lunedì 31 agosto 2015

La poesia c'è, come i Poeti e i becchini!

foto Marco Cinque
Storie parallele sull'editoria
Qualcuno sui giornali scrive di poesia, di festival e dei poeti. Ché, tanto, non sono la medesima cosa. Già da tempo la poesia è il fantasma fra le molteplici scitture, quindi, è salutare parlarne e così si moltiplicano gli articoli per scriverne male.
Se da una parte alcuni editori come Einaudi e Mondadori cessano di pubblicarla, vuoi per non favorire curatori, traduttori e amici degli amici, gli altri, gli esclusi, non si perdono d'animo e se, come accade, hanno avuto un qualche posto su giornali, blog, premi o tivvù la attaccano. 
Sappiamo che la critica è definitivamente scomparsa, in un paese (il nostro, ma non solo) dove anche per un fantasma non redditizio come la poesia, ci si batte all'ultimo sangue, ma se (come scrive anche Lello voce leggi QUI e di conseguenza continua a scrivere di poeti evidentemente vivi: Galluccio, Buffoni, ecc, e delle collane defunte) i poeti sono morti e, quindi, senza più sangue da versare (mentre versa quello di Franco Loi) la poesia pare non lo sia e ci restano solo una infinità di 'becchini' che prendono ancora perfino soldi per ciò che scrivono.
Uno a caso, fra i più grandi: Jack Hirschman
(foto: Marco Cinque)
Così per i Festival, quelli non foraggiati da onorevoli e governanti, comuni o regioni, malgrado mille difficoltà (non solo da noi) continuano imperterriti a promuovere diffondere incitare al resuscito di chissà quanti poeti e poesia.
Perfino grandi potenze economiche come ilmiolibro - che fa capo a Feltrinelli - sa bene che comunque anche se i poeti (o almeno quelli che scrivono poesie) sono morti hanno soldi da investire, così anche Poeti e poesia coi suoi vari concorsi a premi si nutre di poeti morti.
A questo grande funerale non intendo partecipare, né portare fiori. 
Perché più che la poesia e i poeti quello che è veramente morto resta chi ne scrive, battendosi il petto alla ricerca di parole nuove (e adeguate) per dimostrare quanto affermato.
Poi, come ho già affermato più volte, chi di questi funerali scrive, non si dimette né da poeta né da critico così è nata la categoria del becchino o se vogliamo del prete adibito alle estreme unzioni, perché in fondo qualcuno fra i poeti, critici, giornalisti, blogghisti si salva: se stesso!



b.c.

mercoledì 26 agosto 2015

Fernando Eros Caro, Non smettete mai di sognare, Pellicano 2015

Pellicano, A.C., coll. Inediti rari e diversi, pp. 152, € 10.00

Pubblicato in questi giorni dall'Associazione culturale Pellicano, a cura del Comitato Paul Rougeau, il volume di Fernando Eros Caro, Non smettete mai di sognare.
Lo scambio di lettere dal carcere in California, dove è rinchiuso da oltre 30 anni tenuto con Grazia Guaschino, del Comitato.
Pubblichiamo qui l'inizio del volume che raccoglie anche i dipinti di Fernando, in copertina c'è il suo quadro e l'invito del Comitato a collaborare in qualsiasi modo tu, lettore, ritenga utile, b.c.

