martedì 29 luglio 2014

ContrAppunti perVersi: Francesco Paolo Memmo

ContrAppunti perVersi è una pubblicazione Pellicanolibri, 1990
Per ordinare il libro utilizza il sito dell'editore 
18a parte

L'obliquo infingimento delle cose

Come qui dove infine si rivela
-  eternamente uguale - il paesaggio
-  e quale incantamento e quale
limpidezza dei ricordi -
che cosa in fondo ci sarebbe di meglio
-  e di più, dico io,

che cosa come qui, se...

Se non fosse che sempre diverso
e sempre inafferrabile, sempre ferocemente
ambiguo è (un magma incandescente nei precordi)
l’obliquo infingimento delle cose
la loro - dico - feroce resistenza,
il loro muto guardarmi.



Conversazione notturna

Nella ricerca delle cause e degli effetti
si anima il nostro conversare - se sia
lecito o no...
    Urgono, a scoppio ritardato,
le domande.
    Qualcuno tace, è vero,
meditando risposte. Il fumo toglie
il respiro, obnubila il cervello,
aggiunge afa ad afa. E nell'aria inquinata
si aggrava la distanza che
separa accusatori e accusati.
   A notte alta,

s'invertono i ruoli. In fondo alla sala
cresce il nervosismo del boia.

Altri anni

Altri anni e non c'erano ragioni migliori
e cosi stavano le cose ad uno ad uno
le ricordo tutte le aduno nel ricordo
ed era tutto vero e la memoria
fa di questi scherzi ed erano come sospesi
gli eventi ma ben profilati ma precisi
e non li ignoravo le accarezzavo e
dolcemente essi mi prendevano con sé
e non c'erano altre e migliori ragioni
per non essere così e io tutte le indovinavo
ne lastricavo la strada e ne facevo
merce da rivendere poi a caro prezzo
e un'eredità su cui contare e le tenevo
a mente e mentalmente me le ripetevo
e questo era in sostanza ciò che facevo
mascherato da apache o da cow boy
e non importava la parte
che puntualmente mi accingevo a recitare.

Richiesta d'aiuto

A denari a bastoni a spade a coppe
ovvero a picche a quadri a fiori a cuori
a cuori a campanelli a ghiande a foglie
butta un carico un liscio una scartina

rispondi come vuoi ma rispondi


100 autori raccolti in volume da me curato, con la prefazione di Luigi Reina dell'Università di Salerno. E ha dato vita a una rassegna in via del Boschetto. 
Inizio a pubblicare alcune pagine dell'Antologia, partendo dalla grande autrice e amica Amelia Rosselli, (e via via tutti gli altri autori), con lei ho avuto diverse occasioni in Sicilia e qualcuna anche a Roma, di condividere la solitudine della poesia.
Tentammo, dopo esserci riusciti per Anna Maria Ortese, di fare applicare la Legge Bacchelli, ma non fece in tempo. Ignara che ne avrebbe goduto i vantaggi, si suicidò l'11 febbraio del 1996

ContrAppunti perVersi: Enzo Grasso

ContrAppunti perVersi è una pubblicazione Pellicanolibri, 1990
Per ordinare il libro utilizza il sito dell'editore 
29a parte


da "La Stagione della violenza", è un libro del 1987, narra un fatto realmente accaduto a Castiglione di Sicilia, cittadina dove Enzo Grasso fu sindaco ed organizzò per diversi anni il Premio Akesineide.
Ha scritto e pubblicato diversi libri. Tre con la nostra editrice. Il testo è ancora disponibile, ordinandolo sul sito dell'editore.

      
 Accade che in una città si consumi una violenza, un sacrificio, un martirio, e che una legge, o un decreto, o una norma sonnecchiante fra le pieghe di una Gazzetta cancellino il tragico evento.
    Uomini come me, allora, incapaci di leggere gli inesplicabili disegni d'altri uomini candidati alla storia, si aspettano che le lave si ritirino nelle misteriose viscere dell'Etna e restituiscano alla campagna i colori dei boschi e delle vigne, gli invalidi per fatto sopravvenuto recuperino la loro originale natura di uomini sani, i morti siano restituiti vivi alle loro famiglie.
       Alcuni dei fatti che ho voluto narrare con grande libertà in questo romanzo, sono realmente accaduti.
Edoardo Pantano ha una lapide commemorativa su fronte del Municipio di Castiglione di Sicilia a ragion d'indennizzi mai concessi ai contadini danneggia dalla lava ed una lapide meno vistosa, umile e dimenticata, hanno pure sullo stesso frontone sedici cittadini trucidati dai nazisti durante una bestiale orgia di sangue.              
       Ricordi fatti di marmo, freddi e lontani dal memoria di eredi distratti.
      Qualche tempo fa chiesi, nella qualità di sindaco, riconoscimento ufficiale del martirio della mia Città.            
    Vollero un mare di notizie e alla fine mi risposero c la richiesta avrebbe dovuto farla il sindaco dell'epoca rivolgendo apposita istanza ad uno dei Palazzi rom entro una certa data.
     Non avendolo fatto nei termini prescritti, i morti ammazzati durante la giornata del 12 agosto 1943 non sono morti.

