Il silenzio è la mia voce, Pellicano 2018

Fra le nostre novità, in questi giorni  esce la raccolta di poesie, realizzata interamente dall'associazione L'Officina che, nelle Marche, realizza laboratori di scrittura e poesia. In questo caso le 'voci' provengono dalle detenute e detenuti delle carceri di Pesaro. Siamo orgogliosi, dopo avere pubblicato 'voci senza  pubblico' e lettori, di avere realizzato questa antologia, sperando sia la prima di una lunga serie.     
Per avere il libro clicca QUI

ISBN 978-88-99615-48-2
pag. 106, € 10.00
[...] La poetessa americana Sylvia Plath, esponente di punta dello stile chiamato “confessionalismo”, diceva che: “le carezzesui graffi si sentono di più”.
Leggendo le poesie scritte dalle detenute e dai detenuti, ci rendiamo conto di quanto sia esatta questa affermazione e ci accorgiamo di come, proprio la poesia, possa essere la forma artistica più liberante e più appropriata per costruire una relazione di senso con le storie e le vite di questi scrittori.
Essi, proprio attraverso le parole, ci mostrano le loro ferite, in attesa delle carezze di chi leggerà.
Antonio Mastrovincenzo
Presidente del Consiglio Regionale delle Marche


Il silenzio è la mia voce, una voce che non tace, deflagra. Il corpo è la mia tomba, una tomba di carne che chiamano “vita”.
La “vita” è un numero, un numero anonimo da punire, chiuso in un contenitore di altri numeri.
Questo renderà migliori o redimerà gli errori? Ascoltate le voci di questi silenzi, il suono che vi sopravvive ancora. Leggete le parole di queste pagine, il racconto delle loro sconfitte, il loro desiderio di riscatto. Leggete, ascoltate, ma non con occhi e orecchi, fatelo con l’umanità che vi abita.
Voi che siete fuori, fate breccia nelle vostre prigioni interiori, perché chiudere dentro è come chiudersi fuori dalle esistenze di chi ogni giorno sfiorisce dietro le sbarre e perché nessuno potrà vivere davvero libero finché a qualcuno sarà negata la libertà.
Marco Cinque



1.
Autobiografia

Sono l’universo
sono il fuoco che brucia l’acqua
sono gli occhi di chi non c’è più
sono il cuore che non batte,
ma che riesce a muoversi.
Vorrei e lo sono
l’universo
che non ha più spazio.

Emanuele R.

2.
Autobiografia

Ero pagina bianca
poi fogli macchiati di lacrime e sangue
senza parole d’amore
solo frasi di ingiurie
solo storie di terrore.
Ero un diario di lacrime sangue e paure.
Ora sono un libro bruciato
pezzetti di pagina sopravvissuto al fuoco
pezzetti di puzzle che formano l’immagine del vuoto.
Un vuoto che inghiotte
ogni raggio di luce
pronto ad esplodere
a restituire calore
pronto a restituire tutto
sotto forma di parole
pronto a ripagare ogni tipo di emozione
sotto forma di parole.
Un giorno sarò calore per il cuore
sarò intemperie per le maschere del vuoto interiore.

Mattia Morganti

3.
Ricordo il caldo abbraccio di mia mamma
dolce il suono di una ninna nanna
un amore incondizionato
un amore che può darti solo chi ti ha creato.
Ricordo i consigli che non ho mai ascoltato
le mie scelte che il tempo e il fato
non mi hanno perdonato.
Ricordo i miei vent’anni
troppo pochi per cosi tanti drammi
avrei voluto amarmi
o almeno riuscire a perdonarmi.
Ricordo tante vite che ho sprecato,
speranze che come immondizia ho gettato.
Ricordo il mio riflesso allo specchio
che più non mi assomiglia
e la mia vita in frantumi come cocci di bottiglia.
Ricordo ricordi sfuocati,
risultati di errori e pensieri deviati,
tutte le strade giuste che ho lasciato,
tutte le volte che prima ho agito e poi pensato.
Ricordo incubi nel cassetto,
un mostro sotto il letto,
scheletri nell’armadio,
inchiostro e sfoghi sul diario.
Ricordo tante vite e tante scarpe consumate
su questo asfalto di questa strada.
Ricordo la mia mente
che confonde i miei ideali
corrotta dal mio angelo custode
con le corna e senza ali.
Ricordo troppi giorni amari
buttando gin e campari,
ricordo anestetici per questa vita dolorosa,
ricordo sempre anni sotto effetto di qualcosa.

