Alberto Moravia, La tempesta, Pellicanolibri

La tempesta è un lungo racconto di Moravia
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La tempesta -prima parte-

Pellicanolibri, 1984
In un tardo pomeriggio di mezzo settembre, il giovane architetto Luca Sebastiani stava fermo davanti all’ingresso di un cinematografo, incerto se entrare o no. Fosse il tempo oltremodo afoso e insieme rannuvolato che, infondendogli un’irrequieta spossatezza, gli impediva di dedicarsi a qualsiasi occupazione; fosse la stanchezza degli ultimi due mesi durante i quali aveva lavorato senza mai interrompersi né concedersi alcuno svago; egli si sentiva in quelle condizioni di nervosismo, di disappetenza e di oppressione, dalle quali, similmente alla tetra nuvolaglia che da più giorni pesava sulla città e soltanto la violenza di un temporale avrebbe potuto dissipare, intuiva che sarebbe stato vano sperare di uscire se non con qualche eccesso o qualche crisi violenta e salutare; e intanto il meglio da fare era non far nulla e cercare di distrarsi in attesa della catastrofe incombente.
E infatti con questo desiderio di distrazione e di oblio aveva quel giorno lasciato le due stanzette soffocate in cui abitava e si era diretto a quel cinema dove sapeva che, oltre al varietà con musiche ed esibizioni di belle ragazze nude, si proiettava un film già notissimo per la città, di una comicità insieme irresistibile e sciocchissima: tutte cose, aveva pensato, che avrebbero forse lenito il suo triste e ingiustificato malessere. Ma ora, giunto sulla soglia del cinema, pur osservando le fotografie esposte nell’atrio nelle quali le figure degli attori fermate a metà delle smorfie e dei gesti non avevano veramente nulla di allegro, una gran ripugnanza lo assaliva di comprare il biglietto, penetrare nella buia e vastissima sala quasi vuota e tuttavia afosa, e, noncurante del luccichio delle miriadi di poltrone deserte, gli occhi fissi sullo schermo immenso popolato di ombre grigie e labili e l’orecchio teso alle grosse e inumane voci burlesche, rompere anche lui di concerto con gli altri spettatori nelle numerose risate inevitabili e obbligatorie. «Sono triste », pensava con una irritazione che sentiva egli stesso ingiusta perché capiva che nessuno lo costringeva ad entrare nel cinema, «sono triste, rabbioso, inquieto... ebbene voglio rimanere triste, rabbioso e inquieto... perché dovrei ridere?... Che necessità ho di ridere?»
Tra questi pensieri, pur continuando a osservare con stizza attraverso le grosse lenti di miope le fotografie esposte nell’atrio deserto, se ne andava pian piano verso l’uscita con l’intenzione di tornarsene a casa o sedersi all’aperto in qualche caffè. Ma così facendo, senza volerlo, andò ad urtare con violenza contro una donna che in quel momento varcava la soglia.
Confuso e irritato, raggiustando sul naso le lenti che nell’urto gli erano andate fuori di posto, pronunziò un secco «scusi tanto» in cui trapelava tutto il suo malumore. Quindi levò gli occhi e allora, senza meraviglia, come se avesse saputo di dovere incontrarla, riconobbe Marta.
archivio: beppe costa, 1951
Non era veramente affatto cambiata, pensò osservandola in quell’attimo che passò tra il riconoscerla ed il salutarla. Stesso viso magro e intensamente pallido dall’alta fronte sporgente sugli azzurri occhi infossati, dal naso brusco, dalle grosse labbra sinuose sotto le quali il mento marcato di una fossetta si ripiegava profondamente e quasi spariva. Sola differenza, i neri capelli un tempo lunghi e divisi in due bande, ora cortissimi, come quelli di un uomo, in modo che le orecchie apparivano intere e il viso sfrondato pareva più smunto e più bianco intorno gli occhi profondi e la macchia rossa delle labbra. Ella aveva il corpo grande e un po’ ossuto avvolto in un impermeabile rosso dai riflessi cangianti, sotto l’orlo del quale spuntavano due stivaloni di incerato nero, tersi e luccicanti, che le davano un curioso aspetto tra l’amazzone appena smontata da cavallo e l’artista di varietà che si esibisca in un numero di danza russa. Anch’essa l’aveva riconosciuto, e, il viso pieno di lieto stupore, si avanzava verso di lui. «Ma Luca, che bella combinazione», esclamava; e dopo il viso e la persona, il giovane riconobbe anche la voce, calda, esitante, profonda, «tu... dopo tanto tempo!».
Ma Luca aveva la memoria tenace, soprattutto per i torti che gli erano stati fatti. Nel momento stesso in cui la voce gli richiamava alla memoria le care immagini del tempo passato, gli era tornato il ricordo dell’acerba delusione che a quelle immagini era indissolubilmente legata. E, tutto a un tratto, aggravato dal malumore e dall’insofferenza dell’afosa giornata, si era ridestato nel suo animo il rancore contro la donna la quale, due anni prima, dopo essergli stata fidanzata, l’aveva abbandonato per diventare l’amante stipendiata di un uomo ricco e maturo che non amava. «Sì, io», disse scuro e sdegnoso, ricominciando, nella sua confusione, a riassestare gli occhiali che erano ormai a posto, «chi l’avrebbe detto eh?... Che bella combinazione».
Marta non si accorse o finse di non accorgersi del tono corrucciato del giovane. «Non puoi immaginarti il piacere che mi fa di rivederti...», continuò con un sorriso goffo che come due anni prima pareva incapace di gioia e curiosamente contrastava con la leggiadra fossetta che le metteva in ambedue le guance. «Veramente Luca non puoi immaginartelo...! »
Egli la guardò con freddezza. «Un piacere, probabilmente, altrettanto grande che il dispiacere che fa a me incontrarla», rispose; «allora, tanto lieto di averla veduta sempre bella, allegra e in buona salute e arrivederci...»; e, seppure a malincuore, fece per avviarsi verso la porta. Ella non si mosse ma lo guardò battendo le rade, lunghe ciglia sopra gli occhi infossati, un gesto che in lei aveva sempre significato la mortificazione e il dolore. «Ma Luca...», proferì. «Ebbene cosa c’è?» domandò il giovane aspramente fermandosi e guardandola.
«Ma Luca», ella ripeté e quel battito patetico e avvilito delle palpebre faceva pensare che presto dovessero sgorgarne delle lagrime. «Ma Luca... perché mi tratti così male? Era tanto tempo che non ci vedevamo... e poi perché mi dai del lei?...».
Meglio del viso e della persona, quella voce di preghiera, tanto sinceramente contrita e umile, ridestava nell’animo di Luca, più forte del rancore, l’antica passione che credeva morta per sempre. Tuttavia nascondendo come poteva questa sua commozione: «Ti do del lei», disse, «perché non ho alcuna ragione di darti del tu... tra noi tutto è finito, credevo che almeno su questo si fosse d’accordo... del resto, tu o lei, poco importa, diamoci pure del tu se questo può farti piacere».
Più che mai la donna batteva le ciglia lunghe e raggianti. Poi giungendo le mani e avvicinandosi a lui: «Luca non parlarmi così», tornò a supplicare, «se tu sapessi che male mi fanno le tue parole!... E proprio oggi!»
S’erano un poco spostati verso un angolo dell’atrio dove si trovava un distributore automatico di sigarette. «E il male che hai fatto a me due anni fa», egli non poté fare a meno di rispondere con ira. «Quel male lì dove lo metti?»
Come chi tema di impazzire, ella si strinse forte, per un momento, la fronte, con la mano che aveva bianca, magra e lunga. «Luca», disse poi levando gli occhi mortificati verso il giovane, «nessuno, te lo giuro, è mai stato così pentito di una cattiva azione come sono adesso io di averti trattato in quel modo... e nessuno ha mai scontato un errore più duramente di quello che l’abbia scontato io... ma ora non respingermi, te ne prego... perché se anche tu mi respingi, tu che sei la sola persona al mondo che mi conosca e possa aiutarmi, allora veramente temo di impazzire...».
Festa a Sezze in onore di Moravia, 1989