Forse non esiste neppure questo libro.


100 autori raccolti in volume da me curato, con la prefazione di Luigi Reina dell'Università di Salerno. E ha dato vita a una rassegna in via del Boschetto. 
Inizio a pubblicare alcune pagine dell'Antologia, partendo dalla grande autrice e amica Amelia Rosselli, (e via via tutti gli altri autori), con lei ho avuto diverse occasioni in Sicilia e qualcuna anche a Roma, di condividere la solitudine della poesia.
Tentammo, dopo esserci riusciti per Anna Maria Ortese, di fare applicare la Legge Bacchelli, ma non fece in tempo. Ignara che ne avrebbe goduto i vantaggi, si suicidò l'11 febbraio del 1996

lunedì 28 luglio 2014

Come campa un poeta, di Iago

Una frase pronunciata tempo fa da Gregory Corso “per un poeta è impossibile praticare un lavoro normale, i poeti non dovrebbero lavorare, non riescono a mantenersi un’occupazione stabile”.
Bene condivido.
Sono stato assunto e licenziato una miriade di volte. Quelle parole spesso rimbalzano tra i miei due neuroni; un bel giorno indosso il costume da mare, esco in giardino, assumo la posizione vitruviana e aspetto. C’è un sole forte e chiaro, aspetto.
Passano i minuti, aspetto. Un’ora abbondante, mi cola il naso; eppure non sono raffreddato. Verifico con la mano, il setto si sta squagliando (per fortuna che non è un otto), il progetto primo caso di sintesi clorofilliana umana decade, rientro di corsa in casa.
Rifletto.
Ho fame, la scossa eliaca stuzzica lo stomaco. Apro il frigo, diavolo ancora luce. Sembra di essere sotto una lampada abbronzante, l’elettrodomestico è vuoto; bello ma vuoto. Cambio umore. Il piano B prevede la partecipazione a concorsi con montepremi in denaro. I due neuroni scintillano: inizio la ricerca.
Mi sembra appropriato verificare i vincitori delle passate edizioni: Maffia, Rondoni, Spaziani (un amen per lei), Damiani e compagnia. Hum… non discuto il valore, ma che se ne fanno di 500 o 1000 euro.
Rifletto però ho fame.
Mai deprimersi.
Iago in un liceo
Riesco in giardino, strappo della cicoria la ripasso (e chi se l’è mai scordata). Accendo la sega elettrica per tagliare il pane, è talmente avanzato che bussa alla porta di casa. Mazzetta e scalpello per togliere le croste più dure. Finisco il pranzo.
Una chiamata al telefono.
“Pronto (e mica tanto)”
“Ciao caro ti volevo invitare ad un evento letterario che si svolgerà a Rieti, tra due settimane, si farà di notte, però… sai come vanno queste cose… be’, insomma i fondi non ci sono… la crisi.”
I due neuroni rivolgono il pollice verso il basso, rifiuto. Mai demordere.
Vado in paese, parlo con l’assessore alla (s)cultura. Chiedo l’autorizzazione per svolgere un piccolo evento di poesia, lui sembra contento “ bene, bravo; però… sai come vanno queste cose… be’ insomma i fondi non ci sono… la crisi.”
“Hum, ma guarda mi sa che è parente di quello che ha chiamato ieri.”, dice un neurone all’altro, poi il colpo di cena… pardon ho dimenticato la s, “ci sarebbe una quota da versare per occupazione suolo pubblico, pari a 250 euro”.
Mi teletrasporto a casa, l’assessore ancora mi sta cercando e ricordo le parole di mio nonno, grande idolo dei miei sogni che con dolcezza infinita mi disse “nepò c’hai du’possibilità: fatte prete o delinquente.”
Io risposi “a nonno e no, me posso buttà n’politica”
“appunto”, disse lui, “sempre de’ delinquenti parlamo”.

Ancora le frasi del ribelle beat riaffiorano, io, poeta incicoriato spesso me la canto: caro Gregorio io ce provio ma se continuo così ce muorio”

Iago

Premio Letterario Internazionale L'Aquila


Nessun contributo da parte degli autori
tre sezioni
scadenza 15 settembre 2014



Memorie (quasi) vere. Una (quasi) introduzione

Nasco il 25 agosto 1941.
Mio padre, quello terreno, mai conosciuto e frequentato. A volte, raramente, mi sono chiesto se lui, tra una bevuta e l’altra, mi abbia mai sognato o visto.
Alla sua morte, mio fratello mi chiede la firma per la rinuncia ad ogni diritto su ciò che mio padre lasciava in eredità, poco male. Di lui altro non so né ho nostalgia di sapere, tanto ero piccolo quando ci ha lasciati e tanto grande era il dolore che sentivo in mia madre. Nel tempo della mia esperienza ho scoperto che mi rimaneva, comunque, la metà del suo DNA cui certo, per natura, non avrei potuto rinunciare, ma sicuramente avrei potuto trasformare.
Ancora oggi mi chiedo quanto ci sia riuscito magari un po’, visto l’amore che illumina gli occhi dei miei figli, nonostante il mio anarchico modo di essere padre. Mia madre, figlia di famiglia poverissima, a soli tredici anni si sposa, dopo una forzata ‘fuitina’ con il suddetto padre. Tre figli (un fratello e una sorella), di cui io ultimo.

