L'Ucraina, Euro2012 e il Movimento Femen

 Ieri in Ucraina, a Kiev, mentre 11 italiani sfidavano 11 inglesi, nuovamente la stampa ha obliato l'ennesimo avvenimento politico in un paese dove la democrazia è sempre più qualcosa di invisibile. Alcune attiviste del Movimento Femminista Femen sono state pestate e arrestate fuori dallo stadio per aver protestato contro la prostituzione e contro gli Europei di Calcio. Proprio a riguardo voglio pubblicare un testo estratto dai CANTI DI CONFINE, scritto alcuni giorni fa, con la speranza che nel suo piccolo possa far girare alcune notizie sulla reale situazione ucraina. Il testo è aperto da due citazioni.

 
CANTO XV (del movimento Femen)

Mie giovani colombe, per chi vivete a questo mondo?
Siete cresciute servendo le altre.
È servendo che vedrete le vostre trecce ingrigire.
È servendo, sorelle mie, che morirete.”

“Abbiamo riportato il corpo femminile sui media tradizionali,
prima era riservato solo a giornali erotici o cinema porno.
Ora parlano di noi, e abbiamo fatto vedere al mondo
che l’Ucraina non può essere il bordello dell’Europa”
(Sasha Chevtchenko)

Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglion ricordare
la giovane donna col braccio teso
statuarsi a comporre cenno romano
a seno nudo, svastica sul petto
gli stivali neri da neo-guerriera
capelli corti, biondo d'Ucraina
baffetti da Furher sul palco d'Hamburg
- Freie unt Hansestadt Hamburg
in genere indossa solo gli slip
talvolta un mantello a coprir le spalle
sul ventre porta scritte di protesta
sui palmi i tagli del filo spinato
negli occhi rabbia d'un popolo oppresso.
Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglio ricordare
un'altra donna vista a seno nudo
che ha tatuata questa frase: “il mio corpo
è un'arma, un'arma molto potente”
lei, Sasha Chevtchenko che sollecita
i giovani ormai perduti nel fumo
nell'alcol, ad evitar la deriva
che mostra i seni come fossero armi
che guida lotte alla prostituzione
e si batte convinta contro il declino
di questa avvilente democrazia
tacchi a spillo e gambe sempre a mostrarsi
per dire l'osceno scempio dei capi
Vladimir Putin, Berlusconi e Strauss-Kahn
Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglion ricordare
Parigi, Davos, Minsk, Mosca e poi Kiev
nei primi ritrovi al Cafè Cupido
dentro la bottega di Oksana Chatchko
le macchie di vernice e le proteste
cartoni dipinti, guanti da boxe
lottatrice, nel cuore Marx ed Engels.
Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglion ricordare
tutti i seni al vento davanti ai fiori
i fiori dei Campionati Europei
il tentar furto della sacra coppa
maschera ipocrita degli assassini
a partire dai pozzi di Gorlovka
riempiti di cani narcotizzati
o i cuccioli avvelenati di Kiev
fino ai loschi cecchini di Brovary:
per ogni bestia un suo proiettile.
Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglion ricordare
quelle ragazze a meno venticinque
che sotto la guida di una Anna Hutsol
con la scritta “pidocchi puzzolenti”
paragonare il delegato Miller
all'SS della notte dei coltelli
all'atto di nascita Heindrich Muller
sotto il segno della Gazprom di Mosca.
Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglion ricordare
lei, Oksana Makar, morta per stupro
dopo essere stata data alle fiamme
e ricordar che tutti gli aggressori
alla fine son stati rilasciati
da bande di corrotti poliziotti
perché scoperti “di buona famiglia”.
Europa Europa Europa Europa Europa!
Le mie parole voglion ricordare
lei, l'arancione Yulia Tymoshenko
trascinata di forza in ospedale
a tutti gli effetti bocca cucita
dover subir l'accusa di omicidio.
Europa Europa Europa Europa Europa!
E allor mi domando caro Shevchenko
all'ombra dei soldi che ti guadagni:
perché ti limiti a esultare in campo?”
Poco ci vuole a calarsi le brache
e mostrare il culo al mondo padrone!