Era veramente compassionevole, con le spalle un po’ curve, le mani giunte e quel battito miserabile delle rade ciglia splendenti sopra gli occhi umiliati. E Luca, che un istante prima aveva deciso di non lasciarsi vincere da nessuna preghiera o civetteria, al tempo stesso impietosito e incuriosito da quegli accenni misteriosi della donna ad una sua ignota sventura, non poté fare a meno di parlarle con intonazione meno evasiva e sdegnosa. «Sarà, ma non ti capisco», disse guardandola; e c’era nei suoi occhi l’indecisione di chi esita tra due sentimenti opposti. «Che c’entro io con le tue cose?... Va bene, ti conosco, e questo è vero fino a un certo punto perché se ti avessi conosciuta davvero non sarebbe accaduto ciò che è accaduto... Ma perché dovrei respingerti o non respingerti?... Cos’è questa storia?» «Se tu sapessi quel che mi è successo», ella mormorò; e non poté fare a meno di girare gli occhi per l’atrio del cinema. Luca colse a volo questo sguardo. «Qualcosa di molto terribile non ti sarà successo di certo», disse con risentimento, «visto che ti ho incontrata nel momento in cui tutta vispa e contenta te ne andavi al cinema...».
Ella lo guardò un momento con uno stupore mescolato di rattristato rimprovero. «È proprio perché non so che cosa fare», rispose; e nella sua agitazione si torse le mani contro il petto, «è proprio perché non so dove andare a battere con la testa che sono entrata in questo cinema... mi pareva che un film comico mi avrebbe fatto dimenticare almeno per due ore tante cose a cui non voglio pensare...».
Ella aveva sempre avuto il gusto degli atteggiamenti e delle situazioni tragiche, pensò Luca osservandola, ma questa volta l’accento e i gesti parevano sinceri. D’altra parte, ricordò come egli stesso si fosse recato al cinema con lo stesso stato d’animo; e anche questo pensiero valse a mitigare il suo rancore. «Ma intanto cosa fai?» domandò bruscamente. «Entra, oppure esci, ma deciditi... non possiamo mica restare indefinitamente qui, nell’atrio di questo cinema». La donna lo guardò, si guardò intorno. «Hai ragione», proferì febbrilmente e come fuori di sé. «Ma dove andare? Avevo pensato al cinema perché c’è tanto buio e non si vede nessuno... non ho voglia di veder gente... la sola vista delle facce degli estranei mi irrita... dove andare?» «A casa mia...», incominciò malvolentieri Luca.
«No», rispose subito Marta, «no a casa tua no... qualsiasi luogo piuttosto che a casa tua...».
«Allora», propose Luca, «a casa tua?»
Perplessa, ella lo considerò: «A casa mia?»
«Sì a casa tua; ma», egli la guardò fissamente e con intenzione «ma a patto che io non corra il rischio di incontrarci certe persone».
«No, no, questo rischio non lo correrai, di certo non lo correrai»; e per la prima volta, in una maniera fiacca e sarcastica, incomprensibilmente allusiva, Marta rise. «Dunque tu dici di andare a casa mia?... Aspetta che ci pensi un poco... a casa mia? E dopo tutto, perché no?, andiamo a casa mia»; senza transizione, con la furia ispirata della persona che sappia appena quello che fa, ella si diresse verso la porta del cinema.]

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Alessandra Celletti e la musica dell'alba



Domenica 17 Agosto Alessandra Celletti 
suonerà all'alba nella Riserva di Torre Guaceto, 
in provincia di Brindisi, per la rassegna "
La Notte di Naturalia". 
Appuntamento alle 05.30 

Un piccolo gioiello, o forse dovrei dire, un altro gioiello che si aggiunge alla collana formata dai tanti dischi di Alessandra Celletti. Non è certo una sorpresa per me, invaghito da tempo dalla sua musica, sempre diversa above the sky è l'ultimo cd della musicista ma inconfondibile. Perché lei, Lei, si stancherebbe di non trovare ogni volta qualcosa di diverso, di nuovo nelle sue composizioni e, se vogliamo, nelle idee che la spingono a percorrere strade misteriose e quindi magiche, per chi non si accontenta. Tanto, per chi si accontenta, ci sono molti altri compositori che, alle prima tre note, già riconosci, quasi che scrivessero e, quindi, eseguissero lo stesso brano, 
 Mi capita spesso che alcuni amici che hanno qualche suo disco mi chiedono di aver sentito il suo nome, ma che non poteva essere lei, ed io so che si tratta di "Overground" o, ancora di "Sacagawea" e ancora del più curioso e insolito (forse) di tutti: "W.C. G. Bataille"! Sempre e comunque è lei, Lei che certamente per natura gioiosa, imprevedibile, e inarrestabile, non potrebbe mai accontentarsi di fare due cd simile. 
Anche quando potrebbe significare più rapido successo. Quando mai si sarebbe fermato Mozart? L'amore per la grande musica e i musicisti fanno il resto. 
E il resto è: "se il mondo dell'arte non si muove" , se "resta immobile", bene! non ci sto, prendo un camion e parto. 
Parte così un tour imprevedibile: 
Piano piano on the road. 
Riporto le sue stesse parole: 
Confesso che quando è partita la raccolta fondi per rendere possibile il sogno di mettere il mio pianoforte su un camion e girare l'Italia portando la mia musica in giro, ho sperato di farcela ma non ho osato crederlo fino allo scadere dei due mesi di tempo a mia disposizione. Mi ha travolto e sorpreso l'entusiasmo e l'affetto che ho ricevuto da tante e tanti, dai luoghi più vicini a quelli lontani, a volte lontanissimi. Vorrei poter raggiungere tutti ma intanto queste tappe che si snocciolano attraversando la penisola spero incontrino molti di voi. Nei momenti più difficili quando l'impresa sembrava impossibile il vostro supporto mi ha regalato l'energia e la determinazione per andare avanti in questa impresa audace. Come nelle migliori fiabe a lieto fine si è materializzata la mia zucca fatata: ad ospitarmi con il mio pianoforte sarà un mezzo straordinario, (A.C.) 

Ed ora quest'altro appuntamento all'alba, per vedere sorgere il sole e ascoltarne la musica insieme

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Fernando Arrabal, La scampagnata, Pellicanolibri

Per acquistare il libro
pellicanolibri@libero.it pp. 64, € 9.00.
La scampagnata è un libro del 2008, è possibile acquistare
il testo, scrivendo sul sito della Pellicanolibri

Personaggi
Zapo
Il signor Tépan 
La signora Tépan 
Zépo
Primo infermiere 
Secondo infermiere

Scena
Un campo di battaglia.
Filo spinato da un lato all'altro della scena.
A ridosso del filo spinato, si vedono alcuni sacchi di sabbia.
La battaglia infuria. Si sentono spari, esplodono bombe, crepitio delle mitragliatrici. Zapo è solo in scena, ventre a terra, nascosto tra i sacchi. Ha molta paura. Cessa il combattimento. Silenzio. Zapo estrae da una borsa da lavoro di tela un gomitolo di lana e dei ferri per lavorare a maglia e si mette a lavorare ad un pullover già abbastanza avanti. A un tratto, suona il telefono da campo, che si trova accanto a lui.

Zapo Pronto... Pronto... agli ordini, signor capitano... Sì, sono la sentinella del settore 47... Nessuna novità, signor capitano... Mi scusi, signor capitano, quando riprenderà il combattimento?... E le bombe a mano, che cosa me ne faccio? Devo lanciarle in avanti o all'indietro? Non si arrabbi, non lo dicevo per seccarla... Signor capitano, mi sento veramente molto solo, non potrebbe inviarmi un compagno? Proprio per non rincretinire...
(Il capitano lo rimprovera aspramente.) Agli ordini, signor capitano, signorsì signor capitano.
(Zapo riattacca. Lo si sente brontolare.)
Silenzio. Entrano il signore e la signora Tépan con dei cesti come se dovessero andare ad un picnic. Si rivolgono al loro figlio il quale, di spalle, non può vedere i nuovi arrivati.
Signor Tépan (cerimoniosamente) Figlio mio, alzati e bacia tua madre in fronte. (Zapo, sorpreso, si alza e bacia la madre in fronte in modo esageratamente ossequioso. Vorrebbe parlare, ma il padre gli toglie la parola). E ora, bacia me. 
Zapo Ma, babbo e mammina cari, come avete osato venire fino a qui, in un posto così pericoloso? Andate via subito.
Signor Tépan Vuoi forse saperla più lunga di tuo padre in fatto di guerra e di pericolo? Per me tutto questo è solo un gioco. Quante volte, per dirne una, sono sceso dalla metro in corsa?
Signora Tépan Abbiamo pensato che ti annoiassi, allora siamo venuti a farti una visitina. Dopo tutto questa guerra deve essere proprio una noia mortale.
Zapo Dipende.
Signor Tépan So benissimo come vanno queste cose. All'inizio, tutto nuovo, tutto fico.
Ti diverte tanto uccidere, lanciare bombe a mano e portare un elmetto. Ma, poi, si finisce per rompersi le scatole. Ai miei tempi, le cose andavano diversamente. Le guerre erano molto più movimentate, più colorite. E poi, soprattutto, c’erano i cavalli, molti cavalli. Era un vero piacere, quando il capitano diceva: "All'attacco!", subito eravamo tutti lì, pronti, a cavallo, con l’uniforme rossa. L’occhio vuole la sua parte. E dopo, c’erano le cariche al galoppo, spada in mano, e in un battibaleno ci si trovava di fronte al nemico, anche lui all'altezza della situazione, con i cavalli - i cavalli c’erano sempre, un mucchio di cavalli, con le loro belle groppe tonde - e gli stivali lucidi e l’uniforme verde.
Signora Tépan Ma no, l’uniforme nemica non era verde, era blu. Mi ricordo benissimo che era blu. 
Signor Tépan Ti dico che era verde.
Signora Tépan Quante volte, da bambina, mi sono affacciata al balcone per seguire la battaglia e al figlio del vicino dicevo: "Scommetto una gomma americana sui blu". E i blu erano i nostri nemici.
Signor Tépan Va bene, te la do vinta.
Signora Tépan Ho sempre amato le battaglie.
Da piccola, dicevo che da grande sarei diventata colonnello dei dragoni. Ma la mamma non ha voluto, sai com'è attaccata ai suoi princìpi...
Signor Tépan Tua madre è proprio stupida. 
Zapo Scusatemi, dovete andarvene. Non si può entrare in guerra se non si è soldati.
Signor Tépan Me ne frego. Siamo qui per fare un picnic in campagna con te e per approfittare della nostra domenica.
Signora Tépan Ho preparato anche un pranzetto eccellente. Salame, uova sode, come piacciono a te! Panini con il prosciutto, vino rosso, insalata e dolce.
Zapo E va bene, come volete voi! Ma se arriva il capitano andrà su tutte le furie. Non ha molto entusiasmo per le visite al fronte, non la smette di ripeterci: "In guerra, ci vogliono disciplina e bombe a mano, niente visite”.
Signor Tépan Non preoccuparti, ci parlo io con il tuo capitano.
Zapo E se bisogna riprendere il combattimento? 
Signor Tépan Credi che mi faccia paura? Ne ho visti di ben altri! Fossero almeno battaglie a cavallo! I tempi sono cambiati, tu non puoi capire. (Tempo) Siamo venuti in moto. Non ci ha detto niente nessuno.
Zapo Vi avranno preso per gli arbitri.
Signor Tépan Anche se non è stato facile arrivare. Con tutti quei carri armati e quelle jeep. 
Signora Tépan E ti ricordi, quando stavamo arrivando, quell'ingorgo per colpa di un cannone?
Signor Tépan In tempi di guerra bisogna aspettarsi di tutto, è risaputo.
Signora Tépan Bene, incominciamo a mangiare. Signor Tépan Hai ragione, ho una fame da lupo. Sarà l’odore della polvere.
Signora Tépan Sediamoci sulla coperta per mangiare.
Zapo Mangio con il fucile?
Signora Tépan Lascia il fucile in pace. È maleducazione sedersi a tavola con il fucile. (Tempo) Ma figlio mio, sei sporco come un maialino! Come hai fatto a ridurti in questo stato? Fammi vedere le mani.
Zapo (imbarazzato, gliele mostra) Ho dovuto strisciare per terra per fare le manovre.
Signora Tépan E le orecchie?
Zapo Le ho lavate questa mattina.
Signora Tépan Sì, può andare. E i denti? (Zapo glieli mostra) Molto bene. Chi darà un bacione al suo ometto che si è lavato i denti come si deve? (Al marito) Su, bacia tuo figlio che si è lavato i denti[continua...]
F.A

