beppe costa sceglie: Stefania Battistella

Non a caso, ancora, malgrado gli anni che disturbano la vista, riesco, ma forse è il 'naso' a scoprire diversità in poesia, musica, teatro, insomma in quell'arte che molti dicono non serva a nulla.
Molti di questi tempi. Tempi bui, senza soluzioni.
E' forse proprio questo allora che maggiore è la qualità di ciò che, soprattutto i giovani, sentono, narrono, esprimono e, ancora, fotografano: il disagio totale, quello senza alcuna speranza. Chi sente sa, anche se giovane, che le speranze si cedono - gratuitamente - a chi si vuol prendere per i fondelli: operai, occupati a mezzo servizio, disoccupati e migranti ché, poi, lo siamo tutti, salvo quei mascalzoni al potere, quasi ovunque che sono stati capace di massacrare parte della popolazione con quell'arma impropria che è la propaganda televisiva.


Ed è così che - profittando di questo - molte case editrici, propongono pubblicazioni a chi altro mezzo di lottare non ha se non la parola.
Fra queste, ne scelgo alcune di Stefania Battistella, diversa certo, ché come oggi accade e dicevo, le vie sono davvero infinite, di pari passo
e la rete, per i curiosi come me, diviene un mezzo formidabile, laddove altri hanno fallito - almeno con me.
Lascio lo spazio al poeta

beppe costa


Buco d'aria

Ho la borsa bucata
perdo felicità per strada
pago il pieno e poi lascio la scia
sfamando chi per caso passa di là…
prima euforia inscalfibile
poi bisogno latente…
non so cucire
non so tappare
ridotta a contare con parsimonia
le gocce di cuore che non sono mie
Colpa dei bisogni…
… e peggio di un clochard ubriaco
Rubo col permesso fittizio
Pezzi di ghiaccio sporchi di alcool
Dai tavolini delle cene romantiche altrui
Per metterli nella borsa bucata
E sperare di non vedere il fondo
Per non perdere gli occhi con gli ideali;
Che cadrebbero…
Fuori da me


Il mostro

Ti voglio rubare gli occhi
Il copione che leggono
Il tempo che conta l’amore
Quello che manca
Voglio sporcare tutto quello che pensi
Ogni posto che guardi
Ogni carezza che dispensi
… voglio rompere la vita
Quella che c’è sopra la pelle
La tua pelle… la voglio rigare e tagliare
Fino a quando non fa più rumore
Quelle mani, chiuderle dentro un baule..
….. poi una spruzzata di polvere
La bellezza del disegno
Togliere al cuore il sostegno
Tutto quello che sarà.. una dimostrazione…
La pazzia dell’amore senza luogo
Tutto ha bisogno di un posto
Per prendere parte al mostro…

Immobile

Mi devi cercare
Poi ti devi fermare
Perché per scrivere poesie
Devi stare immobile e sentire il tempo fermo
Bloccarlo con uno sguardo
E lasciare che le parole vengano…
… ad accarezzarti il viso
…. Devi lasciare che escano
… da quella nuvola così tanto reale..
Troppo reale…
Ci vuole un luogo
Ci vuole pelle
Ci vuole “immobile”
… anche per scrivere poesia come questa..
Nata già vecchia
Sull’orlo di una corda di violino
Pronta a immolarsi per un suono
Ma stammi…
Più vicino

Cuore


E sono io
depongo le armi
si arrugginiscono dentro dolore
appiccicoso
la pioggia calda
vaporosa
scioglie la corazza di cera
i resti delle sere immaginate
e finite nel ghiaccio
il colore gocciola via
mescolato
senza più contorni individuali
si lascia andare
dalle dita alla terra
e quando cade
il mondo si appesantisce un po’
perché lui è
letto di eterne battaglie





Stefania Battistella: "briciole di pensieri e di velluto", Altromondo editore, € 10.00

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altromondo editore
http://www.altromondoeditore.com/shop/home/detail/762

