domenica 19 febbraio 2017

Su “Plethora” di Antonella Rizzo (o su una eccezione non casuale)

ISBN 9788890899584, p. 64, € 10.00
In copertina Lʾiride del tempo di Emanuela Del Vescovo
È proprio vero che le polemiche attorno alla poesia e ai poeti non finiscono mai.
Ma è sempre stato così. Quello che oggi è cambiato riguarda l’intimità e l’apparire: a partire da questo, il fenomeno si mostra in tutta la sua evidenza.
Se in passato gruppi di artisti si riunivano per discutere di poesia, questo avveniva in ambiti ristretti, molto spesso con attacchi feroci, ora pressoché sconosciuti. Al giorno d’oggi i critici, poeti a loro volta, non fanno che elogiarsi vicendevolmente, seguitando a scambiarsi premi e inviti. La rete che potrebbe e dovrebbe essere un mezzo per una maggiore informazione, non fa altro che amplificare questo fenomeno e renderlo più visibile.
Lo stesso Pasolini (forse l’ultimo che ha avuto il merito di esercitare una critica feroce e sincera nei confronti di ciò che era corrotto) cercava complici per poter vincere qualche premio importante. Non riuscendoci si scagliava poi contro gli stessi giurati.
Fra i tanti volumi che a lungo rimangono sulla mia scrivania, ce ne sono alcuni - naturalmente di poesia - piuttosto dignitosi, questi però presentano un grande difetto: sono corredati di introduzioni o note che nulla hanno a che vedere con l’opera che trattano e, semmai, diventano una sorta di complice, ma anche incomprensibile, testimonianza pro-autore. Il linguaggio ottuso e/o astruso che vi si usa allontanerebbe chiunque, lettore di poesia o no, ancora abbia voglia di accostarsi a cotanta novità editoriale.
Ogni tanto però qualche eccezione esiste, e non a caso, introdotta da uno che della poesia e solo di questa ha fatto lo scopo della propria vita: Antonio Veneziani. Ma di certo qui non desidero scrivere di lui, semmai invece riportare alcune delle parti che egli ha posto a presentazione di “Plethora” (Nuove Edizioni Aldine, 2016), il bel nuovo libro di Antonella Rizzo.
Beppe Costa

Da: “Cartoline per Antonella Rizzo e il suo Plethora” (prefazione al libro citato)

Non è facile classificare i poeti, vivono e prosperano, tutti, in zone d’ombra, anche quando agiscono in piena luce e parlano di sole e di riverberi.
Antonella Rizzo poi è più sfuggente ancora, cambia pelle ad ogni libro pur restando la sua una voce sicura, potente, piena di sfumature e di colorazioni, modulata anche nell’urlo, dato che per lei la parola è origine e prosecuzione del dire e del fare.
Un poetare che viene dal sangue e nel sangue del lettore va a depositarsi.
[…]
La poesia di Antonella Rizzo è sorgiva ma sempre incanalata su una strada di raziocinio, irrazionale ovvio, come tutta la vera poesia.
[…]
Scrittura pulita, ricercata, zeppa di rimandi letterari, molti femminili da Elisabeth Bishop ad Antonia Pozzi, da Margherita Guidacci ad Anne Sexton… Insisto nel fatto che la poesia della Rizzo, pur avendo una forma assai ricercata, questa non sovrasta mai il contenuto. Dunque una forma pulita, elegante, perfetta fino allo sfinimento, ma sempre pregna di sensualità e sensazioni derivanti da un anticonformismo di fondo, che nascono e procedono su quella strada.
[…]
[Quella di Antonella Rizzo] è una poesia che dialoga con specchi; specchi poetici, come ho già affermato, e specchi reali-quotidiani presentando a suo modo gli accidenti e gli accadimenti dell’assistere e del sognare l’esistenza. Visionaria e colta, le sue parole sono un controcanto alla durezza del sopravvivere, con poesia.
Per parafrasare Woody Guthtrie: «Una buona poesia può solo fare bene» e quella di Antonella è buona poesia; essa non insegna a vivere ma paradossalmente può far vivere meglio. Il problema è che la poesia purtroppo consuma chi la scrive e chi la legge.
Cees Nooteboom dice: «In questo momento storico le persone si sentono sole. E la poesia offre qualcosa che va oltre la vita di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto molto personale e arriva all’universale».
Perché la poesia, quasi sempre, si legge da soli, ma mette in comunicazione con l’anima del mondo e con gli amici degli amici e degli affini, e questo è un miracolo di cui la poesia della Rizzo è generatrice.
Bisogna avere il coraggio della visione ma anche quello della realtà e allora leggere «Plethora» è un atto di intelligenza verso se stessi e verso il mondo. Infatti dopo vi sentirete meglio o peggio, dipenderà da voi […]
 Antonio Veneziani


Adamo

Adamo non perdonerò mai
la natura stessa dellʼinganno
farti cimice insignificante
senza sangue, storia, una dimora
farti monaco, romita, clericale
caricare colpe a serpi e donne
nascondendo mele da addentare.

Morte moderna

Il tempo di morire
assomiglia alla guerra
dell'ultimo notiziario
che mostra i bisturi
di nuova generazione.
Hanno perso la capacità
di orientare la cesura
prestandosi alla civile convivenza
tra seni incisi per necessità
o per affabulazione.

