Sinan Gudžević e L’altalena degli Spos(t)ati


Questa non è intervista ma un aperitivo e non è una nota critica,  è  un piccolo incontro e non so se è accaduto veramente. Probabilmente è accaduto, è possibile. Comunque… sono finita per scriverne sull’onda della  mia straconosciuta curiosità nei confronti delle persone e delle personalità prima ancora che dei poeti.
Incontro dunque Sinan Gudžević filologo, traduttore e poeta yugoslavo di cui vi voglio raccontare due cose.
Tante ne sono dette su di lui ma quel che vi dico io è che ho conosciuto un uomo triste, veramente, molto ironico, ma triste, amaro come un liquore d’erbe, un miscuglio di aromi che si confondono, di cui si trattiene solo quel particolare retrogusto.
Ci incontriamo a Salerno, fuori dal Museo Diocesano dove si tengono gli Incontri di Poesia Internazionale a cura di Casa della Poesia e decidiamo di prenderci un aperitivo.

Attacco con le solite banalità sul fatto che conosco la Serbia, che ho visitato anche la Bosnia, che adoro il suo paese d’origine, che ero a Sarajevo lo scorso settembre, insomma cose così. Dico, (ciliegina sulla torta) che il conflitto in Yugoslavia non è facile da capire! -E neppure difficile- risponde lui! Ecco questo è Sinan. Questa risposta dice molte cose: dice che non possiamo capire una situazione tanto complessa, che non la possiamo raccontare (ma questo in molti lo dicono), dice che lui non la può dire ma soprattutto che non la vuol dire! - Ecco - penso, ecco la forma poetica privilegiata da Sinan (che anche quando fa poesia rimane filologo), ecco a voi l’Epigramma. Forse mi sbaglio ma rifletto che la Guerra pretende una narrazione epica, tragica, disincarnata, al contrario dell’epigramma che è breve, denso semanticamente, incarnato nella realtà, vitale. E penso che quella guerra è servita per sfornare anche una certa letteratura, ma lui non ha abboccato all’esca dei “Poeti di Guerra”, ma qui è meglio che mi fermi…
Comunque lo osservo. Ha occhi abbassati, socchiusi (direi piuttosto sfuggenti) ma si capisce che il suo campo visivo dilata la realtà stessa e mi chiedo cosa veda davvero con quegli occhi, perché si intuisce chiaramente che lo sguardo si spinge lontano e forse indietro nel tempo e che poi improvvisamente le visioni si appiccicano sulle cose presenti nel reale: sarò anche romantica ma io credo che veda colonne greche, templi romani, fumi di terre bruciate, tombe antiche con solenni iscrizioni in latino.
Solenne lo è pure lui: -Dichiaro che questa è una bellissima giornata- qualcosa del genere, mentre ci spostiamo verso un bar all’aperto che si sporge sulla piazza mentre una strana atmosfera medioeval-commerciale (è in corso una festa medioevale?!?) avvolge il luogo.

Prima cosa: Sinan dichiara, rende unico, chiaro, incontrovertibile e ufficiale ciò che dice. Mi piace, mi piace come usa le parole e quell’italiano ricercato con le “R” arrotolate e le dolcissime “C” della pronuncia serba (ma conosce quasi alla perfezione moltissime lingue classiche e moderne: pare che abbia insegnato il Russo in Brasile per un intero anno!).

Seconda cosa dunque: la questione della lingua e delle lingue. Intuisco improvvisamente che, per lui, tenere insieme tradizione e modernità, sapere e facezie equivale a ricucire in una trama di tessuto vivo qualcosa che si è perso nella storia di un popolo e, lo so, con la storia della lingua serbocroata che scopro egli definisce come l’unica capace di volare. Un’aquila a cui hanno sparato nelle ali, aggiungo io. Vola anche lui sopra le parole che poi mi cadono addosso in forma di piccoli frammenti colorati, frammenti di una cultura vasta quanto una vasta malinconia e che percepisco solo condensata, appena intuibile dentro parole nette, ironiche sferzanti, semplicissime come quelle dei bambini. Credo che Sinan sia l’esempio vivente della parola che nel suo esser scelta , nella puntigliosità e sobrietà di stile ci dica chi è l’Uomo. D’altra parte lui stesso si considera orfano di lingua e questa è l’unica grande perdita che nessuna pace può risarcire. Sostiene infatti che la lingua è una patria e comprendo allora quel suo gironzolare per il mondo! Capisco bene che molti di questi intellettuali non possano, oggi, sentirsi cittadini in quello spezzatino di tante patrie e nessuna, che è oggi l’ex Yugoslavia. Mi viene in mente anche perché insista tanto col tema dell’Amore.
Per fare un esempio, nell’introduzione a una raccolta di poesie d’amore di Josip Osti, il nostro uomo scrive che “mentre diversi scrittori provenienti della ex-Jugoslavia si sono avidamente buttati a tematizzare orrori della guerra, pulizie etniche, stupri e campi di concentramento, perché il mercato dell'Europa occidentale lo richiedeva, Osti, anche se ferito dagli orrori della guerra nella sua intimità più profonda, è rimasto poeta anche in guerra” (ma anche Izet Sarajlic ribadisce che “la cosa più importante all’inizio è salvare le parole perché dall’erba al coltello sono troppo sporche di sangue “).