41° Premio Internazionale Città di Ostia


-Premio alla Carriera a Beppe Costa-

Roma, 16 giugno - Il 30 giugno è il giorno del Premio Internazionale Città di Ostia che quest’anno si tiene nella sala 11 di Cineland.
Questa mattina, conferenza stampa di presentazione che raggiunge quota 41 edizioni.
Una longevità che indica l’apprezzamento nei confronti di una iniziativa culturale a grande respiro, la prima del genere sul territorio e nei confronti del suo ideatore: Tonino Colloca.
Tonino Colloca durante la conferenza stampa
L’incontro con la stampa presieduto da Antonello Piscolla, si è tenuto nell’Aula consiliare Massimo Di Somma alla presenza del presidente Giacomo Vizzani, di numerose rappresentanze istituzionali.
Eccezionale madrina, Alda D’Eusanio per una serata ad invito all’insegna del tutto esaurito (oltre 500 persone) e che, come ha avuto modo di affermare proprio Tonino Colloca "superato il giro di boa dei 40 anni" vuol dire un riconoscimento al Premio, ormai nel tessuto del Lido di Ostia.
Un riconoscimento - ha affermato ancora Colloca – con il quale abbiamo voluto premiare la meritocrazia, al di là del nome più o meno conosciuto, al di là delle mode e della notorietà.
Perché ci sono persone che vivono nel silenzio ma che contribuiscono a tenere elevata la cultura.
Compito principale di questo Premio, è proprio quello di cercare le eccellenze e non soltanto del territorio.
Alla conferenza stampa ha portato il suo personale saluto il presidente Giacomo Vizzani che si è soffermato proprio sulla prerogativa della manifestazione "quella di andare a trovare situazioni di nicchia e quindi di portare alla ribalta ambiti altrimenti sconosciuti".
Il vice presidente Renzo Pallotta, nel ringraziare Tonino Colloca per il suo lavoro ha dichiarato che "se ogni singolo cittadino facesse un centesimo di quello che fa l’Associazione Anco Marzio, il contributo culturale sarebbe più elevato. Colloca - ha detto ancora Pallotta - è da considerare un ambasciatore culturale del nostro territorio".
E, per citare solo alcuni dei premiati di questa edizione 2012, il premio alla carriera va a Beppe Costa.

Foto: Marco Pasqua
Nutrito il gruppo dei riconoscimenti per il settore cinema: il regista Claudio Fragasso, l’attore Gianfranco Gallo, le attrici Manuela Morabito e Barbara Lay.
Per il teatro, premiati due ambiti territoriali: il Fara Nume e lo Stabile di Ostia Antica, rappresentati rispettivamente dai direttori artistici, Andrea Serafini e Corrado Croce.
Per la Tv, il premio andrà a Veronica Maya.
Per la letteratura a Rossella Drudi, al giornalista Michele Cucuzza e a Mirko Polisano che con i suoi reportage (video e libri) ha saputo portare le sue "Storie Lontane", più vicine, più note e comprensibili. Premiati anche tre Istituti scolastici: Toscanelli, Labriola e Democrito. Claudia Dominaci riceverà il premio per il settore musica, per la giustizia, Massimo Moriconi, presidente del tribunale di Ostia.
Per l’industria, Leonardo Del Grosso, per il sociale, l’associazione culturale ricreativa dei sordi di Acilia. Un premio all’arte contemporanea con Graziano Cecchini.
Per lo sport, premio a Old Stars Ostia, Podistica Ostia e Ostia Antica Athletae, e per la vela all’associazione Vela Pettirosso Sail.
Da parte del delegato alla cultura Salvatore Colloca, il ringraziamento "a quanti nel corso di questi 41 anni, sono stati vicini alla manifestazione, a quanti con il loro affetto hanno permesso il prosieguo del cammino di questo importante riconoscimento".
Un pensiero condiviso dal presidente della commissione cultura, Monica Picca che ha ringraziato Tonino Colloca “per l’opera culturale e divulgativa e per il rinnovamento che ha saputo di volta in volta dare all’iniziativa”.



Fonte: cliccare QUI per visualizzare la fonte

Beppe Costa sceglie: Olga Campofreda in "Caffè Trieste"

La gran parte dei viaggi che l’uomo riesce a fare avvengono all’interno di sé, spesso con l’ausilio dei libri.
Jack Hirschman e Olga Campofreda
I grandi racconti per secoli ci hanno trasportato in luoghi irraggiungibili, via via nel tempo quegli stessi luoghi sono diventati sempre più vicini e i viaggi sempre più facili, mentre, inversamente, i viaggi all’interno di sé divenivano più complessi tanto che ai tempi d’oggi è diventato necessario l’ausilio di altri, psicologo in testa.

