieme degli edifici che la circondano, la sua costruzione si deve in gran parte allo stesso Vaccarini; l’iscrizione posta dietro il monumento porta la data 1735/1736. L’architetto s’è ispirato nel disegnarla alla contemporanea fontana del Bernini in piazza della Minerva in Roma, ma, a differenza del monumento romano, quello di Catania ha un aspetto rinascimentale dovuto alla maggiore staticità delle linee. Sul massiccio basamento marmoreo ornato di putti e vaschette, Vaccarini pose il monolitico Elefante in pietra lavica già esistente, rifacendone i piedi mancanti e innalzando sul dorso dell’animale un obelisco egiziano di granito di Siena alto m. 3,61.
Sia l'Elefante che l’obelisco sono di tarda età romana e probabilmente appartenevano ad un circo. L’Elefante è detto dal popolo «Liotru» perché posto in rapporto con la stregoneria del mago Eliodoro, famoso negromante catanese in epoca bizantina. Il «Liotru» è legato a un culto orientale e secondo la leggenda fu gettato fuori le mura dai cristiani. Riportato in città verso la metà del XVI secolo, venne usato come monumento decorativo prima di un arco, poi del Palazzo di Città, quindi venne abbandonato per molto tempo, finché fu riadoperato dal Vaccarini.
«Liotru» con l'obelisco, simbolo della città
in piazza Duomo
L'obelisco, privo del basamento (eliminato dall’architetto per poterlo adattare sull’Elefante e che si trova tuttora conservato nella corte del Castello Ursino), porta incisi dei geroglifici relativi al culto della dea Iside; pare che anch’esso appartenesse al circo di Catania.
Altre due figure ai lati del basamento sono poste sulle vaschette a conchiglia: simboleggiano il Simeto e l'Amenano (fiumi del cata-nese; il secondo passa per piazza Duomo). Le due vaschette, posteriori alla costruzione del monumento, sono del 1757 una e della metà dell’800 l’altra.
Sempre al Vaccarini si deve il Palazzo di Città, realizzato nel 1741, e che è posto nel lato Nord della piazza. Esso ha pianta rettangolare ed è impostato su tre ordini spartiti da lesene, ha il piano inferiore della facciata a bugnato con delle finestre balconate e a timpano spezzato al primo piano. Quattro portali posti sulle facciate dell’edificio danno accesso all’ampio cortile centrale. All’interno viene conservata una serie di grandi tele, opere del pittore Giuseppe Sciuti, dell'ultimo ottocento.
Di fronte al Municipio, sul lato Sud della piazza, si erge l’elegante palazzo che fu un tempo il Seminario dei Chierici, opera di Alonzo di Benedetto (inizio del XVIII secolo) e caratterizzato dalle alte lesene bugnate che spartiscono i piani.
Attaccata al suo fianco sinistro si apre la bella e caratteristica Porta Uzeda, costruita nel 1696 e che dà sull’ antico Porto Vecchio. Una icona sulla parete raffigura un «Ecce homo» opera del pittore Mario Siracusa (primo ’900). Di fronte, ormai fuori della piazza, troviamo il Giardino Pacini con un monumento al musicista eseguito da Giovanni Dupré.
Sul lato destro dell’ex Seminario dei Chierici in uno spiazzo che porta in Pescheria, si erge la Fontana dell’Amenano, chiamata dai catanes «acqua a linzolu» per il gioco dell'acqua che dalla grande vasca cade nel fiume che scorre sotto il monumento. L'opera è firmata da Tito Angelini (1867) e raffigura una statua apollinea reggente una cornucopia e due tritoni con buccina. Di là dalla fontana si apre la pescheria col massiccio arco di Carlo V e la Porta del 1553 che immette nello spazio dello scomparso Porto Vecchio e che è l’unica rimasta delle otto originarie che si aprivano nella cinta muraria.
Costeggiando i vecchi bastioni lungo la via Dusmet, troviamo i magnifici palazzi settecenteschi dell'Arcivescovado che si affacciano sul mare, e il Palazzo Biscari, pregevoli per la ricchezza della frastagliata decorazione e per il gioco cromatico della pietra bianca delle lesene e delle finestre in contrasto con la pietra lavica dei muri.
Dalla via Museo Biscari si accede al palazzo Biscari, la cui facciata è opera di Antonio Amato; passando attraverso un ricchissimo portale intagliato che immette in un ampio cortile e per un’aerosa scala arabescata si accede alle magnifiche sale; tra queste notevole il grande salone per ricevimenti dalla volta a cupola: un soppalco appositamente creato, all'altezza del cornicione, ospitava i musici durante le feste. Si arriva all’orchestra attraverso un'armoniosa scala che si trova nel transetto adiacente al salone stesso. L'edificio fu sede del museo che, come abbiamo già accennato, venne realizzato da Ignazio Paternò nel '700, museo ricchissimo di materiale che venne nel 1932 donato al comune entrando a far parte del Museo Civico (eccettuati i gioielli e l’armeria che, dopo la morte del fondatore, finirono all’estero).
Sotto il palazzo dell’Arcivescovado, lungo le mura, v’è una fontanella con un’iscrizione e un bassorilievo marmoreo del busto dì S. Agata; esso ricorda la costruzione di una strada lungomare e di un antemurale del 1621 ad opera del Governatore Francesco Lanario, nel punto esatto da cui partì (nel 1040) il corpo della Santa catanese allorché fu trasportato a Costantinopoli da Giorgio Maniace.
Uno dei balconi di Palazzo Biscari,
            sul lato di via Dusmet