Metamorfosi di un concetto astratto in due tempi con accompagnamento di ottavino


Metamorfosi di un concetto astratto in due tempi con accompagnamento di ottavino èun libro di beppe costa edito da Pellicanolibri, per leggerlo tutto puoi acquistarlo sul nostro sito
Prefazione di Dario Bellezza
Pellicanolibri,1982
Confesso che non amo leggere testi di teatro, anche i pezzi più sublimi: faccio difficoltà a leggerli come opera a sé, opera letteraria, in versi o in prosa; devo subito, caso mai visualizzare e immaginare un fondale, delle quinte, un palcoscenico, una pedana; e allora senza saperlo (troppo) o sapendolo benissimo, mi trasformo in regista: un regista potenziale, un regista mancato... Vorrei che qualcuno una mattina mi telefonasse e mi dicesse: vieni, i soldi ci sono, metti in scena tu, fai quello che vuoi, strazialo o idea lizza, che so, Jean Genet o Euripide, i miei maestri...Così, leggendo il testo di Beppe Costa pensavo di annoiarmi, per di più un testo italiano, e si sa che tranne Pirandello, in Italia in questo Secolo Ventesimo c’è stato ben poco... O qualcuno considera un autore di teatro Testori? Sì; pensavo di annoiarmi, di non farcela mai a rispettare l’impegno assunto, e invece il miracolo è avvenuto; non ho avuto nessuna difficoltà a leggerlo, come fosse un romanzo avvincente; il testo, come si diceva una volta, è teatrale, è scandalosamente comunicativo ed espressivo, (mi perdoni Jakobson!): dato lo stile, la lingua usata da Costa che è già una bella invenzione, considerato che scriviamo un po’ tutti alla paludata, alla rogata: ma c’era qualcos’altro che mi attirava quasi morbosamente e che però potrebbe anche trattarsi di un difetto, di una grave mancanza: ci troviamo infatti dinanzi ad un testo “ideologico” - che pretende cioè di avere, sotto la farsesca tragicomica delle situazioni, un messaggio da mandare al mondo, per cambiario. Qual è questo messaggio?
Che il mondo ormai è travolto dalla stupidità, è abitato dalla stupidità, il reale è stupido e irreale, e per viverlo bisogna come accecarsi, o avere una buona dose di incoscienza e di capacità surreale di straniamento. In somma: mettersi al di fuori del mondo per descriverne la stupidità con le armi (linguistiche) della stupidità: il non-senso, la comunicazione interrotta, i luoghi comuni, gli slogan della politica e della pubblicità, lo sciocchezzaio della TV... Il lato ideologico, se vogliamo, è quello che m’interessa di meno, pur condividendo l’assunto dell’Autore; non si può essere non d’accordo con lui: alla fine, alla fine delle fini, bisognerà pur ridere di tutto, capire che è tutto un gioco la vita, tutto è gioco, la realtà è lì, e qui, ma non esiste...Esiste il linguaggio che la esprime, a voler essere a tutti i costi dei verbalisti, ed è di questo, di questa proposizione, assunta in tutta la sua carica sincronica che Costa dimostra di essere un formidabile persecutore del nostro tempo malato e di crisi, di vivere immerso con sonde speciali, nel nostro tempo ridicolo e meschino... Egli infatti mima ciò che c’è, il linguaggio concreto delle Cose, della sotto conversazione giornalistica e mondana per sfottere: in un delirio misto di Chaplin e del Pazzariello della Morante più attuale, quella del “Mondo salvato da ragazzini” altro testo scandalosamente comunicativo, pensando a quanto la poesia italiana sia invece “letteraria” ed “ermetica”... Così non è un caso che il personaggio più poetico del testo sia lo straccione alle prese con l’insulsaggine ambigua e corrotta del mondo, della sua violenza costituita prodotta dal Potere...Dicevo all'inizio che questo testo di Costa è un testo ideologico - non però, dato che ci troviamo davanti ad un testo teatrale, nel senso asfissiante e torbido del brechtismo e neppure del teatro didattico-comico alla Dario Fo - perché Costa non vuole programmaticamente scrivere un testo politico, anzi: egli è un anarchico, un uomo dolce e lineare nelle sue contraddizioni che sembra un hidalgo, una creatura di altri tempi quando la vita aveva il suo contorno pieno di valori anche da trasgredire: il suo bersaglio sono i Moloch del Potere e del Conformismo mentale e religioso. Così azzarda, osa l’inosabile: pur di sceneggiare un’apocalisse, o la nuova crocifissione di Cristo con una intervista blasfema e dissacratrice alla Madonna che sembra saperla lunga - fino alla tirata finale “contro”...Ecco, Costa è genericamente, ma violentemente “contro”, scandalosamente “contro” e ha capito che il linguaggio va usato in senso eversivo, direi “puttanesco” e ‘controriformistico” nei confronti dei rivoluzionari mass-media, appropriandosi di tutto per divorarlo. Che poi sia siciliano anzi catanese ci fa capire quanto la Sicilia sia diversa da una volta, come sia collegata direttamente con l’Europa, saltando l’italietta provinciale e televisiva dei nostri giorni; quanto sia carica di violenza e di dolcezza insieme, e il teatro - con la Sicilia metafora del teatro - non è per caso un misto di violenza e dolcezza per non mandare scontenti e delusi a casa gli spettatori accorsi come bambini sapienti e litigiosi a partecipare l’Evento, oltre e contro naturalmente la pagina scritta. Ma questo è compito del Regista. Forza registi! 
Dario Bellezza
Nessuna, o quasi, indicazione su scene, movimenti, o altro viene data in queste pagine; ogni brano può essere anticipato, evolvendosi ogni minuto che passa gli altri e chiaramente noi stessi. Ho messo punto non in quanto consideri ciò che è scritto finito o non suscettibile di qualsiasi modificazione, ma per smettere (o in parte) di soffrirci dentro
Tutti (o quasi) dovrebbero essere visibili durante tutto il tempo

 PRIMO TEMPO In memoria di                                                   
Chi???                                     è stato/identità
Chi se ne frega                       Chi ha puntato/identità                                 
Non l’ho visto                        Chi ha diviso/identità                                                      
Vado per i fatti                        Chi ha sparato/identità
Ci siamo divisi in troppi       Un problema di identità per assommarci - per dividerci - per moltiplicarci
per dividerci                           Sparpagliati     Con una identità  
Non siamo più una forza        Cercando un dovere
Non possiamo divertirci         Non vogliamo divertirci
Chi vuoi lavorare                    Non vogliamo lavorare


Credendo di credere un credo 

Cerco cerco                              Guardo in giro
Mi fermo c’è mia madre        
E mi ci prendo
Mia moglie mia figlia             Sto fermo non si può
Alla vetrina                              Mi viene la voglia
Il manganello accanto             Mi passa di colpo

Autocoscienza 
Autocensura Autocommiserazione Autonomia Automobile Per moltiplicarci assommarci dividerci 1: Io sono un partito2: È importante essere un partito 3: Tutti siamo un partito 2: Un partito è cosa necessaria 2: Un partito è sicurezza 3: Un partito è libertà 2: Un partito è arrivare 3: Un partito riscalda in inverno rinfresca d’estate 2: Un partito è granita di limone 3: E cappuccino caldo 2: Un partito è madre fratello affetto dignità 1: Un partito insomma è necessità di essere (Uno straccione, della gente attorno a guardarlo tenendosi quasi a distanza, sulle spalle un grosso zaino. È senza mani, farà in scena ciò che vuole - quando può. Intanto una coppia inizia a staccare le pagine di un calendario e quando arriva al 24 dicembre strillerà «Maschio, Maschio» fino all'ultimo, tranne quando daremo indicazione diversa) Autocoscienza Autocensura Autocommiserazione Autonomia                                   Automobile Non ho una lira    Usa la chitarra  Sii te stesso   Non farti fregare Impara l’inglese                       Ti troverai bene in ogni dove, dove? Non dire menzogne      Onestà innanzi tutto Quando è necessario va beh        A volte accade Non ho domani  né casa 
Dovevi studiare matematica,
l’IVA, i registri, la consulenza i Numeri                                Oggi con queste cose 
Ieri non c’era l'iva
Ritornate a scuola - divisa per classi
A proposito di classe ho scoperto di non sapere cos'è: 
Un partito di classe
Il concetto di classe e
Cos'è un classista né


si fa fortuna
La cultura di classe
La cultura di massa Il partito di massa Il concetto di massa e 
Cos'è un massista
Aberrazione con variante in aberrante che come deviante sta per vivente 
Mi scappa il codice

aiuto!!!

Non hai imparato l’inglese né a dire bugie quando necessario e verità quando indispensabile, non capendo tali concetti chiari hai fatto una confusione terribile e (indicando lo straccione o povero cristo) sei ridotto cosi. 
(Lo straccione potendo e volendo può addirittura creare comicità, tentando di compiere movimenti o azioni difficili per la sua condizione, suscitando, c’era da dirlo, ilarità)
In vendita da Pellicanolibri

Anna Maria Ortese, Estivi terrori, Pellicanolibri

Puoi scaricare gratuitamente il libro di racconti di Anna Maria Ortese,
da noi edito nel 1987 e ornai esaurito.
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Innocente e terribile, come terribile è la Giustizia, Anna Maria Ortese aveva scritto, descritto, il dramma degli sfrattati prima ancora che assumesse, come oggi ha assunto, dimensioni imponenti. Chi ha venduto le sue farfalle, allora? Chi, oggi, si sente impegnato a restituire a lei, e alle persone come lei, quella giustizia, quella solidarietà che, innestate, nel suo caso, sopra un autentico talento di scrittrice, produrranno ancora il miracolo della pagina?
Chi, altrimenti, se non Anna Maria Ortese, può salvare la memoria dei suoni, dei profumi scomparsi, l’acciottolio delle carrozzelle romane sulle selci, l’odore greve dei poveri scompartimenti degli “accelerati”, quel modo antico di viaggiare, con il pane e la frittata avvolti nel foglio di carta pesante, gialla, di cui perfino gli emigranti meridionali ormai hanno vergogna?

