lunedì 12 gennaio 2015

Ivana Maksić: LA MIA PAURA DI ESSERE SCHIAVA

ISBN 9788868670511, pp. 40, € 7,00
Ivana Maksić La mia paura di essere schiava, 2014, Gilgamesh Edizioni
traduzione di Fabio Barcellandi
Collana "Le zanzare" a cura di Andrea Garbin
con il -Movimento dal Sottosuolo-


Ivana Maksić (1984, Serbia, ex Jugoslavia).
Ha recentemente pubblicato due libri di poesia: O corpo in-corpo-ra me (Matica Srpska, 2011) e Oltre la comunicazione (Presing, 2013). È traduttrice freelance (traduce poesia, narrativa e saggistica dall’inglese al serbo).
È stata il coredattore-capo dell’antologia di poesia civile serba Ai denti (Presing, 2014).
Le sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie e raccolte di poesia sia in Serbia che nei paesi dell’ex-Jugoslavia.

Estratto dal volume:

UN PAIO DI GAMBE, ADATTO A CHIUNQUE

1.
Se sei un uomo,
E non una bomba a orologeria,
Chi sei dunque?
Qualcuno che balla molto bene, ma a quali
[condizioni?
Balli senza scarpe, a piedi nudi (di solito è scritto in
caratteri piccoli).

2.
Oggi sono diventata la proprietà di qualcuno.
Finalmente adesso ho un impiego,
I miei orari di lavoro sono ininterrotti.
D’ora in poi quando riempirò vuoti moduli
Il mio stato occupazionale lo potrò scrivere con
           [orgoglio: impiegata.

3.
Quando i passanti superano il mio posto di lavoro
Guardano sempre qualcosa dietro di me, come se si
           [chiedessero
Se non ci sia un letto per me per dormire un po’.
           [Ma, quando potrei?

4.
L’unico svantaggio del mio lavoro
È che la mia bocca si torce dal troppo sorridere.
A parte questa stupida gioia,
Che non mi appartiene comunque,
Non ho altri sentimenti di sorta.

5.
Mio marito non lavora più illegalmente.
Ciononostante non lo vedo quasi,
Sono felice, sono la persona più felice che mai.
Il mio pancione cresce a causa di quella felicità.
Così è più facile per me lucidare i pavimenti con
           [le mie stesse mani.

 6.

Preferirei avere un pulsante o un qualche allarme
[incorporato nelle mie orecchie.
In quel caso salterei fuori dal letto più facilmente
            [durante la notte,
Non appena il mio capo mi chiama.
Sarebbe così bello, sarebbe così meraviglioso,
essere sempre in tempo, arrivare al lavoro sempre
           [prima della mia collega.


RITORNO A QUANDO ERO RIMBAUD

Imbriglierò i cavalli neri come la morte / e ruzzolerò
giù da una montagna ripida / sdraiato nel
mio carro / tra brandelli di aquiloni di carta / farò
linguacce a ogni passante / e il cielo farà
l’occhiolino / alla ferita sulla mia spalla sinistra /
vittoria / clown a una fiera delle vanità / la
lama di una ghigliottina diventa sorda da tutte quelle
bugie.


UN POETA IN PALESTRA (In SERBIA)

Mentre era in palestra, un poeta ascoltò una
[conversazione:
qualcosa
qualcosa a proposito di violenza familiare
a proposito di violenza contro le donne.
Una donna improvvisamente esclamò: non riesco a
[immaginare
quanto orribile una donna debba essere, quanto
[stupida, insopportabile e meschina
perché qualcuno la colpisca, la violenti, la
[schiaffeggi, la renda schiava.
Che ne concluse il poeta?
Il poeta non riuscì a farne una poesia.

Per acquistare il libro clicca qui

giovedì 1 gennaio 2015

Basir Ahang: tre poesie

Una delle voci più alte contro la guerra è quella di Basir
Ahang, afgano Hazara che vive in Italia da qualche anno.
L'averlo incontrato di persona quest'anno al Festival Internazionale città di Sassari aggiunge un altro tassello di conoscenza per un bagaglio ancora semivuoto che abbiamo in Italia, sia nei confronti di ciò che accade in molti paesi, che per lo sviluppo e la conoscenza della poesia stessa.
Sperando venga edito anche in Italia, dedico a lui e a chi ama la Poesia alcuni dei suoi versi. (b.c.)

Interrogativo d’inverno

Come molti altri prima di me
mi sono chiesto
quale fosse il senso
di questa laconica esistenza

Aspirando un tabacco troppo amaro
mi sono detto
ancora due o tre minuti
e la vita tornerà quella di prima

Stordito e obbediente di natura
ho trascorso le giornate
con una tazza di te fra le mani
unico calore inalterato negli anni

Contando gli autunni
le estati
le primavere
e gli inverni

ho atteso il giorno
in cui il corvo nero
si sarebbe seduto sul ramo di cedro
per cantare un ultimo requiem

e come l’albero tagliato in due
non poter più sentire
la neve che cade
il calore del te
tra le mani ghiacciate

Ho concluso
esser questo il senso della vita
una fine infinita

un gracchiare di corvo


Anche questa è vita?