Così m’è accaduto in questi giorni che il tempo d’invalidità concede, di compiere due viaggi per gli stessi luoghi, uomini e abbracci.
Un caso raro che il destino ha voluto (o preteso) ch’io ritornassi a quelle memorie sbiadite di un giovane che cercava un modo di esprimere le proprie incapacità su tutto. La poesia.
Il 7 giugno leggo in una sola notte il libro di Olga Campofreda, incontrata all’ultimo reading di Jack Hirschman e le sue brigate rivoluzionarie italiane, a Roma.
Caffè Trieste. Ma, appunto il caso, la sera dopo su Rai 24 Sole 24 ore, lo stesso viaggio, stessi personaggi, dove manca solo Jack.
Ferlinghetti è il protagonista e il suo luogo magico universalmente riconosciuto, la libreria da lui fondata: City Lights (titolo preso dal film di Chaplin)
Mancava anche Fernanda Pivano, mio primo contatto (e amica) con molti autori amati e certamente di quella Sicilia degli anni 60 dove Jack e Lawrence avevano contatti con Nat Scammacca e alcuni poeti del sindacato scrittori di cui facevo parte.
Così ci raccontammo con Jack nel corso dell’ultimo Festival Ottobre in poesia di Sassari.
è stato come precipitare all’indietro, ricordare Amelia Rosselli e Gregory Corso, l’amico sindaco Enzo Grasso che col Premio Akesineide a Castiglione di Sicilia cercò col mio aiuto e quello di Dario Bellezza di riunirci tutti: da Fernanda Pivano a Gregory (del quale narrerò a parte) fino a Josif Brodskij, prima che altri li premiassero.
Bella la trasmissione che vorrei avere registrata ma nel luogo dov’ero non avrei potuto e poi, come scrivevo è stato un caso.
Copertina di "Caffè Trieste"
Lawrence Ferlinghetti
Ma rimane il libro di Olga, Caffè Triste, la sua voglia così tanto simile alla mia, ma in tempi così diversi e in situazioni dove certo il suo impegno, coraggio, fors’anche amici e genitori hanno reso più facile, mentre io nel tempo, mi sono dovuto contentare che venissero qui a Roma o in Sicilia, dove potevo. L’economia, la mia vita priva di mezzi forse mi hanno dato molto più di quanto meritassi.
Non desidero certo raccontare il viaggio di Olga, semmai accennare della delicatezza del suo libro, senza enfasi, curato, fino all’ultima pagina, ben documentato dove, certamente, ciò che mi ha colpito diventa l’abbraccio di Agneta Falk (Aggie) la moglie di Hirschman.
Di quelli, non solo il suo che restano, della differenza fra il nostro baciare, sfiorando appena le guance, desta e sinistra, di quegli abbracci che sentirai per sempre sul corpo.
Questo m’è accaduto, esattamente questo: a Casa delle Poesia di Sergio Iagulli e Raffaella Marzano a Baronissi.
Jack che scende a gambe larghe la scala, monumentale seguito da Agneta con i più bei sorrisi mai visti, impressi nella memoria e quelle lunghe mani che hanno continuato a stringersi per diversi minuti.
Così ho stretto il libro di Olga fra le mani per tutti questi giorni. Senza fronzoli o inganni, come spesso i poeti fanno. Così ho rivisto in sequenza vecchi film su San Francisco le sue strade e palazzi simili alle nostre.
Vorrei che molti lo leggessero e andassero a riscoprire Allen Ginsberg e il suo “Urlo”, riscoprissero come la poesia della Beat Generation si diffuse in tutto il mondo e come tantissimi giovani trovarono nella lettura qualcosa che li ‘armasse’ contro l’imperialismo e il potere che, qualche volta, può persino vincere. Così la poesia è stata una forza travolgente tanto da vincere la censura (Urlo provocò un processo contro Ginsberg e Ferlinghetti suo editore), e mise in atto un movimento rivoluzionario contro la guerra imperialista americana.

Oggi può accedere la stessa cosa? Potrebbe.
Penso sì e no in contemporanea. Perché ci sono più mezzi di diffusione ma anche la quasi totale occupazione dei cervelli più all’avere che all’essere. L’apparire sembra talmente importante e radicato che, onestamente non so. Malgrado vi siano più voci poetiche e maggiori possibilità come scritto per ribellarsi.
Come sta accadendo nei paesi nordafricani che utilizzano la rete per mostrare al mondo le stragi compiute da sanguinari dittatori. Ma è probabile che la dittatura dei carri armati sia più facile da combattere che la pulizia del cervello effettuata per tanti anni dai mass media, che ha colpito diverse generazioni. 

Olga Campofreda durante il reading
del 17 maggio al Circolo degli  Artisti (RM)
Così non ho parlato del libro Caffè Trieste di Olga, né di lei, figura sottile, timida e frenetica a un tempo che ho ascoltato mentre leggeva con una grazia quasi tremante al Circolo degli Artisti di Roma, nella serata cui accennavo.
Non l’ho raccontato e non volevo farlo, ma ha provocato in me una tale serie di ricordi e se lo tengo ancora vicino, con la sua copertina così essenziale e umile ci sarà più che un motivo.
E, qualcuno forse lo intuisce da ciò che ho scritto finora.

L’invito quindi a leggerlo e consigliarlo, certamente per molti giovani sarà una informazione multipla e forse utile per conoscere, per chi già sa o ha letto, certamente una esemplare sintesi di ciò che sono state e rappresentano ancora questi poeti, diversi da tanti altri che hanno usato la parola come arma contro il potere, in qualunque parte del mondo diventi insopportabile.
Ma anche una voglia di viaggiare in quel mondo dei libri che servono a farci viaggiare anche con pochi mezzi.


beppe costa

Olga Campofreda Caffè Triste, Colazione con Lawrence Ferlinghetti, Giulio Perrone editore 2011
pp. 128 € 10.00

Olga Campofreda è nata a Caserta nel 1987. Dal 2006 al 2009 ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di musica e spettacolo. Attualmente collabora come pubblicista con varie testate. Dove sei Charlie? Una storia di poesia e Rock & Roll (ARPANet, 2006) è il suo primo racconto, a cui sono seguiti il romanzo la Confraternita di Elvis (ARPANet, 2009) e la raccolta di racconti Sporche Storie di Rock & Roll (Il Caso e il Vento, 2009).
Con il racconto Peep Show ha debuttato al Teatro Nuovo di Napoli nella rassegna di giovani scrittori emergenti L’arte del racconto, a cura di Massimiliano Palmese. Attualmente vive a Roma, collabora con la casa editrice Edizioni Spartaco, gestisce il blog www.lagallinabianca.it, organizza concerti in salotto e performance poetiche.

