giovedì 2 marzo 2017

Marco Cinque, Parola nuda, Pellicano, 2017

ISBN 978-88-99615-30-7, pag. 122, € 10.00
Appena pubblicato il nuovo libro di  Marco Cinque, Parola nuda nella collana Inediti rari e diversi, a cura di Beppe Costa e Igor Costanzo
puoi i acquistare il libro su tutte le librerie online, o richiedendolo a l tuo librario oppure scrivendo

Parola nuda non è una semplice antologia di bei versi. La sua bellezza non conosce l’estetica stagnante della mera contemplazione, si tratta piuttosto di un viaggio di ricerca verso il nucleo stesso
dell’essere umano. Se è vero che l’uomo è animale politico e sociale, se la comunicazione articolata è tratto distintivo della nostra specie, la ricerca della parola nella sua essenza è, allora, nel progetto poetico di Marco Cinque, ricerca di ciò che resta - oggi - dell’umanità. Da sempre sensibile ai problemi politici, sociali, ambientali dei nostri anni, l’autore abbandona adesso i tratti specifici della protesta e abbraccia un canto che si fa protesta universale, perché ogni decadenza ed ogni crisi vengono, in questa raccolta, a identificarsi con una sola, archetipica, caduta, che coincide con l’uso perverso del linguaggio.[...] Olga Campofreda

[...]Vi è in fondo, nella poesia di Marco Cinque, proprio tutta l’urgenza di svelare il suo più profondo pensiero, l’urgenza di nascere nella nostra mente, di scorrere nelle nostre vene, di farci palpitare l’animo, di innestarsi nel nostro cuore per deflagrarvi con tutta forza
il suo messaggio.
La sua è una parola essenziale, ma tagliente. È una parola pura, ma che lascia un segno. È una parola lieve, ma che erompe con la forza del suo impegno, senza orpelli o accessori, rivestita solo di se stessa. È così che ci incanta, è così che emana tutta la prorompente forza del suo messaggio e la nuda bellezza che la permea. Alessandra Bava

[...] Il poeta, instancabile sommozzatore, scende fino al cuore del logos, dal quale ogni volta la Parola rinasce a noi nella sua primitiva purezza e, in quella inaspettata meraviglia, ci risveglia alla vita e al futuro che ci spetta e ci attende. E nell'essenza più profonda della Parola, nella sua intatta radice primordiale, l’uomo che è nel poeta ritrova il dono del silenzio, lo spaziotempo necessario al muto pulsare dello Spirito, alla meditazione, all'ascolto silente del proprio Sé come anima del mondo.
È fondamentale ricordare qui che Marco è uomo e artista d’indubbio valore, il cui fraterno impegno verso gli altri, i perseguitati, gli emarginati, gli ultimi, ha una concretezza, una lucidità, una costanza che si fa - per ognuno di noi - esempio da seguire, solidarietà da condividere, amore da donare. [...] Antonino Caponnetto

Congedo provvisorio

Piegato
sopra un respiro elettrico
nel delirante parlarmi addosso
pateticamente muto al mondo
con sterili tentativi di complessità
naufragati nel trionfo del non dire.
Ecco servito il pacco
in arcaiche confezioni postmoderne
a sorprendermi consenziente
nel giro labirintico
di spacciatori di solitudini
in crisi d’astinenza speculare.
Un trascinarmi malato
catturato nella vana cura
di lingue autarchiche incomprensibili
sommergibili di un nulla siderale
che mai fu tale lo sperpero di versi.
Intrappolato marcio
da invisibili burattinai
recente incontro da Pellicvanolibri con gli studenti
che guidano la mano al vuoto
la testa al culo dell’oblio
illudendomi alla serietà del gioco
tra fili impietosamente ingarbugliati
dove ogni idea di movimento corrisponde
ad un’apologia di confusione.
Ora so che mai sovverrà
un senso o un nesso al dunque
che la nudità fu insopportabile dolore
(vero mascherina?)
perciò chiuderò la porta con un click
su questo sinistro d’ossa rotte
che di flettere la colonna inutilmente
abusai non poco.

Versi scorretti

Ho scritto versi scorretti
luridi rabbiosi maledetti
sui muri di un cesso pubblico

come se una vita di merda
potesse redimersi con parole
sputate in una latrina d’autogrill

come se l’angelo
sterminatore di se stesso
potesse ingoiare il mondo
per vomitarlo migliore.

Quelle luci, abbacinanti di neon
tremano nell'eco d’angosce incurabili
Giornata della memoria alle elementari di Campoleone
nelle squallide miserie sorseggiate
a puntate, che nemmeno un’intera
scatola di toglimilansia riuscirebbe
ad addormentare un dolore così incarnito
profondo come un incubo realizzato.

Ah, se potessi mentire a questo rettangolo
bianco come la più cinica insostenibile verità
se potessi convincerlo a non prendersi
gioco di me e la mia penna imbonitrice
potesse condurlo verso i più oscuri tranelli
sino a renderlo docile, servile come un leccapiedi

allora gli direi: tu, foglio
puliscimi il culo, te lo ordino!
e spedisciti con questa firma
a tutti i coglioni del mondo

che si leggano
finalmente
una poesia.

Il lavoro del poeta
Ho chiesto a un poeta
che moriva di fame

e faceva la rivoluzione
ogni giorno la rivoluzione
per vincere la sua fame.
Gli ho chiesto a che prezzo
quale fosse il suo lavoro.

Sorridendo m’ha mostrato
scarpe rotte, buchi nelle tasche
i canyon profondi delle costole
gli accapo storti della sua dentiera.

Forse non ho mai letto
una poesia più vera.

alcuni'strumenti di Marco per comunicare
Marco Cinque scrive, fotografa, suona, recita, pubblica saggi, raccolte poetiche, articoli. Partecipa ad album musicali, festival internazionali di poesia, mostre pittoriche e fotografiche. Attraverso i linguaggi dell’arte veicola tematiche sociali e ambientali, privilegiando nei suoi progetti multimediali le carceri, le periferie, le scuole di ogni ordine e grado. Nel ‘94 ha promosso la campagna nazionale Adotta un condannato: adozioni epistolari di prigionieri detenuti nei bracci della morte statunitensi. Ha pubblicato circa 30 libri ed è stato tradotto in inglese, spagnolo e tedesco. Di recente per la poesia ha pubblicato Muri e mari, (Seam): un lavoro poetico sull'immigrazione dedicato alla tragedia di Lampedusa e rEsistiAmo (Pellicano). Da poco pubblicata negli Stati Uniti una sua raccolta antologica bilingue dal titolo At The Top Of My Voice, curata da Jack Hirschman per Marimbo Press di San Francisco.
Per saperne di più sull'Autore clicca QUI

martedì 28 febbraio 2017

Antonino Caponnetto, Il sogno necessario, Pellicano 2017

ISBN 9788899615314, pag. 166, € 10.00
Dopo Agonie della luce, edito dalla nostra associazione Pellicano, abbiamo deciso, insieme all'autore che era il caso di riprendere un nostro 'sogno': stampare le poesia anche in lingua inglese, visto che sembra ancor più complicato far conoscere i nostri poeti, non solo in Italia, ma nel resto del mondo, visto che la rete offre delle possibilità d'incontro finora pressoché impossibili.
Viene così edito in questi giorni Il sogno necessario che completa questa esigenza,