Forse è meglio se ti abitui
se non ti fucileranno in guerra
allora sarai obbligato
ad offrire il tuo corpo al mare

Anche questa è vita?
Quando scapperai dalla tua patria
diventerai nutrimento per i pesci
se ne avrai avuto la possibilità
Dovrai sincronizzare il tuo battito
con la campana della chiesa
finché gli anni passeranno
e rimarrai ultimo fra i cittadini
Uno straniero che vuole vivere
con la lingua ormai troppo amara

Forse è meglio se ti abitui
come un orfano bambino
he prende schiaffi per abitudine

Anche questa è vita?
per te che la ami
Devi abituarti
al Teatro Civico di Sassari

Quella fottuta notte

Quando hanno sparato l'ultimo proiettile
era notte
le strade di Bamiyan¹ erano chiuse
Quella notte
Kapisa² bruciava nel fuoco della pazzia
e il demonio di Kabul ebbro dell’ultima bottiglia
di tequila di Jalisco
Sognava i corpi nudi della città di Sodoma
Quella notte Bamiyan era luminosa
con le lanterne colorate di blu
e una folla di scalzi cantava
un inno di pace
per i pezzi perduti di Shahmama
Bamyian era luminosa
e i confini del cielo di Ghulgula³
scoloriti

Quella notte la pazzia dominava ovunque
e noi miserabili nelle calli magiche di Venezia
restavamo bloccati con le lanterne spente tra le mani
Quella notte la paura dominava ovunque
e Yakawlang 4 aspettava la distruzione promessa
Quella notte un nodo orribile strozzava le gole
e noi miserabili ballavamo nell’oscurità
dei nostri pensieri
Quando i titoli dei notiziari nel mondo
cambiarono all’improvviso
e un’onda veloce come un fulmine
volteggiò nel cielo di Venezia
La vostra città all’alba
era distrutta
e noi miserabili
ballavamo ancora nell’oscurità dei nostri pensieri
Quella fottuta notte

(22/01/2014 giorno dell’anniversario del massacro di Yakawlang)

Note:
1.La provincia di Bamiyan, in Afghanistan, era sede delle famose e millenarie statue di Buddha distrutte dai talebani il 10 marzo 2001. Le statue erano chiamate Shahmama (figura femminile) e Salsal (figura maschile) ed erano considerate Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
2.La provincia di Kapisa venne distrutta e bruciata dai talebani nel 1996
3.Ghulgula era la città antica di Bamiyan
4.La provincia di Yakawlang, situata nel centro dell’Afghanistan, fu sede di uno dei massacri più sanguinosi perpetrati ad opera dei talebani. Migliaia di persone furono massacrate dai talebani solo per il fatto di appartenere all’etnia Hazara.


Basir con i poeti Liliana Murru e Leonardo Onida a Sassari
Basir Ahang è nato in Afghanistan a Kabul ma dal 2008 vive e lavora in Italia. Laureato in Storia e letteratura persiana attualmente sta conseguendo la seconda laurea in relazioni internazionali presso l’università di Padova. Giornalista di professione si occupa prevalentemente di Afghanistan e diritti umani con un’attenzione particolare alla situazione dei rifugiati e delle donne. Ha collaborato con diversi giornali e agenzie internazionali. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su BBC persian, Al Jazeera e Deutsche Welle. Basir Ahang si occupa anche di poesia e di cinema. Molte delle sue poesie sono state tradotte in italiano e in inglese. Nel 2014 ha partecipato al Festival Internazionale di Poesia “Ottobre in Poesia” di Sassari, ottenendo il premio speciale della critica per una sua poesia in concorso(Quella fottuta notte). Attualmente collabora con diversi siti di informazione come frontierenews.it, kabulpress.org e hazarapeople.com di cui è anche direttore.



Goliarda Sapienza, Le certezze del dubbio, Pellicanolibri, 1987

Rifiutato da tutti gli editori, con risposte che fanno capire di non avere neanche letto il testo, decido nel 1987 di pubblicare con Pellicanolibri questo straordinario romanzo dell'amica Goliarda.
Molto schiva e lontana dai salotti, sarà assidua frequentatrice e amata da chi, nel quartiere di Casalotti, dove c'è la libreria, avrà modo di incontrarla. Saranno anni di dolori e splendori, con l'aiuto di Adele Cambria, Marta Marzotto ed Enzo Grasso, faremo di tutto affinché potesse avere, Lei, il posto che meritava, Ci vorranno anni, la sua scomparsa e la pubblicazione in Francia e Austria de L'Arte della gioia, poi edito "finalmente" da Einaudi, a farla conoscere anche al pubblico italiano.
Associazioni, libri, film, opere inedite (non sempre valide) ora proliferano. 
Ho il dovere e la passione ancora oggi di fare conoscere ancora di più questo romanzo, ancora disponibile, ordinandolo nel sito dell'editore, pubblicando le prime pagine.
b.c.


Da quando m’avevano sbattuta fuori dal carcere in attesa di giudizio avevo preso anch’io a percorrere quelle piccole strade lastricate di sampietrini che ininterrotte conducono dall’esterno di piazzale Clodio dentro il nuovo Palazzo di Giustizia: quel percorso stava a significare (nella mente progressista dell’architetto) che ormai la giustizia era scesa dal suo trono inaccessibile e segreto e si svolgeva per le strade, sotto gli occhi di tutti, alla portata di chiunque avesse voglia di prendere parte alla cerimonia... Così andavo rimuginando fra me e me, ridendomela di quell’ennesima utopia novecentesca che andava a rotoli. Ora transenne e veri e propri muri di toraci e braccia cariche di armi da fuoco sbarravano il passo ogni quattro, cinque metri!...