Sinan Gudžević e L’altalena degli Spos(t)ati


Questa non è intervista ma un aperitivo e non è una nota critica,  è  un piccolo incontro e non so se è accaduto veramente. Probabilmente è accaduto, è possibile. Comunque… sono finita per scriverne sull’onda della  mia straconosciuta curiosità nei confronti delle persone e delle personalità prima ancora che dei poeti.
Incontro dunque Sinan Gudžević filologo, traduttore e poeta yugoslavo di cui vi voglio raccontare due cose.
Tante ne sono dette su di lui ma quel che vi dico io è che ho conosciuto un uomo triste, veramente, molto ironico, ma triste, amaro come un liquore d’erbe, un miscuglio di aromi che si confondono, di cui si trattiene solo quel particolare retrogusto.
Ci incontriamo a Salerno, fuori dal Museo Diocesano dove si tengono gli Incontri di Poesia Internazionale a cura di Casa della Poesia e decidiamo di prenderci un aperitivo.

Attacco con le solite banalità sul fatto che conosco la Serbia, che ho visitato anche la Bosnia, che adoro il suo paese d’origine, che ero a Sarajevo lo scorso settembre, insomma cose così. Dico, (ciliegina sulla torta) che il conflitto in Yugoslavia non è facile da capire! -E neppure difficile- risponde lui! Ecco questo è Sinan. Questa risposta dice molte cose: dice che non possiamo capire una situazione tanto complessa, che non la possiamo raccontare (ma questo in molti lo dicono), dice che lui non la può dire ma soprattutto che non la vuol dire! - Ecco - penso, ecco la forma poetica privilegiata da Sinan (che anche quando fa poesia rimane filologo), ecco a voi l’Epigramma. Forse mi sbaglio ma rifletto che la Guerra pretende una narrazione epica, tragica, disincarnata, al contrario dell’epigramma che è breve, denso semanticamente, incarnato nella realtà, vitale. E penso che quella guerra è servita per sfornare anche una certa letteratura, ma lui non ha abboccato all’esca dei “Poeti di Guerra”, ma qui è meglio che mi fermi…
Comunque lo osservo. Ha occhi abbassati, socchiusi (direi piuttosto sfuggenti) ma si capisce che il suo campo visivo dilata la realtà stessa e mi chiedo cosa veda davvero con quegli occhi, perché si intuisce chiaramente che lo sguardo si spinge lontano e forse indietro nel tempo e che poi improvvisamente le visioni si appiccicano sulle cose presenti nel reale: sarò anche romantica ma io credo che veda colonne greche, templi romani, fumi di terre bruciate, tombe antiche con solenni iscrizioni in latino.
Solenne lo è pure lui: -Dichiaro che questa è una bellissima giornata- qualcosa del genere, mentre ci spostiamo verso un bar all’aperto che si sporge sulla piazza mentre una strana atmosfera medioeval-commerciale (è in corso una festa medioevale?!?) avvolge il luogo.

Prima cosa: Sinan dichiara, rende unico, chiaro, incontrovertibile e ufficiale ciò che dice. Mi piace, mi piace come usa le parole e quell’italiano ricercato con le “R” arrotolate e le dolcissime “C” della pronuncia serba (ma conosce quasi alla perfezione moltissime lingue classiche e moderne: pare che abbia insegnato il Russo in Brasile per un intero anno!).

Seconda cosa dunque: la questione della lingua e delle lingue. Intuisco improvvisamente che, per lui, tenere insieme tradizione e modernità, sapere e facezie equivale a ricucire in una trama di tessuto vivo qualcosa che si è perso nella storia di un popolo e, lo so, con la storia della lingua serbocroata che scopro egli definisce come l’unica capace di volare. Un’aquila a cui hanno sparato nelle ali, aggiungo io. Vola anche lui sopra le parole che poi mi cadono addosso in forma di piccoli frammenti colorati, frammenti di una cultura vasta quanto una vasta malinconia e che percepisco solo condensata, appena intuibile dentro parole nette, ironiche sferzanti, semplicissime come quelle dei bambini. Credo che Sinan sia l’esempio vivente della parola che nel suo esser scelta , nella puntigliosità e sobrietà di stile ci dica chi è l’Uomo. D’altra parte lui stesso si considera orfano di lingua e questa è l’unica grande perdita che nessuna pace può risarcire. Sostiene infatti che la lingua è una patria e comprendo allora quel suo gironzolare per il mondo! Capisco bene che molti di questi intellettuali non possano, oggi, sentirsi cittadini in quello spezzatino di tante patrie e nessuna, che è oggi l’ex Yugoslavia. Mi viene in mente anche perché insista tanto col tema dell’Amore.
Per fare un esempio, nell’introduzione a una raccolta di poesie d’amore di Josip Osti, il nostro uomo scrive che “mentre diversi scrittori provenienti della ex-Jugoslavia si sono avidamente buttati a tematizzare orrori della guerra, pulizie etniche, stupri e campi di concentramento, perché il mercato dell'Europa occidentale lo richiedeva, Osti, anche se ferito dagli orrori della guerra nella sua intimità più profonda, è rimasto poeta anche in guerra” (ma anche Izet Sarajlic ribadisce che “la cosa più importante all’inizio è salvare le parole perché dall’erba al coltello sono troppo sporche di sangue “).