Per acquistare il libro clicca QUI
ma puoi anche ordinarlo al tuo libraio di fiducia o sulle librerie online
Torino, 30 settembre 2008
Caro Fernando,
mi chiamo Grazia Guaschino, vivo a Torino in Italia e sono una buona amica di Marco Cinque, che tu conosci molto bene. Mi piacciono tanto i tuoi disegni, che Marco ha riprodotto in diversi libri pubblicati in Italia!
Faccio parte del Consiglio direttivo del Comitato Paul Rougeau che opera per l’abolizione della pena di morte, in particolare negli Stati Uniti. Il Comitato pubblica libri, organizza conferenze e aiuta gli abolizionisti americani nelle loro attività.
In generale cerchiamo di sensibilizzare le persone sull’assurdità e sulla barbarie della pena di morte. Per promuovere questa consapevolezza, pubblichiamo anche un bollettino mensile indirizzato ai nostri soci e ad altri simpatizzanti, sia attraverso una mailing list on-line che per posta. Il bollettino è letto da circa 350 persone.
In questo giornalino scriviamo molti articoli sulla pena di morte, e aggiorniamo i lettori su quel che accade riguardo alla pena capitale negli Stati Uniti. Fino all’anno scorso pubblicavamo anche lettere scritte da Kenneth Foster, una voce proveniente dal braccio della morte del Texas. In questi articoli Kenneth ci parlava della sua vita in carcere e in generale delle condizioni di vita nel braccio della morte; condivideva con noi i suoi sentimenti e i sentimenti di alcuni suoi amici detenuti.
Nell’agosto del 2007 Kenneth si è fortunatamente salvato, perché la sua condanna a morte fu commutata in ergastolo con possibilità di uscita sulla parola. Rimase nostro amico, ma fu trasferito in un’altra città e in un’altra prigione, non è più un detenuto nel braccio della morte e non scrive più articoli per noi.
Abbiamo allora cominciato a pensare a un altro condannato a morte da scegliere, e dopo una lunga riflessione, anche a causa della nostra amicizia con Marco Cinque, abbiamo deciso che TU potresti diventare il nostro nuovo corrispondente privilegiato. Accetteresti volentieri questa offerta? Dovresti scrivere ogni tanto, se possibile circa una volta al mese, un articolo, che io tradurrei in italiano e che verrebbe pubblicato nel nostro bollettino.
Naturalmente, noi ti spediremmo una copia del bollettino. In cambio della tua amicizia e del tuo aiuto cercheremmo di aiutarti a proseguire nella tua battaglia per la libertà e per la vita, anche utilizzando dei fondi che potremmo raccogliere tra i nostri soci e simpatizzanti. Non possiamo prometterti un grosso aiuto finanziario, perché siamo un gruppo molto piccolo, ma ti spediremmo qualche regalo di tanto in tanto e cercheremmo di rimanere in contatto con il tuo avvocato per cercare di essere di aiuto in alcune fasi del tuo caso giudiziario. Soprattutto, potremmo pubblicizzare tutte le iniziative, che sono molto numerose ed efficaci, che Marco Cinque organizza in tuo favore.
Marco potrà confermarti che siamo un’organizzazione seria e impegnata e che cerchiamo sempre di fare del nostro meglio per aiutare gli amici in difficoltà.
Per favore comunicami la tua decisione. In caso tu preferisca non accettare la nostra offerta, rimarremo ugualmente tuoi amici. […]1
per il Comitato Paul Rougeau

Grazia Guaschino

Caro lettore,
questo libro contiene le lettere di Fernando pervenuteci entro la fine del 2014, ma per fortuna la corrispondenza con lui continua, con reciproca soddisfazione. Fernando ci ha voluto donare i proventi della vendita di questo libro, che saranno quindi interamente devoluti al Comitato Paul Rougeau per aiutarlo a proseguire nella sua missione.
Ci auguriamo che, leggendo questo libro, tu abbia potuto apprezzare la personalità del nostro amico e che magari decida di scrivergli o di darci una mano nella battaglia contro la pena di morte, un triste residuo di antica barbarie. Una barbarie che colpisce persone finanziariamente povere, ma a volte ricche interiormente, proprio come Fernando.
Se vuoi avere ulteriori informazioni sulle nostre attività ed eventualmente unirti a noi puoi contattarci all’indirizzo 
prougeau@tiscali.it
Se invece desideri scrivere a Fernando puoi indirizzare a:
FERNANDO EROS CARO C-40800 NSN-I-L
San Quentin State Prison
San Quentin, California 94974 USA
E... se vuoi acquistare uno dei bellissimi quadri di Nendy: non hai che da dircelo!

martedì 25 agosto 2015

Moniga del Garda: Premio alla Carriera a Naim Araidi

Naim Araidi: di nuovo pace

Il poeta Druso, conosciuto sia nel mondo israeliano che arabo, Naim Araidi tornerà in Italia a settembre per ritirare il Premio alla Carriera che il comune di Moniga del Garda ha deciso di conferirgli.
Arrivato alla terza edizione, il Premio alla Carriera è stato consegnato precedentemente a 
Fernando Arrabal nella prima e a Jack Hirschman nella seconda edizione.