Mi divertiva talmente sfottere quell’architetto, il suo dannoso liceo classico, le sue inutili letture kafkiane, eccetera (era come ridere di me stessa) che stavo per sorpassarla quando una risata familiare mi blocca davanti alla IIa sezione penale. Sarà qualche coattona che frequenta il “Governo Vecchio” mi dico, e su al secondo piano mi aspettano. Non di meno il mio passo rallenta e il mio sguardo si accinge a scrutare bene in quel particolare gruppetto dove lei, i grandi occhi bruni fissi in un’ammirazione assoluta della bella testa dell’avvocato Rocco Ventre, ride della sua strana risata di un tempo. Non è passato che un anno da quando ho ascoltato per l’ultima volta quel suo ridere infantile e rauco nello stesso tempo, eppure è come se le modulazioni di quella voce sortissero da un passato così remoto da dare brividi di paura ultraterrena. È Roberta! realizzo, la compagna della cella 27, mia prima residenza stabile a Rebibbia! Roberta deve aver sentito il mio sguardo perché per un attimo le sue pupille orlate d’ali di farfalla hanno un lieve moto verso di me prima di tornare a fissare ancora più
intensamente l’oggetto della sua ammirazione.

Non mi ha riconosciuta! Tanto vale proseguire per la mia strada.
Forse è il destino di chi si è incontrato in carcere. Anche nei viaggi avviene lo stesso: ci si scambia indirizzi, numero di telefono, ci si assicura che non si potrà fare a meno di rivedersi ma poi, tornati alla vita di tutti i giorni, si dimentica. Con un ultimo sguardo indifferente su di lei e il suo gruppetto, così che non si senta in dovere di riconoscermi, le volgo le spalle e filo via su al secondo piano dove l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi difende l’ennesima ragazza stuprata. È per questo che sono qui, mi dico, sono stata inviata dalla mia boss di “Quotidiano Donna” per un articolo... ho detto boss ma è una donna dolcissima con fianchi generosi, pelle di latte e sguardo avvolgente che lasciamo andare! E poi ho appuntamento con Ginevra, altro pezzo di ragazza che non dico! Eh, caro Fellini, l’epoca delle tue femministe trucide è finita, e non vorrei essere nei tuoi panni!
Quando entro nell’aula purtroppo Tina ha già iniziato da tempo la sua arringa, e anche se Ginevra con la quale avevo appuntamento mi fissa sbalordita per il mio ritardo (il mio organismo preindustriale è stato così ben inchiavardato all’idea del “ritardo come delitto” che non c’è modo di allentarne qualche vite!), io come posso cerco di ignorarla e con lei tutte le dannate femminucce, donnette, prefemministe o postfemministe che il fottuto dio dell’ideologia mi ha fatto incontrare! Sempre così, quando qualcuna di loro mi delude, me la prendo con tutte: un mio metodo per soffrire meno.
Chi se l’aspettava dopo tanta vicinanza in una cella (tre metri per tre e mezzo!) di non essere nemmeno riconosciuta! Fosse stata Barbara, così passionale, emotiva l’avrei potuto anche capire. Ma Roberta, così consapevole, così fredda e ideologica!... e ci siamo pure scritte dopo quando io ero fuori e lei ancora dentro.
Come posso cerco di buttarmi anima e corpo in quel mare sonoro ora in tempesta, ora calmo e sereno che è la voce di Tina, con il fermo proposito di annegarci per una buona volta e dimenticare.
Ma non ci riesco. E quando Ginevra finalmente mi trascina fuori dall’aula tra la folla animata che commenta il processo, l’entusiasmo
di tutti per l’arringa di Tina è così assoluto e coinvolgente che mi fa dimenticare quell’incontro assurdo - solo sognato? - di qualche ora prima.
Conquistata la mia “dimenticanza”, ultima dea che assiste i sofferenti! senza sospetto distolgo gli occhi per un attimo da Tina per salutare un vecchio amico, quando all’improvviso, come uscita dal mantello nero del solito prestigiatore in smoking e cilindro, Roberta mi si para davanti. Ma di spalle, questa volta, intenta a parlare fitto fitto con qualcuno dalla statura tarchiata, paterna, i capelli bianchi, lo sguardo limpido in apprensione, ancora più paterno - se possibile - del suo grande torace. Non potevo riconoscerla mi dico: là in galera sembrava più robusta (per la limitazione costante dello spazio che ci circondava?) ed era bionda, di un biondo così naturale da non creare sospetto di finzione. Come faceva? Ma già che c’era la parrucchiera a Rebibbia! [...]

martedì 30 dicembre 2014

SignorNò: poesie e scritti contro la guerra, Seam 2015

Gennaio 2015, pp 168, € 10.00 - ISBN: 9788881795314
http://www.seamedizioni.it/
Poesie e testimonianze di veterani Usa e refusnik israeliani Con i contributi in versi di autori e autrici nazionali e internazionali a cura di Marco Cinque e Phil Rushton
prefazione Margherita Hack


Diritti

I diritti d’autore di questo volume sono interamente destinati alla causa di Fernando Eros Caro, amerindiano di ascendenza yaqui rinchiuso da quasi 30 anni nel braccio della morte di San Quentin, in California.