In un periodo storico in cui parlando di poesia si fa metafora diretta all'acqua bollita, pensiamo di non sbagliare molto affermando che Il sogno necessario è anche -finalmente- la raccolta necessaria a ridare alla poesia ciò che le appartiene davvero. Una poetica quasi cinematografica che riesce ad allestire nella mente del lettore un preciso luogo, un preciso istante, una precisa emozione.
Gli eroi dei nostri giorni sembrano affannarsi per portare bandiere che non ci appartengono, così ci scopriamo tutti quanti antieroi pirandelliani in cerca di un qualche canone che differisca da una realtà che i più impavidi hanno il coraggio di rifiutare. Speriamo di dare il via, in questo modo, ad una ricerca di analisi sociale che sia in grado di destabilizzare, almeno un po’, questi nostri eroi scaduti.

per l'acquisto del volume vai nel SITO

1.
Oltre la linea bianca, il gialloverde
dell’erba luminosa sotto il sole.
Lungo la rosseggiante linea d’ombra
l’acqua trascorre d’un antico rivo.
Nel folto si nascondono gli amanti
ma tacciono ad un tratto gridi e risa.
Sulla radura indugiano i bambini
dagli occhi grandi come interi mondi.
Ai confini violetti dell’azzurro
Icaro leva l’affilato sguardo
e lancia sulla preda il suo falcone,
mentre da est s’addensano lontane
e tenebrose nubi.
È basso il cielo
di là dall’orizzonte: la burrasca
è già sul mare, e sferza il navigante.
È tempo di naufragi. Ma quaggiù,
nell’entroterra, non si sa del mare.
Ed è quaggiù che Icaro è felice.
Offre il braccio al riposo del falcone
e leggero carezza le sue piume.
L’orecchio squassa d’improvviso il tuono
e lieve pioggia opalescente cade.
Le voci delle madri in lontananza
le belle figlie chiamano alle case.

Beyond the white line, the green-yellow
of the luminous grass under the sun.
Along the reddening shadow line
the water of an ancient stream flows.
Lovers hide in the thick
but hush sudden cries and laughter.
On the clearing children linger
with eyes big as whole worlds.
At the violet borders of the azure
Icarus lifts his sharp look
and hurls his falcon on the prey,
while towards the far away East,
dark clouds gather.
The sky is low
beyond the horizon: the storm
is over the sea already, whipping the seaman.
It’s time for shipwrecks. But, over here,
in the backcountry, the sea is unknown.
And it is over here that Icarus is happy.
He offers his arm as rest to the falcon
and caresses lightly his feathers.
All of a sudden the ear jolts the thunder
and the opalescent rain falls lightly.
The mothers’ voices in the distance
call the beautiful daughters home.

2. 
Mille soli si spengono
quando una donna è mortalmente offesa
quando violenza oscenità follia
ne insudiciano il corpo
ne sfregiano e percuotono la mente
mille stelle si oscurano
quando contro di lei, giorno per giorno,
la tirannia malata
d’un maschio non più uomo, lui, che in fondo
odia se stesso e quelli del suo branco,
contro di lei, femmina madre donna,
senza sosta imperversa,
senza ragione. E d’improvviso uccide
in lei speranze e sogni.
Ogni bellezza in lei non ha più casa
ogni cosa è mutata nel suo opposto
ogni ferita è silenziosa colpa,
voglia di morte, odio senza fine.
Ma durerà per sempre tutto questo?
Di nuovo tu sarai
femmina madre donna, ancora e sempre
portatrice di vita, di bellezza
sorgente dell’amore quando il mondo
debellerà quel virus che lo uccide
adesso, qui, nel più nero dei giorni.

A thousand suns turn off
when a woman is mortally offended
when violence obscenity folly
litter her body
gash and beat her mind
a thousand stars darken
when, day by day, against her
the insane tyranny
of a male no more a man, he, who in truth
hates himself and those of his pack,
rages against her, female mother woman,
without justification,
without ceasing. Suddenly killing
her hopes and dreams.
Each beauty in her is homeless
each thing changed into its opposite
each wound is silent guilt,
death wish, endless hate.
Will this last forever?
You will be again
female mother woman, still and forever
bearer of life, of beauty
source of love when the world
will eradicate that virus that kills it
here, now, in the blackest of days.

3.
La voce risonante
dell’orologio avvisa:
è questo il filo della mezzanotte
sono vuote le piazze
vegliano al sussurrio delle fontane
le statue secolari
ragazza sola, come un’ombra lenta
tu scivoli
sui neri marciapiedi
nel tuo grembo, rifugio dei perduti,
cresce il figlio d’un dio che non ha nome
più tardi un misterioso messaggero
ti darà la notizia, le istruzioni
poi sparirà nel cielo mattutino
di luci fioche
l’alba già ti veste
come piccole gemme
luna e stelle
scintillano fra i tuoi
capelli bruni

The resounding voice
of the clock warns:
this is the midnight’s thread
the squares are empty
at the whisper of fountains
centuries-old statues watch over
lonely girl, as a slow shadow
you slide
over black sidewalks
in your womb, shelter for the lost,
grows the son of a nameless god
later a mysterious harbinger
will bring you the news, the instructions
to then disappear in the morning sky
with dim lights
dawn dresses you up
as small gems
stars and moon
sparkle amid your
dark hair