                   continua a leggere l'articolo cliccando QUI

Venerdì 18 settembre 2015 presso la sala consiliare del Comune la premiazione con lettura dei brani in arabo e italiano.
Il giorno seguente a Sirmione dalle ore 9, Palazzo Callas Exhibition
Incontro con Naim Araidi (Israele) e Basir Ahang (Afghanistan)

due poesie di Araidi


1. Sul massacro dei bambini

(a)
I bambini in tenera età si fissano occhi dentro gli occhi,
e parlano l’uno all'altro
nel silenzio fragoroso del linguaggio della morte.
Non riuscivo a capire:
i bambini in tenera età vivono
e ancor più teneramente vanno alla morte.
Così il poeta scriveva
non in ebraico, non in arabo né in un'altra lingua,
i bambini massacrati non hanno lingua,
come il cielo testimonia.
Sembrava parlassero
ma non riuscivo a capire,
i bambini in tenera età vivono
e ancor più teneramente vanno alla morte.
Così il poeta scriveva.
Mio Dio, che sei stai in cielo,
che comprendi molto di più
tutto ciò che con la tua saggezza hai inventato,
la tua sapienza mi sovrasta,
e non ti accuso.

(b)
Per un momento cose che non devono
essere dimenticate vengono dimenticate:
l'uomo possiede la ragione,
l’animale il cervello,
ma non sono sicuro
per chi dei due sarebbe più facile capire,
quando il poeta rivela,
il crudele segreto della morte.
Morte qui, morte là,
un bimbo qui, una bambina là,
figlia qui, figlia là,
strappati alla vita condotti alla morte:
un pianto non ancora iniziato,
un pianto non ancora finito.

2. In tempo di guerra la mia voce grida
e l'inchiostro si asciuga sulla mia penna.
E in ogni caso
non sarà con me.
Quando finisce la guerra
so che il dolore si scrive.
Nel frattempo gli aerei volano
sopra la mia casa.
E in tempi di guerra non sappiamo
cosa dire ai soldati
che sono caduti,
Io combatto lo speaker quando,
conta i morti mentendo, l’ipocrita:

in tempo di guerra la mia voce grida
quando ogni forma mi passa davanti,
non resta che spogliarsi
durante questa lunga assenza.
Nel frattempo mi abituo al silenzio
come far passare la guerra in pace,
e ottenere la pace dalla guerra
in ogni caso non si conosce il pianto
si scrive,
finalmente ti spogli
e mostri i segni,
di quello che hai lasciato
e ciò che rimane
pur tuttavia in tempo di guerra
continua a gridare la mia voce.

Per l'evento su Facebook clicca QUI

In questo blog altri articoli sull'Autore, pubblicati in occasione 
della pubblicazione del libro e delle sue visite nel nostro paese
L'edizione italiana delle poesie di Naim Araidi

Lettera aperta all'essere umano di Stefania Battistella

 Caro essere umano,
ho capito che hai fallito perché oltre a derivare dal mondo animale e racchiudere così alcune caratteristiche "animalesche", non hai capito la differenza che c'è fra te e gli animali. E non intendo usare il termine "animali" in senso negativo, anzi, uso questo termine perché connotativo di un certo comportamento che non può essere giudicato, ma può essere semplicemente riconosciuto perché accade.

Il mondo animale fa ciò che Madre Natura ha imposto, senza chiedersi se essa sia una religione. C'è chi mangia erba e chi mangia carne. Nessuno converte nessun'altro e, se non fosse per te, essere umano, tutto andrebbe liscio senza problemi di inquinamento, cambi di clima e quant'altro.
Tu, essere umano, a differenza degli animali hai la possibilità di usare la tua intelligenza e sensibilità per creare qualcosa che può essere definito artistico, quindi non solo ciò che concerne le problematiche relative alla vita stessa (un rifugio, del cibo, procreare, ecc), ma anche qualcosa che può far bene allo spirito e potrebbe essere considerato "utile" e "giusto" in maniera assoluta. Hai inventato la religione perché avevi bisogno di sapere da dove tu fossi spuntato e soprattutto perché non ti spiegavi il motivo per il quale ad un certo punto si muore. Un bel giorno hai arricchito la tua religione di regole perché non eri più capace di comportarti bene e hai messo in dubbio quello che Madre Natura ti ha imposto, cioè il fatto di costituire un essere umano con bisogni fisiologici, emotivi, artistici e creativi.
 