(dalla postfazione di Adele Cambria)

Anna Maria Ortese: Il treno russo, I passeri del Cremlino




Ultima parte del bellissimo lungo racconto della Ortese
Copie ancora disponibili sul sito dell'Editore
http://www.pellicanolibri.com/index.php/inediti-rari-e-diversi/24-il-treno-russo-anna-maria-ortese


4. I passeri del Cremlino

II tempo, che nelle ultime ventiquattro ore sembrava diventato eterno, comincia a passare con rapidità fulminea.
Appare in fondo al corridoio l’ufficiale russo, con la sua criniera bionda e un sorriso dolce, triste, e mi ricordo che questa è l’ultima volta che farò colazione con lui. Lo seguo al ristorante. Qui fa caldo, l’atmosfera è mutata: scomparsi Liza e Sergio, rivedo ogni cosa nella sua opprimente realtà fisica. I tavoli mi appaiono disadorni; l’insalata di cetrioli mi nausea, il caviale mi scoraggia come un’assurdità. Sbriciolo il pane nero, chiedo birra, acqua minerale. Bevo, guardo fuori dal finestrino e faccio uno sforzo enorme per trattenere le lacrime. II mio compagno mi fa tanta pena. Per ragioni diverse dalle mie, anche lui sta male, ma non può parlare, esprimersi. Al posto dove, fino a ieri sera, splendeva così graziosamente Liza, viene a sedersi la cameriera giovane con le gengive scoperte. Ninocia (così sento chiamare questa ragazza da una cameriera più  anziana, che va e viene dalla cucina), m’investe di premure, in un chiaccherio fitto fitto, e per me incomprensibile. Perché non voglio questo? Perché non voglio quell'altro? Mangiare, bisogna mangiare molto. Parla, e lancia furtive occhiate a Pietro, occhiate umili, da donna.
Pietro non le bada, non bada a nessuno. Ninocia si alza, va al tavolo dietro di lui, si ferma a parlare con uno dei due giovani alti, dall'aspetto quasi elegante, che sono sempre stati seduti là. Vedo una bella faccia dal taglio nitido, di medaglia, voltarsi e guardarmi; poi il giovane si alza, si avvicina al nostro tavolo, saluta 1’ufficiale e me, e siede posto di Ninocia, che rimane in piedi, piena di curiosità, ad ascoltare.
Tra me e il giovane si svolge un dialogo. La lingua e francese - un poco - e spagnola, anche italiana, una lingua di tre colori, come un bicchiere infranto - tanti pezzetti, eppure stranamente comprensibile, limpida.
«Chiedo scusa, ma sento che fate parte di una delegazione. Posso esservi utile?».
«Grazie. Fra poco sono arrivata, e credo che verranno a prendermi».
«I1 vostro viaggio dev'essere stato lungo. Venite da Roma?».
«Sì. Ho attraversato 1’Austria e la Cecoslovacchia».
«Nessuna difficoltà?».
«Ho avuto sete».
«Qui, da noi, non ci sono ancora tante comodità. Voi vivete a Roma?».
Dopo avergli sentito due volte nominare Roma, capisco con tutti i miei nervi che egli desidera sentirne parlare, ma non può dirlo (non può dirlo per orgoglio o pudore, non so).
«In una città vicina».
«Noi, in Unione Sovietica, conosciamo un poco le vostre città attraverso il cinema. Ammiriamo molto il vostro cinema».
« È il cinema neorealista», dico.
«Non so», dice.
Subito turbato, ma non si riprende. Mi guarda pazientemente. Mille volte, in Russia, di fronte a una parola il cui significato non era completamente comprensibile, ho visto questo sguardo, come di uno che dica: «Spiegati, ti prego, desidero capire perfettamente». Specialmente i giovani avevano questo sguardo: cosa fanno gli altri popoli? Cosa significa questo? Quello? E tutto ciò con una calma, una dignità assoluta, ma anche una volontà intensa.
«Penso che neorealismo voglia dire questo», cerco di sorridere. «Un regista italiano sale su questo treno, sa che è un treno dell’Unione Sovietica, e perciò molto importante, perché c’è dietro tutta la storia dell’Unione Sovietica, ma per dare il senso del treno, cioè della vita, lui deve guardare tutti i particolari che si trovano su questo treno, che fanno il treno intero (col suo significato), e che a volte possono essere deludenti, e sembrare in contrasto con la bella idea del treno, con l’idea di ciò che vorremmo fosse un treno».
«Capisco», dice.
Ma so che lo scopo gli rimane ancora oscuro, da come mi guarda.
«Lo scopo e dare il senso della vita, attraverso una somma di particolari. I particolari sono forse cattivi, il senso è buono. E c’e anche un altro scopo, nel registrare tante cose: farle migliorare. O, se per qualche motivo non possono ancora migliorare, la gente sia al corrente di questo. Così sia informata sinceramente di tutto quanto riguarda il proprio paese, delle condizioni economiche, morali, di tutto».
«Voi avete studiato?» mi dice.
«Un poco».
Per qualche momento il mio interlocutore non mi guarda. Ha gli occhi intenti, assorti.
«Delle cose, a noi piace soprattutto il lato buono».
E, a un tratto, una domanda: «Che cosa, finora, vi ha dato più  fastidio nel nostro paese?».
È una domanda molto frequente tra quelle che si rivolgono al forestiero, in Russia. Ve la rivolgono dirigenti, studenti, artisti: e piena di nervosismo, d’amore.
«Potrò dirvelo quando anche voi potrete dirmi cosa vi è dispiaciuto in Occidente. Desiderate vedere l’Italia?».
Non parla, abbassa leggermente il volto.
«Ho viaggiato abbastanza, ma sempre in Unione Sovietica» dice. «Devo ancora studiare. Sarò ingegnere elettronico».
Pietro ci versa da bere.
Guardo queste due Russie: sono così lontane, eppure non si urtano. Una selvaggia, taciturna, severa; l’altra cosciente, avida di sapere, ugualmente severa. Sono diverse come la notte dal giorno, il colore dalla linea, il fuoco dalla luce, eppure sono la medesima Russia.
Vedo gli occhi di Ninocia, pieni di quella misteriosa gioia, tra noi. Splende per avermi potuto procurare questo colloquio, di cui non ha potuto afferrare nulla. Quasi si è dimenticata di Pietro: sapere, poter sapere!
Dopo un po’, lo studente si alza, lascia il nostro tavolo e torna al suo posto. Vedo che ogni tanto, quasi timidamente, mi osserva: molto serio.
Anche l’ufficiale si alza: assente, freddo, ma, prima di andarsene, la sua mano si posa per un attimo, leggermente, sulla spalla come un chiodo di Ninocia.
I corvi annunziano Mosca.
A due passi dalla capitale, si moltiplicano i corvi, i prati, si allarga la luce del sole.
Si incominciano a vedere le case.
Sono alte, nuove, piene di finestre, forme geometriche che si lanciano nel cielo.
Si vedono anche case vecchie, forse povere case popolari, dalle facciate scure, depresse. Si vedono cupole dorate e, nelle strade, sfilano lunghe macchine nere, che si direbbe non debbano fare alcun rumore.
II cielo non e grigio ne azzurro, e uniformemente argentato.
Mi precipito nel mio scompartimento a chiudere le valigie. Urto continuamente negli Ivànovic che non mi guardano.
Lucia ha gli occhi rossi - Nicola e molto affaccendato intorno a una piccola pentola verde, nuova - che non vuole rientrare nella valigia da dove momentaneamente l’ha tolta; vedo anche altre stoviglie.
Improvvisamente, il treno è fermo, la luce è meno viva perché ci troviamo in stazione, e il corridoio è pieno di gente.