Antonino Caponnetto È nato nel 1950 a Catania (Italia), dove ha vissuto, salvo una breve pausa romana, fino al 1980. Dal 1981 vive a Mantova.
Opere:
Per l’Editore Campanotto, ha pubblicato due raccolte di poesie: Forme del mutamento (Udine, 1998) e La colpa del re (Udine, 2002). Per le Edizioni Kolibris, la silloge Miti per l’uomo solo (Bologna, 2009). Per l’Associazione Culturale Pellicano, Agonie della luce - Poesie 2012-2015 (Roma, 2015).
traduzioni:
Fernando Rendón, Qual era la domanda? (Poesie 1986-2016), Pellicano, Roma, 2016.
Con Pellicano collabora già da qualche tempo come curatore della collana poetica internazionale “Poetry by the Planet”.
È stato ospite di vari festival poetici, come il Sirmio International Poetry Festival, il Festival internazionale di Poesia Virgilio, il Festival internazionale Ottobre in Poesia. Sue poesie sono state radiotrasmesse, altre sono apparse su riviste e antologie (le ultime: SignorNò, I dialetti nelle valli del Mondo 2016), LiberAzione poEtica (2017) tutti con l'associazione Pellicano, Roma, e No Resignación (Poetas del mundo por la no violencia contra la mujer). “Antología de Salamanca, Ayuntamiento de Salamanca” (ES), 2016. Suoi testi poetici o interviste si possono leggere anche online attraverso vari link. Diversi sono i suoi contributi critici, spesso in forma di pre o postfazioni alle opere di giovani, meno giovani o ben noti poeti. Presso le Edizioni del Trito&Ritrito, sono apparse (in un numero limitato di copie destinate agli amici), quattro plaquettes: A che serve? (2001), Le chiare strade (2002), Contromovenze (2003) e Petits cahiers pour la douleur du pauvre (2005).
Antonino Caponnetto was born in 1950 in Catania (Italy), where he lived - except for a brief period in Rome - until 1980. Since 1981 he lives in Mantua.
Works:
Poems Collections: Forme del mutamento (Campanotto Editore, Udine, 1998). La colpa del re (Campanotto Editore, Udine, 2002). Miti per l’uomo solo (Edizioni Kolibris, Bologna, 2009. 2nd Edition 2010). Agonie della luce - Poesie 2012-2015 (Associazione Culturale Pellicano,
Roma, 2015). Translations from Spanish: Fernando Rendón, Qual era la domanda? (Poesie 1986-2016), Associazione culturale Pellicano, Roma, 2016. With the Cultural Association “Pellicano” he’s working as the editor of the international poetic series “Poetry by the Planet.”
He was a guest of some poetic festivals, such as Sirmio, Virgilio or “Ottobre in Poesia” International Poetry Festivals. Some of his poems were radioed, others appeared on magazines and anthologies - for example SignorNò, I dialetti nelle valli del mondo, (2016) and LiberAzione poEtica (2017) all by A. C. Pellicano, Roma, or No Resignación (Poetas del mundo por la no violencia contra la mujer). “Antología de Salamanca, Ayuntamiento de Salamanca” (ES), 2016. Some of his poetic texts or interviews can be read online. Several are his critical contributions, often in the form of prefaces or afterwords to the works of young or wellknown poets. By Edizioni del Trito & Ritrito from Pieve S. Polo in Capannori, Lucca, four plaquettes have appeared (in a limited number of copies for the Author’s friends): A che serve? (2001), Le chiare strade (2002), Contromovenze (2003) and Petits cahiers pour la douleur du pauvre (2005).

Ray Allen e Fernando Eros Caro insieme in un libro e a passeggio col Grande Spirito

ISBN 9788899615291, pag. 138, € 12.00
Mettere in evidenza e pubblicare autori che difficilmente apparirebbero presso ‘grandi editori’: questo lo scopo del mio lavoro iniziato nel 1976 a Catania, con Pellicanolibri e proseguito fino al 1992 a Roma, (aprendovi anche una libreria), che continua con l'Associazione culturale Pellicano da qualche anno. Questo, scoprire lavori che difficilmente avrebbero spazio, è quasi sempre il merito di quella che per comodità chiamano ‘piccola editoria’. In realtà la gran parte di questi lavori verrà ‘notata’ e/o pubblicata (dopo) da editori maggiori. Molti di questi autori che inizialmente nessuno vuole, in passato vivevano isolati dal mondo letterario e spesso ridotti in difficoltà economiche. Ne cito alcuni: Bachelard, Ortese, Bellezza, Montalban, Ripellino, Arrabal, Sorel, Barone, Pelloutier, Cabet, Jodorowsky, Verdinois, Amendolara pubblicati in quegli anni.
Ma la storia non cambia neanche oggi, forse peggio, o accade la medesima cosa: la rete semmai metterà in evidenza i ‘festeggiamenti’ e le tante manifestazioni di autoproclamati scrittori e poeti.
In questo mio post però desidero segnalare due persone che vivevano in una situazione che definire ‘peggiore’ sarebbe solo delicato. Mi riferisco a Fernando Eros Caro (Nendy) e Ray Allen (Orso-che-corre). Questi due nativi americani sono stati rinchiusi nel carcere di San Quentin per oltre trent'anni, in attesa di essere giustiziati, con diversi processi rinviati e senza alcuna possibilità di pagarsi avvocati in grado di stabilire o dimostrare la propria innocenza. Fernando e Orso-che-corre non ci sono più, ma rimangono i loro racconti e i quadri: in carcere hanno imparato perfino l’italiano, a dipingere e a scrivere talmente bene che da anni e in vario modo vengono pubblicati.

Traggo dal blogspot di Marco Cinque:
“Ora, vorrei ringraziare di cuore il mio meraviglioso fratello adottivo, Marco Cinque; il nome indiano che gli ho dato è “U-wo-li gi-ga-ge”, che significa “Aquila Rossa”. E grazie anche alla sua amorevole moglie Lina “Summer Sun” e a suo figlio Stefano “Little Warrior”, per il modo in cui amano questo vecchio Orso. Un grande “WA-DO” (grazie dal centro del cuore), a un altro meraviglioso fratello adottivo: Maurizio “Drum Dancer” Carbone, che assieme a Marco “Red Eagle” portano Orso-che-corre a spasso per l’Italia, per farlo conoscere a tante persone, soprattutto a quei dolcissimi bambini delle vostre scuole. Senza il loro amore e sostegno questo tepee di cemento non avrebbe lo splendore che ha”.
Per conoscere il testo completo clicca QUI
Questo continua ad accadere, per volontà di “Aquila Rossa” malgrado Orso-che-corre non ci sia più da anni, (giustiziato il 17 gennaio 2006, con una iniezione letale nel carcere di San Quentin, all’età di 76 anni, di questi 30 passati rinchiuso un una stanzetta di poco più di 2 metri quadrati). E continuerà ad accadere anche per Fernando Eros Caro, altro fratello adottivo di Marco Cinque, scomparso in punta di piedi, oseremmo dire, grazie a un infarto che gli ha risparmiata l’umiliazione di una probabile esecuzione.
Fernando con Aquila Rossa (Marco Cinque) nel 2007
Visto che l’ex presidente Obama non ha ritenuto opportuno chiudere la propria carriera di nobel per la pace almeno con un atto di umanità che difficilmente potrà avere il successore Trump.
Di loro due, nativi americani e prigionieri di uno stato nemico rimangono le opere: quadri, disegni, lettere e racconti pubblicati in un volume della nostra associazione Pellicano che in qualche modo, prosegue dopo avere già edito due libri di Fernando, Non smettete mai di sognare (2015) e Saai Maso (2016).
Quello che risalta subito leggendoli è la grande capacità espressiva che non cade mai nel patetico e ci appare piuttosto come un film sequenza dopo sequenza raccontando attraverso racconti, solo apparentemente divisi, la propria giovinezza, l’apprendimento della ragione amorosa e la capacità di raccontare anche la tragedia non tralasciando consapevolezze con un certo sorriso ironico.
Questa frase di Fernando dovrebbe essere incisa nei cuori di coloro che determinano le morti altrui e che non posso non chiamare 'boia': “...perché si può vivere, si può morire, ma nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire..”.