Capisco adesso la determinazione a difendere, curare le parole e le loro origini più che i pensieri, le ideologie o i grandi temi. Capisco il suo amore per i paradossi perché a dividere, discernere e stringere le parole spremendole a fondo nell’abbraccio della ragione o meglio delle “ragioni” rimane quel succo prezioso e concentrato che è il paradosso, rigore e logica portate all’estremo di se stesse, sintesi di tutte le contraddizioni e verità, espressione che non spiega, contiene.

Ritornando all’aperitivo, per me diventa doppio quando mi scandalizzo perché non alcolico come avevo richiesto. Allora lui si impone, con garbo e classe, perché me ne portino un secondo, fatto finalmente come si deve. Nel frattempo cadono a terra le sue carte tra cui una poesia che poi la sera dovrebbe leggere pubblicamente e non riuscirà più a trovare! Gli chiedo qualcosa circa la verità e la Menzogna, io penso alla Poesia e alla Parola naturalmente, e mi sento rispondere filosoficamente che non sono della stessa materia, che l’una non è il contrario dell’altra, che sono due Qualità diverse, stanno su due Piani che non si incontrano. Capisco bene quel che vuol dire, anche se come spesso accade non saprei spiegarlo in modo preciso.

Nei giorni successivi ho il piacere di ascoltare gli aneddoti, i paradossi (Amico, ma tuo padre è ancora vivo? No, è ancora morto! ) le barzellette e anche un gustoso sogno dove gli amici presenti e viventi giacciono per errore uno nella tomba dell’altro!

foto: Valeria Raimondi
Ma l’altalena che c’entra? C’entra perché ci ritroviamo a chiacchierare seduti su un vecchio dondolo nel giardino di Sergio e Raffaella, noi due e il poeta Piqueras mentre dei bambini ci giocano accanto. Sinan dichiara ad un certo punto che quella è “ l’altalena degli Sposati” e chiede alla bimba di sei anni che vorrebbe salirci, se lei è sposata. La bambina nega, senza stupirsi troppo, e neppure il fratellino di tre anni pare lo sia: Sinan gentilmente le chiede di scendere dall’altalena. Siccome la piccola non cede, lui ci fa scendere tutti e piazza sull’altalena anche il fratellino “ Ecco, dichiaro ora che questa è l’altalena dei non sposati”.

Sinan è un elemento così.

Concludo dicendo che è un uomo dal forte abbraccio, e questo è molto “yugoslavo”, questo “pathos” che in lui si manifesta con misura e spesso viene trattenuto.
Mentre sto scrivendo alla radio informano che il Napoli vince la Coppa Italia. Non che mi interessi molto personalmente, ma sarà al settimo cielo il colto poeta intellettuale, tifoso sfegatato del calcio, del Napoli e del Partisan, Sinan Gudžević. Allora scelgo per l’occasione un epigramma calcistico e un secondo, fortemente autoironico.
Inserisco anche una fotografia che gli scattai a Sarajevo lo scorso autunno e che ho salvato col nome: SINAN IL CIECO VEGGENTE.

Valeria Raimondi



Da “Epigrammi Romani” - Sinan Gudžević - Multimedia Edizioni


LXXX

Fabio, chiedi perché per Napoli parto ben spesso, 
     Di domenica, solo, sempre a mezzodì.
Provi a voce a pensar: Pompei, l'antro della  Sibilla,
     Bacoli, Capo Miseno, Vesuvio, Posillipo forse.
Fabio, non è per questo: Maradona mi spinge al viaggio.
    Sappi che scendo dal treno sempre a Campi Flegrei.
Vesuvio e Bacoli posso vederli tutti i gorni,
      Ma Maradona, ben sai, solo di domenica c’è.

C

Calcoli, reuma, artrite li ereditai da madre
     Sonno inquieto e lieve da parte paterna mi viene,
Sudore notturno, prurito li presi dal nonno materno,
     L’indole a pianto e uggia  dono della nonna materna,
Flemma, facondia, fiacca dalla nonna paterna,
     il digrignare notturno traccia del nonno paterno.
Se a tutto aggiungi anche i miei propri tributi
     Due prolassi dorsali, ulcera, vitiligine e pressione
Forse infine avrai un’idea più chiara di quale
     Misero essere vuole burlarsi di Roma in versi.