Poi la separazione, anch'essa forzata e dolorosa, con l’aiuto e protezione del Prefetto, ottiene il primato di prima divorziata d’Italia, non appena viene approvata la legge. Lavora molto, nonostante sia ancora poco più di una bambina, per aiutarci a crescere.
La fortuna, sensibile forse alla sua dolcezza e determinazione, la visita mentre lavora in una lavanderia. Proprio lì, infatti, incontra, un giorno, quello che sarà il suo unico compagno per la vita, Dante Muglia. Un uomo affascinante, buono, straordinariamente intelligente e figlio di una famiglia perbene e facoltosa, proprietaria della casa editrice e libreria Vincenzo Muglia di Catania.
La notorietà della famiglia, per molti anni, a me e ai miei fratelli permetterà di poter comparire accanto a nostra madre solo come nipoti. Così, oltre a non avere un padre terreno visibile, mi sono ritrovato una zia in più ed una madre part-time, almeno formalmente. Oggi posso dire che la convivenza di mia madre con Dante ha fatto sì che io abbia sviluppato un grande amore e rispetto per i libri (più degli altri che dei miei), che non sono mai mancati nella mia vita. L’obbligo scolastico e la difficoltà a stare con mia madre, ormai diventata ufficialmente zia, mi iniziano all'educazione. Mi schiaffano, quindi, come figlio di nn, in collegio, anzi in convitto, cosa ben diversa che bisogna specificare, data l’idea che il lettore può farsi avendo visto i film su “college” inglesi o svizzeri. Qui feci i conti subito con ogni punizione possibile inventata dalla chiesa, dalle “cristiane sorelle”, mal imitate a volte, seppi dopo, dai regimi nazisti.
Trenta giri di campo, circonferenza 800 metri, a letto senza cena, spacco di tamburelli (di mia proprietà) in testa, erano le pene più comuni cui fui soggetto. Piangevo, urlavo, volevo la mamma, però non fui mai soggiogato.
Sbattuto, per il mio carattere insolito e vivace, in una notevole quantità di collegi di Catania e provincia. Fuggivo spesso facendo ritorno a casa dove, fra una sberla e un calcio, riprovavo la “nostalgia” di ritornare in quei centri rieducativi, dove, se non altro, venivo picchiato in compagnia di compagni (ecco perché si chiamavano compagni, altra scoperta infantile di una povera vittima di famiglia dissennata). Imparai molto. Moltissimo. Scoprivo la vita. La “sorella” Rita, ad esempio, che mi aveva picchiato a mezzogiorno, veniva ad aiutarmi per andare a letto: commossa mi passava le mani sulle macchie nere formatesi nel sedere e nelle cosce e sembrava piena di comprensione. Avevo quattro anni. Ero un bimbo ben fatto (tutti i bimbi sono belli!), dalla pelle bianchissima e “sorella” Rita, premendo le ossute dita sulla pelle, mi procurava una rabbia violenta che mi faceva piangere. “Sorella” Agata si accorse di me un giorno che non volevo uscire dal bagno. Entrò sfondando quasi la porta, tutta rossa in viso e mi soffiò in faccia:
«Cosa hai qui? ti fa male!» fra l’interrogativo e l’esclamativo aveva addolcito il tono. La faccia e le grandi mani si poggiarono sulle mie cosce mentre rispondevo pianissimo:
«Sono le botte che ho preso».
«Birbaccione, fai troppo il discolo. Fammi vedere!»
Che vedere, s’ero nudo? Mi sentii carezzare dolcemente, poi l’alito o i peli della suora mi solleticarono le natiche, infine sentii l’umido della lingua di lei. Non capii, non provai alcun piacere, ma era meglio che le botte.
Questo il collegio di Caltagirone. Fu in seguito chiuso per maltrattamenti e molti del personale arrestati. Dopodiché fui mandato dai preti nella stessa cittadina. Avevano più spazio e qui erano tutti figli senza genitori o di genitore singolo. Quello che non cambiava era la violenza sottile e ben sostanziata come ‘divina punizione’, cui venivamo sottoposti anche dai preti. Solitamente questi signori di dio quando punivano lo facevano in mezzo alla folla dei compagni per dimostrare tutto sommato che la punizione divina (di cui nessuno poteva vedere gli effetti devastanti, data la potenza del sommo e la privacy di cui si circondava) era ben più terribile della punizione umana, data da loro preti, umili servitori di due padroni: dio e Gesù.
Questa semmai lasciava solo qualche segno fisico, si puntava soprattutto sulla vergogna determinata dalla presenza del pubblico.
Poi, un giorno, di quelli che si ricordano tutta la vita per la loro rarità, la mamma mi portò tante cose buone: cioccolate, caramelle, un pallone, dei colori e tutto ciò che per un bimbo di otto anni può significare festa. Rimase con me tutta la mattina chiedendomi di essere buono (e giù le caramelle), di studiare (e consegnava la cioccolata), di non scappare più (e via il pallone) e tante, tantissime raccomandazioni o meglio prediche recitate in modo lamentoso e non sostenuto e aggressivo come facevano i servi di dio. Quei regali furono utili in quell'occasione ad aumentare le mie quotazioni/azioni agli occhi dei miei compagni. Tutti volevano giocare con me complimentandosi di quanto fossi bravo col pallone e generoso con caramelle e cioccolata:
«…tu almeno sì che hai una mamma buona e dolce». Francesco, in particolare, fu dolcissimo in cambio soltanto del pallone in prestito (che spaccò il giorno dopo) e di dieci caramelle (scelte tutte al limone). Da quel momento divenne il mio amico fidato e gli aprii tranquillamente il cuore come fosse il mio papà. Finalmente, un amico. E un amico, questo lo sanno tutti, vale un tesoro e, sebbene allora non sapessi ancora cosa fosse un tesoro (e forse non lo so ancora), fu lo stesso un enorme dispiacere quando ho ricevuto la stessa punizione del prete da parte di quello che consideravo un amico. Naturale, quindi, per me, a otto anni, la fuga a piedi, da solo, dal collegio a Caltagirone fino a Catania, casa.