Hai fatto la guerra ad altri tuoi fratelli semplicemente perché non li avevi mai visti prima di una certa data e secondo te costituivano una minaccia, come se il tulipano rosso di un giardino facesse la guerra al tulipano giallo, suo vicino. Non ne parliamo poi quando hai scoperto che il tulipano giallo aveva una religione tutta sua che, ovviamente, aveva un nome diverso dalla tua.

Caro essere umano ecco perché secondo me tu hai fallito. Hai fallito alla grande perché ti limiti ad essere un animale e non una creatura che può creare qualcosa che può essere definito "bello" in assoluto. Anche se tu, essere umano, rinasci sempre, si può dire che tu sia molto vecchio e infatti hai dato inizio ad una miriade di guerre e hai provocato un sacco di morti, viviamo sopra un cimitero che chiamiamo Terra dove i morti sono diventati polvere ma, il vero motivo del tuo fallimento è che non ti accorgi realmente di tutto ciò che i morti hanno lasciato in dote a prescindere dalla tuo senso di superiorità verso qualsiasi cosa e chiunque. Parlo della musica classica, degli edifici storici, degli strumenti musicali che sono sempre così tanti e diversi fra loro che tu stesso hai creato, la pittura e la letteratura che hai usato per sondare e conoscere te stesso più di quanto possa aver fatto la tua religione e ti ha reso maestoso e pieno di conoscenza. Hai imparato a curare i tuoi mali e tutto ciò che hai scoperto ha curato anche tutti gli altri esseri umani. Anche se non sembra sai bene come si fa ad andare d'accordo con la natura, sia la tua che quella in senso universale.
Caro essere umano tu hai fallito perché hai creato una serie infinita di gabbie dalle quali adesso non ti sai più liberare. Caro essere umano devi pensare che la Terra che abiti può essere paragonata ad un giardino dove tutti gli insetti hanno un ruolo e prego profondamente affinché tu possa riconoscere il tuo senso creativo e artistico riconciliandoti con esso. Spero con tutto il cuore che tu reputi tue stesse conquiste le opere letterarie più grandi della storia, la produzione relativa all'opera, l'invenzione del teatro, la Cappella Sistina l'hai dipinta tu! Possibile che tu ti senta orgoglioso solo quando parcheggi l'auto per la quale hai indebitato i tuoi figli e non quando guardi un buon film?

Caro essere umano ti auguro di ricordarti più spesso di ciò che sei e di non dimenticarti di quello che hai fatto. Da ultimo ti ricordo che la terra che sostiene la tua casa, non morirà mai e ti osserverà anche quando, come hai detto tu stesso, tornerai ad essere cenere, e non potrai scegliere se far nascere un tulipano o una pianta di ortiche.

Il diavolo e la poesia: storie parallele sull'editoria

Pellicanolibri di Roma
Editoria, appannaggio della grande distribuzione, compresi i cosiddetti saloni e fiere del libro, laddove portano un grande contributo ECONOMICO a mq in mano a 6 imprese ormai concentrati di pochi industriali mentre oltre 5000 editori medi e piccoli sembrano passare inosservati, ma sono loro molto spesso a scoprire gli Autori
Gruppi:
Mauri: Repubblica, De Agostini, Longanesi, Garzanti, Guanda, Neri Pozza e tanti altri
RCS: Rizzoli con Adelphi, Fabbri, Bompiani ecc.
Il mondo Feltrinelli: con Apogeo, Kowalski, Gribaudo, Urrà e tante librerie.
Mondadori: con circa 40 editrici minori oltre Einaudi, Sperling & Kupfer, Piemme.
Giunti: Disney, Touring Club italiano, Dami, incredibile balzo in avanti in poco tempo,
presente ovunque alle poste, aeroporti, stazioni.