Link

















Nisan -International Poetry Festival 13 -Maghar, Israel


La poesia è braccia movimento mani e soprattutto sguardi: quelle sensazioni di essere visto, compreso, abbracciato come difficilmente accade anche agli amanti più solerti.
Questo è stato l’impatto, primo e non ultimo che sento addosso ancora molti giorni dopo il mio\nostro viaggio in Israele al Nisan Poetry di Maghar.
Il fondatore Naim Araidi con il fotografo Aeal Harob.

Festival nato durante la seconda Intifada (Al-Aqsa) in Gerusalemme, luogo conteso sia da ebrei che musulmani, per volontà del poeta (oggi diventato anche Ambasciatore per la Nuova Zelanda) Naim Araidi che iniziò nella propria abitazione ad invitare poeti arabi palestinesi, arabi israeliani e man mano altre voci provenienti sia dal mondo arabo mediorientale che dalle altre parti del pianeta. Così si sono succeduti poeti americani, inglesi, norvegesi fino ad autori provenienti dall’antica Cina.
Così, un po’ per caso e su segnalazione di un amico comune ci siamo ritrovati a “godere” di quelle braccia, voci, sguardi cui accennavo prima.

Non nascondo un certo timore ogni volta che sento di avvicinarmi ad altri linguaggi a me sconosciuti (in special modo all’arabo e all’ebraico, oltreché, naturalmente all’inglese). Ma qui la sorpresa e la fortuna: quasi tutti e con quasi tutti non occorreva conoscere la lingua, non solo, ma diversi ospiti avevano avuto contatti con l’Italia, anzi  molti di questi credono ancora che il nostro paese sia una gran “voce” per la letteratura e per la poesia in particolare.
Nulla di più sbagliato. O forse è la mia\nostra angolazione particolare di frequentatori di libri che ci fa vedere il nostro paese ormai in fondo al precipizio di un linguaggio che non è più poetico, ma, forse, semplicemente bancario come se, improvvisamente, alla fine di una corsa stremante non ci si ricordasse più nemmeno come si fa a camminare; in molti luoghi e situazioni, abbiamo l’impressione, non sia più ben chiaro quale sia lo scopo della poesia. Questo spesso lo si riconosce in chi, per assurdo, si definisce poeta. In Israele, a parte qualche caso, è rinata nuova e forte l’idea di una poesia che si vede guardiana del mondo, pronta a gridare gli allarmi di minacce incombenti. Altro argomento è sapere o capire se quel tipo di linguaggio poetico viene ancora capito dal resto del mondo, oppure il tutto si è abituato a quella poesia che parla di fiorellini a primavera. Non solo da noi, certo.
Il poeta di Gaza Saeed Abo Tabnga

Detto questo, ciò che ci ha colpito maggiormente è stata una sorta di conferenza di un giornalista e scrittore giordano: Hanna Michael Salameh Numan (http://www.hannanuman.com/) che lamentava la situazione del proprio paese: l’emarginazione delle menti valide e colte contro la progressiva occupazione di giornali e televisioni dell’effimero e del banale. Così come in Italia e in molti paesi del mondo sta accadendo: non conta più l’essere quanto l’apparire.
Ciò che ha stupito è stato però l’intervento del poeta polacco (Presidente del sindacato scrittori) che ci è apparso come quello di un funzionario (magari del catasto) italiano: al dolore dell’intellettuale giordano ha risposto proponendo la creazione di un fondo per stampare e diffondere i libri di ‘noi’ poeti. Insomma una nota stonata che fra braccia, mani e sguardi non c’entrava proprio per niente.
Chiara e immediata la nostra reazione; davanti alla tragedia che incombe su Israele e sul popoli arabi (in particolare sulla situazione palestinese) ascoltare l’esibizione dell’ospite polacco (Mark Wawrzkiewicz) lasciava quasi di stucco e, forse con molta irruenza, l’abbiamo (quasi) interrotto. Ma il pensiero, certo, rimane. La rappresentazione di poesia come rappresentazione di sé: vizio molto diffuso da noi e, a quanto pare, ha creato danni irreparabili, procurati da quelle persone che, fallite in altri campi, hanno visto nella poesia dei confini labili e indefiniti (a parere loro) e quindi uno spazio comodissimo per restare sulla cresta dell’onda sempre e comunque, a prescindere da muri di pietra, pane che manca e macerie ovunque come margherite prataiole a maggio. I poeti veri sanno benissimo qual è il ruolo della poesia e, come direbbe Giuseppe Goffredo “il poeta deve stare conficcato con la testa dentro la terra, lo deve fare per sentire come sta e che cosa accade veramente, anche se i media raccontano quello che più fa comodo”… chi non sta con la testa nella terra non può accorgersi di quello che succede e non può essere sentinella, fa semplicemente, qualcos’altro.
Alcuni poeti del Festival