Forse da qui, mi piace pensare, inizia un percorso diverso, più umano, in parte aiutato anche dai numerosi clienti a rate della libreria Muglia presenti nel collegio, ben disposti per questa mia parentela a trattarmi al meglio, in aggiunta, ero tornato vicino alla mia famiglia.
Sono al collegio San Giovanni Bosco, di Catania, dove faccio anche la scuola media ed imparo il flauto, iniziando così il mio innamoramento per la musica. Dimenticavo di dire che il luogo principale dove tornavo a rifugiarmi negli anni del terrore, era casa di mia nonna materna. Una donna fiera, con un marito paralitico che chiedeva elemosina davanti la chiesa, e si arrangiava affittando stanze agli studenti. Teneva i soldi e il formaggio sotto il materasso. Una cosa di cui mi vergognavo era quando al mercato contrattava sul prezzo e vinceva sempre. Comunque con lei ero libero e tutti i miei amici facevano capo alla nostra casa.
Quando portavo una ragazza, mi rimproverava di non fare cose vastasi, cose indecenti. Mi alimentava per questo di marsala con uovo sbattuto!
Al mio rientro a casa, dalle fughe dai collegi, era accogliente, comprensiva, ma poi le mie biricchinate rompevano di nuovo l’incantesimo e giù un altro scolino di legno rotto sulla mia testa dura... e nuove partenze, magari con un primo passaggio anche da casa di mia zia/madre.
Quando morì fu un giorno nero. Fine della polpetta cucinata dalla nonna nella buona tradizione sicil-indi-gente/gesto. Lei, infatti, per ogni cento grammi di tritato, metteva un chilo di mollica, talché divenivano di piombo, proiettili che in questo paese, dato il costo, avrebbero potuto avere enorme successo.
A quattordici anni sono finalmente al Convitto Cutelli e, quindi, al liceo classico pubblico. Con alcuni compagni, Vanni Costa che suonava il piano, Pippo la chitarra (Patanè, che continua ancora oggi a suonare, ed è il primo responsabile della mia introduzione alla rete) e, visto che a casa non facevo che rompere i timpani battendo su piatti e bicchieri, mi finsi suonatore di batteria e formai un gruppo musicale: I Ritmen.
L’imbroglio mi riuscì bene, avendo uno spiccato naturale senso del ritmo. Imito la voce di Gino Paoli e Tenco ed oltre a suonare con i miei compagni mi chiamano altri gruppi, comincio a fare delle serate nei locali di Catania. Vanni Costa (poi divenuto grande ricercatore scientifico e preside di facoltà) mi insegna la disposizione dei tasti del piano.
Mi compro, quindi, un pianoforte usato che arriva nel mezzanino/ammezzato di mia nonna dove i compagni devono piegare la testa per entrare. Potevo così proporre uno ‘Schopin’ ballabile, oltre al canto. La mia passione per la musica nasce a otto anni, ascoltando la bambina nella casa di fronte l’ammezzato di mia nonna; lei, non ho mai ricordato il nome, abbassava lo sguardo ogni volta che si accorgeva d’essere osservata.
con Vanni Costa, al tempo dei "Ritmen"
La sua musica mi entrava nel cuore: suonava Chopin. In quel periodo, compro il mio primo strumento, un grammofono a rate. Il negoziante, intenerito, mi regala anche un salvadanaio dove mettere gli spiccioli. Questo grammofono sarà poi il nostro primo amplificatore del gruppo. Certo è che, forse, anche grazie a questo inizio, qualche compagno ancor’oggi vive di musica ed è apprezzato dal pubblico.
Comprai lo strumento rubando qua e là in famiglia e per oltre cinque anni suonai talmente tanto da diventare un discreto batterista. Poi, Vanni, il pianista, divenne il mio amico più stretto e fidato cosicché, poco a poco, riacquistai anche fiducia nell'amicizia. In quegli anni leggevo come un pazzo anche la storia della musica, la vita dei musicisti ed insieme quella di altri artisti, pittori. Mi appassiono dei luoghi dove avevano vissuto, soprattutto la Francia.
Inizio a scrivere anche testi teatrali, il mio primo pezzo, ‘Uomo’, verrà rappresentato in numerose scuole siciliane. Mi diletto a fare il ‘muratore’ della poesia: non amo tante cose. Altre scritture non le ricordo più, così come tante serate/esperienze musicali, queste, me le ricordano, oggi, i miei compagni di allora, che mi hanno ricontattato attraverso i miei spazi internet. Spesso mi ritrovo a chiedermi come faccio ad entrare nella vita degli altri e non tenere/rinunciare alla memoria di ciò che è stata ed è la mia vita.
Sono, ciò che ho fatto per gli altri, che ho fatto incontrare e/o rivivere.
Raccontare ai bambini, i bambini raccontano
Mia madre, intanto, nonostante la sua seconda elementare, portava ormai avanti la libreria in modo straordinario. Io e mio fratello lavoriamo con lei e Dante, ma chiedono troppo, perché sono bravo, mi sento incatenato e, dopo un po’ di tempo, vado via. Dentro di me, il bisogno di continuare a cercare un mio luogo, dove esprimere, in libertà, la mia passione per tutto ciò che è arte, fruibile/condivisibile attivamente con gli altri.
D’altra parte, la mia stessa libreria, (oggi gestita da mio figlio Dante) a Roma, è frutto della tenacia e dell’entusiasmo di quella donna: mia madre, Maria.
L’ha voluta, ha messo soldi per aprirla ed è rimasta con me dopo la sua apertura finché ormai sicura della mia resistenza a stare rinchiuso, è tornata alla sua casa. È morta, leggendo un libro, ‘Il tormento e l’estasi’ di Irving Stone.
Sarebbe morta la libreria, senonché Dante, mio primogenito, crescendo molto con me, mago dei numeri, ha fatto in modo che non chiudesse. Come aveva previsto Arnoldo Foà inaugurandola (insieme a Ruggero Orlando e Melo Freni):
«Chiuderai dopo tre mesi! Anzi se ci arrivi! »