La nostra vicina di scompartimento, una donna d’età, bionda e apatica, sembra addirittura sconvolta, mentre stringe al petto una ragazza sui vent'anni, vestita di cotone a righe, con la treccia sulle spalle. Non vedo il volto della ragazza, nascosto sul petto della donna, ma la donna sì. Sembra che gliela vogliano portare via. Grida parole indicibili, singhiozza, le palpa le braccia, le spalle, come per convincersi ch'è ancora sana.
L’ufficiale calvo e letteralmente trasformato, sembra pazzo di gioia, o ubriaco, mentre solleva tra le braccia, tenendolo al disopra della sua testa, un bimbo di pochi anni, che ride e piange guardandolo coi piccoli occhi meravigliati. Una donna in giacca da uomo li precede verso l’uscita, carica di valigie.
Passa Pietro, e mi getta uno sguardo vago, come se non riuscisse a vedermi, ma mi sentisse. Poco dopo e sul marciapiede della pensilina. Sembra urtare dovunque. Non lo vedrò più.
Mi ricordo del fazzoletto di seta che dovevo regalare a Lucia, lo tolgo da una borsa e, vedendomi davanti Nicola Ivànovic, gli dico: «Per Lucia». Egli mi guarda confuso. Mi giro, vedo Lucia singhiozzare e gemere ed essere tutta scossa da sussulti, mentre chiude le braccia intorno alia testa di un vecchio. Questo vecchio e certamente suo padre, perché le somiglia, ma e anche come suo figlio: ha un’espressione quale ho visto soltanto negli angeli della pittura toscana: co- si soave e pura da sembrare che non appartenga più  a questa vita. Le sue guance sono rosse, i capelli lunghi e candidi, gli occhi celesti. Indossa, sui calzoni, una camicia bianca, col collo tondo, ricamata di rosso, stretta alia vita da una cintura di pelle.
Annunzia una sventura, una gioia? Una morte o una nascita? Qualcosa di grande, certo, perché Lucia Ivànovic non si riconosce più. Piange, al collo di quel vecchio, lacrime ardenti, come vedesse davanti a se rifluire intera la prpria vita.
Ricordo che, improvvisamente sola, col cuore oppresso dalle emozioni di quella semplice gente, turbata da gioie e affanni che, quasi per un misterioso confondersi delle personalità, mi sembravano cosa mia, passando in quel treno straniero, dove nessuno, tuttavia, mi era più  straniero, sentivo che la paura dell’ignoto ancora una volta si dileguava. Io credevo di scendere alla stazione di Roma o Milano. Pensavo «Mosca», e non capivo che differenza ci fosse più.
Sentendomi chiamare per nome, quasi con un grido, mi ricordai dell’esistenza della delegazione. II grido era affettuoso, e la voce giovane, appena velata.
Due donne, una vecchia e una giovane, venivano avanti a fatica nella ressa del corridoio. La prima aveva un fazzoletto sui capelli, era minuta, pallida, nervosa, con due neri occhi pieni di una luce febbrile, e sorrideva in silenzio. La giovane era grande, bionda, con un viso largo coperto di una rete quasi evanescente di rughe, e occhi celesti, dallo sguardo strano, pieno d’intelligenza, e insieme mite, amoroso.
La giovane aveva tra le braccia un grande fascio di fiori, e me lo porse.
Ma prima di porgermelo mi prese le mani.
Anche la donna anziana mi prese le mani e se le portò al cuore.
Tutte e due queste donne erano vestite in modo modesto, quasi povero, e avevano sul volto, benché di età e sentimenti diversi, quella stessa accorata semplicità, quella gravità modesta e dolorosamente raggiante che si nota tanto spesso sui volti delle nostre contadine, e che non è mutata da secoli. Allo stesso modo, sembravano impacciate.
Salimmo in una macchina molto grande, nera, lucida: la donna anziana alla mia sinistra, la giovane a destra. Anch’io ero abbastanza impacciata, non parlavo, perché questo era il primo contatto con la delegazione. Una delegazione quasi tutta comunista, dove molte, non m’illudevo, sarebbero state le riserve, forse gli attriti, davanti alla diversità di opinioni.
«Mi lasci portare i fiori», mi disse la giovane mentre la macchina si muoveva, «forse le pesano», e, benché io creda alla grazia delle contadine, mi meravigliai di un accento così puro e una grazia cosi rara.
Spalancavo gli occhi per vedere tutto, ma, purtroppo, non riuscivo a vedere nulla di particolare. L’ingresso nella città era come quello di Milano, Roma, quasi anonimo, con quelle ampie strade e piazze limitate da palazzi e case alte, alla base dei quali sporgevano le insegne dei negozi con le diciture, però, scritte in caratteri cirillici. Come avevo letto mille volte, nei reportages, i negozi, salvo quelli di libri e di pellicce, avevano un aspetto disadorno, come spento, e la gente che camminava sui marciapiedi, benché non avesse nulla d’indecoroso, era vestita generalmente in modo dimesso, con abiti di vecchia foggia, sbiaditi e, quelli femminili, senza nessuna linea che accentuasse o rivelasse delle forme. Questa fu una cosa che mi colpì subito, insieme al silenzio e alla calma del traffico, niente affatto limitato, a giudicare dalle lunghe colonne di macchine private e di taxi. Ma nulla faceva rumore. Insieme a questo silenzio, mi stupirono le trecce dorate delle donne. Ogni essere femminile, dalla bimba alla donna di età, aveva due lunghe trecce pallidamente dorate oppure rosse, avvolte intorno alla nuca, mentre a qualcuna, specialmente se con i libri sottobraccio, scendeva fin sulle reni una pesante coda d’oro.
Nel camminare non andavano di fretta ne adagio, e le voci che mi giungevano attraverso i finestrini aperti avevano tutte, benché non comprendessi nulla, qualcosa di argenteo, di calmo, una vibrazione tranquilla.
Vedevo, mentre osservavo queste cose, i piccoli occhi della donna anziana posarsi con ansia su di me. Non soltanto ansia. C’era, insieme a quel lampo incerto di gioia delle persone che hanno molto sofferto, e che non riescono mai completamente a sorridere, un tenero orgoglio, non so che oscurità di madre. Essa rimaneva presso la mia spalla, al di sotto della spalla perché era più  piccola di me, come una madre vecchia che ha aspettato per molti anni il figlio, e non può parlare, con quella stessa timidezza, quella umiltà gloriosa.
La giovane, parlando, aveva una espressione ironica, ma non meno appassionata. Disse, con la voce piana, velata:
«Così, questa e Mosca. Una buona città».
«Penso che possa piacermi», dissi gentilmente.
«Me lo auguro. A1 suo posto, pero, io avrei una gran voglia di piangere, e questo non avrebbe nulla a vedere con la città. Non ho mai potuto lasciare mio marito e mia figlia senza sentirmi spezzare il cuore. Le nuove generazioni sono più  fredde»
«Non è che sia molto allegra», dissi sforzandomi di sorridere. «Ma è più  forte lo stordimento, almeno per ora».
A1 mio fianco, la donna anziana si rivolse vivacemente alla bionda, e pronunziò rapidamente due o tre parole, guardando me con un sorriso. Io rimasi sbalordita. Quella lingua non era affatto l’italiana.
La giovane disse: «La signora Petrova spera che lei non sia triste».
Riuscii a contenere la mia meraviglia: «Le dica, per favore, che la ringrazio».
Ancora, la signora Petrova, disse qualcosa in fretta. Poi ebbe un piccolo sorriso contento, e aspetto che la giovane parlasse.
«Anche lei, se fosse giovane, vorrebbe tanto viaggiare».
Seguirono altre due o tre frasi. Alla fine, la signora Petrova disse ancora qualche cosa, con quel suo accento rapido, quasi confuso, e la giovane: «La signora Petrova chiede se lei ha padre e madre».
Dissi di no.
A questo punto non vi fu nessuna risposta, salvo che la signora Petrova afferrò ancora la mia mano, e finché non arrivammo all'albergo non la lascio più.
Durante il resto del percorso la giovane fece quelle presentazioni di cui, non so se per eccessiva modestia o perché il suo pensiero era lontano da tali cose, non aveva sentito prima la necessità.
Seppi cosi che la signora Petrova era presidente di un Comitato Femminile (seguiva una designazione di questo Comitato, ma non la ricordo), mentre Alessandra (questo il nome della giovane bionda) era una delle quattro interpreti che il Comitato aveva messo a disposizione della delegazione.
Seppi anche un’altra cosa: che mai, da queste persone, mi sarebbe giunta una domanda indiscreta sui miei possibili sentimenti politici, mai una proposta, un suggerimento, un giudizio. Ben altri, curiosamente, dovevano essere, durante il mio soggiorno a Mosca, i nostri rapporti più  veri. Frattanto eravamo giunte all'albergo.
II Nazionale, uno dei più  noti alle delegazioni che giungono in visita a Mosca, era una costruzione massiccia, di cinque o sei piani, tranquilla, solida, imponente, con ampie sale da pranzo, lunghissimi corridoi, stanze dai soffitti molto alti, arredate nello stile del secolo scorso, piene di tappeti - di cui mi sfuggiva, credo, il valore - di divani che appariva no sciupati, di pesanti tende. Un’ampia scala, dall’atrio, saliva fino agli ultimi piani, battuta dalla luce lattea di molte finestre. Ad ogni piano, presso la balaustra, era collocato un tavolo con una sedia e l’occorrente per scrivere; ad ogni tavolo era seduta una donna grassa e, dietro la testa della donna, incorniciato di nero sul muro bianco, un ritratto di Lenin o Stalin o altro uomo politico.
Sia giù, nell’ingresso, dove Alessandra si fermò a consegnare i miei documenti, che negli ascensori o per le scale, c’era un notevole andirivieni di clienti, essendo arrivata proprio il giorno prima, insieme alla nostra, una delegazione indiana. Con vera sorpresa, vidi scendere dal primo piano, in mezzo a un violento fruscio di vesti nere, e con una splendente croce d’oro sul petto, due preti copti, alti, barbuti, con bellissime facce giovani, che chiacchieravano vivacemente. A1 secondo piano, un negro in grigio, molto elegante, saluto con deferenza la signora Petrova, mentre una famigliola indiana al completo, simile a uno stormo di colibrì, con voci sottili, meravigliosi occhi neri, le fronti stellate e lunghi veli turchini, viola, rossi e dorati, inondava per un attimo tutta la scala come una colata di arcobaleno.
Giovani cinesi, delicati come statuine, e opulenti stranieri nordici, non erano meno frequenti.
Si giunse alla porta della mia stanza, Alessandra Veniaminda girò la maniglia, mentre a Lidia Petrova scintillavano per l’ansia, fissandomi, i piccoli occhi neri: questa stanza sarebbe stata di mio gradimento? Avrei apprezzato sufficientemente le sue comodità?
Mi passò davanti per andare ad aprire le tende che ornavano la finestra.
Pronunciò in russo, mentre le tirava, due o tre delle sue rapidissime, ingarbugliate, amorose parole, che Alessandra tradusse.
«Questo e il Cremlino», disse con calma Alessandra.
Dietro il Cremlino si vedeva uno spazio immenso, squadrato, pieno di aria, tinto tenuamente di rosso, dal centro del quale, come una nave a meta scomparsa nella tempesta, emergevano delle mura rosse e delle cupole gialle e verdi, con qualcosa di dorato: la chiesa di San Basilio, nella Piazza Rossa.
Da un lato si scorgeva un pezzo del Mausoleo che custodisce le bare di cristallo dove sono deposti Lenin e Stalin; sull'altro lato, di sbieco, i Magazzini Generali.
Ma vidi tutto questo come in un velo.
Improvvisamente, non sapevo più  se ero sveglia o sognavo, se ero semplicemente stanca o soffrivo. Mentre Alessandra Veniaminda mi mostrava la stanza, che aveva un bagno e un’alcova, Lidia Petrova le mormorò qualche cosa. Alessandra Veniaminda disse: «La signora Petrova dice che lei è molto stanca... dice che deve subito riposare... ch’eè stato un errore viaggiare col treno...».
«No... davvero... non sono stanca», mi sforzai di sorridere.
Alessandra tradusse. La Petrova un po’ mi guardò amorosamente, un po’ piena di dubbio, abbassò la testa, e ancora, abbassando quella sua fine testa chiusa nel fazzoletto scuro, si gingillava, proprio come avrebbe fatto una madre in pena, con la mia mano.
Alla fine, senza soggiungere altro, uscì in fretta dalla mia stanza.
Rimasta sola, non pensai affatto a riposare, ma la prima cosa che feci fu di andare a chiudere di colpo la finestra per non vedere il Cremlino. Quando la finestra fu chiusa e le tende nuovamente accostate, mi abbandonai a una emozione malata. Con la testa sul tavolo piansi disperatamente. Volevo tornare a casa! Avevo terrore di essere così lontano, terrore di essere in Russia. II vecchio sgomento che provavo dovunque nel mondo, come se tutto fosse - senza rimedio - estraneo alla mia vita, eccolo di nuovo lì, al termine di questo lungo tremante viaggio, complicato dalla memoria confusa di tutto il sangue che era corso in questo Paese negli anni ancora incombenti della Rivoluzione.
Piangevo pensando quel sangue!
E come mi dispiacque per la Petrova, Liza e gli altri! Come ero desolata di rispondere così - ricordando e soffrendo - a quella infinita umile fraternità che mi aveva accompagnata e sostenuta per tutto il viaggio! Ma era così! Sono malata, pensai, malata di memoria del mondo.
Ma forse, anche per tutti questi fratelli - e molto più  gravemente, mi dissi - era cosi.
Poco alla volta mi calmai. Tornai alla finestra, la riaprii, e benché quel senso di strazio fosse sempre lì - strazio e rimorso insieme, come cosa di cui fossi anche io (e come? e quando?) responsabile, - era anche come velato.
Sorgeva una piccola luna, nel cielo, benché fosse pieno giorno, in un incavo di perla; sorgeva, mi parve, proprio sulla Cittadella terribile - mura rosse, ma ora sbiancate dall'afa, aeree cupole verdi e dorate - e illuminava - o cancellava? - un angolo delle tombe sublimi.
Ma né Lenin né Stalin, né gli altri visi giganteschi si vedevano più.
Vennero invece dei passeri, che forse abitavano tra quelle tombe, fino al mio davanzale, vennero strillando con grande allegria, e qualcuno si spinse fin dentro la stanza. Non sapevo che la natura fosse così amorosa dovunque! Cercai del pane da dare a quegli affamati, e intanto terrore e lacrime, guardando quei passeri, se n’erano andati, potevo nuovamente sorridere.