Alcune pagine del libro un racconto Lasciano 'Oklaoma di Ray Allen Orso-che-corre e Ta’a ama Mecha (il Sole che ama la Luna)

Lasciando l’Oklahoma

Partimmo dall’Oklahoma per cercare una vita migliore. Mio padre, per poter comprare una vecchia e scassata automobile, vendette i nostri cani da caccia, un paio di fucili e dei vasetti di marmellata preparata da mia madre durante l’estate. Non credo che mio padre avesse mai guidato un’automobile prima di allora e, se non ricordo male, faticò parecchio per scoprire quale marcia dovesse ingranare per farla partire.
C’eravamo io, mia madre, mio padre, mio fratello Glen Aquila Nera, mia sorella maggiore Hazel Luce del Mattino e la mia sorellina Lennie Piccola Penna, che io chiamavo “baby”. Il nome di mia madre era “Minnie Colomba del Mattino”, quello di mio padre “Grande Aquila Nera” e il mio, naturalmente, “Orso-che-corre”.
Sembrò che mettessimo troppa roba su quella vecchia e malandata automobile. I materassi li sistemammo sul tetto, i catini da bucato sul cofano posteriore e molte pentole e casseruole sparse un po’ dappertutto. I sedili posteriori erano completamente carichi di roba, e lì ci infilammo sopra io, mio fratello e Lennie. Dovevamo restare sdraiati, visto che non c’era proprio spazio per stare seduti. Partimmo la mattina presto, non appena spuntò il sole. Non era possibile viaggiare di notte, poiché questa carretta di macchina non aveva neppure un fanale anteriore. Già poco dopo la partenza dovemmo fermarci a riempire il serbatoio dell’acqua, perché ogni tanto, percorse poche miglia, usciva un sacco di vapore a causa dell’acqua che bolliva e traboccava di nuovo fuori.
Il primo giorno, quando iniziò a imbrunire, trovammo un posto per accamparci e passare la notte, visto che non potevamo proseguire senza luci. I miei genitori non sapevano esattamente dove stavamo andando, tranne che si trattava di un posto chiamato Texas. Noi ragazzi non sapevamo neanche che esistesse uno stato del Texas.
Una cosa che ricordo bene, però, è che raggiungemmo la cima di una collina piuttosto alta e mio padre disse a mia madre: “Se spegniamo il motore e scivoliamo giù da questa ripida discesa risparmieremo un sacco di benzina”. Non ci volle molto perché mio padre si accorgesse che quella fu una pessima idea e un grave errore che poteva costarci caro. L’automobile rimbalzò da un lato all’altro della strada e molte cose saltavano via ogni volta che urtavano contro una sporgenza del terreno. Fu come se stessimo precipitando giù da quell’altura ad una velocità di quasi 100 miglia all’ora. Diedi uno sguardo a mio padre che stava lottando per controllare il volante di quella vecchia e dannata automobile.
Mia madre stava zitta e rannicchiata come un topolino e sembrava che il sangue fosse scomparso dal viso, talmente era impallidita. Papà sudava come se fossimo in piena estate sotto un sole battente, mentre mio fratello e mia sorella tenevano il viso sepolto sotto le coperte ed i vestiti su cui eravamo sdraiati. Io, però, non volli perdermi nulla di quella veloce e pazza corsa che la vecchia automobile ci stava offrendo. Mia sorella maggiore si mise a piangere; era cosciente che quella corsa avrebbe potuto portarci dritti nel Mondo degli Spiriti, ma io avevo una grande fiducia in mio padre e quella corsa spericolata fu per me un vero spasso.
Quando finalmente planammo in fondo alla discesa più morti che vivi, per un lungo tempo nessuno di noi aprì bocca, poi ruppi il silenzio e dissi: “Dai papà, facciamolo un’altra volta!” Lo sguardo di mio padre mi fece di capire di aver detto la cosa sbagliata… Ad ogni modo, io e mio fratello tornammo indietro su quella collina, arrampicandoci per recuperare le pentole, le casseruole, i catini e tutte le altre cose che erano saltate giù dall’automobile. Quel giorno non ripartimmo subito, ma ci accampammo, perché credo che mio padre si fosse spaventato troppo e non era in grado di fare neanche un solo altro pezzetto di strada.
Alcuni anni dopo, egli ammise che quella fu un’esperienza che non avrebbe mai voluto ripetere. Beh, sembrava che questo posto chiamato Texas non dovesse mai arrivare. Attraversammo anche qualche grande città, con più negozi ed edifici di quanti ne avessi mai visti. Vidi per la prima volta degli strani aggeggi agli incroci stradali: erano semafori. Mio padre diventò talmente nervoso ad un semaforo rosso, che fece spegnere il motore. Così, mentre lui continuava a guidare, io, mia madre, mio fratello e le mie sorelle spingevamo la vecchia automobile attraverso la città. Mi ricordo che la gente bianca, tutta vestita di gran lusso, ci additava con l’indice puntato e rideva a crepapelle. Pensavo che ridessero perché gli eravamo simpatici, ma scoprii a mie spese che quella era un’idea del tutto sbagliata e che la maggior parte dei bianchi, a quei tempi, guardava la gente indiana con disprezzo. Però sapevo di avere una famiglia dove tutti ci volevamo bene. Comunque, alla fine, riuscimmo ad arrivare in una città chiamata Hell Center (Centro d’Inferno), sperduta nelle pianure del Texas, dove si poteva guardare in qualunque direzione senza mai vedere un albero o una montagna. Eravamo assai lontani dalla piccola città nelle colline dell’Oklahoma da dove eravamo partiti, ed era proprio lì ad Hell Center che, come mio padre mi disse, avremmo guadagnato molto con la raccolta del cotone. Io, però, non avevo mai visto ancora com’era fatto il cotone. Riuscimmo ad avere un posto di lavoro da un uomo bianco veramente gentile e da sua moglie. Per abitazione ci dettero una vecchia casupola con una sola stanza e senza alcun fornello, ma mia madre era abituata a cucinare all’aperto. Il giorno seguente cominciammo a raccogliere il cotone e lavorammo dall’alba al tramonto. Quando pesammo l’ultimo sacco di cotone della giornata, mio padre dovette accendere un fiammifero per vedere quanti chili segnava la bilancia.
Ray Allen: Orso-che-corre
Nella primissima settimana di raccolta, io e la mia famiglia, riuscimmo a guadagnare centoundici dollari. L’uomo per cui stavamo facendo la raccolta pagò tutto in biglietti da un dollaro e mio padre li portò a casa in un sacchetto di carta. Quando aprì il- sacchetto e versò il contenuto sul piccolo tavolo che avevamo, sul suo viso c’era il più grande sorriso che gli avessi mai visto. Disse a mia madre che adesso eravamo pari all’uomo bianco, perché avevamo tanto denaro quanto qualunque altra persona. Fece toccare le banconote anche a tutti noi ragazzi e ci sentimmo felici perché in tutta la nostra vita non avevamo mai visto tanti soldi.
La settimana seguente lavorammo ancora più duramente, ma non passò molto tempo che quella zona del Texas venne colpita da una tempesta di neve. E mentre raccoglievamo il cotone si mise a nevicare così forte, che l’uomo per cui stavamo lavorando usci dalla sua casa e urlò a mio padre: “Ma cosa sta cercando di fare?
Vuol far morire di freddo la sua famiglia?”. Ci invitò a smettere di lavorare, spiegandoci che la stagione della raccolta era finita e aggiunse che avremmo fatto bene ad andarcene al più presto da quella zona prima di rimanere bloccati dalla neve. Lasciammo il Texas e viaggiammo verso un’altra città texana chiamata McAllen vicino al confine con il Messico. Lì coltivavano arance, pompelmi e anche pomodori. Confesso che non ho mai mangiato tante arance in vita mia quante ne mangiai lì, ed erano tutte gratis!
Perciò non tornammo indietro per diversi anni, ma questa è una storia che racconterò un’altra volta.
Ta’a ama Mecha
(il Sole che ama la Luna)