Così sono passati oltre vent'anni, ancora imprigionato (sogno di mia madre, andando in giro facevo più danni).

domenica 27 luglio 2014

Poesia Infanzia, Çocukluk yılları, Childhood, Fëmijëria

Infanzia, poesia di Beppe Costa

Çocukluk yılları 

Bilmiyorum
Bir deniz var mı
Zamanı hissettiğimce ses veren
Romantik olmayan rüzgarın haykırışında
Onu görüyorum
Kirlenmiş deniz artık
sakin değil  kaldı ki  bir  aşktan dolayı dertliyim
artık bir şey yapmayı düşünmüyorum
odaları dolaşıyorum hatıralar olmaksızın
beyaz duvarlar bir şey ifade etmiyor
hafızam olmadan
vücudumu tek başına nerede rehin bıraktım
bir sandalyede, bir yatakta yada bir elbise dolabında mı

müzik kitaplarının hayalleri yitip gitmiş
çağın renkleri yitip gitmiş

Çöl

Çöl turistler için değil
Kendi içinde bulanık bir çöl
Tozdan ve dumandan;
Kendi  içimde
İzleri ve dönüşleri olmaksızın
Kaçışları olmaksızın
Bilmiyorum nerede durmalıyım

Kendimi  miskin kılarsam eğer  çarpık
Duvara ve çatıya dönük
Ve ters yüz olmuş;
Artık romantik olmayan
Fırtınayı çağıran denizi
Duymuyorum
Rüzgarın haykırışını duymuyorum
Ne de Mozart’ın  Ay’ı
Öldürüyor düşselliği.

Kendimi  gelecek güne dahil ediyorum
Geriye dönmemi ısrarla isteyen

Duyuyor musun
Bir deniz var yaklaşan
Şahlanan dalgalar
Haykıran rüzgarla
Taşıyorum benimle birazcık Mozart'ı
Dört ay  üç ev
Kışı haykıran deniz artık yok
Çalan Mozart’ da artık yok
Ne de  çarpan rüzgar,
Barın ön kapılarında
Hantal ceketleriyle sakallı insanlar
Kamyonların gürültüleri,
Artık Mozart yaşamıyor
Ne de çağıran deniz
Ne de sen bana bakan
Kendini engellemedin
Deniz çağırdığında
Rüzgar  kara bulutlara haykırdığında
Yenik düşürdüğünde
Beni sürükleyerek uzaklara

Yine de
Denizin haykırışını seviyorum.

 (tçeviri Erkut Tokma)



Infanzia

Non so
c’è il mare che suona
come un tempo lo sento
lo vedo nell'urlo
del vento non più romantico
il mare inquinato non più
sereno o d’amore sconvolto io
non più pensando qualcosa da fare
giro per stanze senza ricordi
pareti bianche senza nulla d’appendere
senza memorie
dove solo deposito il corpo
una sedia un letto e un armadio

Scomparsi i sogni di libri di musica
scomparsi i colori d’età

Deserto

Deserto non per turisti
deserto polveroso dentro
di polvere e fumo
all’interno di me
senza tracce o ritorni
senza abbandoni
non so dove stare

se mettermi curvo supino
girato al muro al tetto
e capovolto
non sento il mare che suona
in tempesta
non sento l’urlo del vento
non più romantico
neppure la luna per Mozart
assassino sognante

Mi racchiudo per il giorno appresso
che si ostina a tornare

Senti
c’è il mare che arriva
onde che sbattono
col vento che urla
porto con me pochi grammi di Mozart
Quattro mesi tre case
Non c’è più il mare che urla d’inverno
né Mozart che suona
o il vento che sbatte
le porte di fronte col bar
con i giacconi uomini orsi
rumore di autocarri
Non c’è Mozart che vive
né il mare che suona
né tu che mi guardi
non hai impedito
che il mare suonasse
che il vento di urla di nere nubi
vincesse
portandomi via

Eppure
adoro il mare che urla



Childhood  

I don’t know
the sea sound
I feel it like one upon a time
I see it in the not anymore romantic
howling of the wind
the polluted sea which is no more quiet
or I am upset by love
not anymore thinking about doing something
I wander around rooms without memories
white walls with nothing to hang
no memories
where I store only the body
Casa della Poesia, 2010
ISBN 9788886203555
a chair, a bed, and a wardrobe

The dreams of music, books disappeared
the colours of age disappeared

Desert

Desert, not for tourists
desert dusty inside,
of dust and smoke
inside me
without traces or returns
no abandonments
I don’t know where to stay

if I put myself crooked and supine
turned towards the wall against the roof
and upside-down
I do not hear the sea ringing
in the storm
I do not hear the wind’s howl
It’s not romantic anymore
not even the moon for Mozart
dreaming murderer

I conceal myself for the following day,
which obstinately returns

Look
the sea is coming
with its waves slamming
and the wind howling
I carry with me a few grams of Mozart
Four months, three houses
The sea no longer screams in the winter
neither Mozart plays
nor the wind slams
the doors in the front of the coffee shop
with their coats bear-men
noise of trucks
There's no Mozart living
nor the sea sound
you don’t even look at me
you did not prevent
the sea from playing,
or the screaming wind of black clouds
from
taking me away

Despite this,
I love the howling sea

(translation: Karen Costa)
letto da Arnoldo Foà

Fëmijëria
Fëmijëria

Nuk di
është deti ai që luan
si dikur e ndjej
e shoh tek ulërima
tek era jo më romantike
deti i ndotur jo më
i qetë o prej dashurisë i tronditur unë
jo që nuk mendoj më të bëj ndonjë gjë
vërtitem në dhoma pa kujtime
mure të bardhë ku s’var dot asgjë
pa kujtime
ku vetëm trupin mund të lë
një karrige një shtrat e një dollap

Zhduken ëndrrat e librave të muzikës
zhduken ngjyrat e moshës

Shkretëtirë

Shkretëtirë jo për turistë
shkretëtirë e plurosur brenda
me pluhur e tym
në thellësinë time
pa gjurmë e rikthime
pa braktisje
nuk  di ku të rri

të qëndroj përmbys me shpinë
i kthyer nga muri nga çatija
e kokëposhtë
nuk e ndjej detin që luan melodi
në stuhi
nuk ndjej ulërimën e erës
s’jam më romantik
as edhe hëna për Mozart-in
vrasës ëndrrimtar


Mbyllem për ditën përbri
që nuk don të vi

E ndjen
është deti që afrohet
dallgë që përplasen
me erën që ulërin
mbaj me vete pak gram Mozart-i
Katër muaj tre shtëpi
Nuk është më deti me ulërimë dimri
as  Mozarti që luan
apo era që përplas
dyert përballë më barin
me xhaketa burra arinj
zhurmë kamionash
Nuk ka Mozart që jeton
as det që luan melodi
as ti që më shikon
nuk e ke ndalur
detin në krijimtari
as erën ulëritëse nga re që nxijnë
të fitonte
merrmë me vete

E megjithatë
e admiroj detin që ulërin.


 (përkthim: Valbona Jakova)





sceglie Olimbi Velaj, tradotto da Valbona Jakova

L'ultimo volume di Olimbj Velaj
Abbiamo incontrato Olimbi Velaj al Nisan Festival di Maghar (Israele) nell'edizione del 2013. Straordinari giorni quando si incontrano le voci poetiche provenienti da varie nazioni.
Oggi Israele vive uno dei tanti momenti drammatici (motivo per cui Naim Araidi ha 'inventato il Festival, nel 1990, stagione di Intifada) affinché le lingue di Israele si incontrassero con le altre lingue e i popoli, attraverso la poesia e potessero parlare di pace. Così complessa e difficile impedita da pochi voluta dalla gran parte dei popoli.
Oggi vogliamo ricordare che anche l'Albania, pochi anni fa ha vissuto tempi di sofferenza.  E l'Italia che ne aveva fatta terra di conquista è diventata, in qualche modo, il paese 'ospitale' e desiderato.
Così oggi, grazie alle traduzioni dell'amica albanese Valbona Jakova, che da vent'anni vive in Italia, possiamo far conoscere alcune liriche tradotte in italiano. Alla traduzione ha collaborato beppe costa



Përtej udhëve dhe viseve
përtej ditëlindjeve dhe gjuhëve
koha mbërriti
përmes rreshtash të shkruar
dhe filxhanësh anonimë
në kafenetë e boshatisura
përfund iluzionit blu të qiellit
mbi shqisa u dyndën përshtypjet
duke ringjallur dëshira të thella...
të tjerë njerëz janë me mua
për të kuptuar të tjera gjëra
që nuk më ndodhën me ty...
vezët e trishta të kohës çahen
mbi të tashmen time
ndërsa në të njëjtët filxhanë
në qetësinë e netëve
buzë të tjera mbështeten.


Oltre

Oltre le strade e i luoghi
oltre ai compleanni e le lingue
il tempo è giunto
attraverso le righe scritte
e tazzine di caffè anonime
nei bar vuoti
nella profondità dell’illusione blu del cielo
sulle membra si sono estese le impressioni
facendo rinascere desideri profondi
persone diverse sono con me
per capire altre cose
accadute con te...
le uova tristi del tempo si spaccano
sul mio presente
mentre nelle stesse tazze
nel silenzio delle notti
altre labbra si appoggiano.

Kujtesë

Përtej mungesave dhe letrave
ku shkruaj e prish fjalë
ia mbërrin shiu
me udhë që priren në mjegull
asgjë tjetër s’është e qartë
po e di, përtej gjuhës
në dritaret e heshtura të vetmisë sate
jam
përtej ujit dhe hamendjes
në orët e thata të zgjimit
afër fj alive të mia
dynden imazhe, për pasigurinë
midis lajmeve dhe gazetave
që vjetërohen në mbrëmje
ndërsa shirat rrjedhin
përbri xhamash të ftohtë
në kohën që zmadhohet
përgjatë segmentit tonë ndarës.


Memoria

Oltre le assenze e le lettere
dove scrivo e cancello parole
ecco arriva la pioggia
con vie che s’inoltrano nella nebbia
nientr'altro è chiaro
ma so,oltre la lingua
le finestre silenziose della tua solitudine
sono
oltre l’acqua e l’immaginazione
nelle ore deserte del risveglio
accanto le mie frasi
si scatenano visioni, incertezza
fra notizie e i giornali
che la sera invecchiano
mentre la pioggia sbatte
forte su vetri freddi
durante il tempo che aumenta
la distanza fra le nostre strade


Asnjëherë s’ka Kohë

Asnjëherë s’ka kohë
për domosdoshmërinë e gjykimit
ose për gjykimin e domosdoshëm
përderisa pauzat mbarojnë përpara lodhjeve
dhe na hyn në punë stërmundimi
s’ka kohë për t’u parë
nën dritën që rrëshqet
si mungesë e përsëritur
s’kemi për ta ndier
shijen vjollcë të përshtypjes
thahet jashtë
nën abstenim herbariumesh
ndërsa përdorim nga pak kujtesë
pas xhami, pas avulli, pas fryme...
ku zbehen duart si rryma
të sjella nga vizatime me ujë
me mospërfillje shpejtësish
kemi për të ikur
duke qenë sidomos këtu
pa kristaie
vetëm me tinguj sferikë
që kërcejnë në shembëllim
një rreth frike pavetore


Mai c’è tempo

Mai c’è tempo
per la necessaria ragione
o la ragione necessaria
ché le pause finiscono prima delle stanchezze
è utile l’enorme fatica
non esiste tempo per vederci
sotto la luce che scivola
come assenza ripetitiva
non possiamo sentire
il gusto viola dell’impressione
si asciuga all'aperto
sotto l’assenza degli erbari
mentre usiamo poca memoria
dietro vetri,vapori,respiri...
dove mani impallidiscono come correnti
nate dai disegni dell’acqua
con rapida indifferenza
un giorno dobbiamo andare
specialmente essendo qui
senza luci
solo con suoni sferici
che danzano in sembianza
un cerchio di paura impersonale


Mbetja

Kur natyrat e krijuara
filluan të rridhnin
si lëngje sythash
të mërguar në vdekje
edhe unë e kam humbur një botë
po aq krijuar dhe reale
si një legjion sysh
ngulen pa drojë mbi admirim
ku ishte deti, deti i vërtetë
i lindi breg çuditë e verës
pa mbresa të atypëratyshme
dhe vetëm koha ia shpëlau mjegullën
dhembjes sime
shumës së gjëmave detare
sa e largët dhe atentat përshtypja brenda meje
aq sa vetë do ngrihem
ta tres kufomën time harruar
askush s’e re
as rasti i përgjithshëm
që është rezultante e ngjarjeve...
kështu natyrat autentike denatyrohen
stinësh e humnerash vetvete
mbushur me mollë të hidhura
mundimin e zbërthimit të mallit


Quel che resta 

Quando le creature naturali
iniziarono a scorrere
come succo di boccioli
relegato alla morte
anch'io ho perso un mondo
creata nello stesso reale modo
come una legione d’occhi
che senza timidezza si infilzano sull'ammirazione
là dove era il mare, il vero mare
sulle cui rive nascono le meraviglie d’estate
senza impressioni momentanee
solo il tempo ha pulito la nebbia
il mio dolore
i tanti naufragi marini
lontana l’impressione dentro me, mi aggredisce
a tal punto da costringermi ad alzarmi
per ridurre in polvere il mio dimenticato cadavere
che nessuno nota più
neppure l’occasione madre
che altro non è che il risultato degli eventi…
così le vere nature si denaturalizzano
dalle stagioni e precipizi
riempiti con mele amare
nella faticosa ricerca d’una nostalgia.