Le letture si sono svolte in uno splendido teatro della scuola di Maghar e qui ecco che la lingua contava poco: il poeta di Gaza Saeed Abo Tabnga grande quanto il nostro appartamento ha sedotto con i gesti del proprio corpo e con la musicalità della propria voce l’intera sala. Scopriamo che vive a Gaza che coltiva la terra e quei giorni saranno per lui certamente memorabili: comunicare con una forza estrema la voglia di pace, giocando col colore nero della propria pelle. Il suo viso gioioso e umano al momento della partenza, del distacco, è mutato completamente.
Altri poeti, tutti sono via via apparsi sul palco del teatro o nel salone attrezzato dei ristoranti, dove è stata fatta una lettura in arabo delle nostre poesie.
Si sono succedute (a parte qualche attesa non voluta ma interminabile del pulmann che ci trasportava) visite a Gerusalemme, dove purtroppo dopo una lunga camminata per il Suq la polizia ci ha impedito di entrare alla spianata delle Moschee. Era l’ora della preghiera e avevamo fatto tardi, mentre l’amico poeta Giuseppe Goffredo si perdeva fra la folla.
Ecco Goffredo è stata una delle note delicate e divertenti del nostro viaggio. Non privi di tenerezze poetiche tanti altri: da Magda Carneci a Dan Mircea Cipariu a Fahredin Shehu a Mehmet Yashin fino a Hava Pinhas Cohen autrice ed editrice di Gerusalemme.
Il sindaco Fareed Ghanem ci ha accolto tutti in Comune, come mai potrebbe accadere in Italia, spiegando che il Festival nasce con gli spazi offerti dall’amministrazione e con soldi provenienti da amici poeti e non del fondatore Naim.
Dan Mircea Cipariu con Magda Carneci fra la platea.

Tanti gli ospiti e dieci lingue diverse in un suono che si spera possa giungere e raggiungere quegli uomini di guerra che sono ben lontani dall’umanità delle loro religioni, in un mondo che già esplode per la difficoltà di popoli che non sopravvivono per l’assenza di acqua e del poco pane del quale avrebbero bisogno e di quei bambini drogati e armati fino ai denti che un po’ più a sud da decenni si fanno una guerra folle.
Uomini senza dio o che lo rappresentano come arma puntata contro qualche altro dio apparentemente diverso.
Ecco, di Verso vorremmo parlare e del vero vorremmo si facesse sempre più portavoce un festival come questo, nato fra popoli in difficoltà dove Naim ed altri amici poeti arabi, palestinesi, ma anche ebrei israeliani hanno questo sogno di pace duratura. Mentre in ogni casa e a volte auto o negozio è appesa a sventolare una bandiera israeliana o araba.
Mentre cammini ti rendi conto che il paese è stupendo, simile al paesaggio del nostro sud, solo segnato da una o da un’altra bandiera che dovrebbe e vorremmo fosse unica.

Retrocopertina dell'antologia edita.
Che non accada come in altre parti del mondo dove pochi politici corrotti e inumani decidono che un popolo valga di più d’un altro e che la “scusa” delle persecuzione e delle tragedie già accadute non siano usate come armi per fare soggiacere e uccidere un altro popolo che ci vive a fianco come bestie, senza alcun diritto. A maggior ragione, questo festival ha infuocato la poesia soprattutto per il luogo in cui è avvenuto, per la sua storia. Il Nisan Poetry Festival ha reso chiaro e indiscutibile lo scopo della poesia anche agli occhi (si spera) di chi ha a cuore soltanto una colletta internazionale per stampare libri come fossero carte d’identità, quindi con come, cognome e nazione. Questo festival ha ridefinito i contorni della poesia e, come vasi comunicanti, ora la poesia deve ridare un volto sorridente a quella terra instabile.
Vorrei vedere negli occhi di Naim e di Moaen Shalabia (direttore artistico del festival) che il loro sogno di pace nella loro terra venga finalmente realizzato e, perché no, rivederli in un’altra occasione per poter ancora dir loro: grazie, شكرا, תודה, thanks.


Stefania Battistella e Beppe Costa

Collegamenti esterni:
Naim Araidi:  http://en.wikipedia.org/wiki/Naim_Araidi ;
Moaen Shalabia: http://en.wikipedia.org/wiki/Moaen_Shalabia;
Beppe Costa: http://en.wikipedia.org/wiki/Beppe_Costa;
Giuseppe Goffredo: http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Goffredo

Nisan Poetry Festival


Nisan -Foundation for Art and Culture- Maghar, Israel
director: Naim Araidi
dal 3 al 6 maggio 2012

Poeti ospiti al Nisan Festival 2012:
Fahredin Shehu (Bosnia), Liu Liyun (china), Li Qi (China), Hu Wei (China), Kristin Dimitrova (Hungary), Giuseppe Goffredo (Italia) , Beppe Costa (Italia), Knut Odegard (Norway), Marek Wawrzkiewicz (Poland), Daniel Banulescu (Romania), Magda Carneci (Romania), Dan Mircea Cipariu (Romania), Milan Richter (Slovakia), Barbara Pogacnik (Slovenia), Uldis Berzins (Slovenia), Mehmet Yashin (Turkey).