Capisco adesso la determinazione a difendere, curare le parole e le loro origini più che i pensieri, le ideologie o i grandi temi. Capisco il suo amore per i paradossi perché a dividere, discernere e stringere le parole spremendole a fondo nell’abbraccio della ragione o meglio delle “ragioni” rimane quel succo prezioso e concentrato che è il paradosso, rigore e logica portate all’estremo di se stesse, sintesi di tutte le contraddizioni e verità, espressione che non spiega, contiene.

Ritornando all’aperitivo, per me diventa doppio quando mi scandalizzo perché non alcolico come avevo richiesto. Allora lui si impone, con garbo e classe, perché me ne portino un secondo, fatto finalmente come si deve. Nel frattempo cadono a terra le sue carte tra cui una poesia che poi la sera dovrebbe leggere pubblicamente e non riuscirà più a trovare! Gli chiedo qualcosa circa la verità e la Menzogna, io penso alla Poesia e alla Parola naturalmente, e mi sento rispondere filosoficamente che non sono della stessa materia, che l’una non è il contrario dell’altra, che sono due Qualità diverse, stanno su due Piani che non si incontrano. Capisco bene quel che vuol dire, anche se come spesso accade non saprei spiegarlo in modo preciso.

Nei giorni successivi ho il piacere di ascoltare gli aneddoti, i paradossi (Amico, ma tuo padre è ancora vivo? No, è ancora morto! ) le barzellette e anche un gustoso sogno dove gli amici presenti e viventi giacciono per errore uno nella tomba dell’altro!

foto: Valeria Raimondi
Ma l’altalena che c’entra? C’entra perché ci ritroviamo a chiacchierare seduti su un vecchio dondolo nel giardino di Sergio e Raffaella, noi due e il poeta Piqueras mentre dei bambini ci giocano accanto. Sinan dichiara ad un certo punto che quella è “ l’altalena degli Sposati” e chiede alla bimba di sei anni che vorrebbe salirci, se lei è sposata. La bambina nega, senza stupirsi troppo, e neppure il fratellino di tre anni pare lo sia: Sinan gentilmente le chiede di scendere dall’altalena. Siccome la piccola non cede, lui ci fa scendere tutti e piazza sull’altalena anche il fratellino “ Ecco, dichiaro ora che questa è l’altalena dei non sposati”.

Sinan è un elemento così.

Concludo dicendo che è un uomo dal forte abbraccio, e questo è molto “yugoslavo”, questo “pathos” che in lui si manifesta con misura e spesso viene trattenuto.
Mentre sto scrivendo alla radio informano che il Napoli vince la Coppa Italia. Non che mi interessi molto personalmente, ma sarà al settimo cielo il colto poeta intellettuale, tifoso sfegatato del calcio, del Napoli e del Partisan, Sinan Gudžević. Allora scelgo per l’occasione un epigramma calcistico e un secondo, fortemente autoironico.
Inserisco anche una fotografia che gli scattai a Sarajevo lo scorso autunno e che ho salvato col nome: SINAN IL CIECO VEGGENTE.

Valeria Raimondi



Da “Epigrammi Romani” - Sinan Gudžević - Multimedia Edizioni


LXXX

Fabio, chiedi perché per Napoli parto ben spesso, 
     Di domenica, solo, sempre a mezzodì.
Provi a voce a pensar: Pompei, l'antro della  Sibilla,
     Bacoli, Capo Miseno, Vesuvio, Posillipo forse.
Fabio, non è per questo: Maradona mi spinge al viaggio.
    Sappi che scendo dal treno sempre a Campi Flegrei.
Vesuvio e Bacoli posso vederli tutti i gorni,
      Ma Maradona, ben sai, solo di domenica c’è.

C

Calcoli, reuma, artrite li ereditai da madre
     Sonno inquieto e lieve da parte paterna mi viene,
Sudore notturno, prurito li presi dal nonno materno,
     L’indole a pianto e uggia  dono della nonna materna,
Flemma, facondia, fiacca dalla nonna paterna,
     il digrignare notturno traccia del nonno paterno.
Se a tutto aggiungi anche i miei propri tributi
     Due prolassi dorsali, ulcera, vitiligine e pressione
Forse infine avrai un’idea più chiara di quale
     Misero essere vuole burlarsi di Roma in versi.