Poco lontano da Piazza Duomo, sorge sulla via Etnea la maestosa Chiesa della Collegiata senza meno una delle più belle chiese barocche cittadine. Elevata alla dignità di Basilica da Pio XII nel 1946, la chiesa prende il nome dal fatto che in essa esercitava il sacro ministero un Collegio di Sacerdoti; venne eretta (come dice l'iscrizione posta sulla porta centrale) nel 1768 sulle rovine della cappella regia degli Aragonesi, per opera del cantore D. Joes Frac, Lullus e fu dedicata a S. Maria dell’Elemosina, a cui era dedicata nello stesso luogo un’edicola bizantina. Il progetto si deve al gesuita Angelo Italia; questi ne iniziò la costruzione unitamente all’architetto Antonio Amato. Stefano Ittar la terminò e ne realizzò il prospetto che, per la purezza delle linee, viene considerato il capolavoro dell’architetto romano, anche se è evidente il collegamento con certe architetture del Borromini soprattutto nella parte alta dell’edificio; qui però si notano una calma e un equilibrio ben diversi dalle concezioni borrominiane. La facciata si presenta a triplice concavità, col corpo centrale che si eleva movimentato, includendo una nicchia a balcone terminante in un fantasioso coronamento. La pianta a croce latina (disegnata dall’Italia) è divisa in tre navate da otto pilastri; ai primi due si appoggiano due fonti marmorei.
Le volte della navata mediana e dei transetto, nonché la cupola, sono affrescate con pitture del XIX secolo, eseguite dallo Sciuti; vi troviamo, inoltre, un dipinto del XVIII secolo eseguito da Olivio Sozzi, raffigurante «La Gloria di S. Apollonia»; una tela dì Francesco Gramignani raffigurante «S. Agata portata al supplizio» e una «Sacra Famiglia» attribuita al palermitano Desiderato. Sulle pareti laterali del Presbiterio una serie di quadri dello Sciuti (1898) illustra la creazione del capitolo dei canonici da parte di Eugenio IV, avvenimento che segnò la fondazione della chiesa.
Un cenno particolare merita il prezioso organo intagliato e dorato, di tipica costruzione settecentesca, posto dietro all’altare maggiore. La fabbrica dell’edificio della Collegiata fu terminata solo nel 1815, anno in cui avvenne l’inaugurazione dell’aula capitolare e della sagrestia, realizzata dall’architetto Sebastiano Ittar, figlio del precedente, e famoso come incisore e grandissimo disegnatore. Oltre alla notissima pianta topografica della città di Catania, dedicata dall’lttar a Ferdinando II di Borbone (che aveva espresso il desiderio di possedere una sua opera), vari sono gli album di incisioni realizzati dall’artista, e fra i più famosi: la «Raccolta degli antichi edifici di Catania» e «Viaggio pittorico sull’Etna». Ma Ittar fu soprattutto noto all’estero per aver eseguito per conto di Thomas Bruce Elgin (noto per le spoliazioni dei monumenti greci a favore del governo britannico) i rilevamenti dell’Acropoli d’Atene; rilevamenti che, per la precisione e l’alto valore artistico, gli valsero numerose benemerenze, come quella della Società libera delle Belle Arti di Parigi (1831) e la nomina a membro onorario dell’istituto degli architetti Britannici (1836). Il 29 agosto 1833 l'amministrazione municipale catanese lo nominava architetto comunale.
Sempre sulla via Etnea, nella zona compresa fra la piazza del Duomo e la Basilica della Collegiata, si apre piazza dell’Università, altra importante opera del palermitano Vaccarini.
Palazzo dell'Università, riedificato dopo il terremoto del 1693
Suo è il disegno della piazza, un quadrato di m. 65 di lato che, per le aggraziate proporzioni, potremmo definire un salotto all'aperto; sue sono per la massima parte le costruzioni che la circondano formando con la piazza un complesso architettonico di grande bellezza. Oltre alla facciata posteriore del Palazzo del Municipio, si trovano nella piazza altre due opere dell’architetto: a destra il palazzo dei Marchesi di S. Giuliano (1745) e a sinistra il palazzo dell’Università. In quest’ultimo edificio ha sede fin dal 1684 la locale Università; crollato durante il terremoto, se ne iniziò la ricostruzione ai primi del XVIII secolo e nel 1730 fu affidato al Vaccarini che ne disegnò il chiosco. La facciata fu rimaneggiata nella prima metà del XIX secolo da Antonio Battaglia (su progetto del Distefano); per il suo aspetto ibrido non merita particolare attenzione. Notevole invece il chiosco a due ordini di loggiati che, grazie all’equilibrio e alla semplicità delle linee, risulta opera di rara armonia.
All’interno dell’edificio, nell’aula magna, si trova un magnifico arazzo raffigurante lo stemma della casa aragonese fondatrice dello Studium, arazzo disegnato dal Siviero ed eseguito dagli arazzieri Eroli; notevole, inoltre, l'affresco della volta firmato da Giovan Battista Pipero (1755).
Importantissima è senza dubbio la biblioteca dell'Ateneo (posta al primo piano dell’edificio), funzionante sin dal 1755 e che possiede più di 160.000 volumi, fra cui non poche rarità bibliografiche: codici antichi, incunaboli e manoscritti di rara eccezionalità (basti citare le «Consuetudines Civitas Cataniae» del 435, e le prime edizioni del Savonarola)