Scherica Tallevi








Lorella Crivellaro, Il volto smarrito della tenerezza, Pellicano 2018


Appena uscita una nuova raccolta di poesie di Lorella Crivellaro: Il volto smarrito della tenerezza
(Pellicano, aprile 2018) ISBN 978-88-99615-47-5, pag. 106, € 10.00

Posso senz'altro scrivere di questa nuova scoperta, fatta ancora in rete. Mezzo che, se usato bene, può dare delle sorprese. L'uso è fondamentale. Fra tante macerie e presunzioni critiche accompagnati da funerali alla poesia e ai poeti, ancora una volta devo smentire, con prove certe, quanto invece sia viva, la difficoltà semmai sta nella cecità degli editori, grandi o medi che non stampano e non distribuiscono più neanche i grandi del passato. Così che, anche in questo,  la rete sazia la sete di quanti, come la nostra Autrice, al contrario, ne fanno mezzo di sopravvivenza.
La poesia non solo è più viva che mai, ma è ben migliore di tanti 'tromboni' venerati del passato.
Poiché oggi manca il sogno, la speranza, di pace o di lavoro che sia e proprio questo ci fa avvertire il vuoto e il nero che non già avanza, bensì a conquistato masse (definiti numeri) che si uccidono senza motivi, governati da pochi esseri infami e assetati d'un potere precario: visto che per tutti la morte arriva.
Quindi c'è in queste poesie come in altri tanti poeti attuali, la ricerca o se vogliamo, la speranza di un sogno, certo, d'amore soprattutto, ma in senso generale. Con parole precise, senza svolazzi inutili, la ricerca della propria identità, l'utopia del sogno e la speranza d'un mondo che cambi.
Ma lascio ai versi di Lorella Crivellaro che meglio delle mie parole dicono:

1.
Avere sempre cura di te

e rifugiarsi nel ricordo
nella fragilità di mani
che si sfiorano
fino ad abbandonarsi
all’eternità.

Non muore l’amore
nulla si dissolve
nel luccichio di stelle
quasi smarrite
a rincorrere la luce.
Pure nell’assenza
si svela la presenza.

Si solleva lo sguardo
e dita ferite
dall’ingiuria del tempo
ritrovano conforto
accarezzando l’invisibile.

2.
Quando ci sembrerà di camminare scalzi

lungo tratti sconnessi di sentieri sconosciuti,
quasi forestieri i nostri passi nell’incespicare
dei giorni a venire, sentiremo improvvisamente
un tremore inatteso sfiorarci la pelle,
lieve carezza sulle nostre spalle ricurve.

Sapremo come allontanare ogni distanza
che imprigiona l’esistenza
e nessun rimorso, nessuna paura
seppellirà i nostri sogni nell’agonia dei desideri.
Saranno lontani i compromessi
che la realtà impone al presente.

Amabili segreti coglieremo nella sala d’attesa
dei pensieri dismessi e spogli di confusi alibi
ci sveleremo nell’amore senza riserve.

Non ci perderemo nell’abbandono,
nelle pretese inutili. Impareremo ad amare
anche nel silenzio, compagno della solitudine,
nella libertà del dono reciproco di un istante,
incanto di braccia protese
a scorgere un’ombra di luce nell’infinito sguardo
che accoglie l’universo.

3.                              a Daniel Varujan                              
Ti scalderò
le mani tremanti dal freddo.
Non sanno più riconoscere
un gesto d’affetto
per il cuore trafitto
da chi ha indossato la morte.

Ti porterò
dove il male non esiste
e nessuno ci potrà piegare
con il fardello dell’iniquità.

Ti saprò ascoltare
nel tuo silenzio
che mai ha avuto amore.

Ti insegnerò
che anche sepolta dai soprusi
sopravvive la libertà di pensiero
come fiore che non si lascia intimidire
da chi vuole strapparlo alla radice.


[...]È assai probabile che la nostra Autrice abbia frequentato e frequenti molti libri di poesia, tale è l’attenzione che credo di cogliere in ogni goccia qui scritta. Un’attenzione rivolta spesso e soprattutto alle ultime grandi voci della poesia, voci di poeti poco ascoltati da vivi, la cui celebrazione sempre e soltanto postuma fa pensare a quanto spesso i critici tendano a politicizzare nel modo più servile il loro lavoro.
Per fortuna, come sappiamo, qual che ne sia la forma, l’Arte, abitando l’interiorità di ciascun pensante, può dare un’anima alle cose che esprimendo tocca e muovendo trasforma. Perfino la cosa più minuscola - sia essa dotata di concretezza propria o invece generata dalla capacità del nostro pensiero astratto - trova, alla stessa stregua della persona umana, la sua dimora in quell’Essere che le è proprio e che tuttavia la trascende, conferendole un destino che è, a un tempo, singolare e universale. Nel caso di Lorella Crivellaro, della sua ars poetica che attraverso “Il volto smarrito della tenerezza” abbiamo rivissuto in noi stessi seguendone gli appassionati e appassionanti versi, notiamo come in essi persista una straordinaria, fortissima umanizzazione delle cose, cioè dei significanti, che - appunto nel significare ogni singolo verbum - agiscono e sono agìti, attraverso l’intera struttura versuale, come l’elaboratissimo rovescio di una tela linguistico-espressiva la cui intima, segreta tessitura è ricca di preziosi e felicemente ritrovati intrecci, tant’è che qui abbiamo a che fare indubitabilmente con una poesia dalla quale ritengo non possa assolutamente essere disgiunto - in tutta la sua potenza animatrice e trasformativa - l’amore, nel senso che questo assume da ultimo in Platone.[...] La cura estrema delle parole, di ogni parola, come quella di ogni verso contiene la perfezione ritmica della musica; del cuore, oserei dire: quello di colei che scrive, quello di noi lettori.[...]

dalla postfazione di Antonino Caponnetto

Chiudono molte librerie indipendenti: crollo della cultura

Un ulteriore calo pesante determinato da crisi di vario tipo. Continuano a chiudere la gran parte delle librerie indipendenti. Gli italiani non hanno mai letto troppo, lo si sa da tempo, ma a questo si aggiunge anche l’incapacità e la voglia del libraio stesso di aggiornarsi, di consigliare al pubblico libri che dovrebbe leggere ma non ha tempo e, soprattutto, di ordinare, a richiesta, anche i volumi editi dai piccoli editori. Non limitandosi a contemplare in vetrina e al banco i vari Vespa, Volo, Dan Brown.
Contribuisce anche lui a spostare  anche i lettori più attenti verso le librerie online, che diventano sempre più attenti al loro pubblico sia per i costi che per la velocità del servizio.
Malgrado centinaia di sigle editoriali le librerie indipendenti sono ulteriormente scesi a circa 800 unità. Incredibile ma vero, mentre da noi chiudono, in Francia, Gran Bretagna (per citare solo i vicini di casa) ne aprono a centinaia, sostenute certo da leggi che, in qualche modo, ne limitano la concorrenza, sia con detrazioni fiscali che con tetti di sconto.

Storia di librai: Dante Costa, Pellicanolibri - Roma






Dante, della Pellicanolibri, libreria nella periferia romana, nel quartiere Casalotti:
da bambino usciva da scuola ed entrava nella libreria del nonno.
E, a quel punto, i compagni diventavano proprio loro, i libri… Il suo consiglio per il libraio esordiente? Una sufficiente dose di passione…


dal 1992
Video realizzato da Fastbook  filiale di Roma
Libreria indipendente L.I.R.; la pagina facebook ; il Sito

Mauro Macario Le trame del disincanto. Tutte le poesie



pp. 448, € 25,00


Non ho, e ne sono piuttosto felice, le capacità del critico. Soprattutto guardando oggi ai più noti di questo tempo oscuro. Ho solo e da sempre la gran voglia di scoprire la poesia d’ogni parte essa si trovi, nelle parole, certo, ma anche nella musica (sua complice) e in ogni forma d’arte.

Il lettore, malgrado abbia migliaia di libri a disposizione, se ne guarda bene dal frequentarli. Preferendo le immagini quindi perdendo l'immaginazione delle parole.

Fatta questa premessa qualche nota di lettura al volume di Mauro Macario.

Le trame del disincanto - Tutte le poesie (puntoacapo editrice) fin dal titolo dà l’idea del contenuto che si estende per circa 450, raccogliendo tutte le poesie e, in un certo modo tutta la propria vita che in esse è rappresentata. Difficile quindi in un breve testo descriverne ogni aspetto.

Vi trovo nell'insieme le disillusioni e i dolori che in verità, almeno per me, raccontano 'anche' la storia del nostro bel paese degli ultimi cinquant'anni. Per questo mi è tornato in mente il bellissimo Il secolo breve di Hobsbawm. La stessa estrema chiarezza e semplicità di come possa descriversi una ‘storia complicata’ che è la vita dell’umanità e al tempo stesso la vita di un Poeta, nel nostro caso dell’Autore:

[…]Di notte io
alle ore più piccole
divento mio figlio
e brucio a comando
nel mio ultimo letto
ho sette secondi per sfondare la porta
sette secondi per salvarlo dal fuoco
ma come afferrare uno spirito libero
che scivola via da ogni fessura?
la mano radice questa volta è la mia
ma non sono una quercia
il padre del padre
lui si l’avrebbe salvato col suo polso di ferro
mentre il mio tendine allungato allo spasimo
si spezza sui flussi e riflussi di fallite utopie
e diventa cupo rosario poco prima dell’alba
almeno cullarti da morto
lontano dal morboso occidente
trafugato in questo bosco nelle mie cellule vive
tra gregoriani lamenti e fresche acque sorgive
clandestino alla vita per timore di esistere
ora esisti davvero sulla bocca di tutti
a disonore del mondo e al suo cicaleccio
si muore più spesso in un ricordo sbagliato
che nella silente amnesia del piccolo vivere
dall’altra parte dell’oceano
ho guardato gli eventi accadere
accettando la resa in piena battaglia
lasciando avanzare il sottile nemico
tocca a me bruciare in silenzio
alle ore più piccole
ogni notte
per sempre[...] (pg. 292)

Il dolore maggiore è quello certamente della perdita di un figlio che, in questo caso, raggiunge l’atrocità di vederlo smembrato, tagliato, ridotto a pezzi da studio. Questo è senza alcun dubbio un dolore che inciderà per tutto il percorso umano - quindi letterario - dell’esistenza del Poeta. A questo si somma quello del vedere un paese crollare sempre più in basso, allontanando sempre più una qualche speranza di un miglioramento.

[…cerco nell’etere
la frequenza d’incontro
solo che il cielo
sopra il deserto
è un’officina di nulla
non è lí che sorge il richiamo
nella testa qualcuno mi scalcia
per uscire a guardarsi inventato
feto corsaro di un miracolo nero
interrato fra il lutto e le doglie
non c’è che il ritorno
alla cieca galassia
da cui sono partito
genuflesso alla collera
e a nessuna dottrina[…] (pag. 152)

e poi un certo abbandono e sfogo verso la medesima passione che sembra, come in dettaglio viene descritto nel libro, l’inutilità della poesia o, almeno, di certa poesia:

Basta poesia
un colpo di spugna
via i feticci
i balocchi i fantasmi
diamo sepoltura in mare
ai caduti traditi
dalle loro stesse reliquie
e disertando il cielo
rimarginiamo le stigmate
trivellate dalla maggioranza
Basta poesia
le suole scollate dei simboli
stancano le dita
che inciampano sul foglio
come rattoppate baldracche
dal trucco pesante
e il viso rifatto
che al rimorchio dei versi
pescano a strascico
nel cassonetto delle metafore […] (pag. 176)
Un testo intenso, ricco di riflessioni come Le trae di un disincanto non è dunque la storia in versi di un solo poeta, ma un canto generale d’amore – ma anche di rabbia - per la vita che si scontra e combatte contro il suo declino.

Affacciandomi sull'inguine immortale
ho spalancato l’estasi di sotto
per morire di meno
imperversano ancora quei tremori commossi
tra le coltri desolate
ed è lo schianto dell’abbandono triste
a infrangermi lontano
da ogni soccorso (pag. 23)

Il volume si arricchisce anche di un’appendice che fa luce su cos’era per ‘noi’ la poesia e su come “è andata a finire”:
A proposito della poesia Pioggia a Big Sur
Dalla Beat Generation alla Digital Degeneration

Solo adesso che il tempo utile dell’esistenza – utile a farne qualcosa – stringe il suo cerchio a ridosso del tramonto, torna a indorarci e ancora ci abbaglia la lucida memoria dell’adolescenza quando si estendeva a perdita d’occhio la terra promessa, una terra fresata e inseminata di scoperte nascenti, di sogni esaltanti, di utopie sublimi.
Se poi l’adolescenza coincide con una fase epocale dalle peculiarità uniche e irripetibili come quella degli anni Sessanta, la più luminosa e struggente, la più ricca di pulsioni umanistiche, dal dopoguerra a oggi, ecco che quella età, quella spugna assetata di conoscenza, di innovazioni, di rivoluzioni, di poesia multiforme, timbrerà per sempre la vita di quella generazione, la condizionerà nelle scelte etiche, negli imperativi morali, negli schieramenti ideologici, nelle vocazioni artistiche, nell’ascesa e nella caduta di ogni tensione onirica.
In quegli otto anni che vanno dal 1960 al 1968 è accaduto tutto. La carne tenera della coscienza adolescenziale come un tessuto assorbente s’è impregnata di tutte le emanazioni e le trasformazioni metamorfiche di un contesto socio-storico che assunse le caratteristiche di un vero e proprio cambiamento epocale, di un cataclisma poetico e catartico, creando la generazione “contro”, la generazione utopica, la generazione che credeva nell’altrove. L’altrove di Rimbaud. […] pag. 421

Un testo intenso, ricco di riflessioni come Le trae di un disincanto non è quindi la storia in versi di un solo poeta, ma un canto generale d’amore per la vita che si scontra e combatte contro il suo declino. Da tener caro - oltre che leggere e rileggere - come testo da consultare sulla Poesia.
b. c.
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Bruno Petretto: omaggio a William Turner e la libreria della Natura

Bruno Petretto: omaggio a William Turner e la libreria della Natura

Ispirata alla visione e all’opera di William Turner (pittore e incisore inglese 1775/1851), nello spazio espositivo del liceo artistico Filippo Figari di Sassari si è inaugurata il 9 febbraio la mostra delle opere di Bruno Petretto come omaggio al pittore  inglese: “La libreria della Natura”.

In un periodo come il nostro, dove molti parlano vanamente di come il nostro pianeta stia soffrendo per la capacità di soffocare, sfruttare, avvilire e assassinarlo, ancora una volta (e certo non ultima) mi soffermo alla visione ben diversa che poche persone hanno di come rapportarsi con la propria madre: la terra.
Argomento trattato - e che dovrebbe essere diffuso a partire dalle scuole d’infanzia - in maniera approfondita in alcuni documentari del regista francese Yann Arthus-Bertrand: Home, Human, La terra vista dal cielo e in altre opere.
Nei lavori di Petretto c’è la volontà di ridare all’arte oggetti della natura stessa che andrebbero in decomposizione: filamenti di pala di fichidìndia, arbusti, cortecce e altri materiali vegetali, diventano libri d’arte da sfogliare e resistere al tempo.
le foto sono di Giuliana Mura



Stefano Iori Lascia la tua terra – Sinfonia del congedo

ISBN 978 88 94903 16 4. pag 80, € 9.00
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Gradualmente anno dopo anno vedo avviarsi Stefano Iori verso la grande Poesia, quella che nel tempo rimane e al tempo ci e si concede.
Un linguaggio più semplice e diretto dove la parola punta dritto e senza inchinarsi a stili e metafore, che spesso nulla contengono. Lascia la tua terra si fa leggere senza alcuna difficoltà, accompagnando il lettore nei dubbi e incertezze della vita e del pensiero dell’Autore che, come attraversando l'ombra d'un cammino incerto, inversamente, tratta e cerca di far luce su temi affatto che semplici.
Molto si potrebbe citare della poesia lasciata in eredità dei tempi passati in merito alla vita e alla morte e, come spesso accade, quando i poeti scrivono di morte, urlano alla vita. 
Qui è 'forte' la ‘solitudine’, quella solitudine che il poeta che tende lo sguardo, vede in sé guardandosi attorno.
Mentre i nostri tempi così bui sembrano allontanarci dall'arte e dallo stesso vivere del sé e con sé, si stacca ancor più da ciò che lo circonda, sfidando il vuoto, penetrando nelle vite altrui e nella propria, così che i versi diventano, come da sottotitolo una “Sinfonia del congedo”.
Quasi scusarsi con sé:

Non so più con chi stare / e lo specchio non basta / 
Nessun tocco o carezza / nessun bacio d’intrigo /
S’avvicina la morte / e l’aspetto da solo /
 Singolare contesa / nel silenzio rotondo

Lo stesso Autore ci avvisa nella nota al libro:
[…La raccolta parte da un in principio (il bere­shit che apre la Torah), per arrivare a un nuovo, ulteriore cominciamento. E in principio c’è la paura della morte, ma anche il suo ineffabile e mostruoso fascino.]