Ringraziamenti
Siamo grati per la disponibilità e la collaborazione del giornale Il Manifesto e di tutte le persone che, a diverso titolo, hanno partecipato e reso possibile questa pubblicazione. E un ringraziamento particolare va A H. Bruce Franklin e W. D. Ehrhart, che hanno collaborato con entusiasmo e preso contatti con molti dei poeti veterani qui presenti.

Autori

Veterani Statunitensi: 
John Balaban, Jan Barry, Horace Coleman, David Connolly, W. D. Ehrhart, 
Yusef Komunyakaa, Gerald McCarthy, Marilyn M. McMahon, Dale Ritterbusch. 

Testimonianze dal Vietnam: 
Philip Caputo, Michael Clodfelter, Carl Cresswell, Varnado Simpson, Lamont Steptoe, Hugh Clowers Thompson

Refusnik israeliani: 
Sergio Yahni, Yishay Mor, Ruth Hiller, 
Yigal Bronner, Simcha Leventhal

Autori e autrici nazionali e internazionali: 
Basir Ahang, Al-Shaaer Said Abu Tabanja, Naim Araidi, Liliana Arena, Fabio Barcellandi, 
Stefania Battistella, Alessandra Bava, Ferruccio Brugnaro, Giancarlo Cavallo, Marco Cinque, 
Beppe Costa, Igor Costanzo, Mahmoud Darwish, Andrea Garbin, Nenad Glišić, 
Jack Hirschman, Iago, Gabriel Impaglione, Stefano Iori, Giovanna Iorio, Ivo Machado, 
Alberto Masala, Ibrahim Nasrallah, Leonardo Omar Onida, Franca Palmieri, Paul Polansky, 
Samih al-Qasim, Valeria Raimondi, Phil Rushton, Izet Sarajlic, Sandro Sardella, 
Igiaba Scego, Marcella Testa, Amin Wahidi.


Prefazione

Signornò! È la rivolta al Signorsì, all’obbedienza cieca e assoluta che si richiede ai militari, e in particolare in guerra, in omaggio al detto “My country, right or wrong” e in nome dell’amor patrio si giustificano i più orrendi delitti contro il nemico, anche se rappresentato da bambini indifesi. È una raccolta di pensieri, di poesie, di sfoghi di  militari  in guerra, che si domandano: ma non eravamo noi i buoni, i liberatori, i portatori di democrazia? Noi che ammazziamo donne ferite, bambini  terrorizzati, immortalati per tutti  da quella tragica fotografia della bambina vietnamita seminuda che scappa piangendo, o dal bambino ebreo con le braccia alzate prima di essere trascinato nel lager nazista, due testimonianze di quello che è stato il XX secolo.
È un grido dell’umanità ferita dalla guerra, da questa inutile pazzia dell’umanità esaltata da sempre, come dagli antichi romani: pulcrum et decorum est pro patria mori. 
Quando i popoli troveranno il coraggio di rivoltarsi ai loro governi, di gridare uniti: Signornò!

Margherita Hack


Introduzione

Questa raccolta di versi e testimonianze contro la guerra, oltre a proporsi come un libro dal contenuto quanto più possibile povero di retorica, vuole anche essere uno strumento per realizzare progetti multimediali nel vivo del tessuto sociale, soprattutto nelle scuole e tra i giovani.
I nostri migliori auguri solidali a Fernando Eros Caro
La partecipazione attiva di coloro che alla guerra hanno partecipato in prima persona, oltre ad essere un’occasione di riscatto umano, è anche un’opportunità per mostrare con disincanto le ferite interiori lasciate da un orrore che va sempre più globalizzandosi, e che ormai  trasforma persino i corpi militari delle nazioni in eserciti di mercenari, che hanno come loro obiettivo soprattutto il compito di far quadrare i bilanci delle multinazionali delle armi e della ricostruzione.
Dalla fine della 2° Guerra Mondiale ci sono state almeno 180 guerre, quasi tutte combattute nel Terzo Mondo, promosse e armate dall’Occidente ed hanno provocato 40 milioni di morti, oltre a centinaia di milioni di profughi. Inoltre i conflitti tendono ad assumere un’aura di moralità che non gli spetta, ingannando i cittadini dei paesi coinvolti con nomi che mistificano la vera e immutabile natura omicida di ogni guerra: operazioni chirurgiche, conflitti umanitari, interventi preventivi, lotta al terrore e via dicendo. Come ben documentato e riconosciuto, le guerre moderne hanno come inevitabile effetto collaterale quello di mietere una maggioranza di vittime civili, motivo già pienamente sufficiente per dire sempre e comunque: SignorNò!
I diritti d’autore del volume sono interamente dedicati alla causa di Fernando Eros Caro, un nativo americano di ascendenza yaqui, anche lui ex marine, prigioniero ormai da quasi 30 anni in un loculo di un metro e mezzo per tre, nel braccio della morte californiano di San Quentin.
Ma assieme a Fernando Caro, gli Stati Uniti “ospitano” nelle loro galere ben 140.000 veterani (dati stimati nel 2004). Inoltre, si contano mediamente ogni anno 6.200 suicidi di reduci. È come una guerra nella guerra, che continua pure fuori dai teatri bellici, una volta tornati in patria: un senzatetto su tre, infatti, è veterano, per non parlare delle malattie, spesso mortali, come la cosiddetta Sindrome del Golfo che ha contagiato 210.000 soldati USA o delle malattie mentali diagnosticate a circa 300.000 reduci statunitensi di Iraq e Afghanistan. Ci auguriamo che questo libro ed il progetto ad esso collegato possano trovare attenzione e partecipazione, contribuendo a seminare un po’ di pace anche in un mondo sempre più ostaggio di logiche guerrafondaie che sembrano quasi impossibili da arginare, in un processo di disumanizzazione globale che si fa tanto più evidente quanto più aumenta il disinteresse, la rassegnazione e l’abitudine allo stato ormai permanente di quella che può definirsi “normalità della guerra”. 
Tra governanti e governati che parlano come un coro assordante di proiettili e bombe, ogni piccola voce che avrà il coraggio di dire SignorNò, contribuirà a costruire un grande sogno: quello di poter raccontare un giorno ai nostri figli una favola bellissima. Una favola che inizia e finisce così: “C’era una volta la guerra ma, adesso, non c’è più”. 