Primavera araba

Così si riaffacciò
il tempo trascorso di Fahranez
insieme alle sue armi.
Il vuoto della solitudine
è sgombro da equivoci e da carezze
capitolate in un attimo.
Ci aspettavamo su sedili di legno
che inarcavano la linea ideale
del dorso, come canne per battere.
Io sono qui, figlia, per calmare
quella specie nuova di sindrome
che tolse vita a tuo padre
nel riconoscerti al mondo.
Io sono te
con la costola dellʼuomo
nascosta in una scatola.

Su “Tilla Durieux come Circe” di Franz Von Stuck

Ho un uomo accanto
e un amante pazzo della Giudecca
che disprezza quando il cielo piange.
Non sono lʼusignolo del mattino
pallidissima, la danzatrice calva
che chiama Amore le natiche di marmo
strette a forzare il rigor mortis
invidiando i coiti delle antilopi.
Come orfiche creature
anche i nostri, di ventri muliebri
hanno bisogno di cinta solide
e di stagioni, assalti e rotazioni
moti dʼanimo, razzie lucide
paralisi e preludi dʼattimo.
Così il Giorno porta consiglio
e dispiacere di essere figlia
di Ecate alla quale appartengo
monacazione, poi abiura e peccato
Circe novella dispensa vergogna.
Meglio figlia impura del volgo
e fiore estraneo alla serra
piuttosto, una lapide in fronti di guerra
dove ancora ergersi fiera, lontano
da fiorai importuni, come barbieri
che recidono steli come capelli
e quieti, dozzinali mazzi come parrucche
a riempire damaschi e potiche.
Miracolo di rosa nera
unica e vera regina, in mezzo alle scorie
zona franca da patrie e da limiti
come nel Donbass i cimiteri.
E fiore bastardo che porti vertigine
rosa mistica, unica e trina
custode di numeri, ansa di fiume
Madre guerriera, Dea della Cabala
Santa Sara che aspetta gli zoccoli
di puledri alle rive, cavalcati da zingari
la notte di Maria della Camargue.
A Dio la sentenza metafisica
sui diaspri di luce e su spore
impazzite, che fuggono.

Ex voto al poeta

Sono qua
ad aspettare il giorno
con un canestro di verbi nuovi.
Il poeta, o chi conduce il tempo
è avvoltoio e Cerbero.
Sʼaccoda allʼumanità piangente
gode dei languori mai narrati
similitudini tra mali,
al lavoro alacre dei Pastori
nei lanzichenecchi globali
dei nostri giorni.

Il cenacolo umano

Seduti. Davanti a Rasputin
mascherato
da angelo buono.
Il primo cristallo si rompe.
E appresso le speranze vane
se ne vanno in pezzi,
dannazione.
Ora è di nuovo lʼora
di figurarmi arditamente
masticare bolo e grazia.
Il secondo cristallo si rompe.
Ma non è posto questa mensa
per metà donna e metà sauro
urla il monaco adirato.
Il terzo cristallo si rompe.
Streghe perfide,
è meglio la puttana di un re
che la serva dʼuno schiavo!
Inside

Non puoi impedire
dʼabitarmi dentro.
Sono lʼunica padrona
di questo confino
e tu il predatore gagè.*
Fuori il solfeggio
di strumenti scordati
alienano la testa
lʼillusione graffiata
di sentirmi unʼorchestra.

*Gagè: Il termine gagé indica nella lingua romanì 
il non essere rom o meglio il non appartenere alla dimensione romanì.

Poesia per Pasolini

Ti ricordo come un iconico santo
in un soprabito stretto, dai colli generosi
strizzato in una vita da silfide maschio
troppo povero per i ricchi
troppo ricco per i miseri.
Difficile immaginarti prono
immerso in una pozza di sangue.
Stavi difendendo la mia natura
notturna e candida
implume e maliarda
che si sveglia con i segni delle corde.
Eppure, ho sentito stupirsi
rinnegando il canto del gallo
parlando di amore e madrigali
le vipere e i guardoni del Palazzo.
Hai seminato le crepe e i cortili spogli
erano fertili, sapevano di talco
e di giovani vecchi armati fino ai denti.
Se non è questo il sacrificio...
farsi carne e sentirne la crudezza
quando lʼanima è fuori da ogni tempo
e già divina con le sue parole.

Plethora

Lo spirito sovrabbonda
doppio e unico
supplica spazio
per esistere.
Si arrocca scabro
sul cratere lavico
talvolta è così,
minimo,
estinguendosi al limite.
Si riaffaccia barbaro
cavalcando cieco
quella bestia dissimile.
Non pregarmi di scendere.


Cenni biografici
Antonella Rizzo è nata a Roma il 17 gennaio 1967 e vive a Campoleone. È poeta, scrittrice, docente, giornalista, performer. Ha al suo attivo: Il sonno di Salomè – Edizioni Tracce 2012; Confessioni di una giovane eretica – Edizioni Lepisma 2013; Cleopatra. Divina Donna dʼInferno – Fusibilia Libri 2014; Iratae pièce teatrale con Maria Carla Trapani - Fusibilia Libri 2015. Ha curato il volume: Haiku. Come fiori di ciliegio - Fusibilia Libri 2014 e Il morso verde nel 2016 per le stesse edizioni. È presente in molte Antologie di Poesia contemporanea e partecipa ad eventi culturali di carattere nazionale e internazionale, cortometraggi, pièces teatrali, in collaborazione con artisti visivi e musicisti. Scrive recensioni letterarie e musicali su riviste di informazione e cultura.



giovedì 5 gennaio 2017

I dialetti nelle valli del mondo, libro-spettacolo a Montichiari

pag 102, € 10.00, 9788899615246


I DIALETTI NELLE VALLI DEL MONDO
Pubblicata in gennaio 2017 una nuova edizione (Associazione Culturale Pellicano) con altri testi e altri autori

Gli autori:
Andrea Garbin, Antonino Caponnetto, Basir Ahang, Enrico Ferrario, Gastone Cappelloni, Giovanni Fierro, Leonardo Onida, Lisa Bortolato, Luigi Cappella, Marco Cinque, Michele Zizzari, Pierluigi Vicini, Rosana Crispim da Costa, Rossella Renzi, Valbona Jakova, Viorel Boldis

Alcuni di loro daranno vita ad una nuova versione dello spettacolo che avrà luogo il 22 gennaio prossimo a Montichiari a cura del Movimento dal Sottosuolo.
clicca QUI per conoscere i dettagli.
Come scrive Alfredo Spanò nella nota conclusiva al libro:

Fondamentale è il ruolo svolto dalla musica all'interno
di “I dialetti nelle valli del mondo”: non un ruolo marginale, secondario, non musica di accompagnamento, non musica di sottofondo. Gabriele Biei, Peppe Consolmagno, Angel Galzerano, Jamal Ouassini, Vincenzo Santoro, Pierluigi Vicini, Sandro Carta, Luciana Elizondo, sono stati e saranno ancora protagonisti dello spettacolo altrettanto quanto i poeti e, con gli strumenti più diversi: a corda, le percussioni, i fiati, hanno saputo trasformare la musica in poesia, ciascuno infondendovi la propria forte individualità, tutti a un livello artistico di rara qualità, e sono entrati compiutamente (grazie all'attenta regia di Rosana Crispim da Costa) nello spirito della manifestazione, in perfetta sintonia con i poeti.[...]





in occasione della serata finale e delle premiazioni del concorso dialettale El Riàl, l’Associazione Culturale Movimento dal Sottosuolo propone:

I DIALETTI NELLE VALLI DEL MONDO
spettacolo di musica e poesia
per la prima volta a Montichiari!

domenica 22 gennaio 2017
alle ore 17:00
presso il Teatro Bonoris di Montichiari (BS)
regia: Rosana Crispim da Costa

musiche di:
Angel Galzerano, Vincenzo Santoro, Maurizio Murdocca (Trio Pangea) 
e di Jamal Ouassini (violino)
con i poeti:
Basir Ahang (Afghanistan), Viorel Boldis (Romania), Lisa Bortolato (Venezia), Luigi Cappella (Pennabilli), Rosana Crispim Da Costa (Brasile), Giovanni Fierro (Gorizia), Andrea Garbin (Castel Goffredo, MN), Valbona Jakova (Albania), Enrico Ferrario (Montichiari, BS)

Per acquistare il libro vai sul nostro SITO

martedì 6 dicembre 2016

La poesia di Giovanni Fierro: rigore ed emozioni

Leggendo autori che non conosco, a volte, mi vengono in mente questi versi di Jesus Lopez Pacheco:
Edizioni Dot.com Press, pp. 76, € 10.00


“Sveglio mi colloco in ogni uomo che dorme,
penetro nella sua memoria, nel suo pigiama,
respiro la sua aria, la sua donna, i suoi figli,
e non dormo più.”

Così più volte prendo in mano il libro o i libri che ho disponibili. In questo caso si tratta di Giovanni Fierro e de “Il riparo che non ho”.
Procedo andando in ordine, poi torno alle prime pagine, mi soffermo su di una poesia in particolare e noto l’ultima riga. Ricomincio di nuovo, mi soffermo. Mi prende, afferra, temo e cerco di capire: mi trovo come in una stanza senza porte e senza tetto (per questo forse intravedo il cielo, con la necessità delle sue nuvole):


“Ogni volta mi auguro  che ci siano sempre almeno un po’ di nuvole […]
[…] Prima vado a dormire
prima inizio a sognare.”

Proprio quel riparo che l’autore non ha - o crede di non avere - lo porterà a scoprire ogni ramo della propria esistenza, partendo dall’infanzia, scoprendosi nel presente, arricchendosi di un futuro che, certo, lo renderà artista sempre più completo e, proprio per questo, sempre più incerto e dubbioso, come un albero che cresce e si rinforza grazie anche alle tempeste.
Finestre che rimpiazzano porte, forse anche senza vetri - malgrado il titolo - per evitare che la vista venga offuscata o dia riflessi:

Finestra con vetro

Sono nella casa nuova
a dipingere le pareti
mi accorgo che è da un po’
che da un uomo o da una donna
non sto imparando nulla.
Cosa sono di me
allora, mi domando.
Nel mio non sapere
incomincio ad invidiare
questo vetro di questa finestra
così vorrei essere
un qualcosa, che divide il dentro
dal fuori
la si può aprire per cambiare l’aria
(mi aiuta a respirare meglio)
un niente, che permette di guardare
attraverso
ma che ha lo spessore necessario
per lasciare in superficie
la sporcizia
basta un grado di obliquità e diventa specchio
non perde la profondità.
Ma ogni volta, sono solo capace
di dimenticarmi di come,
per ogni uomo
la trasparenza, quando si rompe
taglia.

Per capirne ancora e meglio provo a leggere, solo dopo, prefazioni note o risvolti e leggo una riga di Monique Pistolati a proposito di “Il riparo che non ho” che corrisponde bene a ciò che provo:
[…]C’è un continuo misurarsi tra dentro e fuori sempre alla ricerca di un senso[…].

Queste probabilmente le stanze che intendo, come accade a chi la poesia la frequenta, vivendola, non scrivendola soltanto.
Spesso il critico, animale oggi quasi impossibile da trovare, che non sia poeta a sua volta (spesso di scambi) non va e non vede oltre e quasi mai ti spinge verso la lettura nelle sue presentazioni pubblicate all’inizio nei volumi di poesia. Quelle presenti nei libri di altri generi letterari ti invogliano, con poche e chiare frasi, ad aprire o ad acquistare il testo. Per la poesia accade il contrario, ma fa testo!
Per questo non intendo sostenere questo strano evolversi della critica nei confronti della poesia, segnalando invece, da lettore, ciò che più colpisce in un testo.

Se, come in questo caso, le ‘voci’ di Fierro hanno una musicalità (ben poco italiana), se ogni poesia e ogni verso non è altro che una piacevole scoperta, con le emozioni, le contraddizioni e i dubbi che affliggono il poeta, compresi quelli che lo ‘costringono’ alla pagina e ai versi che non sembrano mai completarsi (come è giusto che sia) e che mai si scoprono totalmente (questa la differenza fra poesia e romanzo) allora mi sento di consigliarlo.

Di Giovanni Fierro ho anche Oleandro e garaža piccolo volume di poesie erotiche che mi fa aggiungere qualche altro appunto sulla vitalità e severità del Poeta, che sembra invitarci:

“Non salvarti
in questa fiamma
nutrita
a carne”

Lascio quindi spazio ai versi scelti, certo di avere quel seguito di lettori, piuttosto particolare, che sanno della mia volontà di far largo alle parole dei poeti in grado di suscitare emozioni, come in questo caso, piuttosto di continuare con annotazioni varie ed eventuali.

Uno più uno

Abbiamo una bambina
da alcuni anni viviamo assieme
da un po’ di più abitiamo il nostro amore
non ti ho sposata
perché nel momento di preparare il sì
un uomo deve essere capace di promettere il cielo
io non ho le ali
e neanche non sono capace di nuotare bene
dopo due tre quattro bracciate
i miei polmoni hanno fatica
gli manca l’ossigeno.
Ma oggi, sulla spiaggia ho trovato una conchiglia
mi piace, è bianca e opaca, pulita
nel suo centro è forata
è un anello
è la fede che vorrei mettere al tuo anulare
anche se so che così, lì
tutto attorno, ci sarà
il mare.

Ad Auschwitz

Tra la neve e il suo bianco
c’è una crepatura
è lo sguardo, quando
non corrisponde alla parola pronunciata
che spingi dalla bocca
è evidente che qui
neanche la natura ha tenuto
si è sfaldata come una bugia
quando viene scoperta.
Per chi mai, qui
la neve, ha promesso
il Natale?

Mio nonno Nino

Faccio proprio fatica a pensare che il mio sangue
proviene dal tuo sangue

i miei capelli che rimangono ostinatamente neri
i tuoi erano completamente bianchi prima che tu avessi trent’anni

i miei occhi scuri dovrebbero nascondermi e invece mi svelano
l’azzurro dei tuoi è il cielo che ti protegge.

Io ho ancora mani da ragazzo
hanno poca forza nella presa
ancora non dicono qual è il mio coraggio

così guardo le tue mani

i tuoi calli sono la soluzione
di ogni algoritmo che la fame ti ha snervato nello stomaco
la radice quadrata della tua bontà che non ti ha mai tradito
la giusta approssimazione ad ogn
i tuo possibile sogno
il suo esatto più vicino

questa pelle sulle tue dita, asciugata a nocciolo di pietra, stretta a pugno
o volata a carezza, dove è più consumata e quasi nascosta per vergogna

lì riconosco il segno della tua matematica più precisa
pala e piccone.

Memoria

Che non è possibile
mercoledì sera non sapevo più
dove avevo parcheggiato la macchina
tre quarti d’ora a cercarla per via Angiolina
e nelle strade tutte attorno
e adesso, i cinquanta euro che avevo in tasca
dove sono andati, dove li hai messi
ma hai problemi di memoria
non è che sarà la ciste dietro il tuo orecchio sinistro.
mi dici mi chiedi mi appelli.
Mi sento offeso, prendo il cappotto
e esco di casa
metto in moto l’auto, guido per più di un’ora
e tutto questo tempo continuo a domandarti
sottovoce, con le parole che non si sporgono
di più di un centimetro, dalle mie labbra
ma tu, non ti ricordi di volermi bene?


Per te sono stato la fermata d’autobus che non arriva mai
ma che permette al viaggiatore di guardare il paesaggio.
Il nostro amarci non è mai stato amore
tu lo hai desiderato e hai creduto che poteva essere un fiore.
Avevi ragione
era una rosa.
Già nel seme aveva tutte le sue spine.

Pioggia

Mi chiedi le parole dell’amore che io non dico
perché non ho braccia robuste
e poca forza nelle mani
per poterle proteggere.

Ma è stato il tuo ‘ti amo Giovanni, incondizionatamente’
ha messo il seme nel mio istinto.
Poi io sono stato capace di un unico gesto animale
ho voluto fare del tuo ventre un nido.

Se amore è quando noi due finiamo di pranzare e cenare
sui piatti vuoti e sulla tovaglia rimangono le briciole

se le mettiamo assieme fanno un pezzetto di pane
da sole sono la fame.

Una bambina

Nel tuo ventre il mio seme si è spaccato
è diventato radice
tu sei la terra promessa e lo proteggi.
Sul monitor dell’ecografia
vediamo i piedini, le due piccole mani
il profilo del viso ti è subito piaciuto
la spina dorsale, il suo battito cardiaco

la ginecologa ci indica i tre piccoli segni paralleli
ci dice che sono la vulva.

Forse è questa la fiducia

è trovare la parola piena
il tuo seno che si prepara al filamento del latte e verrà succhiato
è dire guarda c’è il sole oggi
è indicare il suo centro senza dire che è il bersaglio.

Questa mattina hai contato la circonferenza della tua pancia
‘ottantotto centimetri' mi hai sorriso

per oggi è questa la misura del mondo.


Giovanni Fierro e nato nel 1968 a Gorizia, dove vive. Suoi testi sono stati pubblicati nelle antologie Frantumi (2002) e Prepletanja - Intrecci (2003) e nel dicembre 2004 nella sua prima raccolta poetica Lasciami cosi, edite da Sottomondo Gorizia.
Nel gennaio 2007 ha pubblicato Acque di acqua, raccolta di sette testi, inerenti al dvd “Judrio” dell’artista cormonese Mauro Bon. Gli stessi testi, integrati da nuovi scritti, sono apparsi nell’antologia Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara Editore, 2008). Nel febbraio 2011 e uscita la sua ultima raccolta Il riparo che non ho, con prefazione di Claudio Damiani e quarta di copertina firmata da Monique Pisolato, edita da Le Voci della Luna. Nel dicembre 2011, cinque suoi nuovi testi a titolo Una tregua sono ospitati sulle pagine dell’Almanacco dello Specchio 2010 - 2011, edito da Mondadori. La sua pubblicazione più recente e la plaquette, venti testi, Oleandro e garaža, pubblicata ad inizio 2015 per l’editore Qudu di Bologna. Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca. È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco e friulano.
Collabora con il quotidiano Il Piccolo e la rivista IsonzoSoča.
Cura la rivista mensile on line Fare Voci. Giornale di scrittura (www.isontina.beniculturali.it). È responsabile della collana di poesia “Fare Voci”, per l’editore Qudu di Bologna.

Per contatti: giovannifierro68@hotmail.com

lunedì 5 dicembre 2016

Molino del gobbo: dove natura e persone s'incontrano

C'è sempre un luogo dell'anima dove parte di te rimane a lungo nel tempo e nello spazio. Te ne allontani a volte, cerchi distrazioni altrove, cerchi, viaggiando, un posto simile, inutilmente, eppure c'era solo tanto verde, circondato da colline e faticose salite.
Ogni passo andava misurato e il silenzio era interrotto dalle foglie o da qualche uccello che nelle notti stellate intravedevi appena. La porta d'ingresso della tua camera la tenevi per questo socchiusa; nessuna interferenza, nessun timore di parlare troppo o per niente così che ti sentivi in compagnia costante e al tempo stesso solo nei tuoi pensieri.
Il pensiero più frequente, quello di doversene riandare, si fondeva col tempo trascorso anche se qui le giornate apparivano lunghissime.

Qualche volta aspettavi il ritorno di Marco, medico e scultore di pietre dure; il ritorno coincideva con la cena e nei giorni festivi anche nel pranzo.

Poche le parole, come sempre, ma precise, delicate, con qualche accenno alle letture che avevano inciso più di altri. Pranzo o cena si svolgevano in una sorta di museo, attorniato da un grande affresco che ricordava il tempo di quando mi occupavo di pittura, quello degli anni '60 e '70 nel periodo, mai rimpianto, catanese.
A circondarmi nella casa e fuori tutta una serie di oggetti raccolti negli anni che raccontavano l'amore fra Marco e Rosana. Spesso si aggiungevano i suoni e le melodie brasiliane e forse, anche questo, mi faceva sentire in famiglia riportandomi agli anni giovanili, alla poesia di Vinícius de Moraes e ai romanzi di Jorge Amado, come Terre del finimondo o Jubiabá.
Julio Cesar figlio voluto e adottato dalla coppia Rosana e Marco, cui la madre dedica questa tenera e giusta "lettera" che mi sento in dovere di riportare:
Gli "attrezzi"

"Cosa sarebbe una lettera scritta a pugno a un figlio in questi tempi informatici…Ah, figlio mio, abbi pazienza con tua mamma lunatica e cosa dire, pure poeta… Ho bisogno dei versi per agganciare le mie emozioni…Tu, adesso sei cresciuto alla sfuggita dei miei occhi. Molte volte non mi perdono per non avere fermato la mia frenesia per osservare la tua crescita e non notare il cambiamento del brillo dei tuoi occhi, della rivoluzione dei tuoi pensieri, dell’antagonismo ripetuto: Mamma non sei il centro dell’universo. Figlio, amato, non sono perfetta! Non ridere, perché tu lo sai che è una frase così scontata e che non direi mai! Però quanto è vero e davanti a tutte le imperfezioni della vita e del mio essere vorrei chiederti umilmente di aiutarmi a crescere insieme a te, perché tu sei il figlio che ho sempre desiderato...]”
Leonardo e Salvador

A Rosana, Marco, Julio Cesar si aggiunge il nipote Sereno (mai nome fui più azzeccato!) una presenza costante, silenziosa ma quando serve avrete un vulcano a sostegno di qualsiasi necessità.

Come dicevo, i miei passi sono difficoltosi e l’immenso piacere appena descritto non ha nulla a che vedere con chi può provare le scarpinate dei dintorni ricchi di boschi o soltanto la discesa verso la piscina in fondo al Molino con relativa risalita verso il ‘teatro’ appositamente messo su da Marco con la pazienza di un muratore, la precisione di un ingegnere e la maestria di un artista. Tutto in uno!

Certo la natura fa del suo meglio per creare i luoghi ma sono poi gli umani incaricati di mantenerli ed è questa la caratteristica del Molino del Gobbo che si rispecchia in tutto il paese di Sant’Agata Feltria con l’architettura della sua piazza centrale, dove spicca per bellezza un delizioso piccolo teatro restaurato e tenuto in funzione e attività grazie al lavoro di alcuni appassionati cittadini cui ho avuto il piacere di stringere la mano.
Le pietre, ben visibili, opera di Marco
La caratteristica principale però è quella degli incontri: vista la poesia che esprimono luoghi e persone chiunque arrivi si sente a casa propria e ha voglia di raccontare e raccontarsi con una familiarità che probabilmente deriva anche da tutto ciò che circonda, dai libri agli animali, dove spiccano più di altri Salvador Dalì e Leonardo Da Vinci.

Naturale che appare, e c’è marcata, la complicità della poesia. Scorrendo anche nei tanti commenti che accompagnano il sito o ne fanno da ‘complice’ ho trovato che molti concordano soprattutto su due cose: sentirsi a casa e la serenità dei luoghi.
Ma certo! I luoghi sono sereni se non distrutti dall’umana malvagità o avidità e qui, a parte un parcheggio più ampio, non manca davvero nulla.
Mi veniva in mente un film di Walt Disney (senza scempi!) a vedere le oche passeggiare sul finire della sera. Poi arrivare persone entusiaste da ogni parte d’Italia e tutti recidivi: tornavano sui luoghi amati ed è come una grande famiglia che si riunisce ogni tanto che, in genere, non accade più.
A questa grande famiglia mi sono legato e non vedo l’ora di tornare.
Dove, fra l’altro ho scoperto e letto alcuni autori che, malgrado l’esperienza e la voracità, non conoscevo ancora… eppure!

visita il sito per saperne di più:

http://www.molinodelgobbo.com/index.htm

lunedì 28 novembre 2016

Concerto poetico per SignorNò e iniziative a favore di Fernando Eros Caro

Concerto poetico contro la guerra “SignorNò”
Primo dei nuovi incvontri per la nuova edizione di SignorNò il 14 dicembre a Roma
per l'evento su facebook clicca QUI


Parteciperanno all’iniziativa, organizzata e curata da Beppe Costa, l’attore Alessandro Galli, gli autori Antonella Rizzo, Franca Palmieri, Giovanna Iorio, Iago, Leonardo Omar Onida, Marino Santalucia, Michela Zanarella, Stefania Battistella, Stefania Di Lino , Valeria Raimondi.
Le musiche dal vivo saranno curate da Giuseppe Natale(chitarre) e Marco Cinque (percussioni e fiati etnici). La serata sarà dedicata al nativo americano di ascendenza yaqui Fernando Eros Caro, prigioniero da 35 anni nel braccio della morte di San Quentin, a cui sono dedicati anche i diritti d’autore del volume.
“Riproponiamo con le edizioni Pellicano una versione allargata della raccolta SignorNò, per diversi motivi: il primo è che, purtroppo, la guerra è un argomento sempre tragicamente attuale. Il secondo motivo è che le voci dei veterani statunitensi e dei refusnik israeliani, cioè coloro che la guerra l’hanno fatta in prima persona, sono capaci di dare un impatto emotivo che va oltre la retorica, riuscendo a far vacillare le certezze di coloro che ancora confidano nell’utilità e nell’ineluttabilità dei conflitti.
Inoltre, questo progetto si pone come inclusivo, aperto perciò alle collaborazioni di nuove voci poetiche che lo arricchiscano, regalandogli altra linfa, ulteriori energie, rinnovati entusiasmi finalizzati a divulgarne e rilanciarne il contenuto. L’ultimo, ma non meno importante motivo, è che SignorNò ha anche una valenza molto concreta e tangibile, poiché i diritti d’autore di questo volume sono interamente dedicati alla causa di Fernando Eros Caro, nativo americano di ascendenza yaqui rinchiuso da ormai 34 anni nel braccio della morte di San Quentin, in California.
Abbiamo potuto sperimentare, negli anni, come un semplice libro possa trasformarsi in un vero e proprio progetto multimediale itinerante,capace di seminare pace in una umanità sempre più alla deriva, sempre più orfana di risposte che lascino un segno, una speranza, un sogno da raggiungere, assieme.”
Il sostegno economico arrivato da queste iniziative è stato molto utile a Fernando Eros Caro perché, come dice spesso lo stesso Marco, lo spaccio del carcere vende prodotti ad un prezzo molto superiore rispetto a quello usuale, quindi anche comprare un francobollo per rispondere alle nostre lettere diventa impegnativo.
Fernando è rinchiuso nel braccio della morte di San Quentin da oltre trent’anni perché è stato accusato di duplice omicidio. Come scrive Marco nell’introduzione di Saai Maso:
“Se Gesù Cristo fosse nato indiano, come minimo, sarebbe stato condannato per pedofilia soltanto per aver detto “lasciate che i bambini vengano a me”, scriveva dal carcere il Sioux-Lakota James Weddel, ed è proprio il fatto di essere un “indiano” che ha reso Fernando, e tanti altri come lui, colpevole ancor prima di nascere. […]
Dal 1981 Fernando Eros Caro è prigioniero nel braccio della morte, per un duplice omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente. Il suo avvocato d’ufficio fu incapace di offrire una difesa degna di questo nome, ma fu anche intimidito dalla situazione ambientale: il processo, infatti, si svolse nella contea di Fresno, dove risiede il quartier generale del Klu Klux Klan californiano. Il pubblico ministero nascose alcuni fatti alla giuria, composta solo da bianchi, e chiese di ignorare importanti prove a discarico; inoltre, sbarazzò la giuria dei giurati ispanici e amerindiani, in barba a una legge federale, e mentì dicendo che ci sarebbero state opzioni di pena. Nella foto Fernando Eros Caro durante una visita al carcere di San Quentin 

Marco Cinque e Giuseppe Natale durante un concerto
Vogliamo unirci, così, ai ringraziamenti di Marco e far vedere a tutti coloro che hanno sostenuto questi progetti che l’obiettivo è stato centrato, siamo riusciti ad aiutare Fernando anche se si trova dall’altra parte dell’oceano, dentro un carcere di massima sicurezza. Questa è la prova che la poesia non ha confini e sa essere molto, estremamente concreta.
Il primo incontro

mercoledì 23 novembre 2016

NO RESIGNACIÓN, 135 poeti di tutto il mondo per dire no alla violenza alle donne


Da Salamanca (Spagna) l'impegno per una protesta internazionale contro la violenza alle donne attraverso la pubblicazione di un libro 
“NO RESIGNACIÓN” che raccoglie 135 poesie di autori di tutto il mondo, curato dal saggista poeta Alfredo Pérez-Alencart e coordinato da Cristina Klimowitz. Il volume è arricchito da 45 disegni dell'artista Miguel Elias
Alcuni autori nella sezione finale sono pubblicati anche nella lingua originale.
Ho raccolto volentieri l'invito del poeta Alfredo Pérez Alencart, (nato a Puerto Maldonado, Perù (1962) attualmente  Professore di Diritto del Lavoro presso l'Università di Salamanca) unitamente a Igor Costanzo, Stefania Battistella e Antonino Caponnetto.

Per scaricare l'antologia clicca QUI

Per saperne di più vai QUI

I nostri contributi

SEÑOR DIOS, SEÑORA INTELIGENCIA (Stefania Battistella)

Yo no soy una bomba,
no soy un niño muerto,
no soy Hamas y no soy Israel
y no soy ni siquiera Sudán ni Mali,
Siria o Líbano,
no soy ni siquiera aquello
no soy los muchos mutilados y ni siquiera las enfermedades
y tampoco la aspirina que bastaría para sanarlos
aún menos soy la concepción de la vida
y aquella que permite el hambre, mosquitos y vientres hinchados.

No soy el Islam y no soy el Cristianismo
no soy las cruzadas y no soy los egipcios
no soy un esclavo y no soy ni una hechicera ni un mago.

No soy un bunker
no soy un campo de concentración
no soy una prisión y no soy un mortero.
No soy una pistola o un fusil o una piedra lanzada,
ni siquiera el ácido en el rostro.

No soy ni siquiera un misil en la frente de un hospital
no soy una ambulancia
que dispara sólo cuando parte y no dispara al volver

no soy un jefe de estado corrupto
ni un partido extremista por un lado o por el otro
ni siquiera un ciudadano que se llena la boca de palabras
sin saber por dónde llegan
no soy ni blanco ni negro
no soy el Papa no soy Mahoma

no soy Buda y cada otro nombre que haya tenido
esta concepción y su relativo movimiento.

No soy estúpida, y no soy ni siquiera muy inteligente,
sin dudas, lo que sé es que no soy una madre que llora
porque ya no soy madre

no soy la locura del hombre
y sobre todo no soy todas sus concepciones.

Sé todo lo que no soy,
pero, excepto eso, no queda nada más
que lo que soy.

¿Cómo se hace para ponerlo todo en práctica,
querido Dios, querida Inteligencia?


La prima presentazione è avvenuta al Teatro liceo di Salamanca giovedì 17 novembre



EN EL MÁS NEGRO DE LOS DÍAS (Antonino Caponnetto)

Mil soles se apagan cuando una mujer se ofende mortalmente
cuando locura, obscenidades, violencia
ensucian su cuerpo
cicatrizan y dañan la mente,
miles de estrellas se apagan cuando contra ella, día a día,
la tiranía de un varón enfermo que ya no es un hombre,
y que en el fondo
odia a sí mismo y a los de su manada,
contra su madre hembra mujer
sin cesar descarga.
Sin razón. Y de repente mata
sus esperanzas y sus sueños.
Cada belleza en ella ya no tiene casa
todo se transforma en su opuesto
cada herida es culpa silenciosa,
deseo de muerte, odio sin fin.
¿Pero todo esto va a durar para siempre?
Una vez más tú serás
hembra, madre, mujer
ahora y siempre
portadora de vida, de belleza
fuente del amor, cuando el mundo
erradique el virus que lo mata

ahora, aquí, en el más oscuro de días.


ESQUINA EPÍLOGO (Igor Costanzo)

Odiar a la violencia es un hito antiguo
al que se llega después de una larga
manera de dejar un legado
a los que heredarán la tierra.
Ocurre suerte, fuerza
e inteligencia, y el que debe probar
para creer corre el riesgo de ser asesinado
o de matar.
Ella gritaba que fue un accidente,
un empujón estúpido en un borde
de la madera, así trivialmente
se consume el epílogo,
no quería, no quería,
pero ya no sirve de nada.



MUERTE DE AMOR (Beppe Costa)

Trabajaba las imágenes
pasando por delante de la tele
cocinaba mal
comía siempre pizza y calabacines
era celosa
¿yo era celoso?
Con la manía de los zapatos
ocupaba toda la casa
tenía un amante
pero yo también tenía un amante
y no lograba tener dos
votaba a la Izquierda
cuando la Izquierda había desaparecido
yo roncaba, y le fastidiaba
(no se puede vivir así, entre dos)
era demasiado bonita
y se le habían subido los humos
así que tuve un raptus y la maté
y había sido licenciado
matar viene bien para la salud, te vuelve libre
la maté para protestar
pero, quizás la maté por quererla demasiado
sí, en serio, demasiado.


Traducción de Stefania Di Leo


venerdì 11 novembre 2016

Lettera al sindaco dalla terra di “Nessuno” di Iago



Mi chiamo Iago e sono un poeta. Da molti anni vivo nella periferia est di
Nettuno, zona laghetto Granieri, posto meraviglioso. Altrettanto non si può dire per chi sporadicamente torna a visitare queste parti con diverse intenzioni. Pochi giorni fa ho subito l'ennesimo furto in casa per mano dei soliti infami. Una persona di mia conoscenza ha affermato che l'uso chirurgico della parola fa più danni di una pistola, verifichiamolo: rendo noto alla pubblica cittadinanza che la zona dove risiedo è oggi terra di nessuno, solo lungo la mia strada è l'ottavo caso di infrazione.
Caro sindaco ti invito caldamente ad impegnarti per una maggiore valorizzazione delle periferie... tutte. Non solo la mia, altrove è ospite l'abbandono più completo.
Anche ai margini c'è vita, non solo al centro e nelle piazze, dove governare è senza dubbio più semplice,ma chi si propone come guida civica, chiunque esso sia, deve salvaguardare ogni realtà sociale, per edificare insieme il villaggio della Convivenza con i mattoni dell'Onore, del Rispetto e del Coraggio.
Qui manca la presenza, eppure mi trovo ad appena 1 km dal centro; da mesi attendo una risposta dai lavori pubblici per migliorare l'illuminazione dell'unica strada comunale, la forza dell'ordine è un cadavere privo di vermi e allora che fare?
Tu caro sindaco cosa faresti?
Mi chiamo Iago, scrivo poesie e una volta credevo nell'onestà. Sono un cane sciolto, non ho padroni e non colleziono schiavi ma ho avuto una buona educazione.
Il bosco qui vicino un tempo ospitava un fauno, principe della magia e saggio guardiano, anche lui pare aver abbandonato queste lande, forse il drago lo ha divorato.
Caro sindaco riprenderò a scriverti da dietro le sbarre o da sottoterra, perché di certo i soliti infami torneranno. L'alternativa che lo stato mi lascia è la prigione o il cimitero.
Evviva tra non molto ci sarà il referendum. Offro gratis un consiglio: votate “non so”.

Se vedete dormire
un uomo libero, svegliatelo!
Perché sta sognando una prigione.

Perché sta sognando una prigione.



Iago, nome d’acqua Roberto Sannino. Nasce a Roma nel 68. Incontra la poesia nei pressi dei 40 anni, decide di lasciare il lavoro per dedicarsi esclusivamente all'attività poetica. Fautore di un fare diretto, attua incontri pubblici di scrittura “intemporanea” volti a favorire un dialogo vivo e dinamico tra persone e scrittura. Renato Zero lo premia nel 2006 (primo classificato al concorso Fonopoli con la poesia Il biancospino).
Ha pubblicato per case editrici non a pagamento: Delirium Tremens (Giulio Perrone), L’Alibi Perfetto e Concerto per carta e inchiostro (Bel-Ami edizioni) La famiglia dello scalzo (Seam) e Anche le scimmie odiano Tarzan (Pellicano). Ha tenuto i seguenti laboratori di scrittura poetica per scuole e istituti privati: Funzione terapeutica della parola scritta. Introduzione alla pratica poetica e Il sentimento artistico di una riconciliazione.
È stato ospite in fiere letterarie (Modena, Pisa, Napoli, Bari) e in rassegne culturali, in qualità di poeta accreditato ha preso parte a “Ottobre in Poesia”, festival internazionale interamente dedicato alla poesia, che ogni anno si svolge a Sassari e al Sirmio Festival. Ha prodotto un ibrido cartaceo Fabian (L’Erudita-Perrone), di racconti brevi legati a poesie derivate. Ha ideato e messo in scena “ Beethoven in versi” scrittura in presa diretta su base musicale classica.