Quanto metto di volontà nei gesti? / Fletto la gamba o questa cede da sé?
Tremore d’ansia o brivido demente?
L’anima ancor fiera / non vuole risposte / dal corpo che smuore

In questa nuova raccolta avverto una maggiore attenzione al ritmo e alla musicalità del verso, tralasciando la punteggiatura, spesso d’obbligo, inutile o meno attenta, e come 'sinfonia' chiude di volta in volta il verso con naturalezza.
Anche probabile l’ascolto e la lettura di tanta poesia da congelatore da spingerlo oltre la noia del presente cercando altrove bellezza e stupore, e ogni traccia diventa riga sino a concludere ogni volta una storia completa. Il lettore rileggendo potrà interpretare in modo diverso ognuna di queste 'storie'.
Così nell'allontanarsi fino a sparire, il Poeta traccia il proprio cammino, abbandona la giovinezza, dimentica l'infanzia e quasi gusta il proprio cammino verso la fine.
Libro da leggere, rileggere e "tenere sul comodino" a portata di mano.

Insidiose letargie / intonano canti / dal ventre grasso / della terra esplorata

Coro di sirene / che illude il viandante / Il già detto / è in agguato
Poi spuntano viole / dai petali setosi / Le carezza il savio / con mano muta
Il folle ne fa ghirlanda / per ornare il nuovo regno / delle voci che verranno
Benedetto sia / ogni grano / di stupore

Ma lo stupore dalla tregua passa al rammarico:

Notte
Legni si piegano / sotto il peso dei libri / Macchine e carte / 
mordono il tavolo / che piange nel buio / con gemito sottile
Notte / La sedia respira / senza il mio peso / Leggerò domani / ciò che non ho scritto

Dall'ombra grigia verso il buio, nella solitudine del cammino verso il nulla o la morte, o la ricerca attraverso la Storia, anzi le molte Storie frequentate dall'Autore, di accenni di speranza, bellezza o quiete.

Traggo ancora dal libro:
1.
Rabbi Bunam ebbe a dire:

Continuamente passiamo
attraverso due porte:
fuori di questo mondo
dentro il mondo futuro
e di nuovo fuori e dentro
Fintanto*

Si rallegra il giovane
cui un demone gentile
assegna lieti istanti
di luce e grazia

Memoria garbata
di giorni beati
sarà trofeo
di quella fortuna

È benevolo
il piccolo dio

Poi

Avide ombre appaiono
Materia d’illusione
Parvenze di senso
che urlano senza dire

* Da I racconti dei chassidìm, op. cit.

2.
Insidiose letargie
intonano canti
dal ventre grasso
della terra esplorata

Coro di sirene
che illude il viandante

Il già detto
è in agguato

Poi spuntano viole
dai petali setosi

Le carezza il savio
con mano muta

Il folle ne fa ghirlanda
per ornare il nuovo regno
delle voci che verranno

Benedetto sia
ogni grano
di stupore

3.
A rabbi Aronne fu chiesto
cosa avesse imparato
dal suo maestro
il grande Magghid
“Nulla” rispose questi
“Ho imparato il nulla
il senso intimo del nulla
Ho capito che sono nulla

e che pure sono”3
I margini del nulla
non sono luce o buio
eppure hanno voce
sottile e impensata

Ai margini del nulla
cieco sta un lume spento
nella tenebra smagliante

Stefano Iori è nato a Mantova nel 1951. Dal 1979 al 1985 ha svolto un’intensa attività teatrale e televisiva, in Italia e all'estero, come attore e regista. Debuttò come saggista nel 1992, firmando il volume Scritture del teatro (edizioni Provincia di Mantova). Iscritto all'Albo dei Giornalisti Professionisti, è stato redattore del quotidiano La Voce di Mantova dal 1992 al 1999.
Si è rivelato al pubblico e alla critica con la filmografia ragionata I Grandi del cinema. Tinto Brass (Gremese Editore, Roma, 2000). Ha collaborato con vari editori in qualità di curatore, fra questi anche Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato tre libri di poesia: Gocce scalze (Albatros Il Filo, Roma, 2011), Sottopelle (Kolibris, Ferrara, 2013, con prefazione di Gio Ferri) e L’anima aggiunta (Edizioni SEAM, Roma, 2014, con prefazione di Beppe Costa e traduzione inglese a fronte; seconda edizione per i tipi Pellicano, 2017). Nel 2015 ha pubblicato il romanzo La giovinezza di Shlomo (Gilgamesh Edizioni, Mantova). È direttore responsabile dei "Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi" e della rivista di poesia "Versante Ripido", nonché direttore artistico del Mantova Poesia-Festival Internazionale Virgilio e del Sirmio International Poetry Festival. È condirettore del blog di poesia Trasversale e coordinatore del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Sue poesie, oltre che in inglese, sono state tradotte in spagnolo, lituano e rumeno.