Israel Hebrew :
Haim Nagid, Gad Kinar, Hamutal Bar Yousef, Agi Mishol, Hava Pinhas Cohen, Roni Somek, Miron Izakson, Asher Reich, Bracha Rozenfild, Yaara Ben David, Loren Milk, Michal Snunit, Mati Shmoelov, Keren Alkalai Gut, Marlena Brashter.

Israel Arabic :
Turki Amer, Farouk Mawasi, Rushdi Madi, Anwar Saba, Heiam Abu Zelof, Majeed Hussisi, Moaen Shalabia, Amal Radwan, Nazi Hasoon, Wahib Wehbe, Nuha Kawar, Nabil Nasr El Din, Rekaz Faur.

Gaza :
Esam El Shawa, Saeed Abo Tabnga, Mohib El Shawa, Salim El Nafar.

Jordan :
Mansoor Abo Rashed, Hanna Michael Salameh Numan

Beppe Costa incontri: Arnoldo Foà

venerdì 13 aprile dalle ore 20:00
presso Pellicanolibri
Via Gattico 3, 00166 Roma -Casalotti-
per info: 0661563181
http://pellicanolibri.altervista.org

Arnoldo Foà in
"autobiografia di un artista burbero"
(sellerio)
-l'avventura umana e artistica di un grande italiano-
legge: Elena Balestri
conduce: Beppe Costa



Quell’intuizione che non hai, quell’idea di teatro, di comicità, di tragedia, quell’idea di arte che possiedi e intravedi in te stesso solo quando, da qualche parte, ne riconosci i connotati; come se questa fosse un seme già insito inconsciamente dentro il cuore ma, purtroppo, non ancora espresso.

Molti la chiamerebbero genialità o forse, più semplicemente, carattere. Personalmente non so se l’uno o l’altro termine possano essere appropriati parlando di Arnoldo Foà: attore, regista, doppiatore, scrittore, drammaturgo, pittore e scultore italiano.
È un personaggio che confonde perché risulta difficile capire quando finisce l’intelligenza e inizia la simpatia (dilagante ed estremamente ironica); un motore sviluppatosi in anni poco felici che l’hanno costretto a balzi d’ogni genere e, se volessimo comparare tutto questo al pennello di un artista, potremmo dire che un pittore partorisce le sue tele migliori nei suoi peggiori momenti di sofferenza. Allo stesso modo, la storia sofferente di quel periodo storico, ha trovato in Arnoldo Foà colori vivissimi ed estremamente caratteristici per dipingere e delineare un’infinità di vite così tanto semplici quanto complicate. Queste tele però, restano vive e vivibili anche da chi non ha conosciuto quella “sofferenza madre” e possono essere una via in più per comprendere qualcosa di cui non abbiamo mezzi per decifrarne il significato.

Questo e molto altro deve essere riconosciuto a Foà; le sue innumerevoli interpretazioni e letture ci hanno fornito mezzi preziosi per capire una moltitudine di altri personaggi, che potremmo tranquillamente chiamare persone, Arnoldo ci ha fornito un alfabeto nuovo col quale leggere dentro ai comportamenti e atteggiamenti, periodi storici, ruoli cercati o involontariamente affibbiati, giochi relazionali e logiche famigliari e moltissime altre chiavi di vita, che lui stesso ci ha regalato calcando i palcoscenici di numerosissimi teatri. Proprio come in psicologia si studiano le diverse casistiche e profili mentali, in teatro si possono ritrovare esempi di altre vite, storie in carne e ossa che sanno parlare e insegnare la filastrocca della vita; il teatro sa sussurrare verità dolci e urlare verità amare, il palcoscenico è capace di velature di colore ma anche di contrasti stridenti. Il teatro è capace di fornire il linguaggio della vita e Arnoldo Foà è una voce che ha il suo posto ben definito e riconoscibile, in questo alfabeto di vita vissuta e vivente.


A differenza di altri, Arnoldo possiede una preparazione culturale raffinata che si estende e dilaga in molti ambiti, da quello musicale a quello scultoreo, ama la poesia, i libri e la letteratura. Probabilmente poche persone avrebbero potuto eguagliarlo, perché Arnoldo ha cresciuto un amore per l’arte che gli ha permesso di capire a fondo l’arte teatrale, inglobandosi in essa. Tutto questo e molto altro lo si trova nel libro, edito da Sellerio, “autobiografia di un artista burbero”.
Il pubblico presente alla serata dedicata alla presentazione di questo suo libro (alla Pellicanolibri di Roma -Casalotti-), si accorgerà che Arnoldo non è per nulla burbero ma, anzi, un essere umano davvero umano.

È così che vi presento Arnoldo Foà, l’uomo l’amico che 20 anni fa inaugurò la nostra libreria dicendo: “durerete tre mesi”.
È presente nel nostro catalogo con ben tre titoli.

Stefania Battistella


“non c’è differenza fra la vita e il palcoscenico […]”
Arnoldo Foà

Link utili: