Memorie (quasi) vere: Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese. Il 13 scorso si 'festeggia' il centenario della nascita. Così, riportando pezzi di vita personale, mi piace ricordarla.
Quel periodo riguardante l’incontro, la pubblicazione e la relativa applicazione della legge Bacchelli, nonché a collegare l’autrice con Roberto Calasso della Adelphi, durerà alcuni anni. E sono quegli anni più confusi della mia vita, che passa attraverso un divorzio, alcune collaborazioni con giornali, un’estate romana completamente organizzata da me e da quattro folli, la contemporaneità di incontri di poesia accompagnando Dario Bellezza in giro per il sud d’Italia con una serie di mirabolanti avventure che non riesco a ricordare tutte.
Si può comprendere, dunque, quanto questa parte riscritta oltre vent'anni dopo, possa essere confusa; mi rifaccio quindi a documenti e all'ultima lettera della stessa Ortese e alla pubblicazione dell’enorme volume di oltre settecento pagine di Luca Clerici, edito del 2002 da Mondadori: “Apparizione e visione”, Vita e opere di Anna Maria Ortese. Così ho scritto in uno dei miei blog.

(Lettera aperta a Luca Clerici)
            “Luca Clerici, nella sua monumentale opera dedicata ad Anna Maria Ortese: “Apparizione e visione - Vita e opere di Anna Maria Ortese”, (che ho comprato) ha scritto di me (pagina 530) che facevo il tipografo, ero ospite a cena di Adele Cambria (pagina 540), infine, sempre secondo ‘lui’ apro addirittura una filiale della Pellicanolibri a Roma (pagina 561). Poi, quasi con disprezzo (del prof. che fa lavorare gli assistenti) accenna ai libri da me editi come fatto ‘amicale’. (Ho pubblicato “Il treno russo” nel 1983 e ristampato nel 1987 e, nello stesso anno, “Estivi terrori”).
Che brutta parola, caro Luca, per uno che è riuscito ad andare dal Presidente del Consiglio, portando le lettere più strazianti sulle povere condizioni di Anna, che il segretario di Giuliano Amato (non ricordo il nome) trattenne per sé e non ho più recuperate.
Mentre Voi tutti l’avete e la festeggiate ancora, compresi quelli che non hanno voluto firmare la petizione e fate pranzi cene premi e cotillon, io correvo l’Italia, andavo a Rapallo ed ero l’unica persona di cui si fidava. Anche il contratto fatto fare con l’Adelphi è stata una mia insistenza. L’unico a dirmi grazie, oltre a lei, è stato il questore di Genova di allora (non ricordo il nome) che mi telefonò dicendomi che la legge Bacchelli (di cui spero lei abbia a godere, come altri lo fanno oggi, grazie alle mie fatiche) arrivava in tempo. Infatti, lei non sa, che l’ufficiale giudiziario venne fermato dal questore che aveva avuta la notizia della sua applicazione (per la prima volta).
Caro Luca, se dopo 107 anni si vanno a leggere le biografia di Giovanni Pascoli o Luigi Capuana si legge che mio nonno è stato l’editore dei primi libri di Pascoli, si legge che Capuana gli scriveva lettere (cfr. ‘Si conta e si racconta’, Pellicanolibri), chiedendogli denaro in prestito di nascosto alla moglie.
I libri si fanno leggendo, caro Luca. Oggi no. Piero Pelù scrive prefazioni a giganti della poesia che, per giunta, vengono mal tradotti. Io vivo di quel poco che serve, per avere occupato il mio tempo a cercare di promuovere l’arte, la poesia. Il mio primo salvataggio fu per La Casa-museo di Palazzolo Acreide (so che lei non sa, come tanti italiani) cos’è. Ma arrivano e arrivavano quando era vivo Antonino Uccello, autobus da mezza Europa!
Bastava guardare oltre le proprie assistenti che di tesi su Anna Maria ne hanno fatte, eccome.
Così muoiono per sempre Bellezza, Moravia, Pasolini (lui ci viene ricordato più per il delitto che per come inveiva contro la cattiva qualità degli intellettuali, categoria cui non appartengo).
Concludo dicendo, nel caso potesse leggermi, di essere più attento per le prossime biografie. C’è sempre qualcun altro che dice l’omelia ai funerali (come Enzo Siciliano per Moravia) che non ne sa niente e niente c’entra.
Di me si dice che ho fatto vita disordinata ed errabonda. Vero. Sa quanto mi è costato vivere come vivo? Certo no! Ma la mia posizione è ben dritta! A testa alta!”

Pubblico, nel 2008, su Insonnoinveglia blog curato da Giorgio di Costanzo, quanto segue:
Forse sarebbe stato meglio leggere le sue lettere. Mancano quelle che avevo portato al Presidente del Consiglio (allora Bettino Craxi) in possesso per un po’ di Adele Cambria, giornalista d’eccezione, molte volte insieme a me nelle battaglie civili.  Credo, mentre rileggo che me le abbia restituite.
Non solo ho raccolto, ma potete rintracciare facilmente gli articoli relativi all’anno 1986. Nessuno, salvo me, è stato ricevuto a casa sua. Veniva distrutta dalla pubblicità, perlopiù di protesta (perfino delle casalinghe) attorno al suo caso.
Testimone del mio percorso, è anche Marta Marzotto che mi aiutò economicamente a stampare i suoi due libri e ad organizzare qualche presentazione. Dario Bellezza, ad esempio, come tanti altri, non poteva fare nulla? avrebbe potuto anche lui, più potente di me. A lui Anna tramite me, mandò un quadro come compenso per avermi fatto intervenire. Che Dario vendette subito.
Ora, non tanto per una sorta di ingiustizia nei miei confronti, basterebbe ficcare il muso su Internet e un buon ricercatore lo farebbe, e si raccolgono tante informazioni. Certo, tempo e fatica, come diceva Anna aggiungendo:
«Beppe, ma chi mi deve leggere?»
E come diceva qualcuno: “Lei perde il suo tempo, la Ortese è una ingrata e poi se l’è voluta. Vedrà se le darà qualcosa, lei lo ridà al primo che passa”.
Vero, non aveva quasi nulla ed era pronta a darlo. Sono trascorsi più di 20 anni ma il ricordo di lei con la bottiglia di Martini a Fiuggi, dopo il Premio che corre verso di me, lasciando di stucco gli incravattati in blu (non nel senso siciliano del termine) gridando:
«Fratello Gheddafi!» (è così che mi chiamava): «andiamo a festeggiare, mica sto con questi qui».
A Fiuggi, a ritirare il Premio, dall’albergo in Prati dove era stata ospitata, ma di cui non ricordo il nome, la accompagnai io, ma al Premio (mancanza di vestito idoneo) non mi fecero entrare.

Lettera di Anna Maria Ortese:

Così la Stampa (maggio'85)
Non erano riusciti a premiarla,
ma così ricominciò
Rapallo - 11.12.86


Carissimo Beppe,
la tua lettera è del 27.11 scorso, e dunque non sono tanto in ritardo nel risponderti, come temevo. Temo poi che questa letterina ti sembrerà scialba. Caro Beppe, la forza di tradurre subito, in giuste parole, ciò che si pensa, l’avevo, e ora vedo che se n’è andata. Nessuno di noi sa perché (per quale più diretta ragione), a un certo momento, si diventa deboli. Con un po’ di coraggio, posso rispondermi che la lunga lotta (almeno 50 anni) per sopravvivere, e l’altra feroce lotta che, adesso, gli anni muovono a me, è la causa di tutto. Faccio una fatica indicibile a scrivere qualunque cosa – anche le lettere, che un tempo erano libertà e felicità, mi sono oggi sofferenza –. Il mio unico lavoro è ricopiare cose del passato, per renderle leggibili. Ora non lo sono, ed è il mio cruccio. Un grande avvenire dietro le spalle! – ha scritto Gassman –. Correggendo (ridimensionando) scrivo: ‘un piccolo avvenire dietro le spalle’. Tutto ciò che potevo fare, l’ho fatto (alla peggio). Tutto ciò che posso fare adesso quando lo posso- è copiare, correggere un po’. Dico questo, perché a volte sento intorno una illusione - su me e le mie forze mentali che mi addolora, più che altro, o mi mortifica.
Mi si invita a lavorare (giornali, amici) e io non rispondo neppure.
D’altra parte, se la mia vita fosse cambiata! Ho perduto unicamente il peso (anzi: terrore delle bollette e dell’affitto), e di questo ringrazio tutti. Ma fosse venuta un po’ prima, la prudenza: ora, per quanti conti faccia, non posso cambiare la mia vita. Essa (la mia vita) è spesso in un totale abbandono. Ma dovrei spiegare troppe cose (che non è mio diritto dire, perché riguardano altri), e preferisco tacere. Ma è chiaro che, sebbene possa pagare le bollette, e questo affitto (170.000), se penso al futuro non vedo di buono che bollette pagate ma non casa, non sicurezza di nessun genere (come salute, per esempio), e no nuovi lavori. Dovrei solo fare altro denaro – per mettere insieme l’occorrente per una casa senza debiti (che alla mia età non si possono fare, onestamente), dovrei arrivare a 80-90 anni. Ma il denaro, editori che possono e anche altre categorie, lo tengono stretto al cuore.
Io ho imparato a spingere via il denaro, a momenti, tanto ho orrore di questo amore – e poi il denaro si vendica e mi porta via davanti il piatto (è una metafora) con i sogni che credevi di aver raggiunto (‘casa’ – ‘pace’ – ‘lavoro’). Qui, mi fermo. Ma forse ti ho raccontato il perché della mia stanchezza di Dentro!
Caro Beppe, non ho letto – allora- tutti i giornali – li ho visti dopo – e di sfuggita – tanto male mi facevano – ma non ho pensato un momento che tu non fossi il motore di tutto. Tu e Adele. A Dario, se ho cercato di mostrare un po’ di gratitudine è stato per i 10 e più anni di solidarietà avuta mentre ero a Rapallo. Anni terribili. Lui mi ha telefonato e cercato di tenermi su continuamente. Per questo, ho detto grazie. Ma di quanto tu hai fatto per me, pubblicando il Treno Russo, e mandandolo poi al Premio, e accettando poi il libretto romano, non credo di essermi dimenticata! E battendoti poi con la Commissione di Parità! No, non ho dimenticato tutto questo, caro ‘fratello Gheddafi’ e ti voglio bene, e se appena passerà questo mio tempo di sfasamento e confusione (perché, ricordati che devi stare in piedi, non potendo stare in piedi – e che ho decine di anni più di quelli che tu porti ora fieramente – ho queste decine di anni addosso, ai quali non posso sottrarmi un minuto) appena Dio mi concederà un momento di libertà, me ne ricorderò, e ti sarò in qualche modo (dimostrerò) davvero grata. Ora contentati del mio bene fraterno e della mia stima umana per il grande (e vero) dono che possiedi: Bontà.

Ti abbraccio Anna

La raccolta di firme, pubblicata il 25.2.86 che scatenò
indignazione di molti giornalai e pubblico, del tipo:
"ma và a lavora'!"

La sua dedica ‘un fratello’ (ed è tutto), insieme alle tante lettere, saranno sufficienti per un futuro dove l’informazione venga fatta da studiosi. Ritrovo oggi (9 marzo 2009) le citazioni di Giovanni Pascoli, nella biografia scritta dalla figlia Maria, su mio nonno che pubblicò i primi tre libri del grande poeta. E dire che sono passati 100 anni dal ‘fatto’ e 50 dalla pubblicazione del biografia curata dalla figlia del Pascoli. Basta lavorarci!)
Nel 2008 l’apertura (anche) di un blog era nata con l’intenzione, neppure tanto segreta, di fare giustizia nei limiti di quelli che sono stati i miei destini incrociati.
Esempio classico: il sette marzo dello stesso anno esce su ‘La Repubblica’ con grande rilievo, un testo della sia pur brava scrittrice Valeria Parrella su Anna Maria Ortese, con due lettere (anzi ‘pizzini’) scritte a Dario Bellezza e con la notizia dell’imminente pubblicazione di un libro in uscita sulla scrittrice scomparsa dieci anni prima, curato da Adele Battista. Mi chiedo, visto che anch’io ho collaborato a giornali, se non sia bene andare più in fondo ricercando quello che sicuramente sfugge? come sfuggivano all’attenzione allora, le informazioni culturali sfuggono ancora di più adesso. Nel 1980 Anna Maria Ortese inizia una fitta e utile corrispondenza con me, come persona e come suo (allora) unico editore.
Pubblico quindi nel 1983 “Il Treno russo” e nel 1987 i racconti “Estivi terrori” (Pellicanolibri) e la ristampa dello stesso “Treno russo”. I due libri vengono recensiti, anche se brevemente, da quasi tutti i giornali nazionali. Anna Maria arriva seconda (!) al Premio Rapallo per il “Treno Russo” e, successivamente, il Premio Fiuggi dove fu accompagnata da Andreotti.
Dopodiché insieme ai miei amici Adele Cambria e lo stesso Dario Bellezza, andando da Craxi, con le mie lettere riusciamo a fare applicare la legge Bacchelli. Ne parleranno tutti i giornali in bene ma anche in male. Poi la supplico quasi di contattare l’Agenzia Editoriale Eulama e do il suo numero a Calasso della Adelphi che, finalmente, ripubblicherà i suoi libri.
Era utile che un grande editore riproponesse una scrittrice che considero fra le più grandi e più ignorate che l’Italia abbia avuto. Neppure Adelphi mi ringrazierà. Ma mi manderà copia fuori commercio dell’ultimo libro “Il Cardillo addolorato”. Il mio compito è concluso.
Chi l’ha conosciuta sa che non era una persona accomodante e non amava supplicare, nessuno. Si offese quasi per il nostro interessamento che, contemporaneamente, suscitava la reazione sdegnata di tante massaie che avrebbero voluto lo stesso contributo.
Abbiamo da oltre 20 anni una libreria che porta lo stesso nome della casa editrice. Ergo sono rintracciabile e non ancora sepolto. Questo dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, non tanto nei confronti di una giovane scrittrice, che la cattiva informazione è ben peggiore della non informazione. Andando su Google alcune notizie che ci riguardano si trovano, dal premio Rapallo a Pellicanolibri, da Arrabal (altro ignorato in Italia) a me stesso.
Mi autoinserisco qui come unica persona che pubblicò questa intervista (ma ci sono altri articoli, basta trovarli) su “I Siciliani”, giornale allora diretto da Giuseppe Fava col quale collaboravo. D’altronde i pezzi sui giornali non li scrivono più né Sciascia, Muscetta, Pasolini, Spagnoletti, né ancora Leone Piccioni, Claudio Marabini. Sono i giovani autori del momento (a volte duraturo) cui viene affidato il compito di commemorare il grande scomparso. Certo, quando c’è dietro una Fondazione come per Moravia, potrebbe non accadere.
Queste memorie non saranno sufficienti, né complete, perché la mia vita è stata caotica e in continuo spostamento, né avrei mai pensato di tenere ordinate delle carte che non fossero strettamente mie (bollette, avvisi, multe, ecc).
b.c.

Su questo spazio, l'Autrice è spesso citata, consiglio per approfondire leggere anche


Naim Araidi - Songs of Galilee, Seam Editions


Naim Araidi with students in Brescia
It always is difficult to introduce a poet who writes in a different language than ours.  The author of the book in your hands, Naim Araidi, writes in Arabic and in Hebrew. But, since we have learnt to recognise the nuances and the warmth inherent to the writing of many Arab poets who have been invited to the Nisan Festival a festival originated by Naim Araidi in 1999 during the second Intifada -Beppe Costa and I have decided to publish this volume and to run the risk of translating the works also from English and French.
The difficulties of life are expressed in many of these poems together with how these problems comprehensibly influence the poets’ emotions and writings. Therefore we have a golden opportunity to focus on this point; in fact, Naim Araidi was born in Galilee and he wears the wounds his homeland has suffered, as covered by Italian and foreign newspapers for decades
One of his most loved poems (Songs of Galilee) is also the title of this collection and it is quite evident to what extent the love for his homeland is deeply-rooted: 

"[...] I drew two wings to fly, I flew
Galilee followed me in a place
called Mghar,
I fell on the head to be born
crying tears from the heart
with a great shout
that cuts through all eternity. [...]"

These verses are very similar to the stories that our elders tell their young grandchildren; Galilee is the protagonist, as if it were a young creature unaware of its future.  Naim reminisces about the origins of this place, associating them with his own and narrating it all as if it were an old-fashioned fairy tale:

"[...] An ancestor came from Lebanon, a prince,
so the story goes, he kissed the land of Galilee
until his lips were
full of foam.

I asked, where is the lake of Galilee?
Someone said that it walked on the earth,
for this Mary Magdalene has sinned
and argued the contrary. [...]"

Naim Araidi in Maghar
This collection of poems, translated into the Italian language for the first time, conveys in its title a world ready to be discovered: whether one has first-hand accounts of those lands or, at the very least, some understanding of Arab culture.  In fact the art of dialogue is deeply-rooted in this book.  With few words, Naim succeeds in expressing the concept including the trials and tribulations that are still unsettled despite the fact that one hundred years have passed, and yet the Poet requires only a few verses to explain this world to souls who are capable of listening to poetic echoes, to the extent of hinting at a possible solution to the evils of this land, so one is left wondering if man is really so stupid as to cause wars, as much as he is intelligent enough to rebuild a peaceful world out of the remaining debris.
Just as if the Arab culture were the bearer of a form of superior knowledge, thus being condemned to suffer internal conflicts, in this collection of poems a certain awareness is sensed, perhaps one of a superior nature, which is at least different from the one that our Western society has made us become accustomed to. We pursue material and earthly things, sometimes without taking into consideration our being and its meaning.  After all, we find answers to age-old existential questions in religion, we are guilty of having created movements that are harmful for Man himself:

"When I sat down to rest
they said:
poetry is behind you
and the science in front
between them
your heart is torn. [...]"

This oriental-style book conveys a breath of philosophy together with biblical references, as if it were intended to teach Man about his own origins in order to remind him of himself and what he could possibly be, if only he could recover part of his past that is filled with so many details concealed behind every single word.  I would even go as far as to say this is typical of how Arab culture surpasses us without us even noticing, as they always seem to have an extra gear:

"Every time I see you freeze the light between us,
generation gap,
preventing the rebirth of my youth
This is the secret that separates us. [...]"

Naim with Leonard Cohen in Oslo
An extra gear that, perhaps, even betrays itself by posing questions that today still give rise to debates in which the popular opinion is alarmingly divided, generating contrasting movements that are ready to sacrifice themselves just to allow their spirit to live on. 
There is much more to be found in this short collection of poems.  How can one possibly introduce a book of poems that holds the history of both ancient and contemporary Arab culture?
I really do not know, but it is a golden opportunity to try to understand that Man can choose to put together the good things he manages to find, regardless of the language he speaks and the colour of his skin, in this way creating a more aware Nietzschean “Übermensch,” worthy of the intelligence and the potential that Mother Nature, or whoever else, has given him.  Thus facing these values and confirming that this time they are right, absolute and just, without the slightest danger of repeating past mistakes that history is always ready to remind us of.
To conclude, I would like to point out that this book has been published as part of the memorable collection formerly issued by Pellicanolibri, which included authors such as Manuel Vázquez Montalbán, Alejandro Jodorowsky, and Fernando Arrabal— all published for the first time in Italian—or forgotten ones such as Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza, and Dario Bellezza, as well as extremely famous writers such as Alberto Moravia.  Quality and prestige perhaps have little to do with popularity.

                                                                                                                   Stefania Battistella
(translation Alessandra Bava)

Songs of Galilee

1
Tonight Galilee was sleeping on my lover’s breast
dreaming of exiled childhood,
nesting in Harmon’s beard.
A knight came from the east for the hatching,
the eggs cracked slowly,
a city emerged, to be called Safad.

2
My lover awoke from her Galilee sleep,
childhood grew up
to become without number.

3
An ancestor came from Lebanon, a prince,
so the story goes, he kissed the earth of Galilee
till his lips were full of foam.

4
I asked, Where is the lake of Galilee?
Somebody said it walked upon the earth,
because Mary Magdalene sinned
and claimed she never did.

5
I leant upon an oak tree
near the shore of the lake.
Suddenly a devil brought up a great chest
and a lovely mermaid came out of it
to turn the devil human
and the king into a slave.

6
I bowed down, calling on the name of God,
panicking, till my mouth became so dry
I don’t know whether the river of baptism
will water it
or whether by thunder and lightning
the sky will save me.

7
I drew two wings for myself and flew,
Galilee followed me to a place called Mghar,
I fell on my head to be born
crying from my heart
a great shriek that cut eternity.

8
In that place I grew up and loved
and married two wives by the law of God:
I didn’t want to have any more
just for my own sake.

9
Then a witness spoke about new rules
in addition to avoiding pork and alcohol:
now bigamy is forbidden in Galilee
and taking many lovers is forbidden in Mount Carmel.

10
But I did divorce:
I said to myself, Go away,
I separated from myself
Because I believe in love and poetry and dream.

My mother remembers

My mother remembers things from the past
things she fears for
and the past lies more than imagination
her face expressions don’t show her age
but reveal her feelings about what I missed
and about the present filled with contradictions
when I was young things weren’t as my mother
told me
Beauty was everywhere
I could feel a distant smell of fruits
grapes were sweet, figs were true
aloe... my eyes.
people’s deeds were good
pitiful, fearful,
I look deep into her eyes
maybe she could drift my fears away from my memory
but she never does
the past is the past
it never came back and will never do
I say this to avoid a possible conflict between the past that
belongs to my mother,
and the past that belongs to me

Many people will hasten

Many people will hasten
and I will be among them
a man that brings poetry
to men.
Their swords and their plows
are ready
and they only brought their sickles
and psalm at times
and I will be among them
a man that brings poetry
to men.
Enemies become friends
like the horse of a good knight
Soldiers killed in the war
are martyrs,
and those who live in peace
live thanks to those who died
But poets remain poets in life or death,
and I will be among them
a man who brings poetry
to men.
The violin has no ardor
away from the hands of men,
and when it kindles in the summer, even a stone
has a soul and perhaps blood.  
It is human to err
man enrages, distresses, and insults
but
once the storm has passed, he forgets
and apologizes for everything.
A melodic cloud plays
and I am in that sound
a man who brings poetry
to men.
Jerusalem above is over all
Jerusalem from below is upon the earth
Take the only one you have loved
I take mine
Let’s meet halfway
between heaven and earth
and many people will hasten
and I will bring poetry
to men.
(translation by Karen Costa and Stefania Battistella)

Poems drawn from Songs of Galilee, Seam Editions.

Duska Vrhovac, Quanto non sta nel fiato, Fusibilialibri, 2014

ISBN 9788898649099 pp.136 € 13,00 
Non molti sanno, salvo chi ha avuto a che fare con me, che sono solito amare la poesia e i poeti. Non tanto perché ho amici che scrivono ma, viceversa persone che scrivono (bene) diventano miei amici o da me, specie in passato, vengono sostenuti, qualora potessi dar loro qualche aiuto (anche solo umano).
Così è stato con tanti artisti, la gran parte purtroppo scomparsi.
Ma anche oggi, visto che la passione poetica sostiene la mia salute, continuo a scoprire poeti (Stefano Iori, Stefania Battistella, Iago, sono fra i più recenti.
Quando si tratta di autori stranieri, la lingua si frappone in qualche modo ed è più difficile il contatto. Ci vuole più tempo e impegno ma la soddisfazione è ancora maggiore.
Tradurre, come mi è già accaduto con Fernando Arrabal o Naim Araidi non è facile, e la lingua è anche relativa se non si entra nello spirito dell’autore, nella musicalità dei vocaboli usati, mantenendo quindi sia il senso, che il ritmo che il poeta ha nella lingua originale.
Questa introduzione, apparentemente superflua, è soltanto per spiegare brevemente e senza annoiare
tutto ciò che in sintesi ho scritto sin qui (il buon lettore comprenderà oltre le parole).
Stavolta la scoperta si deve a Dona Amati e Ugo Magnanti (editori di Fusinilialibri) ed è un piacere ancora maggiore scoprire nel campo vasto e contorto della poesia di avere dei complici.
Grazie a questa prima pubblicazione (per l’Italia), Duska Vrhovac è ospite in occasione del Primo Festival al Femminile Eros e Kairós l’8 giugno al Ninfeo di Villa Giulia.
Foto: Stefania Battistella
Così ascolto, sempre più attento i suoi versi asciutti, intensi, frecce doloranti prive di compiacimento, talora spezzati da feroce ironia, senza concedere scampo al dolore mentre racconta di sé, come destino di essere umano, colpendo con poche frasi cuore cervello stomaco di chi ascolta.
Duska arriva dalla Serbia ma, la propria terra, come accade ai veri grandi poeti, diventa il mondo. E i suo veri amici e complici i poeti. Più chiaro, forse, adesso?
Ho avuto da pochissimo il volume e preferisco, come spesso capita in questo spazio, anziché esibirmi in complimenti e\o giudizi critici, riportare parte della prefazione attenta di Ennio Cavalli e, soprattutto, i versi dell’Autrice. 
b.c.

[“Non devo più andare da nessuna parte, / tutti i viaggi possono cessare, / le fughe, le ricerche, ogni cammino”. Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac si apre con questi versi, anzi si apre su questi versi, come una finestra sul destino, come una finestra sul domani. Ed è somma di paradigmi e incombenze, rischio pilotato, bilancio pieno di sovvertimenti.
Con astuzia sottintesa, Duška parte da una finta resa, riflessa nel titolo del primo capitolo, Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, per impennarsi in momenti che sanno di catarsi: “Quanto senso sia rimasto / nell’ultimo atomo di clorofilla / nel vaso buttato dietro la porta chiusa / non è più una domanda, ma una risposta. / La risposta che si deve sottacere”. La sfida è senza cerimonie: “Ora la mia fame è così insaziabile / che non la sento più / e la notte così interminabile / che lungo sonno mi pare
quest’insonnia”. Duška girovaga sul tappeto di cose terrene, tra impedimenti e contrappunti, fino a imbattersi in un amore senza tempo, non si sa se ricomposto o attuale, se sognato o appena esploso. La storia di questa esplorazione diventa colonna portante, sacca di drenaggio. Più il pensiero tenta azzeramenti, più si espande…]

La "voce" di Duska
Eppure

A questa mia unica vita
piccola e personale
quando penso
di rado
potrebbe andare molto bene
sarebbe anzi bella:
un po’ di primavera
erba
fiori
amori
una casetta
dei figli
un marito
un amante
dei parenti
Foto: Monica Osnato
amici
un grammo di carriera
bagliori
un briciolo di talento
giochi di parole
un anno dopo l’altro
occhiali sempre piu forti
e anche se
la morte è certa
questa è la vita
qui sono
qui sono stata
ho intessuto un nido
e gli uccellini poi
il canto festivo
ed è così umano
gradevole
caldo
che quasi ti viene da piangere.
Eppure
caro mio
a questa mia unica vita
piccola e personale
quando ci penso
e mi fermo a guardare
tolti gli occhiali
mi lascio un po’ trasportare
e copro gli occhi con le mani
non mi aiuta neppure la morte certa:
da quando l’uomo esiste
caparbio e abile
mente a se stesso.

Ventitré febbraio settantasette
Foto: Stefania Battistella

Inatteso
come un segreto
o una vendetta
per tutta la notte qualcuno
ha martoriato la mia anima
fredda la mano
ruggine il palmo
gli occhi vuoti
non terreni
come se non intuisse
che non sono morta abbastanza:
non lo sono
e non penso
di aprire gli occhi umidi
anche se è buio
e non si vede
né quello che sono
né quello che non sono.

Volti Nuovi

Gli uni si sommano
Duska con Tomaso Binga
Foto: Monica Martinelli
gli altri si sottraggono.
Tutto sminuzzato
svenduto a buon mercato.
Blasfemi nelle chiese
solitari nelle case
nelle maternità silenzio.
Nei posti importanti
persone insignificanti
segni illeggibili sulla fronte
fra amici sconosciuti
tutto spappolato
i nessi crepati
timori orrendamente confermati
inganni svelati improvvisamente.
Nessun malinteso.
Malato il corpo s’estingue
è in metastasi il cancro celeste.
Anche di questo gioco infine
si vedranno i personaggi.
Nascere

Solo nel passaggio
per la porta santa
fra i mondi
solo in questo
breve attimo
lui è tuo figlio.
Solo quando piangendo annuncia
il suo arrivo in questa valle
saprai che questo è tuo figlio
solo in quell’attimo mentre
esce dal tuo ventre
e passa dietro la tua soglia.
Solo fino a quest’attimo
il tuo sangue
scorreva nelle sue vene
e il tuo cuore al suo
dava il ritmo.
Ma dopo
dopo lo strillo
provocato dalla luce
vesti il lutto
e prega per lui, Madre.
La carne della tua carne
e il sangue del tuo sangue
quel tuo figlio dato dall’amore
e dal volere dell’onnipotente
diviene cittadino del mondo
diviene ape
nella folle arnia del pianeta
e il tuo ventre
contratto e vuoto
diviene solo il nido
rifugio caldo
per le sue
future cadute.
Si contrarrà
a ogni suo contrarsi
Foto Francesca Mazzara
e sanguinerà per ogni
sua lacrima
e fino al giorno del giudizio
mai più
Madre unica
né te stessa
né pace
né libertà
avrai mai.

Sara

Quando gli occhi
s’incontrano
e si fissano
dimmi allora
la parola
che ti e rimasta in gola.
Sara
che sono sfuggita alla morte
come se ci fossimo
riconosciuti ancora.
TU
Per me hai fatto sì che tutto esistesse
il chiaro di luna, l’erba e l’acqua,
colore, suono e splendore
tutte le bellezze riflesse sulle mie finestre
e tutti i saluti volati alla mia porta.
Da quando sei venuto
la soglia di questa casa
s’è fatta fonte segreta di canto.
Sul tetto non un lume
ma una stella splende.
Tutti gli estremi
spontanei confluiscono nell'armonia.

Quando amavo te

Quando amavo te
costruivo intorno a noi una casa,
sotto la tua pelle deponevo
cellule infinite, fecondate,
al tuo sguardo destinavo il focolare,
dalla pietra facevo divampare il fuoco
e tu lievitavi e crescevi
come una fanciulla inebriata di baci.
Quando ti accoglievo
togliendoti a te stesso,
intorno al letto
disponevo i frutti maturi dell’autunno
e disegnavo rigogli di bambini,
mutando in latte le gocce di pioggia.
Quando amavo te
tutto ciò che era te, rimaneva in me
e io credevo che ci saremmo salvati.
Eppure ecco che ce ne andiamo,
e nessuno sa come ci scorderemo.

Poeti

da sinistra: Monica Maggi, Duska Vrhovac,
Monica Osnato, Dona Amati 
I poeti sono una banda
di presuntuosi vagabondi,
interpreti ingannevoli
del quotidiano e dell’eterno
ricercatori vani,
smodati amanti,
cacciatori di parole perdute
inseguitori di strade e mari.
I poeti sono giardinieri superbi
di intricati giardini regali,
precursori di deviazioni stellari,
messaggeri di navi affondate,
violatori di sentieri segreti,
magistrali riparatori
di Carri Grandi e Piccoli,
raccoglitori di polvere astrale.
I poeti sono ladri di visioni,
scopritori di utopie scartate,
ciarlatani di ogni specie,
degustatori di piatti avvelenati,
figli degeneri e di professione seduttori,
cavalieri che volontariamente
alla ghigliottina offrono la loro testa
eseguendo da sé stessi la condanna.
I poeti sono custodi incoronati
dell’essenza risposta nella lingua,
amanti dei misteri insolubili
ammaliatori e provocatori,
sono i prediletti degli Dei,
Duska e le Poete premiate:
Giulia Cherubini, Valeria Raimondi e Sylvia Pallaracci
foto: Marco Cinque
assaggiatori di bevande portentose
e dissipatori vani
delle proprie vite.
I poeti sono gli ultimi germogli
della specie più sottile di esseri cosmici,
coltivatori di fiori bianchi interiori
e falsi creatori di mondi insostenibili.
I poeti sono interpreti dei segni perduti,
portatori di messaggi essenziali
e di avviso che la vita è inesauribile,
e l’universo un progetto mai finito.
I poeti sono lucciole sull'aia del cosmo,
conquistatori della grande fascia
di colori che fa l’arcobaleno
esecutori della musica sacra
da cui è nato l’universo.
I poeti sono invisibili interlocutori
nel silenzio sul senso e sul non senso
di tutto ciò che si vede e non si vede.
I poeti sono i miei soli veri fratelli.


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Eros e Kairós: un pomeriggio a Villa Giulia

L'evento non ha che dato un valore aggiunto al Ninfeo di Villa Giulia.
Duska Vrhovac 
Malgrado la giornata calda, e l'orario, costretto dalle modalità d'uso del Monumenti (diciamo così) la bellezza e la sobrietà delle organizzatrici del I° Festival al Femminile Eros e Kairos, (iniziato a Viterbo il 6 scorso, conclusione a Civitavecchia il 15 giugno)  Dona Amati e Monica Maggi hanno fatto sì che le tre ore trascorressero con sobrietà e soprattutto con un clima poetico (di quelli insoliti, pacifici e pieno di attenzioni).
Certamente non essendo al Premio Strega, sia la folla che le ‘dormienti cucche’ erano pressoché assenti, si sa la poesia, sebbene frequentata da molti attira molto meno è vero, ma chi va è ben più attento.
Le tre ore sono trascorse così leggere e intense allo stesso tempo, personalmente la grande novità per me è stata la poesia di Duska Vrhovac, così diversa, intensa, umana (anche se si è specificato che le traduzioni sono state fatte da una insegnante, e non da un poeta). Questo nostro incontro, non personale, ma semplicemente poetico sembra camminare parallelo, sui temi che riguardano l’umanità intera. Quindi la ‘poesia’.
Monica Maggi e Maram Al Masri
Molto più personali e anche diverse da quelle che conoscevo, edite da Casa della poesia di Baronissi, quelle lette in italiano da Monica Maggi e dall'autrice in arabo Maram Al Masri: brevi ritratti familiari, sulla scia però stavolta, di tante poetesse, anche nostrane.
Fascino, eleganza, sobrietà nelle letture hanno contribuito però a renderla protagonista e amabile.
Rivista dopo tanti anni Marcia Theophilo, che dedica, da quarant'anni alla sua terra natale, il Brasile e all'Amazzonia in particolare, i propri versi.
Non è cambiata molto, sia nel carattere che nelle parole e, naturalmente, neanche nella sua poesia.
Anche la ‘nostra’ Maria Grazia Calandrone non ha dato il meglio di sé: caratterizzata anche nella lettura, molto simile a tanti poeti della Roma di trent’anni fa, Bellezza, Pecora, Magrelli, ecc.
Maria Grazia Calandrone
Ma questo è un Festival unico e particolare, pensato per anni, certamente, e organizzato in poco tempo da due Poete che amano la poesia, che ce l’hanno nel sangue ma senza grandi poteri e mezzi, ed io ho visto solo una breve parte, appunto di domenica, oltre all'assenza di alcuni ospiti, forse proprio dovute alla giornata fin troppo calda.
Un momento “diversamente” poetico dalla parte del torto quello di Marco Cinque, che vive la poesia sulla ‘terra’, coi conflitti e le ingiustizie sociali che ben conoscono anche i grandi poeti. Accompagnato dalla chitarra di Giuseppe Natale ha contribuito all'internazionalità del Festival. Ha colpito infatti e spero con un possibile seguito le poete presenti.
Monica e Marcia Theophilo
Insieme a Marco e Giuseppe, altro momento di musica, poesia e movimento quello di Roberta Bartoletti (organetto), Monica Osnato e Mauro VizioliOblò di madreperla”, hanno arricchito di magia, con ombre e luci, malgrado il sole cocente il pubblico che col passare del tempo, aumentava.
Piuttosto appartata, per motivi logi(sti)ci la mostra straordinaria del fotografo dei Poeti, questa volta in mostra solo le Poete. Ciò che lo differenzia da altri fotografi è l’amore per la poesia che rende i suoi ritratti più vivi, di quanto la nostra cultura non faccia. Da scomparse o viventi le Poete di Dino Ignani restano immortali comunque.

Premio di Poesia Eros e Kairós

Ma il motivo principale di questo intervento è il ruolo che ho avuto per quanto riguarda il Premio legato al Festival. Specificando innanzitutto la sua correttezza.
Marco Cinque
Non conoscevamo i nomi delle partecipanti, né, noi giurati, ci conoscevamo fino a ieri.
Questo ci ha permesso di leggere le sillogi senza alcun condizionamento: per noi, spiace dirlo in genere, ma in questo caso no, sono state soltanto numeri, almeno fino a ieri.
Quindi le tre vincitrici nell'ordine: Valeria Raimondi, Chiara Cherubini (chiamata anche Silvia e Stefania, sembra suo destino) e Sylvia Pallaracci.
Il mio augurio è che continuino questa strada della poesia (lasciare quella del dolore o del vivere felice è una utopia e/o un incoraggiamento di comodo che non sento di fare a Poete o Poeti. La poesia aiuta certamente a proseguire la strada intrapresa con tutti gli ostacoli, i drammi o, come in questo caso, un piccolo e breve momento di gioia).


Monica Osnato e Mauro Vizioli
 Ecco le motivazioni:
 1)

 Valeria Raimondi non teme il cimento con i contenuti forti dell’esistenza, anzi li sfida e si batte, pur nella consapevolezza che l’essere umano è per sua natura sconfitto. Non le resta che viverla questa sconfitta e addirittura celebrarla nella catarsi della parola che fa del dramma orgoglio di denuncia e bellezza. L’ironia diventa spesso nella poesia di Raimondi, uno strumento critico che non conserva per collezionare oggetti-parole da ‘guardare’ ma per spingere verso una verifica sempre più tesa e ‘spiegata’ e ad una osservazione di come e quanto queste parole-oggetto si affermino , solo nella loro disincantata capacità di fare e disfare senso in apparente e ‘o-scenico’ adattamento al mondo degli altri sensi, degli altri linguaggi.
Roberta Bartoletti
 Le realtà degli oggetti le è necessaria per orientarsi in una dimensione disperatamente incommensurabile dove il suo spirito sbanda, precipita. Le coordinate spazio tempo sono costantemente invocate come riferimento tanto necessario a sopravvivere quanto illusorio e impotente alla sorpresa, poiché altro non siamo che artigiani di presagi e profezie, /che sia il Caso, il Fato o la Fortuna,/siamo prede di un arbitrio che si nega.
La poesia di Valeria Raimondi cerca un ritmo dove rendere sopportabile l’arbitrio subìto e lo crea in una musicalità che si distende armoniosa ma non prevedibile, una conquistata chiarezza che genera il bene della condivisione. Il suo verso talora si allunga per avvolgere la teatralità di un’immagine che ci ancora e giustifica la difesa di uno spazio umano dove ripararsi.

Ma la lucidità non consente fughe: ci si accampa in una vita già scaduta tra le dita
Complimenti a Valeria

Giuseppe Natale
2)
 La poesia di Giulia Cherubini si presenta come una mappa simbolica dove delle tante strade attraversate non resta che la traccia di rari incroci, dettagli apparentemente decontestualizzati, oggetti marginali. È una poesia ben lontana dalla confessione autobiografica che pure di quella biografia coglie un momento cruciale, un angolo di vita che, isolato sulla pagina, assurge a indizio di un’esistenza sotterranea intensa, movimentata non vuole essere svelata, né con-presa, ma accolta. L’intuizione del lettore si accende, se rinuncia al possesso immediato.
Il mistero dei testi di Cherubini non è una dimensione dove il linguaggio si ‘rassicura’ e con la distanza della ‘poeticità’ facile e ‘felice’, si allontana dalla retorica della contemporaneità, che vuole tutto ‘possibile’. È questo linguaggio, una sfida al simbolo stesso, e non si limita a interrogare la trasfigurazione ma a indagarne i segni più rimossi e abissali

da sinistra le Premiate Giulia Cherubini, Valeria Raimondi
Sylvia Pallaracci con Duska Vrhovac 
Le parole sulla pagina si allontanano dalla regolarità della successione dei versi e aprono spazi liberi dall’incombenza del reale e da melodie catturabili. Uno spazio di condivisione forse, ma solo per chi voglia cercare intesa sul piano delle energie sottili. Il mistero rimane sospeso tra le parole avare di queste cartoline che non si concedono al rapido consumo non sono fatta per ciò che va veloce/ mi seduce lo scorrere dell’umido.
A Giulia il merito di un verso leggero e sottile, stralunato e sorvegliato


Un momento della Premiazione con Dona Amati,
Valeria e Maria Teresa Ciammaruconi, Presidente del Premio
3.
Silvia Pallaracci cancella dalla pagina poetica ogni segno di interpunzione, lascia le parole nude ad azzuffarsi nella ricerca di sensi inediti, a sorprendersi nell’ossimoro che capovolge le immagini appena concesse. E come se non bastasse eccola a violentare il lessico poiché definitivo lo spasimo sprofila / ogni nome e accartocciati tra le lettere trovavo / spiumature d’uccelli. La consapevolezza delle molteplici soluzioni lessicali, nei testi di Pallaracci , non è mai
disancorata da un margine di ‘smarrimento’, di uscita dal controllo della conoscenza, per una riorganizzazione completa e complessa della materia linguistica. Lo smarrimento, qui inteso come sconvolgimento, stordimento, preludio di ulteriori conoscenze.
Dona Amati
Silvia sa che le sue gambe sono disposte al disorientamento, forse per questo cerca un interlocutore che la ancori. Si tratta di un tu che accompagna quasi costantemente il suo acrobatico cammino di parole e di vita, un tu che a volte si carica di una carne desiderabile e corruttibile, estranea e indispensabile; altre volte vive nella rarefazione di una meta irraggiungibile
Di questo scarto si nutre la parola di Silvia Pallaracci: sa bene che per sopravvivere deve illimitare la tentazione / che la poesia agisca.
 b.c.


Le foto in bianco nero sono di Marco Cinque
Le foto a colori sono di Stefania Battistella (che ha rubato la Nikon a Marco)

Per tutte le informazioni complete visita il sito