Alberto Mori per Chiara Daino "Metalli Commedia"

Thauma 9788897204060, pag. 182
Nella fisiologia umana esiste un crocevia pineale sottonuca dove la memoria in istantaneo flash dei sensi sintetizza stuporea tutta la passione e la dedizione per il rock e bisogna aver molto pogato ai concerti per conoscere che questa folgorazione fulminea ad esecuzione in corso del brano musicale è essenza di tutta una esistenza. Metalli Commedia chioda ed inchioda questo piacere progressivo, disseminandolo nell’artato parallelismo con la commedia Dantesca.
Il periodare dei versi terzinati, sperimenta una sfida, seguendo “la stella fissa di questo mio chiodo”. Borchiato, ovviamente. Del resto non è pleonastico
affermare che le strutture strofiche sono icasticamente martellate all’interno di un (ec)citazionismo sempre coerente al concept trainante dell’Heavy Metal.
Esso trascina e ritma con sé, le pulsioni erotiche, lo squarto dark gotico, il “Black Sabbath” della celebrazione metallara, il brand di vasta parte della sua iconologia guerriera, di branco spirituale devoto che urla nel suo wall of sound.

Metalli Commmedia è una saison a l’enfer di dannati illustri, lanciata in montaggio ad attrazione random, quasi in videoclip verbali, con la materia del rock e della letteratura, anch’essa interpretata nel clima della gloria viscerale del metal.

Novella luce metal si diventa/quando dell’arte si ha lo riscatto/
che falso fattor dir non si consenta”.

Il Metal viene scelto da Chiara Daino per raggiungere un dire diamantino:
Forgia in tal senso, una vera e propria crew di parole linguisticamente
idomatiche del gergo metallaro, inchiavardate nelle oscillazioni semantiche
e fonosimboliche fra gli anglismi e gli assunti Stil novisti della lingua Dantesca.
Ad es.: “I’fui lo Scott Ian d’Antrax divertenti”, in questo caso, ad una pronuncia a voce alta dell’asserto, si nota che la stessa dinamica fonematica istantantanea trascina (sarebbe corretto seguendo l’idioma della Daino scrivere thrashina) direttamente all’interno dell’ AC / DC, nella corrente alternata degli amplificatori marshall impilati a picco sul palco. Così questo viaggio di una “dama” che si cala e trasfigura in un reame infernale gotico interrogando le tante favelle della sua stessa passione metallica, sembra continuamente essere on stage con musicisti, poeti, artisti, convocati e colti nel loro riconoscimento con la meraviglia partecipata della fan e parimenti visionati da mirabile saggezza di vera agiografa del metal rock, in grado di rendere le postille del libro succulenta vigna di tutti i fermenti conoscitivi della poetessa. “Ivresse” che anche nelle note a compendio, perdura e stimola seminale disparati percorsi ulteriori.

Metalli Commedia ricongiunge la dama viatrix alla summa orgiastica dei suoni fino ad una vera e propria preghiera, la quale giunge davvero quando tutto il fuoco metallico è stato dispiegato ed il gesto dell’ Heavy Metalist solleva le dita nel simbolo falangeo tricornato. Si compie la mission del verbo che rivede probabilmente (e qui aggiungo mio rimando adolescenziale) anche la Highway Star degli antenati Deep Purple.

Questo libro, arduo ma fascinoso, ha l’artificio basico infratestuale e stordente del metal e richiama a sé adepti sferrando contemporaneamente la sua energia.
Per ottenere ciò, non si occupa certo primariamente di essere letto, ma di qualcosa che profondamente possiede la poetessa e che ella sguaina frontalmente davanti al palese confronto performante con la lingua Dantesca, per i suoi inneschi personali, talvolta sorvegliatamente pulp, poiché il sillabato di Dante è refrain che riveste la foga sempre ed unitamente all’ultratestualità estrema propria e tipica della poetessa.

Così anche per questo motivo è bello perdersi girovaganti in Metalli Commedia ed amalgamare che cosa vuol dire con quello che si dice, seguendo l’amore totale che la “dama” offre dai sensi, eseguiti ed eseguenti, ai riff in assolo delle sue band preferite. Infernate & devote all’Heavy Metal.



VERONA 05 Marzo 2011 - Presentazione collana poetica THAUMA


VERONA 05 Marzo 2011 ore 18.00 Presentazione collana poetica THAUMA a cura di alcuni autori.

Appunti e note Alessandro Assiri e Serse Cardellini

presso la LIBRERIA BOCÙ
GALLERIA MAZZINI - VICOLO SANTA MARITANA 1/B
VERONA

Thauma edizioni ha dato vita a una collana poetica itinerante che, avvalendosi di un curatore responsabile per ogni regione italiana, segue da vicino realtà “emergenti e non” sul territorio.

http://www.thauma.net/collanapoetica.htm

Obbiettivo primario dell’iniziativa è l’intento di offrire un reale incontro tra scrittori e che questi possano trovarsi anche all’interno di una rete distributiva indipendente formata da librerie attente ed associate al progetto.

Viviana Piccolo e Beppe Costa in "Anche ora che la Luna", all’Asino che vola

Giovedì 24 febbraio - ore 21,30

L'Asino che Vola via Cimarra, 34-35-36 - Rione Monti Rome, Italy

video-musica-letture, tratto dal volume di Beppe Costa "Anche ora che la luna" (Multimedia Edizioni-Casa della poesia)


Viviana Piccolo
Nasce a Pordenone e completa i propri studi universitari laureandosi in Filosofia. Specializzata in teatro e teatro/ danza. Dal 2007 debutta come regista con i seguenti spettacoli: Spettacolo - concerto su Erik Satie, Fando y Lis di Fernando Arrabal (2007),che è stato presente anche nella programmazione dell'Arena del Sole di Bologna nel '09 A cui è stato dedicato un servizio alla rubrica “Chi è di scena” di Rai 3 diretta da Moreno Cerquetelli. Jacques e il suo padrone di Milan Kundera (2008). Il Castello dei Clandestini 2010 ( Monologo inedito di F. Arrabal dedicato a Viviana ) che ha debuttato a “La Soffitta” del DMS, Bologna e presentato al Festival di Spoleto. Ritratto di Spalle di Rocco Familiari 2010 che ha debuttato al Tearto di Messina a Novembre 

Tributo a Janine Pommy Vega



Un commosso tributo a Janine Pommy Vega, una grande voce poetica che si è spenta da poche settimane...Janine Pommy Vega, a soli 16 anni andò da Union City, New Jersey, dove viveva, a New York in cerca della Beat Generation che aveva conosciuto attraverso i libri che leggeva. Incontrò Gregory Corso, e tramite lui gli altri scrittori. Dopo essersi diplomata si trasferì definitivamente a New York. Nell’autunno del 1962 lasciò l’America insieme a Fernando Vega e viaggiò con lui per tre anni in Israele ed Europa. Dopo la sua morte nel 1965 tornò in America e completò il suo primo libro Poems to Fernando, che fu pubblicato da City Lights Books nel 1968. A San Francisco frequentò i Diggers, Hell’s Angels, e gli scrittori di North Beach, e perse quattro volte di seguito i manoscritti del suo secondo libro. Nel 1971 partì per il Sud America e visse in Perù, Colombia e Bolivia per i successivi quattro anni. Durante il suo soggiorno all’Isola del Sole nel Lago Titicaca in Bolivia, terminò "Journal of a Hermit" (Cherry Valley Editions, 1979) e "Morning Passage" (Telephone Books, 1976). Tornata a New York nel 1975 cominciò ad insegnare poesia ai bambini di lingua inglese e bilingue nelle scuole pubbliche e ai prigionieri del Sistema Penitenziario dello Stato di New York. I suoi viaggi nel corso degli anni ottanta e novanta furono le basi per "Drunk on a Glacier, Talking to Flies" (Tooth of Time Press, 1988); "Threading the Maze" (Cloud Mountain Press, 1992); "Red Bracelets" (Heaven Bone Press, 1992); "Tracking the Serpent: Journey to Four Continents" (City Lights, 1997); "Island of the Sun" (Longhouse, 1991) e "Mad dogs of Trieste" (Black Sparrow Press, 2000). Attualmente dirige Incision/Arts, un’organizzazione che porta gli scrittori nelle prigioni. Membro del PEN American Center’s Prison Writing Committee, è coautrice con Hettie Jones di Words over Walls, un manuale sull’attivazione di laboratori di scrittura in prigione. Ha ricevuto borse di studio dal New York State Council per le Arti, S.O.S., e dalla Puffin Foundation. Ha presentato il suo lavoro in molti paesi, spesso accompagnata da musicisti. Partecipa da anni alle attività di Casa della poesia ed è stata presente a: "Parole di Mare" (Amalfi, 2000), "Napolipoesia 2001", "Lo spirito dei luoghi" (Baronissi, 2000), "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo" (Sarajevo, 2003 e 2009), "Il cammino delle comete" (Pistoia, 2001 e 2004), "Altre Americhe" (Napoli, 2005), "Il Borgo della poesia" (Giffoni V.P., 2006), "VersoSud" (Reggio Calabria, 2009). Nei Quaderni di Casa della poesia ha pubblicato, nel 2004, il volumetto "Nell'era delle cavallette". La casa editrice Nutrimenti ha pubblicati nel 2007 la raccolta di scritti di viaggio, "Sulle tracce del serpente". Janine Pommy Vega si è spenta il 23 dicembre del 2010.
* E come ricordarla, se non grazie alla sua poesia: immortale! I due testi che seguono di Janine Pommy Vega - Patrick Nolan e Dedicato a te, dall’altra parte sono tratti dall'antologia “Poeti da morire” Ed. Giulio Perrone, a cura di Marco Cinque, con prefazione di Margherita Hack... Patrick Nolan Ho letto le poesie sulla tua infanzia di com’eri ammanettato e continuamente violentato da un patrigno che odiava i tuoi capelli rosso fuoco, che nascondevi sotto un cappello e lui prese il tuo cappello e lo gettò dal finestrino dell’automobile. Penso agli abitanti del Braccio della Morte, quelli che da bimbi furono tutti violentati i violentatori, gli assassini: il 100% come la ghianda non cade lontano dall’albero così la crudeltà è un’arte che si impara subendola non un atto naturale. Ho difeso le tue poesie in concorso: dettagli forti e precisi senza autocompatimento, fino a che un lettore si commuoveva alle lacrime, e hai vinto il terzo premio. Sono venuta a trovarti, come visitare un paese straniero nelle correnti del fiume Sacramento. Tutti i laboratori a Folsom cancellati per la pioggia, mi hanno dato una stanza vicino al Cortile con soltanto due studenti, tu e un altro come fossi venuta a trovarvi in Turchia potemmo avere un’ora di visita in privato i tuoi capelli rosso fuoco scuri degli anni trascorsi dentro Una rana iniziò a gracidare vicino alla grondaia in un angolo interrompesti il nostro incontro per cercarla e la portasti fuori, dandole una possibilità di sopravvivenza. Ho pensato a come la compassione inizia partendo da se stessi per arrivare a includere tutti gli altri, come tu e le tue poesie siete cambiati. Ho sentito che l’altra notte sei morto. Sono scesa dalla montagna ho osservato gli alberi nudi nel sole, dicevano che tu sapevi che stava arrivando, c’erano centinaia di boccioli di acero sul suolo della foresta: alcuni rossi sono proprio naturalmente meravigliosi. Willow, NY, 14 aprile 2000 Dedicato a te, dall’altra parte Tu non puoi portare via questa mattina di lillà, l’aria leggera tra i rami del salice e ancora la sua vita nel piccolo cortile mentre gioca col suo camioncino rosso fino all’ora della nostra merenda e il suo pacchettino di M&Ms fino all’ora di pranzo. Tu non puoi portare via l’adolescente entusiasta che balza giù per le scale incontro ai suoi amici o la sua stanza in disordine con i calzini sparpagliati ovunque e il tamburo che aspetta il suo ritorno in un angolo, il suo amore per la musica e la magia, i trucchi con le carte e la maschera di gomma da lupo, il suo blocco di appunti vivo di scarabocchi e indovinelli, il suo largo sorriso entusiasta mentre sta con Tito Puente nell’Union City bar. La tua stupida paura, hai sparato allo sconosciuto durante la tua rapina maledetta al benzinaio, con la tua pistola spianata come se fossi stato beccato ex coitus in una cabina telefonica con le braghe calate e gli occhi ancora sbarrati. L’orrendo fiore rosso sul suo collo, dove il sangue scorreva: ucciso sul colpo. E sei fortunato a non avermi incontrata allora la rabbia selvaggia in me ti avrebbe fatto a pezzi, forte e alto come sei, un arto per volta. Ti avrei abbattuto al suolo e avrei strangolato la tua vita via da te, l’avrei presa a te come tu l’hai presa a lui sei fortunato che non mi hai trovata, tremante di odio e vendetta. I mesi sono passati. Hai portato via il suo attimo futuro, ma non lui il suo spirito ancora vive nel cuore del mio dolore. Hai attraversato il mistero della vita di un altro fermata dalle tue mani e nessuno ti sarà vicino nel ring mentre combatti con questo fatto. Mi chiesero se volevo la pena di morte. Mi ridarà mio figlio? Non ammorbidite la verità, dico, di aver gettato via, sulla faccia del cielo la sua vita preziosa, come fosse un pensiero secondario. Non fermate la crescita della consapevolezza in te, dico, fino a quando raggiungerai il luogo del possesso di ciò che hai fatto, e avvertirai il peso insopportabile di ciò sulla tua anima, come un’incudine di ferro. Ucciderti fermerebbe tutto questo. Renderebbe gli altri responsabili della tua giustizia, mentre essa viene dal di dentro, più tremenda e intima di un giudice senza volto e del freddo artificio dell’esecuzione. Che tu possa vivere, dico, per tutto il tempo che ti occorre per possedere la coscienza di ciò che hai fatto, che la freddezza possa trasformarsi in dolore, e il dolore chiedere giustizia. Che il giudice in te possa essere giusto, e lo spaventoso mistero della tua sofferenza ti si dischiuda dentro. Willow, NY, aprile 1996 * Nel video che segue, Janine Pommy Vega a Sarajevo legge "Dall'altra parte del tavolo" una poesia dedicata alla grande famiglia poetica di Casa della poesia:  