Cominciò tutto con la concorrenza spietata del signor Berlusconi o, come qualcuno lo chiama, col diavolo, con l'assalto al Gruppo Mondadori? Che iniziò a pubblicare qualsiasi schifezza dei suoi amici e dipendenti? Rifacendo il verso alle ancora maggiori schifezze televisive?
Certo che sì o, almeno, fu un bel balzo in avanti portando altri gruppi a stampare migliaia di volumi l'anno: siamo arrivati a oltre 50.000 ufficiali, senza contare l'auto produzione.
Così molti editori del passato che leggevano i libri, o almeno avevano direttori di collane, critici, correttori di bozze stentarono a starci dietro come Bompiani, Garzanti che mettevano, nel bene e nel male, le mani e la faccia.
Libreria londinese

Principali distributori
Messaggerie, Fastbook, Pde (che sta chiudendo) avevano filiali in ogni capoluogo, adesso due o tre filiali solo al Nord (Verona, quasi sempre).

Perché la poesia perlopiù non è presente nelle librerie? un diavolo pericoloso?
perché occorre pagarsela quasi sempre?

Una tiratura di 3000 copie di un solo libro non basterebbe a metterne neanche una copia per le 3000 principali librerie ma neanche a partecipare ai circa 4.000 premi in atto nel nostro paese.
Editing e revisioni testi non esistono più neanche per i giornali, costi elevati che non rendono.
La fine del linguaggio poetico e della lingua più in generale

Ruolo e\o salvezza: Compito soprattutto per la società sarebbe quello di rispiegare a cosa servono i libri, a partire dai bambini (unico settore che si salva almeno per qualità e prezzi).

lunedì 24 agosto 2015

A cosa serve il codice ISBN? storie parallele sull'editoria

Ecco alcune risposte

A cosa serve il codice ISBN? Se lo chiedono in molti e, purtroppo, si sentono in giro troppe informazioni inesatte o non complete. Cerchiamo ora di fare un po' di chiarezza.
Il mondo dell'editoria è in continua evoluzione, ora si parla molto di e-book anche se gli affezionati del libro stampato amano sfogliare le pagine e sentire il profumo che ha la carta stampata.

il codice ISBN è una sequenza numerica di 13 cifre usata internazionalmente per la classificazione dei libri
Aggiungiamo che il codice ISBN è univoco per ogni libro e non esistono due libri che hanno lo stesso codicePesiamo un po' al codice fiscale delle persone: infatti ogni codice ISBN identifica solo ed esclusivamente il libro sopra al quale viene stampato.
Se si decide, quindi, di stampare un libro è molto importante che ci sia il codice ISBN non solo per un fatto commerciale, quanto perché attraverso quel numero si può risalire alla casa editrice che l'ha stampato e scoprire se, invece, ci siamo affidati a qualcuno che si palesava come tale ma invece ha inventato una serie di numeri che in realtà non hanno nessun valore.
Prendiamo in prestito, sempre da wikipedia, questa immagine:
Come possiamo vedere il codice non è un insieme di numeri messi a caso, ma hanno un certo significato. Se per esempio in casa avete due libri dello stesso editore, dovreste poter verificare che il prefisso editore è lo stesso, così come il gruppo linguistico (per pubblicazioni italiane) e il codice EAN. Esattamente come il codice fiscale racchiude certe informazioni ed è unico, anche il codice ISBN lo è e permette la reperibilità e individuazione della pubblicazione a livello mondiale.

Come descritto a pagina quattro di questo regolamento pubblicato dal sito isbn.it (unica fonte di erogazione dei codici ISBN):
Le schede ISBN compilate on line dall’Area Riservata del sito www.isbn.it, vengono automaticamente inviate dal sistema a “Informazioni Editoriali” per essere inserite nel “Catalogo dei libri in commercio”.
ed ecco perché, magicamente, dopo questa operazione, possiamo trovare in vendita il nostro libro completo di codice ISBN sui maggiori bookstore online come ibs.it, libreriauniversitaria.it e altri, proprio perché questi grandi portali vanno a pescare i dati delle nuove pubblicazioni all'interno del catalogo dei libri in commercio.