Marco Cinque, Phil Rushton

domenica 28 dicembre 2014

Al-Shaaer Said Abu Tabanja: (الشاعر سعيد ابو طبنجه) Due poesie

Abbiamo conosciuto Said Abu Tabanja in Israele, al Nisan Festival organizzato da Naim Araidi. Said è un palestinese di Gaza. Figura a metà fra un insegnante e un contadino, pur non parlando molto l'inglese e per nulla l'italiano, abbiamo trovato in Salma Mamdouh un validissimo aiuto per tradurre le sue poesie in italiano.
La poesia ci insegna che tutto il significato si trova dentro gesti e atteggiamenti che sanno arrivare, prima della parola, all'animo umano. E così Said, dall'alto dei suoi due metri (forse più) d'altezza, ha reso se stesso totem e ideale punto di riferimento di una tipologia di poesia popolare ma colta, portatrice di ogni verità raccontata o tramandata, riguardanti tutte le ferite della sua terra. I giornalisti sanno quanto sia importante la veridicità della fonte affinché una notizia sia il più possibile esatta, allo stesso modo, nella poesia di Said possiamo sperimentare quando potente possa essere la poesia se accostata ai drammatici fatti palestinesi. Anche per questo la poesia di Said è estremamente preziosa e importante, una voce che si discosta dal gruppo, ecco perché abbiamo deciso di provare a tradurne un paio, col fondamentale aiuto di Salma. (sb)


          أحلام جرار

بيزحف الليل...سيل
علي الميادين والقرايا والسهول
وعلي الشوارع...والحواري
والبراري  ...والمآذن  
والصحاري والحقول
وينام الموال
في حضن الصبايا
ونغم الأرغول
وتبدي الأحلام
تسرح بين الدور
وتدور
بين بيوت الصفيح
ودور الطينة
وحيطان القصور
الاجرار
حلمه مش بالليل
حلمه في الصباح
حلمه بالنهار
حلمه في شنطة مدرسية
بسحاب كبير
وعلاقة وجرار
وجزمة جديدة
او حتي بستار
بدل الشبشب الأرضي 
الي نهري
وانبري
ومع الايام انهار
ويحلم ... ويحلم جرار
بساندويش همبرغر
وصحن طرشي
مافهوش زلط ولا مسمار
بدل ساندويش الدقة 
والشطة والفلفل الأحمر 
اللي من نار
نفسه في رمانة وشمامة
ومن ريحة الشوارع كمامة
من ريحة المجاري
ومن الي حاصل واللي جاري
وياما جاري 
بين الدور ... وسط الحواري 
ورا البيان...علي سور الحيطان
فطر الحيطان.... تعبان وحنشان
يبلع الخيطان
خيطان الشمس ..اللي مستحية
تخش المكان
وتقول احنا عز النهار
ويحلم جرار... ويحلم جرار
ببابا نويل... ببلاد الشمس
الي كانت امس
غزة
بحلم بالهمس 
همس الفراشات
تحت ضي القمر
يحلم بالشجر
يحلم بالسهر
وحكاوي العجايز
والشاطر حسن
وابورجل مسلوخه
والحجة حِسن
بيحلم بفصل دراسي نظيف
مفهوش تصنيف
ولا تعريف
بالألوان والعنوان
نفسي في علما ومثقفين
ومحايدين
في الوطن وبس
مالهمش لا شمال ولا يمين
يومها بيتحقق حلمي 
لو نمت بالشارع 
انا وخواتي بنام 
آمنين في أمان
بنام في حضن بلدي
بنام في حضنك ي فلسطين.... 




Sogni di contadino
Sogni di contadino è compresa
in questa antologia.


Si avvicina la notte come ruscello su piazze,
villaggi, pianure, strade, quartieri, terra,
minareti, deserti e campi...
Dorme il racconto negli abbracci
delle ragazze e il suono dell’Argul*
I sogni iniziano il giro per le case,
attorno a baracche fatte di lamiera
ed altre d’argilla lungo i muri dei palazzi...
Lui non sogna di notte ma di giorno,
sogna di avere uno zaino per la scuola
con una grande chiusura,
una medaglia, un trolley e scarpe nuove
o almeno una pantofola nuova
al posto di quella ch’è già consumata
distrutta solo il giorno dopo...
Sogna di avere un hamburger
e un piatto di sottaceti senza pietre,
né chiodi seppure piccoli
e al posto di un panino di “Dokka”**
peperoncino piccante e rosso come il fuoco...
Ha voglia di melograno e di melone
e di una mascherina per proteggersi dall’odore
delle strade e dei tombini...
Perché tutto ciò che è accaduto è troppo,
tutto ciò che accade tra le case e le strade,
dietro le porte, sui muri, sulle pareti:
un serpente che ingoia i raggi del sole
che si vergogna di sorgere
e dire che siamo a mezzogiorno...
Lui sogna babbo natale “nel bilad esshams”***
che era ieri Gaza
Sogna il sussurro, un sussurro di farfalle
sotto la luce della luna...
Sogna gli alberi, sogna di non dormire
per ascoltare il racconto dei vecchi come
“Il bravo Hassan” “l’uomo dai piedi scorticati”
“la signora Hosn”****.
Sogna una classe pulita senza differenze,
senza discriminazione di colori o provenienze
Nella mia patria vorrei scienziati,
colti e neutrali, solo in questo caso
il mio sogno diventerebbe realtà,
anche se io e i miei fratelli dormiremo per strada,
saremmo al sicuro,
stretti nell’abbraccio del mio paese...
dormendo nel tuo abbraccio, Palestina...

(traduzione di Salma Mamdouh)

(note: *strumento musicale; **un misto di spezie; *** medioriente; ****racconti famosi per bambini)


                                                  القدس
 ام الثقافة العربية

عوافي...عوافي
يا حلوة الحلوين 
عوافي يللي كحلة عنيكي
من تراب صلاح الدين 
عوافي يللي حنة جدايلك
من طين حطين
عوافي يللي حمرة خدودك
من دم ملايين 
هما شهودك 
هما فهودك
قدام الكل
قدام الملايين 
وحتظلي ست الكل
ومنارة للعالم
وعاصمة فلسطين
*****
شدي حيلك
مدي طولك
دُوسي غُولك
قولي قُولك
إنك عفية 
انك قوية 
قولي للكدابين
انك صبية
انك وفية
لكل العرقانين
الواقفين
قدام عتابك
وسهاري تحت أبوابك
وحاضنين كنايسك 
وقبابك
قولي للكدابين
كل الكدابين
اللي بيركبوا الريح
في الاذاعات والفضائيات
وبيدلوا بتصاريح
وتواشيح وشراتيح
ميته وكدابة
قولي للكدابين 
اللي بينهشوا جسمك 
قدام الخَلق والملايين
قولي لاصحاب البلايين 
انتو كدابين
مفيش فيكوا
خالد ولا عبادة
ولا القعقاع ولا صلاح الدين
حتي رجال الدين 
واقفين خايفين
عارفين الحقيقة
وعارفين انك ام الكنعانين
زي المسلمين واليهود
والمسحيين
مهما عارفين
انك عربية
انك ابدية
لكل الفلسطينين
***
وبلسان عربي فصيح
انا محمد
انا موسي
انا اليسوع
انا المسيح
بلاش خرافات
وبلاش لائات
وبلاش خد وهات
وبلاش زيادة آهات
إحنا اولاد كنعان
واللي خلف عمره ما مات
***
افردي جدايلك 
وارفعي راسك
المَد النِضالي
هو اساسك
العلم والحضارة
هما نبراسك
والحب والوفا
هما كتابك وكراسك
والمحبة والسلام
هما محراثك وفاسك
وكل مؤمنيين الكون
هما حبايبك وحراسك
وابو القاسم
سجد علي صدرك وباسك
***
افردي قلوعك
وارفعي راسك
وقولي لكدابين الكلام
وحقارين الحيطان
مش حيوصلوا مهدك 
ولا سَاسِك 
ولا حيدوقوا نخبك وكاسك
وساسك مغروس في قلب المؤمنين
والموحدين من اهلك وناسك
***
ارفعي صوتك 
وقولي للاقصي
اللي هو بيتك
ارفع الاذان 
قوي البُنيان
واحضن الانسان 
ودوس الجبان
اللي بيتمني موتك
وبكل فخر وعزة
وصوت جايلك من غزة
قولي للعالم
والامة العربية والاسلامية 
حتظلي ست الناس 
وعاصمة الثقافة العربية



Gerusalemme culla della cultura araba

Gerusalemme culla della cultura araba… ave ave...
salute a te, il tuo nero dei tuoi occhi arriva dalla polvere di Saladino

Salute a te, che il colore delle tue trecce ha origini dall’argilla di “Hettin”*

Saluta a te, il rosso delle tue guance
è quello del sangue di milioni dei tuoi martiri, i tuoi ghepardi,
davanti a tutti, davanti ai milioni di vittime,
rimani sempre la padrona di tutti,
rimani sempre l’ombelico del mondo
e la capitale della Palestina..

Sii forte, combatti i tuoi nemici dì a tutti che sei vigorosa
che sei forte, dì ai bugiardi che sei ancora una fanciulla

che sei onesta davanti ai fedeli stanchi che stanno in piedi
e svegli davanti alle tue porte, abbracciando le tue chiese

Dì a tutti i bugiardi che chiacchierano alla radio
e alla tv raccontando menzogne e bugie
dillo ai bugiardi che rovinano la tua identità davanti a tutti
dillo ai tanti miliardari che carichi di menzogne!