lunedì 25 agosto 2014

Marco Cinque: Muri e mari



Marco Cinque: Muri e mari, Seam edizioni, settembre 2014
Copertina e foto sono di Marco Cinque, grafica e design: Progetto stefiro
Ordina il libro sul sito dell'Editore

La prefazione
ISBN: 9788881795253, € 10,00, PAG. 96
Si scrive tanta poesia oggi perché tanta è la sofferenza che affligge il mondo. Con queste parole uno dei più grandi poeti del ‘900 non intendeva certo giustificare la sterminata produzione letteraria di pubblicazioni più o meno poetiche, unica in Europa, che caratterizza il nostro paese.
Pensava alla poesia totale Franco Loi, alla poesia che d’un tratto diviene necessaria alla narrazione del mondo, perché a certe assurdità, violenza, soppressione dei diritti umani, crudeltà e cinismo, non si può più rispondere con la semplice analisi, con l’argomentazione da raziocinio.
Serve la poesia, quella raccolta ai margini del sentire, raggrumata in una vena pulsante, che arde del fuoco dei giusti, che imbocca i sentieri lasciando l’asfalto e non teme rovi e sterpaglie. Come quella di Marco Cinque, poesia che cammina a piedi nudi nell’oscurità, senza lamento sterile, senza invocazioni d’eroismo o in attesa d’appellativi di cantore o interprete del disagio di un’epoca.
Fanculo le etichette.
Poesia che ha nel petto un suo autentico barbarico “Yawp”, ma non si sente orfana di Whitman. “Urla”, di un urlo che non è manierismo o scimmiottesca nostalgia di Ginsberg, ma un urlo che squarcia il silenzio, strattona le coscienze, che conficca chiodi e spine sulle poltrone della nostra opulenta e saccente civiltà occidentale, noi comodamente seduti al riparo da tutto, a commentare il mondo con un click, a guardarlo sempre più distaccati senza avere
il coraggio di fare l’unica cosa sensata: viverlo.
Marco, urla ancora… urla sempre.
Leonardo Omar Onida