Ci sono molti motivi per i quali è bene apporre il codice ISBN su un libro; in primis perché chiunque ordini un tale libro da una libreria deve fornire il codice ISBN, se non altro per far capire al libraio di che cosa si tratta e fargli rintracciare la pubblicazione trovando informazioni al riguardo, proprio perché il codice ISBN è l'unico che permette di distinguere un libro dall'altro; seconda cosa ma non meno importante, costituisce una prova documentabile che quel dato libro lo abbiamo scritto noi, pubblicato con casa editrice xxxx e quindi possiamo avanzare pretese nei confronti di chi voglia appropriarsi in qualsivoglia maniera della nostra opera.
Di questo e del diritto d'autore parleremo meglio nel prossimo articolo. Tornate a trovarci!
Stefania Battistella


domenica 23 agosto 2015

Jesus Lopez Pacheco, Delitti contro la speranza - 1.

Ho recuperato, dopo anni, uno dei miei libri preferiti che avevo regalato, sperando di ricomprarlo ma, ahimé la ricerca fu inutile per anni. Adesso l'ho riletto dopo quasi 50 anni anni e lo trovo, sin dal titolo, adatto ai nostri tempi dell'orrore. Quando non più e non solo la Spagna viene attraversato l'intero mondo dalla corsa al denaro e alla disfatta di qualsiasi umano che sia differente, diverso per colore, tradizione, religione, perfino sguardo. 
Ciò mi spinge a riproporlo, magari un po' alla volta, partendo dall'attenta e lunghissima prefazione al libro di uno specialista del periodo Ignazio Delogu, almeno la parte introduttiva, lasciando spazio ad alcune delle poesie.
Dell'autore non esiste più alcuna traduzione italiana e neanche è presente su Wikipedia in italiano, per le notizie vi rimando al link cliccando QUI, in lingua spagnola (c'è anche in inglese e tedesco) ma i 'nostri' wikipediani seguono università e televisione e figurarsi...
b.c.

Estratto alla Prefazione:
Sono trascorsi ormai otto anni dalla pubblicazione in Italia di Pongo la mano sobre Espana, di Jesus Lopez Pacheco, e sette dalla pubblicazione dell’Antologia di José Maria Castellet, Spagna, poesia oggi, libri, entrambi, che oltre a essere accolti con insolito favore, suscitarono dibattiti, polemiche, discussioni.    Si potrebbe anzi dire che la loro pubblicazione abbia segnato, fra di noi, il punto più alto di un rinnovato interesse per la poesia e, più in generale, per la cultura spagnola del dopoguerra.