Ta’a (il Sole) ha sempre amato Mecha (la Luna), che considera il suo tesoro e che ha sempre sognato di sposare.
Un giorno, quando sole e luna erano insieme nel cielo del mattino, Ta’a le disse: “Senti Mecha, sono tanto innamorato di te, vorrei che diventassimo marito e moglie”. Sfortunatamente per lui, Mecha non aveva nessuna intenzione di sposarlo, ma comunque gli rispose: “Acconsentirò al matrimonio solo ad una condizione: dovrai farmi un regalo che… abbia esattamente le mie misure!”.
Ta’a decise immediatamente di cucire per lei un abito. Così, dopo averle preso le misure esatte, andò a tessere una veste con splendenti fili d’oro. Quando terminò di confezionare l’abito, convinto di aver fatto un lavoro perfetto, tornò da lei, ma con suo grande stupore s’accorse che la bellissima veste non era della misura giusta. Restò molto confuso, senza riuscire proprio a capire perché non andasse bene.
Fernando Eros Caro: Nendy

Ma desiderava così tanto sposare Mecha che le prese di nuovo, ancor più accuratamente, le misure. Poi andò di corsa a tessere un nuovo vestito ma, tornando da lei, anche stavolta si rese conto che non andava affatto bene. Questo fatto si ripeté per parecchie volte, ogni tentativo falliva miseramente, tutti gli abiti che confezionava risultavano o troppo larghi o troppo stretti.
E andò avanti così per un bel pezzo. Mecha, in cuor suo, sapeva che se la veste che Ta’a le confezionava fosse stata della misura giusta, prima o poi avrebbe dovuto mantenere la parola e sposarlo. È per questa ragione che la luna, ogni mese, cambia aspetto, dimensioni e forma. Malgrado ciò, Ta’a continua imperterrito a cercare di prendere le misure esatte alla sua amata. Ma è triste, perché ha capito che per questo matrimonio forse non sarà mai il momento giusto.
Questa è la fine della storia.
Puoi vedere il vero amore quando si volta a guardarti con gli occhi di qualcun altro.


Questi alcuni link per saperne di più:
http://www.ildialogo.org/campagne/orsocorre18012006.htm
https://www.youtube.com/watch?v=692uULR-BLo




domenica 19 febbraio 2017

Su “Plethora” di Antonella Rizzo (o su una eccezione non casuale)

ISBN 9788890899584, p. 64, € 10.00
In copertina Lʾiride del tempo di Emanuela Del Vescovo
È proprio vero che le polemiche attorno alla poesia e ai poeti non finiscono mai.
Ma è sempre stato così. Quello che oggi è cambiato riguarda l’intimità e l’apparire: a partire da questo, il fenomeno si mostra in tutta la sua evidenza.
Se in passato gruppi di artisti si riunivano per discutere di poesia, questo avveniva in ambiti ristretti, molto spesso con attacchi feroci, ora pressoché sconosciuti. Al giorno d’oggi i critici, poeti a loro volta, non fanno che elogiarsi vicendevolmente, seguitando a scambiarsi premi e inviti. La rete che potrebbe e dovrebbe essere un mezzo per una maggiore informazione, non fa altro che amplificare questo fenomeno e renderlo più visibile.
Lo stesso Pasolini (forse l’ultimo che ha avuto il merito di esercitare una critica feroce e sincera nei confronti di ciò che era corrotto) cercava complici per poter vincere qualche premio importante. Non riuscendoci si scagliava poi contro gli stessi giurati.
Fra i tanti volumi che a lungo rimangono sulla mia scrivania, ce ne sono alcuni - naturalmente di poesia - piuttosto dignitosi, questi però presentano un grande difetto: sono corredati di introduzioni o note che nulla hanno a che vedere con l’opera che trattano e, semmai, diventano una sorta di complice, ma anche incomprensibile, testimonianza pro-autore. Il linguaggio ottuso e/o astruso che vi si usa allontanerebbe chiunque, lettore di poesia o no, ancora abbia voglia di accostarsi a cotanta novità editoriale.
Ogni tanto però qualche eccezione esiste, e non a caso, introdotta da uno che della poesia e solo di questa ha fatto lo scopo della propria vita: Antonio Veneziani. Ma di certo qui non desidero scrivere di lui, semmai invece riportare alcune delle parti che egli ha posto a presentazione di “Plethora” (Nuove Edizioni Aldine, 2016), il bel nuovo libro di Antonella Rizzo.
Beppe Costa

Da: “Cartoline per Antonella Rizzo e il suo Plethora” (prefazione al libro citato)

Non è facile classificare i poeti, vivono e prosperano, tutti, in zone d’ombra, anche quando agiscono in piena luce e parlano di sole e di riverberi.
Antonella Rizzo poi è più sfuggente ancora, cambia pelle ad ogni libro pur restando la sua una voce sicura, potente, piena di sfumature e di colorazioni, modulata anche nell’urlo, dato che per lei la parola è origine e prosecuzione del dire e del fare.
Un poetare che viene dal sangue e nel sangue del lettore va a depositarsi.
[…]
La poesia di Antonella Rizzo è sorgiva ma sempre incanalata su una strada di raziocinio, irrazionale ovvio, come tutta la vera poesia.
[…]
Scrittura pulita, ricercata, zeppa di rimandi letterari, molti femminili da Elisabeth Bishop ad Antonia Pozzi, da Margherita Guidacci ad Anne Sexton… Insisto nel fatto che la poesia della Rizzo, pur avendo una forma assai ricercata, questa non sovrasta mai il contenuto. Dunque una forma pulita, elegante, perfetta fino allo sfinimento, ma sempre pregna di sensualità e sensazioni derivanti da un anticonformismo di fondo, che nascono e procedono su quella strada.
[…]
[Quella di Antonella Rizzo] è una poesia che dialoga con specchi; specchi poetici, come ho già affermato, e specchi reali-quotidiani presentando a suo modo gli accidenti e gli accadimenti dell’assistere e del sognare l’esistenza. Visionaria e colta, le sue parole sono un controcanto alla durezza del sopravvivere, con poesia.
Per parafrasare Woody Guthtrie: «Una buona poesia può solo fare bene» e quella di Antonella è buona poesia; essa non insegna a vivere ma paradossalmente può far vivere meglio. Il problema è che la poesia purtroppo consuma chi la scrive e chi la legge.
Cees Nooteboom dice: «In questo momento storico le persone si sentono sole. E la poesia offre qualcosa che va oltre la vita di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto molto personale e arriva all’universale».
Perché la poesia, quasi sempre, si legge da soli, ma mette in comunicazione con l’anima del mondo e con gli amici degli amici e degli affini, e questo è un miracolo di cui la poesia della Rizzo è generatrice.
Bisogna avere il coraggio della visione ma anche quello della realtà e allora leggere «Plethora» è un atto di intelligenza verso se stessi e verso il mondo. Infatti dopo vi sentirete meglio o peggio, dipenderà da voi […]
 Antonio Veneziani


Adamo

Adamo non perdonerò mai
la natura stessa dellʼinganno
farti cimice insignificante
senza sangue, storia, una dimora
farti monaco, romita, clericale
caricare colpe a serpi e donne
nascondendo mele da addentare.

Morte moderna

Il tempo di morire
assomiglia alla guerra
dell'ultimo notiziario
che mostra i bisturi
di nuova generazione.
Hanno perso la capacità
di orientare la cesura
prestandosi alla civile convivenza
tra seni incisi per necessità
o per affabulazione.

Primavera araba

Così si riaffacciò
il tempo trascorso di Fahranez
insieme alle sue armi.
Il vuoto della solitudine
è sgombro da equivoci e da carezze
capitolate in un attimo.
Ci aspettavamo su sedili di legno
che inarcavano la linea ideale
del dorso, come canne per battere.
Io sono qui, figlia, per calmare
quella specie nuova di sindrome
che tolse vita a tuo padre
nel riconoscerti al mondo.
Io sono te
con la costola dellʼuomo
nascosta in una scatola.

Su “Tilla Durieux come Circe” di Franz Von Stuck

Ho un uomo accanto
e un amante pazzo della Giudecca
che disprezza quando il cielo piange.
Non sono lʼusignolo del mattino
pallidissima, la danzatrice calva
che chiama Amore le natiche di marmo
strette a forzare il rigor mortis
invidiando i coiti delle antilopi.
Come orfiche creature
anche i nostri, di ventri muliebri
hanno bisogno di cinta solide
e di stagioni, assalti e rotazioni
moti dʼanimo, razzie lucide
paralisi e preludi dʼattimo.
Così il Giorno porta consiglio
e dispiacere di essere figlia
di Ecate alla quale appartengo
monacazione, poi abiura e peccato
Circe novella dispensa vergogna.
Meglio figlia impura del volgo
e fiore estraneo alla serra
piuttosto, una lapide in fronti di guerra
dove ancora ergersi fiera, lontano
da fiorai importuni, come barbieri
che recidono steli come capelli
e quieti, dozzinali mazzi come parrucche
a riempire damaschi e potiche.
Miracolo di rosa nera
unica e vera regina, in mezzo alle scorie
zona franca da patrie e da limiti
come nel Donbass i cimiteri.
E fiore bastardo che porti vertigine
rosa mistica, unica e trina
custode di numeri, ansa di fiume
Madre guerriera, Dea della Cabala
Santa Sara che aspetta gli zoccoli
di puledri alle rive, cavalcati da zingari
la notte di Maria della Camargue.
A Dio la sentenza metafisica
sui diaspri di luce e su spore
impazzite, che fuggono.

Ex voto al poeta

Sono qua
ad aspettare il giorno
con un canestro di verbi nuovi.
Il poeta, o chi conduce il tempo
è avvoltoio e Cerbero.
Sʼaccoda allʼumanità piangente
gode dei languori mai narrati
similitudini tra mali,
al lavoro alacre dei Pastori
nei lanzichenecchi globali
dei nostri giorni.

Il cenacolo umano

Seduti. Davanti a Rasputin
mascherato
da angelo buono.
Il primo cristallo si rompe.
E appresso le speranze vane
se ne vanno in pezzi,
dannazione.
Ora è di nuovo lʼora
di figurarmi arditamente
masticare bolo e grazia.
Il secondo cristallo si rompe.
Ma non è posto questa mensa
per metà donna e metà sauro
urla il monaco adirato.
Il terzo cristallo si rompe.
Streghe perfide,
è meglio la puttana di un re
che la serva dʼuno schiavo!
Inside

Non puoi impedire
dʼabitarmi dentro.
Sono lʼunica padrona
di questo confino
e tu il predatore gagè.*
Fuori il solfeggio
di strumenti scordati
alienano la testa
lʼillusione graffiata
di sentirmi unʼorchestra.

*Gagè: Il termine gagé indica nella lingua romanì 
il non essere rom o meglio il non appartenere alla dimensione romanì.

Poesia per Pasolini

Ti ricordo come un iconico santo
in un soprabito stretto, dai colli generosi
strizzato in una vita da silfide maschio
troppo povero per i ricchi
troppo ricco per i miseri.
Difficile immaginarti prono
immerso in una pozza di sangue.
Stavi difendendo la mia natura
notturna e candida
implume e maliarda
che si sveglia con i segni delle corde.
Eppure, ho sentito stupirsi
rinnegando il canto del gallo
parlando di amore e madrigali
le vipere e i guardoni del Palazzo.
Hai seminato le crepe e i cortili spogli
erano fertili, sapevano di talco
e di giovani vecchi armati fino ai denti.
Se non è questo il sacrificio...
farsi carne e sentirne la crudezza
quando lʼanima è fuori da ogni tempo
e già divina con le sue parole.

Plethora

Lo spirito sovrabbonda
doppio e unico
supplica spazio
per esistere.
Si arrocca scabro
sul cratere lavico
talvolta è così,
minimo,
estinguendosi al limite.
Si riaffaccia barbaro
cavalcando cieco
quella bestia dissimile.
Non pregarmi di scendere.


Cenni biografici
Antonella Rizzo è nata a Roma il 17 gennaio 1967 e vive a Campoleone. È poeta, scrittrice, docente, giornalista, performer. Ha al suo attivo: Il sonno di Salomè – Edizioni Tracce 2012; Confessioni di una giovane eretica – Edizioni Lepisma 2013; Cleopatra. Divina Donna dʼInferno – Fusibilia Libri 2014; Iratae pièce teatrale con Maria Carla Trapani - Fusibilia Libri 2015. Ha curato il volume: Haiku. Come fiori di ciliegio - Fusibilia Libri 2014 e Il morso verde nel 2016 per le stesse edizioni. È presente in molte Antologie di Poesia contemporanea e partecipa ad eventi culturali di carattere nazionale e internazionale, cortometraggi, pièces teatrali, in collaborazione con artisti visivi e musicisti. Scrive recensioni letterarie e musicali su riviste di informazione e cultura.



giovedì 5 gennaio 2017

I dialetti nelle valli del mondo, libro-spettacolo a Montichiari

pag 102, € 10.00, 9788899615246


I DIALETTI NELLE VALLI DEL MONDO
Pubblicata in gennaio 2017 una nuova edizione (Associazione Culturale Pellicano) con altri testi e altri autori

Gli autori:
Andrea Garbin, Antonino Caponnetto, Basir Ahang, Enrico Ferrario, Gastone Cappelloni, Giovanni Fierro, Leonardo Onida, Lisa Bortolato, Luigi Cappella, Marco Cinque, Michele Zizzari, Pierluigi Vicini, Rosana Crispim da Costa, Rossella Renzi, Valbona Jakova, Viorel Boldis

Alcuni di loro daranno vita ad una nuova versione dello spettacolo che avrà luogo il 22 gennaio prossimo a Montichiari a cura del Movimento dal Sottosuolo.
clicca QUI per conoscere i dettagli.
Come scrive Alfredo Spanò nella nota conclusiva al libro:

Fondamentale è il ruolo svolto dalla musica all'interno
di “I dialetti nelle valli del mondo”: non un ruolo marginale, secondario, non musica di accompagnamento, non musica di sottofondo. Gabriele Biei, Peppe Consolmagno, Angel Galzerano, Jamal Ouassini, Vincenzo Santoro, Pierluigi Vicini, Sandro Carta, Luciana Elizondo, sono stati e saranno ancora protagonisti dello spettacolo altrettanto quanto i poeti e, con gli strumenti più diversi: a corda, le percussioni, i fiati, hanno saputo trasformare la musica in poesia, ciascuno infondendovi la propria forte individualità, tutti a un livello artistico di rara qualità, e sono entrati compiutamente (grazie all'attenta regia di Rosana Crispim da Costa) nello spirito della manifestazione, in perfetta sintonia con i poeti.[...]





in occasione della serata finale e delle premiazioni del concorso dialettale El Riàl, l’Associazione Culturale Movimento dal Sottosuolo propone:

I DIALETTI NELLE VALLI DEL MONDO
spettacolo di musica e poesia
per la prima volta a Montichiari!

domenica 22 gennaio 2017
alle ore 17:00
presso il Teatro Bonoris di Montichiari (BS)
regia: Rosana Crispim da Costa

musiche di:
Angel Galzerano, Vincenzo Santoro, Maurizio Murdocca (Trio Pangea) 
e di Jamal Ouassini (violino)
con i poeti:
Basir Ahang (Afghanistan), Viorel Boldis (Romania), Lisa Bortolato (Venezia), Luigi Cappella (Pennabilli), Rosana Crispim Da Costa (Brasile), Giovanni Fierro (Gorizia), Andrea Garbin (Castel Goffredo, MN), Valbona Jakova (Albania), Enrico Ferrario (Montichiari, BS)

Per acquistare il libro vai sul nostro SITO

martedì 6 dicembre 2016

La poesia di Giovanni Fierro: rigore ed emozioni

Leggendo autori che non conosco, a volte, mi vengono in mente questi versi di Jesus Lopez Pacheco:
Edizioni Dot.com Press, pp. 76, € 10.00


“Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.”

Così più volte prendo in mano il libro o i libri che ho disponibili. In questo caso si tratta di Giovanni Fierro e de “Il riparo che non ho”.
Procedo andando in ordine, poi torno alle prime pagine, mi soffermo su di una poesia in particolare e noto l’ultima riga. Ricomincio di nuovo, mi soffermo. Mi prende, afferra, temo e cerco di capire: mi trovo come in una stanza senza porte e senza tetto (per questo forse intravedo il cielo, con la necessità delle sue nuvole):


“Ogni volta mi auguro  che ci siano sempre almeno un po’ di nuvole […]
[…] Prima vado a dormire
prima inizio a sognare.”

Proprio quel riparo che l’autore non ha - o crede di non avere - lo porterà a scoprire ogni ramo della propria esistenza, partendo dall’infanzia, scoprendosi nel presente, arricchendosi di un futuro che, certo, lo renderà artista sempre più completo e, proprio per questo, sempre più incerto e dubbioso, come un albero che cresce e si rinforza grazie anche alle tempeste.
Finestre che rimpiazzano porte, forse anche senza vetri - malgrado il titolo - per evitare che la vista venga offuscata o dia riflessi:

Finestra con vetro

Sono nella casa nuova
a dipingere le pareti
mi accorgo che è da un po’
che da un uomo o da una donna
non sto imparando nulla.
Cosa sono di me
allora, mi domando.
Nel mio non sapere
incomincio ad invidiare
questo vetro di questa finestra
così vorrei essere
un qualcosa, che divide il dentro
dal fuori
la si può aprire per cambiare l’aria
(mi aiuta a respirare meglio)
un niente, che permette di guardare
attraverso
ma che ha lo spessore necessario
per lasciare in superficie
la sporcizia
basta un grado di obliquità e diventa specchio
non perde la profondità.
Ma ogni volta, sono solo capace
di dimenticarmi di come,
per ogni uomo
la trasparenza, quando si rompe
taglia.

Per capirne ancora e meglio provo a leggere, solo dopo, prefazioni note o risvolti e leggo una riga di Monique Pistolati a proposito di “Il riparo che non ho” che corrisponde bene a ciò che provo:
[…]C’è un continuo misurarsi tra dentro e fuori sempre alla ricerca di un senso[…].

Queste probabilmente le stanze che intendo, come accade a chi la poesia la frequenta, vivendola, non scrivendola soltanto.
Spesso il critico, animale oggi quasi impossibile da trovare, che non sia poeta a sua volta (spesso di scambi) non va e non vede oltre e quasi mai ti spinge verso la lettura nelle sue presentazioni pubblicate all’inizio nei volumi di poesia. Quelle presenti nei libri di altri generi letterari ti invogliano, con poche e chiare frasi, ad aprire o ad acquistare il testo. Per la poesia accade il contrario, ma fa testo!
Per questo non intendo sostenere questo strano evolversi della critica nei confronti della poesia, segnalando invece, da lettore, ciò che più colpisce in un testo.

Se, come in questo caso, le ‘voci’ di Fierro hanno una musicalità (ben poco italiana), se ogni poesia e ogni verso non è altro che una piacevole scoperta, con le emozioni, le contraddizioni e i dubbi che affliggono il poeta, compresi quelli che lo ‘costringono’ alla pagina e ai versi che non sembrano mai completarsi (come è giusto che sia) e che mai si scoprono totalmente (questa la differenza fra poesia e romanzo) allora mi sento di consigliarlo.

Di Giovanni Fierro ho anche Oleandro e garaža piccolo volume di poesie erotiche che mi fa aggiungere qualche altro appunto sulla vitalità e severità del Poeta, che sembra invitarci:

“Non salvarti
in questa fiamma
nutrita
a carne”

Lascio quindi spazio ai versi scelti, certo di avere quel seguito di lettori, piuttosto particolare, che sanno della mia volontà di far largo alle parole dei poeti in grado di suscitare emozioni, come in questo caso, piuttosto di continuare con annotazioni varie ed eventuali.

Uno più uno

Abbiamo una bambina
da alcuni anni viviamo assieme
da un po’ di più abitiamo il nostro amore
non ti ho sposata
perché nel momento di preparare il sì
un uomo deve essere capace di promettere il cielo
io non ho le ali
e neanche non sono capace di nuotare bene
dopo due tre quattro bracciate
i miei polmoni hanno fatica
gli manca l’ossigeno.
Ma oggi, sulla spiaggia ho trovato una conchiglia
mi piace, è bianca e opaca, pulita
nel suo centro è forata
è un anello
è la fede che vorrei mettere al tuo anulare
anche se so che così, lì
tutto attorno, ci sarà
il mare.

Ad Auschwitz

Tra la neve e il suo bianco
c’è una crepatura
è lo sguardo, quando
non corrisponde alla parola pronunciata
che spingi dalla bocca
è evidente che qui
neanche la natura ha tenuto
si è sfaldata come una bugia
quando viene scoperta.
Per chi mai, qui
la neve, ha promesso
il Natale?

Mio nonno Nino

Faccio proprio fatica a pensare che il mio sangue
proviene dal tuo sangue

i miei capelli che rimangono ostinatamente neri
i tuoi erano completamente bianchi prima che tu avessi trent’anni

i miei occhi scuri dovrebbero nascondermi e invece mi svelano
l’azzurro dei tuoi è il cielo che ti protegge.

Io ho ancora mani da ragazzo
hanno poca forza nella presa
ancora non dicono qual è il mio coraggio

così guardo le tue mani

i tuoi calli sono la soluzione
di ogni algoritmo che la fame ti ha snervato nello stomaco
la radice quadrata della tua bontà che non ti ha mai tradito
la giusta approssimazione ad ogn
i tuo possibile sogno
il suo esatto più vicino

questa pelle sulle tue dita, asciugata a nocciolo di pietra, stretta a pugno
o volata a carezza, dove è più consumata e quasi nascosta per vergogna

lì riconosco il segno della tua matematica più precisa
pala e piccone.

Memoria

Che non è possibile
mercoledì sera non sapevo più
dove avevo parcheggiato la macchina
tre quarti d’ora a cercarla per via Angiolina
e nelle strade tutte attorno
e adesso, i cinquanta euro che avevo in tasca
dove sono andati, dove li hai messi
ma hai problemi di memoria
non è che sarà la ciste dietro il tuo orecchio sinistro.
mi dici mi chiedi mi appelli.
Mi sento offeso, prendo il cappotto
e esco di casa
metto in moto l’auto, guido per più di un’ora
e tutto questo tempo continuo a domandarti
sottovoce, con le parole che non si sporgono
di più di un centimetro, dalle mie labbra
ma tu, non ti ricordi di volermi bene?


Per te sono stato la fermata d’autobus che non arriva mai
ma che permette al viaggiatore di guardare il paesaggio.
Il nostro amarci non è mai stato amore
tu lo hai desiderato e hai creduto che poteva essere un fiore.
Avevi ragione
era una rosa.
Già nel seme aveva tutte le sue spine.

Pioggia

Mi chiedi le parole dell’amore che io non dico
perché non ho braccia robuste
e poca forza nelle mani
per poterle proteggere.

Ma è stato il tuo ‘ti amo Giovanni, incondizionatamente’
ha messo il seme nel mio istinto.
Poi io sono stato capace di un unico gesto animale
ho voluto fare del tuo ventre un nido.

Se amore è quando noi due finiamo di pranzare e cenare
sui piatti vuoti e sulla tovaglia rimangono le briciole

se le mettiamo assieme fanno un pezzetto di pane
da sole sono la fame.

Una bambina

Nel tuo ventre il mio seme si è spaccato
è diventato radice
tu sei la terra promessa e lo proteggi.
Sul monitor dell’ecografia
vediamo i piedini, le due piccole mani
il profilo del viso ti è subito piaciuto
la spina dorsale, il suo battito cardiaco

la ginecologa ci indica i tre piccoli segni paralleli
ci dice che sono la vulva.

Forse è questa la fiducia

è trovare la parola piena
il tuo seno che si prepara al filamento del latte e verrà succhiato
è dire guarda c’è il sole oggi
è indicare il suo centro senza dire che è il bersaglio.

Questa mattina hai contato la circonferenza della tua pancia
‘ottantotto centimetri' mi hai sorriso

per oggi è questa la misura del mondo.


Giovanni Fierro e nato nel 1968 a Gorizia, dove vive. Suoi testi sono stati pubblicati nelle antologie Frantumi (2002) e Prepletanja - Intrecci (2003) e nel dicembre 2004 nella sua prima raccolta poetica Lasciami cosi, edite da Sottomondo Gorizia.
Nel gennaio 2007 ha pubblicato Acque di acqua, raccolta di sette testi, inerenti al dvd “Judrio” dell’artista cormonese Mauro Bon. Gli stessi testi, integrati da nuovi scritti, sono apparsi nell’antologia Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara Editore, 2008). Nel febbraio 2011 e uscita la sua ultima raccolta Il riparo che non ho, con prefazione di Claudio Damiani e quarta di copertina firmata da Monique Pisolato, edita da Le Voci della Luna. Nel dicembre 2011, cinque suoi nuovi testi a titolo Una tregua sono ospitati sulle pagine dell’Almanacco dello Specchio 2010 - 2011, edito da Mondadori. La sua pubblicazione più recente e la plaquette, venti testi, Oleandro e garaža, pubblicata ad inizio 2015 per l’editore Qudu di Bologna. Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca. È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco e friulano.
Collabora con il quotidiano Il Piccolo e la rivista IsonzoSoča.
Cura la rivista mensile on line Fare Voci. Giornale di scrittura (www.isontina.beniculturali.it). È responsabile della collana di poesia “Fare Voci”, per l’editore Qudu di Bologna.

Per contatti: giovannifierro68@hotmail.com