Qenia Pasdite

Koha mbaroi mbi akrepa
bashkë me vëmendjen time
si një lëngatë
e verdhë, midis ajrit
u fundos pasditja
ndërsa avionët ngriheshin
në të njëjtin qiell kapitullimi
tani pa ngutje kthehem pas
në qelinë e ankthit tim
ku nuk ekziston lartësia
as frika e të vjellave
dënimi është kryer
s’ka më ditë për të numëruar
mbi kangjella dhe mure nata mbërrin
si fokë e përhimtë
drita çliron
vetëm kohën dyfishe me trupa
ku ti mbete një hutim
midis shtendosjes zbardhin
kockat e një bezdie me femra...
s’ka më vend për pendesë
në këto orë qielli
gjendjet mbetën pas, të pashfletuara
si dorëshkrimet persiane në arkivin e shtetit
kalendarët nuk përputhen
atje është hixhri 1421
dhe gjumi im mbaron
në një ëndërr mesnate
në anën tënde ka mbetur dita


L’essere Pomeridiano

Il tempo è finito sulle lancette
insieme alla mia attenzione
come un languore
giallo,in mezzo all'aria
è sprofondato il pomeriggio
mentre gli aerei si alzavano
nello stesso cielo sconfitto
adesso senza fretta ritorno di nuovo
nella cella della mia angoscia
dove non esiste l’altezza
nella paura del vomito
la condanna è già pronta
non ci sono più giorni da contare
su cancelli e muri è giunta la notte
come foca grigia
la luce libera
solo il tempo duplice sui corpi
dove tu sei rimasto attonito
fino a vedere emergere
solo resti di ossa femminili
non c'è più posto per pentimenti
in quest’ora il cielo
gli eventi rimangono dietro,non sfogliate
come i manoscritti persiani negli archivi statali
i calendari non combaciano
lì è il numero 1421
e il mio sonno finisce
in un sogno di mezzanotte
dalla tua parte è rimasto il giorno.

 Ukë Buçpapaj Ukë Buçpapaj Erjon Tusha, Olimbi Velaj presso TVSH.

Olimbi Velaj has graduated from the Faculty of Filology at the University of Tirana in 1996. In 1997-1998 postgraduate studies “Ballads in Balkans” - comparative research at University of Sofia,Bulgaria, “Sv. Kliment Ohridski”, Departament of Folklore and Anthropology.
Since 1993 she has been working as a journalist for several newspapers and radios. Her first book of poetry “The moments die under clock hads ” was published in 1998. She is currently working as an editor of “Ballkan” newspaper.

Olimbi Velaj si è laureata in filologia all’università di Tirana nel 1996. Nel 1997-1998 ha conseguito dei titoli di studio post laurea “Ballate nei Balcani” ricerca comparativa all’università di Sofia, Bulgaria, “Sv. Kliment Ohridski” dipartimento di folklore e antropologia.
Dal 1993 lavora come giornalista per molti giornali e radio. Il suo primo libro di poesia “I momenti muoiono fra le mani dell’orologio” è stato pubblicato nel 1998. Sta attualmente lavorando come editor per il giornale “Ballkan”.

Valbona Jakova è nata a Tirana il 23.10.1953. Nel 1991 arriva in Italia insieme alla sua famiglia, imbarcata in una delle navi attraccate al porto di Durazzo. Attualmente vive a Ghedi insieme alla sua famiglia.
1995 Pubblica la sua prima raccolta di poesie in albanese Enigmat e Pasmesnatës (Enigmi di dopomezzanotte); segue nel 1998 Kujt i takon kjo buzëqeshie e brishtë?
1999 Escono le due traduzioni di Ungaretti Raccolta di 37 poesie ed. Mondadori e di Neruda Venti poesie d’amore e una canzone disperata, edizioni Accademia,1973. 
2000 Presenta a Tirana la traduzione del libro di Padre Livio Fanzaga Perché credo a Medjugorje?, Sugarco Edizioni, 1998 (best-seller dell’anno 98).
2003 E’ vincitrice del primo premio per la sezione poesia al concorso “Immicreando 2003” 
2007 Pubblica in lingua albanese la raccolta di fiabe per ragazzi Gershetet e Eres “Le forbici del vento” della Weso Editrice (Tirana). Le stesse fiabe tradotte in albanese verranno pubblicate a settembre 2014.
2008 Vince il primo premio al concorso nazionale di “Poesie immigrate” con la poesia Lui tornerà. 2009 riceve un riconoscimento dall’Associazione Vatra Arbëreshë per il grande contributo dato alla letteratura albanese in Italia.
2013 Collana "Poetre": nje vibrim dallgezues flatrash (Thauma edizioni).