Alle nostre orecchie abituate a sentir parlare di generazione sempre in riferimento o a quella del ’98 o all’altra, più prossima e incomparabilmente più nota, — non fosse che per la fama di un Lorca e anche di un Alberti — tornava gradito e persuasivo sentire echeggiare nuovamente la parola, non meno dell’immagine che essa suscitava, di una rinnovata e solidale compattezza umana. Resa più omogenea, inoltre, questa volta, da una comunanza di ideali, di aspirazioni, di impegno politico e non soltanto poetico.
Era forse naturale, pertanto, che l’attenzione si rivolgesse piuttosto agli elementi comuni a tutti quei giovani poeti, e che differenze e contrasti, pur notevoli, rimanessero in ombra.
Può anche darsi che proprio ciò sia all’origine di una sopravvalutazione degli elementi ideologici e dello spostarsi del discorso, divenuto necessariamente generico, dal suo tema concreto e specifico, alla polemica attorno alle definizioni, polemiche anch’esse, naturalmente.
L’uso volutamente, forse, non troppo rigoroso e certamente provocatorio, di uno schema interpretativo della storia della poesia spagnola dell’ultimo cinquantennio, da parte del Castellet, il cui scopo era di dimostrare l’inservibilità e la indisponibilità delle esperienze del passato ai fini della fondazione di una poesia che si ribellasse ad ogni soggezione all’estetismo — di cui si individuava la matrice nel simbolismo e gli effetti nell’uso irresponsabile della metafora, approdo ultimo e definitivo dei poeti della generazione del ’27 — in nome dell’impegno totale e del «realismo» che doveva inverarlo, non poteva non suscitare, anche da noi, una difesa polemica e oltranzista del simbolismo, appunto, e dei suoi prodotti. Ma soprattutto portò, per un verso, a stabilire una relazione meccanica tra situazione e poesia, per un altro, incoraggiò e favorì la confusione tra i fatti singoli, sia pure numerosi, e la realtà in tutta la sua complessità dialettica, che i fatti in quanto tali non potevano esaurire.
Era naturale, pertanto, non solo che i nuovi poeti apparissero come un insieme multiforme, ma profondamente omogeneo — e questa fu anche la momentanea illusione di molti di loro — ma anche come il prodotto immediato di una situazione, di un complesso di circostanze.
Ora, se c’era un poeta che poteva confermare questa relazione, o dipendenza, meglio, della poesia dalle circostanze, era proprio J. Lopez Pacheco. E non tanto per i dati della sua biografia, non dissimile da quella di molti altri suoi compagni — infanzia nella guerra civile e nell’immediato dopoguerra, università, esperienze poetiche più o meno intimiste, scoperta di un’altra Spagna popolare e combattiva, impegno politico, carcere, «rivoluzione» letteraria — quanto per quella che sembrava la natura stessa della sua poesia: generosità e rigore, dedizione e fierezza, luminosità ed eloquenza. Una poesia piana, tutta dichiarata, senza residui, capace di rispondere con appassionata immediatezza alla sollecitazione dei fatti.
Certo, se vi è una poesia sulla quale i dati oggettivi di una situazione hanno agito più che come stimoli, come autentici condizionamenti, questa è la poesia spagnola dell’ultimo trentennio. E poiché, quando si dice poesia, si dice in realtà poeti, è indubbio che la particolare condizione esistenziale dei poeti spagnoli ha deciso spesso della loro poesia.
Può darsi che ciò sia, in definitiva, un segno di debolezza; ma è certo che la forza dei fatti fu spesso tale, forse, da giustificarla.
Ora, se è vero che non solo la critica, ma i poeti, caddero nell’errore di far coincidere, o di scambiare, alcuni fatti o circostanze, con la realtà, preparando a se stessi quella che, in un momento dato, sarebbe stata una profonda delusione, — conseguenza inevitabile della maturata consapevolezza della deformazione, è anche vero che i primi a commetterlo non erano stati i poeti della generazione del mezzo secolo o del realismo, ma che esso era più remoto, risaliva agli anni dell’immediato dopoguerra, e che il loro rappresentava, semmai, il tentativo di una confutazione.
Quella che qui si chiama invasione dei fatti, nel dopoguerra era stata massiccia. Al punto che coloro che la subirono, credettero a lungo che si trattasse di un evento universale.
Lasciando la metafora terrestre, direi che in quell’epoca i poeti spagnoli credettero di vivere su un continente alluvionato e irrimediabilmente sommerso.
È bene dire, a loro parziale discolpa che, pur accettando il fatto compiuto, e mentre un milione di morti si macerava sotto le acque della stagnazione — che tale era diventato il diluvio, perduta ormai qualsiasi dinamica — la poesia di quegli anni (trascuro quella occasionale alla quale, per la sua natura del tutto effimera, non si addice purtroppo neppure la definizione di fascista, anche se ideologicamente non si saprebbe quale altra attribuirle), diede prova di una sua relativa capacità di resistenza e di autonomia, rifiutandosi quanto meno di accogliere la pressione meccanica e brutale di quella palude, che pretendeva l’esaltazione e il trionfalismo, per farsi domestica, lasciare le strade, diventate del resto impraticabili, e gettare uno sguardo ogni tanto sul mondo sommerso, dalle finestre socchiuse. Espana en paz... Non si può dire che il monito amaro di Don Antonio Machado lacerasse le coscienze di quei poeti.
Del resto, con Machado era morto un soldato e non vi era colomba disposta a portarne il messaggio.

La prima poesia che apparve in Spagna all’indomani della conclusione della guerra civile, nel silenzio del continente sommerso, fu rinunciataria, e proprio perché non seppe e non volle essere altro che conservatrice.
Ignazio Delogu
Roma, dicembre 1968.

Delitti contro la speranza 

Ho commesso qualche
delitto contro la speranza.
Mi voglio giudicare.