Dal'altra parte del tavolo Sto leggendo le tue poesie / e un enorme edificio sgangherato compare, / la luce di centinaia di candele / si riversa sulla neve. / All’interno al lungo tavolo bolscevichi massicci / come idranti forgiano le loro discussioni / con giovani Dostojevsky / e socialisti provenienti da una ventina di paesi. / La pelle nero blu del cantante tuareg / brilla con le costellazioni / sahariane mentre lui canta nella lingua del vento, / quella che sua madre gli ha insegnato, / quella proibita a scuola. / Un gruppo di poeti solleva i bicchieri di grappa / e canta con lui. / All’estremità del tavolo, gli intellettuali assaporano / con gusto le sfumature /i riferimenti nascosti e i temi sottesi, / qualcuno si lecca le dita. / La donna sudamericana con la voce di un treno / che geme / attraversando le piccole città degli scomparsi si piega /verso il sikh e le sue sillabe di Guru Nanak. / La sciamana siberiana crea nel suo canto / una maschera di corda / annodata attraverso la quale noi / vediamo la processione di animali / sui vasti territori del nord. / Una danza di corteggiamento e mele comincia all’alba. / Tre giovani con una stridula colonna sonora / gridano simultanee / storie personali di orrori di guerra. / C’è qualcosa nelle caverne del cuore / in cui tutte le canzoni si incontrano, / Bella Ciao, l’Internazionale, il riff jazz e la ninnananna / il dramma di mani sopra un tavolo fra i sordi / e quelli che cantano. / C’è qualcosa nelle caverne del cuore / in cui tutte le canzoni si incontrano, / Bella Ciao, l’Internazionale, il riff jazz e la ninnananna / il dramma di mani sopra un tavolo fra i sordi / e quelli che cantano. / La chiave è nel diamante della porta, / aprite, sono io. / Nella poesia che tiene la porta socchiusa, / ah, stavamo aspettando

Dall'altra parte del nostro tavolo ci sarà sempre, anche se ora non ci par di vederla... la ascoltiamo, la leggiamo! * Domenica 20 febbraio al Colony Cafe, Woodstock New York ci sarà il Janine Pommy Vega Memorial. Col cuore ci saremo anche noi, con tutti i poeti che da ogni angolo del mondo hanno condiviso con lei amicizia, solidarietà e versi. * Hanno contribuito a questo omaggio gli amici di Janine Pommy Vega: Marco Cinque e Sergio Iagulli.

beppe costa sceglie: Viviana Piccolo al Teatro dell'Orologio di Roma: Il Castello dei Clandestini



"Il Castello dei Clandestini"
Monologo inedito di Fernando Arrabal


Roma Teatro Dell'Orologio
Dal 22 Febbrario al 6 Marzo


Dedicato a Viviana Piccolo

Diretto e interpretato da Viviana Piccolo

Traduzione di Massimo Rizzante
Collaborazione artistica Paola Caldarelli
Musiche Daniele Novello, Carlo Cenini
Scenografia Paola Forino, Elisabetta Pola, Thomas Vallini
Luci e video Tiziano Ruggia

"Personaggio unico: Lerry nel suo castello di emigranti. Lei è una duchessa molto bella che ha l'età di Viviana Piccolo.

Scenario:
Camera da letto occupata ("squottata"), un tempo aristocratica,
ora trasformata in una bolgia. Bidone della spazzatura capovolto.
Due porte, una a destra e una a sinistra. Varie tende ("quechuas")
a forma di guscio di tartaruga, minuscole: le più piccole, appena
montate, hanno colori mimetici e sono imbtrattate dei nomi, dei
vari e successivi occupanti. Un letto monumentale a baldacchino:
quello di Lerry. Tre finestre: sinistra, destra e centro. Epoca,
ovviamente, attuale.






Si sentono spesso spari isolati. Lerry entra da una porta della platea. Si rivolge a uno spettatore seduto nell’ultima fila. Gli parla quasi confidenzialmente.


LERRY: Sono i miei adorati colombi profumati di stelle: gli emigranti che si rifugiano nel mio castello. Hanno saputo che la polizia, per taccagneria e insulsaggine, accusa il loro leader di essere un terrorista. Su di me si sono inventati che ho una malattia mentale ereditaria. Il che è altrettanto falso”.[…]

Il monologo affronta in maniera originale ed inedita nel grande stile di Fernando Arrabal la tematica dell’immigrazione. Argomento questo profondamente sentito dal grande drammaturgo che è stato costretto durante il regime franchista all’esilio per anni. Per usare le stesse parole dell’autore non è solo immigrazione ma sradicamento, così egli definisce se stesso: “Io sono uno sradicato, non ho radici ma gambe appartengo al paese dell’esilio” da L’Unità del 3 febbraio 2009.
La Duchessa Lerry nell’opera si fa portavoce e regina dell’umanità migrante del mondo, testimone dell’esilio, trasformando il proprio castello in un inusuale centro di accoglienza.
Il monologo è ambientato nell’epoca attuale ma non prevede per i motivi sopra citati una precisa collocazione spaziale. Lerry parla dal suo castello al pubblico che si trova con lei dentro allo stesso castello, proteggendo tutti gli sradicati del mondo; se dovessimo definire un luogo allora diremmo con Arrabal che ci troviamo nel “paese dell’esilio”. Fuori dalle mura di questo paese ci sono “le autorità” che in principio tentano maldestramente di rapportarsi a lei e nel finire giungono ad un vero e proprio scontro sgominatore.

[…]“LERRY: Nella nobile muraglia si trova dissimulata una porta attraverso la quale, come fosse uno sfintere, né più né meno, l’Umanità circostante evacua i suoi emigranti clandestini. Vengono cacciati verso il nostro ingegnoso castello in un velocissimo aprir e chiudere di porte. Poi vengono trasportati in aeroporto e rimandati indietro con i charter. Ma io sono qui per impedirlo”.[…]


DELTEATRO.IT
http://delteatro.it/recensioni/2010-03/il-castello-dei-clandestini.php

Nella bella stagione della Soffitta - il teatro universitario del Dams di Bologna - stagione degna di uno dei migliori stabili d'innovazione, è andato in scena un lavoro curioso e inatteso. Stiamo parlando di Il castello dei clandestini, opera inedita e recente di Fernando Arrabal. A farsi carico totalmente dello spettacolo è la giovane regista e attrice Viviana Piccolo. Il castello è un monologo intenso e altalenante, vibrante e surreale come consuetudine dello scrittore franco-spagnolo. Autore prolifico, patafisico e surreale, fondatore del Movimento Panico con Topor e Jodorowski, antifranchista militante, Arrabal ha una cifra narrativa in cui forte è l'elemento ironico, in una vertigine linguistica sempre spinta al limite. E in questo monologo, dedicato proprio alla Piccolo e scritto per lei, Arrabal si è inventato il ritratto di una fantomatica duchessa, mezza folle mezza eroina, che accoglie - o forse sogna di accogliere - nel proprio castello un gruppo nutrito di immigrati, cui non lesina cibi, droghe e cortesie sessuali. La duchessa si fa paladina dei suoi uomini, novella Jeanne D'Arc che raggiunge il misticismo con fellatio a ripetizione e con una sorta di venerazione per un immigrato misterioso, tale Miguel, accusato di terrorismo e inseguito senza tregua dalle forze dell'ordine. Ma la duchessa, che per far spazio agli immigrati non ha esitato a sterminare la propria famiglia, difende a spada tratta Miguel, fino alla fine. Il testo, dunque, è un'onda anomala di parole e sogni, di improvvise sterzate e subitanee volute, di arrampicate verbali e digressioni sessuali: un'incessante vertigine di sogni e allucinazioni, di battute feroci e dissacranti verità. Ed è stata brava Viviana Piccolo a domare questa incandescente materia, fin troppo ridondante, incardinandola in una struttura complessa di elementi e codici che si mescolano - con maschere, amplificazioni, video, burattini, tarocchi, danze e telefoni eternamente squillanti - senza però mai perdere il ritmo, il tempo, il senso anche nel non-senso. Esile ed eterea, la Piccolo svela invece possente presenza fisica, e un gusto smaliziato di giocare con le grevi situazioni concepite da Arrabal. Ma sottotraccia, in questo racconto apparentemente grottesco e stralunato, resta il disagio per quell'assenza, per quegli immigrati tanto citati e mai visti: inseguiti, sperduti, indifesi, li immaginiamo raccolti nelle piccole tende che fanno da sfondo alla scena. E di loro Arrabal parla con affetto, con solidarietà: ma solo i folli, come la nostra duchessa, si ostinano ancora a star dalla loro parte.
Andrea Porcheddu



“ Pagine”
IL Castello dei Clandestini di Fernando Arrabal
Apologo, fantastica visione, metafora “nera”, bassa, cattiva del rapporto società e potere, poetica rappresentazione della condizione umana tutta stretta nella relazione fra individuo e forze occulte (religiose e politiche) che tendono a schiacciarlo, sesso e pornografia come “gioco” e unica chiave di salvezza di una umanità senza più controllo, poema solipsistico di una immaginazione malata: surrealismo e realismo uniti insieme pericolosamente in una drammaturgia ossessiva, perentoria, senza scampo e senza luce, al di là della storia e del tempo, infantile e crudele, semplice e barocca straordinariamente classica e moderna, antica e contemporanea, rutilante e malferma nella sua struttura, ma forte e vitale nella scrittura quale è il testo scritto dallo scrittore Fernando Arrabal per l’attrice italiana Viviana Piccolo, e a lei dedicato: Il Castello del Clandestini, presentato in “prima assoluta” al teatro universitario “La Soffitta” di Bologna, alla presenza dell’autore.
Lerry, una Duchessa molto bella, e forse anche un po’ matta – ricorda “La pazza di Chaillot” di Giraudoux – accoglie nel suo castello (forse immaginario) un gruppo di immigrati a cui offre, con folle generosità, asilo politico, tende per dormire, cibo e favori sessuali. Ma in quel Castello ha trovato rifugio anche un certo Miguet, accusato di terrorismo e adesso braccato dalle forze dell’ordine che hanno circondato quella fantomatica fortezza. Nel corso del lungo, allucinato monologo, scopriamo che l’adorato Miguet, con la compiacenza della Duchessa, se la spassa nella camera di sopra proprio con la sua sorellina (“Fortunatamente Miguet, mio ritmo silenzioso, e la mia sorellina si baciano: indifferenti ai metodi abbietti della Polizia, lubricamente intimi. Siate felici! Pensate a me!”)
Lerry ha dialoghi senza risposta con Miguet (“mio ponte dei sospiri”), e col Primo Ministro che le risponde con la Voce di un Altoparlante: la trattativa per il rilascio dei clandestini e del terrorista è ovviamente impossibile; alla fine una pallottola colpisce il deposito di benzina del castello, che va in fiamme, Miguet si butta dal balcone del terzo piano come torcia umana (“I suoi capelli ardono divorati dal fuoco”), mentre Lerry soccombe colpita da una pallottola (“Volo verso di lui..per i secoli dei secoli..).
Da questo testo carico di infinite suggestioni poetiche e drammaturgiche, ricco di parole che sono un caleidoscopio di rifrazioni interne ed esterne all’opera ma teatralmente “non fondanti”, Viviana Piccolo si costruisce, con intelligenza e abilità scenica, un percorso interpretativo molto personale che, senza togliere nulla alla densità visionaria di questa tragedia, come ritagliata sulla fine del mondo contemporaneo (dei suoi sogni, come dei suoi decaduti valori ideali e sentimentali), gli dà un senso tangibile e concreto nel momento in cui assume il pensiero di Lerry come un Joyceano “flusso di coscienza”, un monologo “di formazione”, il viaggio di una moderna Alice nei labirinti (anche psicologici) di una civiltà “fuori di sesto”, come se quel Castello di tende fosse una moderna Elsinore.
Viviana Piccolo è bravissima a dialogare con i fantasmi della sua mente, e con i suoi interlocutori invisibili, servendosene per capire meglio questo suo itinerario di riflessione e di conoscenza, sia rispetto al personaggio che al suo ruolo di attrice.
Come regista dello spettacolo riesce ad illuminare alcune situazioni oscure e impraticabili del testo arrabaliano con la sensibilità di chi riesce a cogliere i significati delle cose con uno sguardo “dall’interno”, ma riuscendo a mostrarcele in una forma inedita, con un segno visivo forte e riconoscibile con espressionistico, sofisticato “glamour” e simpatica, manifesta ironia.
Giuseppe Liotta


Viviana Piccolo +39/3316455795
viviana.piccolo@hotmail.it