Link

















Nisan -International Poetry Festival 13 -Maghar, Israel


La poesia è braccia movimento mani e soprattutto sguardi: quelle sensazioni di essere visto, compreso, abbracciato come difficilmente accade anche agli amanti più solerti.
Questo è stato l’impatto, primo e non ultimo che sento addosso ancora molti giorni dopo il mio\nostro viaggio in Israele al Nisan Poetry di Maghar.
Il fondatore Naim Araidi con il fotografo Aeal Harob.

Festival nato durante la seconda Intifada (Al-Aqsa) in Gerusalemme, luogo conteso sia da ebrei che musulmani, per volontà del poeta (oggi diventato anche Ambasciatore per la Nuova Zelanda) Naim Araidi che iniziò nella propria abitazione ad invitare poeti arabi palestinesi, arabi israeliani e man mano altre voci provenienti sia dal mondo arabo mediorientale che dalle altre parti del pianeta. Così si sono succeduti poeti americani, inglesi, norvegesi fino ad autori provenienti dall’antica Cina.
Così, un po’ per caso e su segnalazione di un amico comune ci siamo ritrovati a “godere” di quelle braccia, voci, sguardi cui accennavo prima.

Non nascondo un certo timore ogni volta che sento di avvicinarmi ad altri linguaggi a me sconosciuti (in special modo all’arabo e all’ebraico, oltreché, naturalmente all’inglese). Ma qui la sorpresa e la fortuna: quasi tutti e con quasi tutti non occorreva conoscere la lingua, non solo, ma diversi ospiti avevano avuto contatti con l’Italia, anzi  molti di questi credono ancora che il nostro paese sia una gran “voce” per la letteratura e per la poesia in particolare.
Nulla di più sbagliato. O forse è la mia\nostra angolazione particolare di frequentatori di libri che ci fa vedere il nostro paese ormai in fondo al precipizio di un linguaggio che non è più poetico, ma, forse, semplicemente bancario come se, improvvisamente, alla fine di una corsa stremante non ci si ricordasse più nemmeno come si fa a camminare; in molti luoghi e situazioni, abbiamo l’impressione, non sia più ben chiaro quale sia lo scopo della poesia. Questo spesso lo si riconosce in chi, per assurdo, si definisce poeta. In Israele, a parte qualche caso, è rinata nuova e forte l’idea di una poesia che si vede guardiana del mondo, pronta a gridare gli allarmi di minacce incombenti. Altro argomento è sapere o capire se quel tipo di linguaggio poetico viene ancora capito dal resto del mondo, oppure il tutto si è abituato a quella poesia che parla di fiorellini a primavera. Non solo da noi, certo.
Il poeta di Gaza Saeed Abo Tabnga

Detto questo, ciò che ci ha colpito maggiormente è stata una sorta di conferenza di un giornalista e scrittore giordano: Hanna Michael Salameh Numan (http://www.hannanuman.com/) che lamentava la situazione del proprio paese: l’emarginazione delle menti valide e colte contro la progressiva occupazione di giornali e televisioni dell’effimero e del banale. Così come in Italia e in molti paesi del mondo sta accadendo: non conta più l’essere quanto l’apparire.
Ciò che ha stupito è stato però l’intervento del poeta polacco (Presidente del sindacato scrittori) che ci è apparso come quello di un funzionario (magari del catasto) italiano: al dolore dell’intellettuale giordano ha risposto proponendo la creazione di un fondo per stampare e diffondere i libri di ‘noi’ poeti. Insomma una nota stonata che fra braccia, mani e sguardi non c’entrava proprio per niente.
Chiara e immediata la nostra reazione; davanti alla tragedia che incombe su Israele e sul popoli arabi (in particolare sulla situazione palestinese) ascoltare l’esibizione dell’ospite polacco (Mark Wawrzkiewicz) lasciava quasi di stucco e, forse con molta irruenza, l’abbiamo (quasi) interrotto. Ma il pensiero, certo, rimane. La rappresentazione di poesia come rappresentazione di sé: vizio molto diffuso da noi e, a quanto pare, ha creato danni irreparabili, procurati da quelle persone che, fallite in altri campi, hanno visto nella poesia dei confini labili e indefiniti (a parere loro) e quindi uno spazio comodissimo per restare sulla cresta dell’onda sempre e comunque, a prescindere da muri di pietra, pane che manca e macerie ovunque come margherite prataiole a maggio. I poeti veri sanno benissimo qual è il ruolo della poesia e, come direbbe Giuseppe Goffredo “il poeta deve stare conficcato con la testa dentro la terra, lo deve fare per sentire come sta e che cosa accade veramente, anche se i media raccontano quello che più fa comodo”… chi non sta con la testa nella terra non può accorgersi di quello che succede e non può essere sentinella, fa semplicemente, qualcos’altro.
Alcuni poeti del Festival

Le letture si sono svolte in uno splendido teatro della scuola di Maghar e qui ecco che la lingua contava poco: il poeta di Gaza Saeed Abo Tabnga grande quanto il nostro appartamento ha sedotto con i gesti del proprio corpo e con la musicalità della propria voce l’intera sala. Scopriamo che vive a Gaza che coltiva la terra e quei giorni saranno per lui certamente memorabili: comunicare con una forza estrema la voglia di pace, giocando col colore nero della propria pelle. Il suo viso gioioso e umano al momento della partenza, del distacco, è mutato completamente.
Altri poeti, tutti sono via via apparsi sul palco del teatro o nel salone attrezzato dei ristoranti, dove è stata fatta una lettura in arabo delle nostre poesie.
Si sono succedute (a parte qualche attesa non voluta ma interminabile del pulmann che ci trasportava) visite a Gerusalemme, dove purtroppo dopo una lunga camminata per il Suq la polizia ci ha impedito di entrare alla spianata delle Moschee. Era l’ora della preghiera e avevamo fatto tardi, mentre l’amico poeta Giuseppe Goffredo si perdeva fra la folla.
Ecco Goffredo è stata una delle note delicate e divertenti del nostro viaggio. Non privi di tenerezze poetiche tanti altri: da Magda Carneci a Dan Mircea Cipariu a Fahredin Shehu a Mehmet Yashin fino a Hava Pinhas Cohen autrice ed editrice di Gerusalemme.
Il sindaco Fareed Ghanem ci ha accolto tutti in Comune, come mai potrebbe accadere in Italia, spiegando che il Festival nasce con gli spazi offerti dall’amministrazione e con soldi provenienti da amici poeti e non del fondatore Naim.
Dan Mircea Cipariu con Magda Carneci fra la platea.

Tanti gli ospiti e dieci lingue diverse in un suono che si spera possa giungere e raggiungere quegli uomini di guerra che sono ben lontani dall’umanità delle loro religioni, in un mondo che già esplode per la difficoltà di popoli che non sopravvivono per l’assenza di acqua e del poco pane del quale avrebbero bisogno e di quei bambini drogati e armati fino ai denti che un po’ più a sud da decenni si fanno una guerra folle.
Uomini senza dio o che lo rappresentano come arma puntata contro qualche altro dio apparentemente diverso.
Ecco, di Verso vorremmo parlare e del vero vorremmo si facesse sempre più portavoce un festival come questo, nato fra popoli in difficoltà dove Naim ed altri amici poeti arabi, palestinesi, ma anche ebrei israeliani hanno questo sogno di pace duratura. Mentre in ogni casa e a volte auto o negozio è appesa a sventolare una bandiera israeliana o araba.
Mentre cammini ti rendi conto che il paese è stupendo, simile al paesaggio del nostro sud, solo segnato da una o da un’altra bandiera che dovrebbe e vorremmo fosse unica.

Retrocopertina dell'antologia edita.
Che non accada come in altre parti del mondo dove pochi politici corrotti e inumani decidono che un popolo valga di più d’un altro e che la “scusa” delle persecuzione e delle tragedie già accadute non siano usate come armi per fare soggiacere e uccidere un altro popolo che ci vive a fianco come bestie, senza alcun diritto. A maggior ragione, questo festival ha infuocato la poesia soprattutto per il luogo in cui è avvenuto, per la sua storia. Il Nisan Poetry Festival ha reso chiaro e indiscutibile lo scopo della poesia anche agli occhi (si spera) di chi ha a cuore soltanto una colletta internazionale per stampare libri come fossero carte d’identità, quindi con come, cognome e nazione. Questo festival ha ridefinito i contorni della poesia e, come vasi comunicanti, ora la poesia deve ridare un volto sorridente a quella terra instabile.
Vorrei vedere negli occhi di Naim e di Moaen Shalabia (direttore artistico del festival) che il loro sogno di pace nella loro terra venga finalmente realizzato e, perché no, rivederli in un’altra occasione per poter ancora dir loro: grazie, شكرا, תודה, thanks.


Stefania Battistella e Beppe Costa

Collegamenti esterni:
Naim Araidi:  http://en.wikipedia.org/wiki/Naim_Araidi ;
Moaen Shalabia: http://en.wikipedia.org/wiki/Moaen_Shalabia;
Beppe Costa: http://en.wikipedia.org/wiki/Beppe_Costa;
Giuseppe Goffredo: http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Goffredo

Nisan Poetry Festival


Nisan -Foundation for Art and Culture- Maghar, Israel
director: Naim Araidi
dal 3 al 6 maggio 2012

Poeti ospiti al Nisan Festival 2012:
Fahredin Shehu (Bosnia), Liu Liyun (china), Li Qi (China), Hu Wei (China), Kristin Dimitrova (Hungary), Giuseppe Goffredo (Italia) , Beppe Costa (Italia), Knut Odegard (Norway), Marek Wawrzkiewicz (Poland), Daniel Banulescu (Romania), Magda Carneci (Romania), Dan Mircea Cipariu (Romania), Milan Richter (Slovakia), Barbara Pogacnik (Slovenia), Uldis Berzins (Slovenia), Mehmet Yashin (Turkey).

Israel Hebrew :
Haim Nagid, Gad Kinar, Hamutal Bar Yousef, Agi Mishol, Hava Pinhas Cohen, Roni Somek, Miron Izakson, Asher Reich, Bracha Rozenfild, Yaara Ben David, Loren Milk, Michal Snunit, Mati Shmoelov, Keren Alkalai Gut, Marlena Brashter.

Israel Arabic :
Turki Amer, Farouk Mawasi, Rushdi Madi, Anwar Saba, Heiam Abu Zelof, Majeed Hussisi, Moaen Shalabia, Amal Radwan, Nazi Hasoon, Wahib Wehbe, Nuha Kawar, Nabil Nasr El Din, Rekaz Faur.

Gaza :
Esam El Shawa, Saeed Abo Tabnga, Mohib El Shawa, Salim El Nafar.

Jordan :
Mansoor Abo Rashed, Hanna Michael Salameh Numan

Beppe Costa incontri: Arnoldo Foà

venerdì 13 aprile dalle ore 20:00
presso Pellicanolibri
Via Gattico 3, 00166 Roma -Casalotti-
per info: 0661563181
http://pellicanolibri.altervista.org

Arnoldo Foà in
"autobiografia di un artista burbero"
(sellerio)
-l'avventura umana e artistica di un grande italiano-
legge: Elena Balestri
conduce: Beppe Costa



Quell’intuizione che non hai, quell’idea di teatro, di comicità, di tragedia, quell’idea di arte che possiedi e intravedi in te stesso solo quando, da qualche parte, ne riconosci i connotati; come se questa fosse un seme già insito inconsciamente dentro il cuore ma, purtroppo, non ancora espresso.

Molti la chiamerebbero genialità o forse, più semplicemente, carattere. Personalmente non so se l’uno o l’altro termine possano essere appropriati parlando di Arnoldo Foà: attore, regista, doppiatore, scrittore, drammaturgo, pittore e scultore italiano.
È un personaggio che confonde perché risulta difficile capire quando finisce l’intelligenza e inizia la simpatia (dilagante ed estremamente ironica); un motore sviluppatosi in anni poco felici che l’hanno costretto a balzi d’ogni genere e, se volessimo comparare tutto questo al pennello di un artista, potremmo dire che un pittore partorisce le sue tele migliori nei suoi peggiori momenti di sofferenza. Allo stesso modo, la storia sofferente di quel periodo storico, ha trovato in Arnoldo Foà colori vivissimi ed estremamente caratteristici per dipingere e delineare un’infinità di vite così tanto semplici quanto complicate. Queste tele però, restano vive e vivibili anche da chi non ha conosciuto quella “sofferenza madre” e possono essere una via in più per comprendere qualcosa di cui non abbiamo mezzi per decifrarne il significato.

Questo e molto altro deve essere riconosciuto a Foà; le sue innumerevoli interpretazioni e letture ci hanno fornito mezzi preziosi per capire una moltitudine di altri personaggi, che potremmo tranquillamente chiamare persone, Arnoldo ci ha fornito un alfabeto nuovo col quale leggere dentro ai comportamenti e atteggiamenti, periodi storici, ruoli cercati o involontariamente affibbiati, giochi relazionali e logiche famigliari e moltissime altre chiavi di vita, che lui stesso ci ha regalato calcando i palcoscenici di numerosissimi teatri. Proprio come in psicologia si studiano le diverse casistiche e profili mentali, in teatro si possono ritrovare esempi di altre vite, storie in carne e ossa che sanno parlare e insegnare la filastrocca della vita; il teatro sa sussurrare verità dolci e urlare verità amare, il palcoscenico è capace di velature di colore ma anche di contrasti stridenti. Il teatro è capace di fornire il linguaggio della vita e Arnoldo Foà è una voce che ha il suo posto ben definito e riconoscibile, in questo alfabeto di vita vissuta e vivente.


A differenza di altri, Arnoldo possiede una preparazione culturale raffinata che si estende e dilaga in molti ambiti, da quello musicale a quello scultoreo, ama la poesia, i libri e la letteratura. Probabilmente poche persone avrebbero potuto eguagliarlo, perché Arnoldo ha cresciuto un amore per l’arte che gli ha permesso di capire a fondo l’arte teatrale, inglobandosi in essa. Tutto questo e molto altro lo si trova nel libro, edito da Sellerio, “autobiografia di un artista burbero”.
Il pubblico presente alla serata dedicata alla presentazione di questo suo libro (alla Pellicanolibri di Roma -Casalotti-), si accorgerà che Arnoldo non è per nulla burbero ma, anzi, un essere umano davvero umano.

È così che vi presento Arnoldo Foà, l’uomo l’amico che 20 anni fa inaugurò la nostra libreria dicendo: “durerete tre mesi”.
È presente nel nostro catalogo con ben tre titoli.

Stefania Battistella


“non c’è differenza fra la vita e il palcoscenico […]”
Arnoldo Foà

Link utili:


Beppe Costa incontri: Alessandra Celletti


La tecnica, certamente acquisita dalla Celletti si somma alla magia, alla fantasia, all’invenzione che, ogni volta trasforma e trascina allo stesso tempo, chi ha avuto anche la fortuna di ascoltarla dal vivo.
A questo si aggiunge il ‘carattere’ giocoso ma allo stesso tempo duro con se stessa, sorridente ma attenta alle ‘buche’; insomma con la consapevolezza che, chi sceglie di dedicarsi all’arte nel nostro paese, non debba aspettarsi riconoscimenti che non siano vissuti e sofferti sulla propria pelle; questo ad Alessandra (che sa) né a me importa molto.
Ciò che conta è ciò che offre a noi e a se stessa: la musica come vita e vitalità, come strumento (in questo caso il pianoforte) come parte del proprio corpo che diventa anche estensione infinita.
Si può conoscere meglio e più accuratamente leggendo il libro “Paraphernalia”, curato da Massimo Marchini, un inno alla gioia e alla personalità della Celletti, uscito contemporaneamente allo splendido cd “Sustanza di Cose Sperata”.
Tanti i suoi dischi e tanto diversi l’uno dall’altro perché, come scrivevo, l’artista non ama fermarsi a qualcosa che ‘funzioni’, bensì si cimenta e sperimenta altri modelli e stili, dedicando ampio spazio all’esecuzione di musicisti quali Philip Glass “Metamorphosis”, o Galuppi, Roedelius fino ad uno degli ultimi Gnac “The Red Pages”, dove un’atmosfera francese prende il posto di quelle inglesi e americane già presenti in altre opere.
Come lei stessa scrive vive nel suo ‘disordinato ordine’: fra fiaba e realtà dove assieme al pianoforte si trovano animali, veri e di stoffa, in una sorta di vortice di colori che prendono parte essenziale nella sua musica.
Posso affermare con pochi dubbi che ci si trovi davanti a una dei più grandi musicisti di tutti i tempi, proprio perché la strada percorsa, sebbene abbia avuto un inizio, non si prefigge la fine: un sentiero infinito verso quell’orizzonte che appare ma, mentre cerchiamo di raggiungere, si allontana sempre più e ogni composizione aggiunta sarà un albero che ne illumina e colora il percorso.
Ecco adesso quest’ultimo piccolo gioiello: “Crazy Girl Blue”.

(b.c.)

"di me, di altri, ancora"

incontro con poeti pittori musicisti attori perditempo & affini
17 febbraio - 10 giugno 2012
festeggiamo i 20 anni della libreria Pellicanolibri
Via Gattico 3, 00166 Roma (Casalotti)
per info: 0661563181


Prossimi eVenti:




24 febbraio ore 20:00
incontro con: Arnoldo Foàin “Autobiografia di un artista burbero” (Sellerio)
brani letti da Elena Balestri
25 febbraio ore 17:30
personale di Isabella Angelini
2 marzo ore 20:00
incontro con Adele Cambriamusiche e suoniMarco Cinque
15 marzo ore 20:00
incontro con Silvano AgostimusicheDario Pierini
16 marzo ore 20:00
incontro con Liliana ArenaMarcella TestamusicheNicola Alesini
30 marzo ore 20:00
incontro con Chiara DainoFabio Barcellandipersonale di Shikanu’musiche per clavicembalo di Dario Pierini


CONTINUA...

"Come se la risposta fosse sotto gli occhi" Jack Hirschman e l'utilità del vivere.



                   Il linguaggio più semplice è il più alto di tutti, il più sincero e altruista. Perché lascia che le parole significhino senza stordire la mente con i suoni del loro corpo. Sono capaci in molti di scrivere, le parole sono di uso comune e se una penna a sfera non è negata (ma forse, nemmeno così si può pensare…) tutti possediamo i mezzi per far significare le parole. C’è un problema, però. Le parole non significano da sole e tantomeno automaticamente. Le si compone.
Jack Hirschman, il compositore di poesie con un impegno civile inaudito costatogli, di certo, molte parole che ha provveduto a scrivere ancora più in grande. Lui lascia che la vita accada, accettando da lei il tempo per viverla; al resto ci pensa lui dando modo alle azioni di accadere dentro la sua mente e non all'esterno del corpo.
Jack non ha nulla da dimostrare, che senso ha avere un abbigliamento impeccabile quando in certe parti del mondo l’acqua è negata, suonano da presa in giro all’intelligenza quelle unghie laccate quando da qualche altra parte i bambini si sparano addosso.
Non è da tutti capire e addirittura c’è chi non capisce affatto, questa questione è vecchia come il mondo, ma forse possiamo capire, se non per intelligenza, per paragoni. E nelle parole di Jack se ne trovano a secchiate.
È segno d’umiltà accorgersi di dare importanza a cose sbagliate o credute importanti; come cominciare, quindi, a capirci qualcosa in un mondo considerato tale solo nei giorni festivi? Usiamo il dolore, lasciamo che ci prenda, se deve accadere… bene, accada, poi la vita si dimostrerà per quello che davvero è: una pagina bianca in cui tutti dobbiamo scriverci sopra il nostro nome e, facendo attenzione alla calligrafia degli altri, accorgerci se stiamo solo rovinando lo spazio con scarabocchi insensati, o se invece scriviamo possibili soluzioni ai grovigli dell’esistenza.
Sono poche le cose che risultano essere più urgenti e vere dell’emotività dell’uomo, solo le conseguenze derivanti dal non rispettare questa “legge”; Jack questo lo sa benissimo e scrive:


“Posso creare qualunque cosa
quando mi immergo
in questo atto solitario

e con “creare” intendo
che posso restar seduto e lasciare
che qualunque cosa si sollevi si alzi e

cada dalle mie dita
alla pagina. Non si tratta di un trucco,
né si tratta di una disciplina. (…)”

estratto da “Questo atto solitario”
-Volevo che voi lo sapeste- Multimedia Edizioni

Non è necessario saper creare qualunque cosa, forse però, sarebbe necessario essere capaci di stare seduti e lasciare che il cervello abbia il sopravvento su inculcamenti vari ed eventuali, tenendoci ben stretta la forza della nostra individuale emotività.
Noi esseri umani siamo come le parole, non significhiamo da soli e automaticamente; ma significhiamo e funzioniamo molto bene se composti da noi stessi. Non ci è stato richiesto qualcosa che non abbiamo. Ora è necessario saper essere uomini.

Stefania Battistella

Un giorno

Un giorno smetterò di scrivere e dipingerò soltanto
smetterò di dipingere e canterò soltanto
smetterò di cantare e me ne starò seduto soltanto
smetterò di stare seduto e respirerò soltanto
smetterò di respirare e morirò soltanto
smetterò di morire e amerò soltanto
smetterò di amare e scriverò soltanto.

(1999)




Solstizio d’inverno
per Sandro Spinazzi

Entrai nella Banca
del Solstizio d’Inverno
e gridai Buon Compleanno,
Joseph Stalin.

Questa è una rapina.
Tutti a terra.
Oggi mi interessano
i guadagni, non la gente.

Era ora che cominciassimo a rapinare le banche.
Ci tengono tutti per le palle.
Spero che voi lì per terra ascoltiate.
Questa è la Rivoluzione.

(1999)


Qualcosa di fondamentale
per la sezione 87 dell’AFL-CIO

Qualcosa di fondamentale come la notte
in cui chi dorme è inconsapevole che i suoi incubi
vengono spazzati via così che i suoi sogni possono
indossare i loro abiti migliori,

in cui la polvere degli affari di ieri
viene ripulita dai quattro angoli dell’ufficio
e le macchine dormono con un occhio aperto.

Qualcosa di fondamentale come i giganteschi
baffi della scopa che spazzano
i marciapiedi dell’infanzia, le aule
e le biblioteche di modo che anche i vecchi libri si sentono
nuovi di zecca.

Qualcuno di fondamentale come un fusibile
nella cantina di un palazzo in cui è saltata l’elettricità,
uno che si assicura che l’acqua viene fuori dai rubinetti,
che mantiene il necessario ordine delle cose al massimo
livello di discreta invisibilità, come la semplicità stessa,
è spesso l’immigrato indigeno alla radice


di ciò che fa andare avanti tutta la baracca:
il custode umano, che non deve essere tagliato
come un libro buttato via dai folli tagliatori che colpiscono alle spalle
della gente, quel lui o lei che è il vero
capo dello stato delle cose
ancora forse umane.

(1996)

Link:

Altri poeti: "Acqua privata? No Grazie!" antologia in versi a cura di Marco Cinque

In questa antologia sono intervenuti autori come Fabio Barcellandi, Stefania Battistella, Alessandra Bava, Ferruccio Brugnaro, Giancarlo Cavallo, Marco Cinque, Beppe Costa, Javier Heraud, Jack Hirschman, Gabriel Impaglione, Maria Jatosti, Ivo Machado, Dario Santoro, John Claude Smith, Alessandro Spinazzi, Zingonia Zingone.

Intervallano le poesie scatti fotografici di Corrado Corradini, Marco Cinque, Geoff Ward, Bruna Di Pietrantonio, Giampaolo Santi, Antonio Ruiz.

I diritti d’autore sono destinati alla causa di Fernando Eros Caro, nativo d’America di ascendenza Yaqui, rinchiuso da quasi 30 anni nel braccio della morte californiano si San Quentin.





Lascio ora la parola ad alcuni dei poeti sopra citati:

Ferruccio Brugnaro

Rifiuto delle privatizzazioni

Non toccate l’acqua
non toccate
la sua luce.
Non vi basta
ciò che già
vi siete presi
con violenza.
Non vi soddisfano ancora
gli sfregi
mostruosi
brutali
inferti alla terra.
I popoli sono stanchi
delle vostre scorrerie
delle vostre barbarie
delle vostre infamie.
Tenete lontane le vostre
sozze mani
le infinite menzogne
dalle sorgenti
dai fiumi.
La notte è lunga e profonda
non si vede giorno.
Grande è
il vostro sporco insaziabile
egoismo
la vostra farneticante
volontà di dominio
di terrore.
La nostra sete d’amore
può esplodere
da un momento
all’altro.
Non mettete piede là
dove sgorga vita
non toccate le fonti
del sogno

Ott. 2010


Beppe Costa

Senza titolo

Privatizzate il mio corpo
fatto d’acqua
privatizzateci ancora
svendendoci per miseri rendiconti
d’una vita che non basta
non vi basta
al solito i soliti noti
vorrebbero toglierci dalla nostra viva carne
anche l’acqua
presto fors’anche l’aria

Così, come sono soliti
nei loro raduni intelligenti
come fossero eterni
tanti tropo assassini
guidano i passi dell’intero universo
come casa, come seconda casa
non ci bastasse il cielo

Così di stenti e d’acqua si muore
con quell’acqua che sembra proprio tanta
affogata a volte nel petrolio
tal altre del piscio dei bagnanti festosi
e incontenibili

Siamo fatti d’acqua eppure
abbiamo sete di così grande potere
perché non ci basti il cielo
perché non ci si compri il mare
perché non so più rispondere
a questi stupidi perché.


Gabriel Impaglione

Tutto

La nomino col tuo nome e nel nome tuo
mi consacro alla sua luce

Come potrei schiacciarla
con stivali per assassinare
con ruote d’ossido e vomito d’olio
di macchina da sterminio?

L’alzo nel palmo della mia mano l’offro
al figlio al compagno

Come potrei affondare nella sua spalla
il filo velenoso dello scolo
aprirle il cuore con un pugnale d’acido?

Posso vedere ancora l’ora costellata,
passare dalla mano della donna che amo
sotto l’arco trionfale del mattino,
portare alla sua bocca la mia bocca mentre
il mare lavora nella sua continua sinfonia

Come lapidare il cristallo dove lei annida
rompere la sua primavera
la sua migrazione di canto?

Lei balla nella finestra nuda e pura
pianoforte di metafore nella mezzanotte

Come circondarla di trappole, incarcerarla
mettere prezzo alla sua testa?

di mano in mano la vidi piena di vita
offrirsi generosa, celebrare la marcia.

Come attizzare la sete per consegnarla
prigioniera di guerra
merce?


John Claude Smith

Il Paradiso degli Scarafaggi

acqua, acqua ovunque
acqua, acqua ovunque?

a largo della costa di New Orleans
uomini di affari e speculatori
bevono martini e petrolio
vivono alla giornata per un portafoglio rigonfio
e non per i ricordi sporchi dei loro pronipoti
o le grida soffocate di gabbiano morenti su spiagge
annerite
perché il genere umano è degenere
mentre predatori di petrolieri e fornitori di gas sulla
costa ovest
corrompono le falde acquifere con un processo detto
“fracking”
& isoledi bottiglie di plastica scolpita, intasando
correnti a cinquanta miglia dall’indistinto Golden
Gate,
& la disastrosa decostruzione nucleare
ricostruisce l’aggrottato fronte marino giapponese
in un decadente sorriso sdentato,
la tetta rigonfia di Madre Natura sputa macchie
d’inchiostro per nutrirci
& la lenta morte è la nostra ricompensa
perché il genere umano è degenere
conscio dei crimini a portata di mano,
punte dell’iceberg del cappello da somaro
coronato di stupidità ed avidità che divora l’animo
che si annida sottecchi in un angolo
masturbandosi, lubrificandosi con il nostro sangue
alla ruota dell’ignoranza, con la negligenza a cavallo
di un fucile
& la tutela ambientale e i fugaci istinti di
sopravvivenza
che si agitano nello specchietto retrovisore
mentre la nostra meta finale si fa più distinta
il sole tramonta nell’anima vuota di un oceano morto,
ci attende una vacanza perenne, l’Estinzione decretata
perché il genere umano è degenere
& l’acqua che è il nostro sangue vitale
è la discarica della nostra follia imperante:
vita della razza dominante su questo pianeta
innalzo il bicchiere agli scarafaggi
per brindare alloro imminente dominio
sulla polvere & al futuro di morte
del genere umano tutto d’un fiato

acqua, acqua ovunque?
niente più acqua
sparisce
sparisce
è andata


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