Perse la vita perché doveva guadagnarsela
ogni giorno: cadde
nel tranello.
Si fece una casa d’allegria.
L’allegria si paga
cara in Spagna.

Allegramente, quindi,
si costruì la speranza,
una speranza di parole.
Lottò.
Fu ferito in battaglia.
Vedilo
con le mani legate
dentro
la sua casa.
Che esca, direte.
Per vederlo per strada
con le mani legate?
È quasi divertente
ciò che gli accade.

Non può che fuggire
dalla strada o da casa.
E non è anche vero che ha perduto
molta speranza?
Anche di questo, certamente,
si tratta.
Ma la lotta continua
non importa chi cade.
Se la sua mano è ferita
può servire la sua arma.
Ciò che ha perduto, altri lo ritrovano
nelle nuove battaglie.
La sua speranza è
in coloro che sperano.


Adesso domando sin che mi si gonfiano le vene del collo.
Perché non salgo sull’edificio più alto,
perché non mi metto al centro della piazza più grande
e grido sino a dissanguarmi?

Cammino spesso per la città
senza andare in nessuno posto.
E sempre vedo l’uomo che avanza sul marciapiede
con le sue enormi mani sconfitte nelle tasche,
quell’uomo che ha sul volto la domanda
condannato a vivere
fra parole nere come rivelazioni.

Un dolore mi prende se lo vedo
e vorrei fare qualcosa per lui,
avvertirlo di un pericolo, gridargli che stia attento
o pagargli il tram sino a un giardino.

Ah, comprendetemi almeno.
Io cammino per la strada
e abbraccerei d’un tratto quell’uomo con cappotto e tristezza.

Ogni uomo

In questa sera di pioggia
mi sono separato da me.
Sulla terra sola
camminavo adagio
voltando il capo
per vedermi nel banco
dov’ero rimasto
a guardarmi andar via.

Dal banco mi vidi
e mi lasciai seduto
per andarmene
nella città sotto la pioggia.

Lì mi separai di nuovo,
e nel parco,
e nella città senza pioggia
dove andai dopo
e in tutte le città
del mondo mi separo
ancora da me.

Ogni uomo del mondo
io sono. Ogni parola
è mia. Ogni riso
è mio. Ogni pianto,
umiliazione, dolore
lo sto sentendo adesso
io che sono ogni uomo.

Quest'uomo

Quest’uomo che grida
in una stanza vuota
bianca
chiusa
che grida sempre
però mai si apre la porta
del luogo in cui l’aria e i ricordi
lentamente si fanno marmo irrespirabile.

Un tranvai

Anche i giorni
ebbero spigoli.
Erano terribilmente quadrati,
esatti.
Le arance,
le sigarette,
persino il fumo,
tutto diventò infine
così terribilmente quadrato
come quei giorni
che ancora mi risuonano dentro,
vuoti
in mezzo alla mia vita.

E ogni notte,
in quella stanza
terribilmente quadrata,
ascoltavo il rumore
di un tranvai felice.

Da quando l’uomo è verticale

Da quando l’uomo è verticale, mai
fu costretto a vivere così curvo.

Mai, da quando l’uomo ha voce,
ha dovuto tacere così a lungo.

A volte viene voglia
di mettersi a gridare
in mezzo alla strada
e prendere a sassate
tutta questa vetrina.

Primo però

C’è delle volte,
però,
che vorrei conficcare
la penna
in mezzo al foglio
bianco
e assassinarlo per sempre.

Secondo però

Ho gridato
sempre
allegria
e
però
com’è triste
doverla gridare
perché esista.

Per molti secoli

Ogni giorno soffro per molti secoli,
rimango sveglio per molti anni
pensando ad ogni uomo che dorme.
Si sveglierà domani e il mondo sarà uguale?
Di nuovo incominciare, continuare
terminare, di nuovo la luce,
di nuovo dormire sino a domani?

Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.

Che strano essere soltanto io,
che strano non essere tutti,
tu, voi, loro,
che strano non sapere né inglese né cinese,
non poter dire come si dice
buon giorno in russo,
che strano e che fatica
vivere come uno e soffrire come tanti!