Marco Cinque fa parte di una tradizione, ormai quasi del tutto scomparsa, del cantore della libertà. 
Come Ignazio Buttitta, Rosa Balistreri, Franco Trincale e Matteo Salvatore, per citare i più noti la poesia in questo caso è un grido contro la sopraffazione, una preghiera verso i più deboli e i diseredati del mondo. Soprattutto oggi che le condizioni umane, malgrado la modernità, consenta in apparenza una vita migliore o più comoda, il potere di alcuni è in netto contrasto con l'impossibilità di vivere di milioni di persone.
Dalle carceri agli sbarchi clandestini, dalle minoranze etniche o religiose, dagli ergastolani ai condannati a morte, questi sono gli umani cantati e difesi da Marco Cinque, senza interruzione di continuità, senza se e senza ma. Per tutti egli chiede quella vita che è il diritto sacrosanto e fondamentale sancito dalle costituzioni dei paesi civili e dai libri sacri d'ogni fede. 
Questo non accade e per questo e di questo Marco scrive.
b.c.
La 'voce' del poeta

Sangue nostrum

Sventola ormai impietrita
la bandiera della vergogna
come falce dopo mietitura
e nulla da bruciare ancora.

Fiori sfiniti dalle fanfare
deposti su legni senza vita
cosa, come, chi pregare
cosa, come, chi imprecare
Aicha, Ali, Maram
sangue nostro quotidiano.

Nessun corpo da piangere
o interi corpi di pianto
lo sguardo si è perduto
sul corteo infinito di bare
contare, non contare…

Oh figli, figli miei
oh sangue, sangue nostrum
questo dunque il vostro salmo?

Il mare tace livido
nell’isola dei Conigli
e il cielo è un coperchio
su questo tempo senza ritorno
in queste ossa di sola andata
tra questi visi sfatti di dolore.

Sangue, sangue nostrum
sia adesso e per sempre
nell’ora della nostra vita.

Yarmouk
(campo dei rifugiati palestinesi in Siria)

Ho cercato, ma non c’è
non esiste poesia o parola
che possa levarsi dalle
macerie di questo campo.

Solo una domanda
forse inutile, che si perderà
affogandosi nella consapevolezza
di tanta infinita tristezza:

“Ditemi, vi prego
quanti occhi ci vorranno
per chiedere scusa
al cielo?”.

Compra calzini

“Compra calzini, capo
costa solo 1 euro, capo
calzini, compra calzini”.

Non sono il tuo capo
ascoltami, guardami bene
non vedi? Sono tuo fratello.

Riguardo ai calzini, lo sai
vorrei avere mille piedi

ma ne ho soltanto due:
il mio e il tuo, fratello

che in questa merda
si vive su una gamba sola.



Marco Cinque nasce a Roma il 4 settembre 1957. Scrive, fotografa, suona, recita, pubblica saggi, raccolte poetiche, articoli. Partecipa ad album musicali, festival internazionali di poesia, mostre pittoriche e fotografiche.
Attraverso i linguaggi dell'arte veicola tematiche socio-ambientali, privilegiando nei suoi progetti multimediali le scuole di ogni ordine e grado.
Ha collaborato con musicisti come Maurizio Carbone, Massimo Mollo, Martin O´Loughlin, Marcos Vinicius, Marzouk Mejri; attori come Tecla Silvestrini, Luigi Marangoni, Lorenzo Acquaviva, Stefano Lucarelli, Cosimo Rega; poeti come Jack Hirschman, Lance Henson, Carter Revard, Hawad Mahmoudan, Marcia Theophilo, Carmen Yanez, Alberto Masala, Samih Al-Qasim, Beppe Costa, H.S. Shivaprakash, etc.
Ha pubblicato circa 30 libri ed è stato tradotto in inglese, spagnolo e tedesco.
Attualmente Lavora presso il quotidiano il manifesto e collabora con la redazione scrivendo articoli e recensioni sui temi dei diritti umani e sulla discriminazione delle minoranze etniche.
Oltre che sul giornale quotidiano, pubblica anche sugli inserti culturali Alias (settimanale) e Le Monde Diplomatique (mensile).

Il sito di Marco Cinque