Nessuno di voi è Khaled o Ebada neanche Al Quaeda o Saladino,
anche il clero resta in piedi e ha paura,
tutti conoscono già la realtà sanno che sei la madre dei Cananei
come i musulmani, gli ebrei e i cristiani,
loro sanno che sei eternità per tutti i palestinesi

Con una lingua araba eloquente, sono Maometto, sono Mosè
sono Gesù, sono il Cristo, basta leggende, basta dire no,
basta dare e prendere
Siamo i figli di Canaan e chi ha figli non e` mai morto

Sciogli le tue trecce e alza la testa
la lotta è tua, la scienza e la cultura sono la tua luce
l’amore e la fedeltà sono i tuoi libri e i tuoi quaderni
l’amore e la pace sono i tuoi aratro e ascia

E tutti i fedeli dell’universo sono i tuoi amanti e guardie
e Abo El Qasem si è prosternato sul tuo petto e ti ha baciato.
Alza la testa, dì a chi non crede in te chi non è mai arrivato alla tua culla
e mai assaggiano il tuo vino, alza la voce e dì ad “Al aqsa”***
che è casa tua, fortifica la tua costruzione,
abbraccia l’uomo e lascia stare il vigliacco, chi spera la tua morte,
con tutto l’onore e la dignità, che viene da Gaza,
dillo a tutto il mondo che la nazione araba rimarrà sempre
la madre di tutti i popoli e la capitale della cultura.

(traduzione di Salma Mamdouh)
*il luogo dove ha avuto luogo la guerra di Saladino** Maometto; *** Edifici religiosi


*** تحية حب وإخلاص***
 الفجر طالع من ورا الحيطان أبيض شفاف زهر البيلسان قلبه صافي حلو اللسان بيدافع عن أولادي ويحارب الطغيان وبيهتف أنا الحق أنا الإنسان في بقاع الأرض وفي كل مكان لأطفال العالم وللبشر أنا الأمان بالقلم والريشة ولوحة الفنان والكلمة الجريئة وقوة البيان أنا طلياني ابو الحضارة والفرسان أنا دافنشي والعشا الأخير عنوان أنا ابن روما اللي قهرت العالم والزمان وزلزلت للظلم قواعد وأركان قول يا تاريخ احكي يا زمان حينتصر الحق ويعلو الإنسان وحتظل ايطاليا رمز الحرية رمز الســـــــــــــلام


Si avvicina l’alba da dietro il muro, è bianca e trasparente come il fiore, con un cuore sereno e una lingua piacevole che difende i miei figli, e combatte la prepotenza, gridando:
"io sono la verità, io sono l’essere umano in tutti i territori e ovunque, per i bambini del mondo e dell’umanità io sono la pace, con la penna, col pennello, col dipinto e la parola audace e forte, io sono italiano, la patria della civiltà e dei cavalieri, io sono Da Vinci e l’ultima cena, io sono il figlio di Roma che ha sconfitto il mondo e il tempo e ha fatto tremare l’ingiustizia O storia! Dillo e racconta!!!
La verità vincerà, e l’uomo si leverà e l’Italia rimarrà il simbolo della libertà e il baluardo della pace...."


(traduzione di Salma Mamdouh)


Al-Shaaer Said Abu Tabanja, (الشاعر سعيد ابو طبنجه) palestinese, ingegnere agrario, vive a Gaza.
Diverse raccolte di poesia e racconti in Palestina e in Egitto. Sovrintendente in scienze biologiche in diverse scuole egiziane ottiene il premio come insegnante esemplare della repubblica araba d’Egitto. Membro dell’unione generale per il libro palestinese a Gaza, ospite al festival internazionale Nisan che si svolge in Galilea; presenta programmi radiofonici per i lavoratori palestinesi è spesso ospite in programmi televisivi che si occupano della questione palestinese, dei profughi e dei prigionieri e che trattano il tema della sofferenza del popolo di Palestina.
Ha partecipato alla costituzione e alla fondazione dell’unione araba per la poesia popolare a Baghdad nel dicembre 2011.
È presente nell'antologia italiana "SignorNò" a cura di Marco Cinque e Phil Rushton.

giovedì 25 dicembre 2014

Sandro Sardella, Fuoribusta, Seam 2015

ISBN 9788881795291,  pp. 98, € 10
Seam Edizioni
La poesia (di)segnata sul corpo


Sandro Sardella fa parte di quella schiera di poeti e artisti italiani che non hanno seguito né seguono la rotta della poesia per poltrone comode, salotti e parrucchieri che ti fan bello per presentarti al pubblico con una nuova opera.
L’Autore piuttosto ha il sogno (e la voce) dei tanti cantori dell’umanità disfatta, corrotta e, persino in via d’estinzione nella scrittura, così poco frequentata e senza dubbio meno gradevole della tanta poesia che oggi si legge ma che, in poche righe, ti satura, chiedendoti se ancora si possa scrivere di sé soprattutto osservando il mondo circostante. Quell’antico compito che hanno gli occhi dei poeti, che vedono oltre e, naturalmente molto altro di ciò che
sembra vero e reale. Sardella lo ha sempre fatto talora con durezza, senza risparmiare critiche neppure a se stesso:

[…] preferisci la lotta dura senza paura
o preferisci ogni cosa che lotta per un posto al sole?

preferisci l’autodistruzione operaia
o preferisci l’evoluzione della specie?

preferisci fottere
o preferisci essere fottuto?

preferisci la di / pintura operaia di Sandro Sardella
o preferisci la versione originale di Corrado Levi?...]

[…Ed è motivo che anche questo autore abbia spazio proprio in questa storica collana (nome dato dall’amico poeta Dario Bellezza, iniziata da me come Pellicanolibri sin dall’84) che si distacca dalle infinite altre per il motivo accennato all’inizio: la parola è l’unica arma possibile e la poesia ne rappresenta la parte più solida e potente, quando, per i temi trattati, supera i limiti del tempo vissuto dallo stesso Poeta, il quale sa essere un’arma quando si parla di rivoluzione, sa essere una rosa in questioni d’amore.
Beppe Costa

Un pittore che scrive, un poeta che dipinge… Sandro Sardella è tra i più eleganti esempi di una liberazione della creatività della classe operaia in Italia.
Ha coerentemente dichiarato: “Il recapitare è la mia essenza”.
Non c’è differenza tra le lettere del suo ufficio postale o le lettere nella sua randagia poesia, e altrettanto nelle sue impetuose pitture espressioniste-astratte che recapita instancabilmente a tutti gli amanti della libertà.
È la nuova Italia in attesa di aprirsi.
Jack Hirschman

Gaza city – Rasa discanto

“mentre in lontananza rombava il tuono dell’artiglieria,
noi incollavamo, recitavamo, componevamo versi e
cantavamo con tutta l’anima. eravamo alla ricerca di
un’arte elementare che pensavamo avrebbe salvato
l’umanità dalla furiosa follia di quei tempi.
aspiravamo a un nuovo ordine che potesse ristabilire
l’equilibrio tra il cielo e l’inferno.”
(jean arp)

il cuore ha tremato

il flusso dell’indecente ha forzato
un occidentale quotidiano consumonarcotizzato
il cuore tuo
cara amica
ha tremato
inquietato da
piccoli occhi interrogantimpauriti
acceso da
grida e pianti
scosso da
un’indifferenza devastante
fiamme sulla spiaggia di gaza city
la corsa delle ambulanze è breve
l’assedio resta in piedi
inascoltato
feroce
sterminatore
i bimbi saltano e giocano
in un sole traballante
la palla
vola
galleggia
oltre
idee di pietra e cementi
le olive cadono premature e marce
come cani da caccia
si sparpagliano
cacciatori investiti
di un qualche valore spirituale
s’ingozzano
fanno il bagno
fanno pulizia
lo sguardo fisso nel vuoto
dove un boato ha lasciato
indelebile la sua impronta di
polveri urla e brandelli di cielo
la cena fumò e bruciò
tra i detriti delle stanze
sopra il balcone nuovo
mani e voci
le luci e la baia
la sabbia ha un buon sapore
oltre la marea
l’odore del mercato
ascoltando le sirene
di una fragile tregua
ancora quando
piove piombo
e dalle colline aride
appena pomeriggio
carrarmati e blindati
senza limiti di tempo
sversano
un fuoco biblico
per purificare la terra
per avere sicuro e largo dominio
corpi caldi e umidi
impolverati
le donne urlano
agli aerei in cielo
un incalzante lamento
si sparge
a ritmo infuocato
tra mura e carni sfarinate
la polvere fluttua
fumo che vomita
rumori di vita
soleggiati e sparati
è un luglio di giudizio
inesorabile
irrefrenabile
ne sentiamo l’odore
il vento asciuga umori
dentro fiori invisibili
le conchiglie stridono
sullo schermo
il grido della carne
s’infrange
s’affoga
come sopportare quel cielo
queste notti arrossate
questa bestiale propaganda
questa mia impotenza
e parliamo
cara amica
di occupazione
di genocidio
di infinite ingiustizie
di vergognose complicità
di indignazione
di
di
di
e guardiamo
gli aquiloni estivi
agitarsi nel cielo
sopra teste resistenti
nel luglio fuoco di gaza city
le tue lacrime
macchie di sole
dentro voci di campane rotte

(2014)

Sandro Sardella (1952 Varese, vive a Rasa di Varese). Poesia e pittura di segno sono alcune sue tracce. Il lavoro ha marcato la sua poesia la sua poesia ha marcato il lavoro.
Nel 1979 Sandrino operaio stupidinonel 1989 Coriandoli poi tradotto da Jack Hirschman in Coloredpaperbits nel 1996 in California, nel 1999 Parolecicale.
Recentemente per le edizioni Abrigliasciolta” in Varese ha pubblicato: Fiori di carta (2010), Carte ciclostinate – volantini metalmeccanici e postali ciclostilati e fotocopiati in proprio 1978/2011 (2011), Discanto in San Francisco con traduzione di Jack Hirschman (2012) e Discanto di Gisa (2013). Nel 2014 Telegramma con opere di Vito Scamarcia. Nel 1980 con Giovanni Garancini ha fondata la rivista abiti-lavoro, quaderni di scrittura operaia. Dal 1995 frequenta le edizioni “Pulcinoelefante” di Alberto Casiraghy con il quale ha realizzato oltre sessanta libri d’artista. Nel luglio 2012 è stato invitato al San Francisco International Poetry Festival che gli ha anche dedicato una mostra personale alla Emerald Tablet Gallery in North Beach. È presente nella Carovana dei versi-poesia in azione e nella Revolutionary Poets Brigade.



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