Anna Maria Ortese: Il treno russo, Le rose di Vienna

Il treno russo è una pubblicazione
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disponibile ordinandolo sul sito dell'editore 

3. Le rose di Vienna

L’indomani mattina era il 2 luglio. Svegliandomi vidi attraverso il finestrino un cielo calmo, coperto. II fremito continuo del treno, quel tran tran sotterraneo che faceva tremare senza sosta il lettino e vibrare impercettibilmente le pareti, ogni oggetto, mi ricordarono ch'ero in viaggio, che avevo varcato il confine sovietico e correvo adesso verso Mosca. A questo pensiero, all'idea di trovarmi in territorio russo, provai non so che turbamento e tutto il mio cuore si strinse per un attimo nel desiderio dell’Italia.
Per fortuna, questa vertigine passo subito. Successe nella mia testa un silenzio inerte. In quel silenzio (solo per un momento, guardando il finestrino, avevo aperto gli oc- chi, poi li avevo richiusi, e i miei vicini dovevano essere convinti che io dormivo) sentii i coniugi Ivànovic discutere sottovoce. Non vi fu nessun dubbio, mentre osservavo tra le ciglia il volto crucciato di Lucia, e lo vedevo rivolgersi a me e guardarmi come si guarda qualcosa che ci appartiene e che si sta difendendo, che la discussione avesse per oggetto la eccessiva familiarità dimostratami dalla donna. Per qualche motivo che non mi era dato di capire, e a cui doveva essere estranea la preoccupazione di recarmi noia, Nicola Ivànovic rimproverava la moglie di quella familiarità con una sconosciuta. Essa (a quanto mi pareva intendere giudicando dalle occhiate che mi lanciava) doveva rispondergli che non c’era nulla di male, che infine dividevamo lo stesso scompartimento, ed era impossibile non parlarci. La diffidenza di quell'uomo, la sua ostilità non mi fecero alcun male e neppure mi sorpresero, le trovavo naturali in un uomo un po’ pavido e pieno di complessi; mi commosse invece la bontà di Lucia e, strano, invece di acuire la mia tristezza, questo fatto parve alleviarla.
La porta dello scompartimento si schiuse, lasciando sporgere la testa di una inserviente che offriva te e cioccolata calda.
Nicola Ivànovic acquistò tre bicchieri di cioccolata, contando il denaro in mano alla donna, e io, mentre salutavo Lucia, presi un bicchiere di te.
Nel breve tempo che la porta era rimasta aperta, avevo veduto in corridoio delle teste scarruffate, dei pigiami a righe e sentito piangere un bambino nello scompartimento vicino. Un militare anziano, con la testa massiccia e nuda come quella di Mussolini, e due occhi azzurri, penetranti, la divisa leggermente in disordine, era in piedi nel corridoio, guardando la pianura.
Mi vestii in fretta, badando come per tacito accordo aveva fatto ciascuno di noi, a svolgere tutta questa manovra al di sotto del lenzuolo; alla fine, infilate le scarpe, uscii nel corridoio per andare a lavarmi.
Non c’era molta gente, in corridoio, perché quasi tutti i viaggiatori erano ancora a letto. Le porte erano aperte o semiaperte, e si vedevano gli interni tranquilli, con le tendine accostate, qua e là una piccola lampada ancora accesa. Chi non era a letto, era seduto sull'orlo della cuccetta disfatta, con le lenzuola che venivano fino in terra, e che purtroppo, fino alla fine del viaggio, nessuno doveva mai raccogliere. I portacenere erano pieni di pezzi di carta, e ogni tavoletta sotto la finestra dello scompartimento era ingombra di alti bicchieri da te, vuoti, col cucchiaino dentro. Molte scarpe erano fuori le porte, e altre scarpe o pantofole nell'interno, in mezzo ad abiti ed asciugamani ammucchiati alla rinfusa.
C’era un silenzio incredibile per una classe popolare, come un’aria di domenica triste, in cui la gente si attarda nei letti niente affatto pensando, odorando l’aria pura che viene (dai campi attraverso le finestre aperte. Quei visi, di uomini o donne, di vecchi o bambini, che potevo intravedere qua e là, appoggiati sui cuscini, o quel gomito sul cuscino e la mano sotto la fronte - nell'altra mano un giornale che era spesso la Pravda -, quei visi, come quelli del treno di Praga, non esprimevano niente e, solitamente, mostravano d’ignorarmi, benché poi, allontanandomi e guardando per caso di nuovo indietro, scorgessi alcune pupille in atto di fissarmi.
Se questo riserbo facesse parte della natura della gente, te esprimesse una esigenza naturale o rappresentasse un lato provvisorio della loro vita, io non avrei saputo dirlo. Vera è una cosa: che le folle, la gente - o gruppi di più  persone, in pubblico durante il mio viaggio in quel territorio, le ho viste sempre così: inerti, fredde assorte. Erano come il mare guardato da lontano: una linea morta, plumbea. Mi accostavo: ecco un fragore, un movimento, una gioia. Ecco le onde. II profondo mare dell’animo russo da lontano è nemico. Da vicino, è fresco, colmo di suoni.
Riattraversando il corridoio, provai un vago malessere, e mi accorsi che faceva caldo e tutti i vetri erano ermeticamente chiusi, essendo questi treni attrezzati soprattutto per i lunghi viaggi invernali. Non sapevo in che modo procurarmi un po’ d’aria e, dall'orrore che ciò non fosse possibile, mi sentii la fronte diventare ghiaccia.
L’ufficiale calvo che avevo visto in corridoio svegliandomi, era ancora lì. Comprese, dal modo in cui posavo la faccia sul vetro, che mi sentivo male, e accostandosi, molto cortesemente, manovrò una leva: una striscia di vetro, nella parte superiore del finestrino, si staccò dal vetro fisso, e cominciò a salire. Entro l’aria, un filo di vento, l’odore della terra: quanto mi bastava a riprendere vita.
Sotto il finestrino c’era un sedile di legno. Sedetti lì, con addosso uno scoraggiamento confuso, dovuto alla mia salute malferma, e al timore di questo ignoto in cui mi avventuravo. Lo sguardo dell’interprete era stato umano; piena di grazia era quella giovane del popolo che cantava per consolarmi, e squisitamente affabili le maniere di Liza e degli ufficiali. Ma che cosa c’era dietro tutto questo? Ricordavo tanti altri piccoli particolari: la ragazza ed il ragazzo che, sul treno di Praga, non avevano mai lasciato di guardarmi e, alla fine, mi avevano stretto con tanto amoroso calore la mano; 1’operaio che, all'alba, aveva voluto aggiustare la cerniera del mio sacco, per dirmi con quel piccolo gesto che non temessi, avessi fiducia, e la sua faccia dolcissima, gli occhi pieni di una luce di fiume. Ecco ancora la donna del ristorante nella stazione di confine, che mi sorride furtiva e dolce passando dietro la sedia dell’interprete; ecco ancora il sorriso, pieno di una misteriosa gioia, della cameriera del ristorante, così bruttina e così stranamente felice. Ma che cosa c’era dietro tutto questo? Da trent'anni io sentivo parlare della Russia come di un paese spiritualmente spento, moralmente deserto, cupo, dove gli uomini avevano praticamente ucciso tutto quanto riguardava il cielo, dove della libertà individuale si era perduto ogni senso. Ed ecco, era questo che mi stordiva: il non vedere alcun nesso tra queste asserzioni, tra la durezza di cui si parlava e la bontà innata, la bellezza orale, quello sfolgorio tranquillo che coglievo in tanti guardi. Poco alla volta, mi persi in strani pensieri.
Mi tolse da questo stordimento la voce di Liza. Passava di là, mi aveva vista; sorrise: avevo dormito bene?
«Benissimo, grazie».
«Dovreste venire a tavola, per favore. Sono già le dieci».
Mi parve, se possibile, più  alta. Ma l’abito era anche più sciupato e sul volto c’era una stanchezza, o un’ansia, leggermente più accentuata di ieri sera. Gli occhi mandavano lampi. Non sorrideva, eppure la sua voce educata mi parve- anche più amica mentre mormorava quelle poche parole.
Mi dispiacque per gli strani pensieri che essa poteva aver letto nel mio viso quando era sopraggiunta. Mentre percorrevamo, dirette al ristorante, il lungo corridoio, Liza disse: «Tutti dormono, avete notato?»
«Molti non dormono, ma sono rimasti a letto ugualmente».
« È lo stesso. Stanno zitti e pensano. In questo modo riposano».
«Pensate che siano tristi?», chiesi involontariamente.
Usavo anch'io, senza accorgermene, il voi.
«E voi, pensate forse che io lo sia?», disse Liza curiosamente.
«No... non proprio», dissi confusa.
II treno oscillava violentemente.
«Venite, datemi la mano».
Quando entrammo nel ristorante, in quel momento preciso, dal cielo coperto venne fuori un gran raggio e illumino tutti i tavoli. Vidi laggiù, al solito posto, i due ufficiali, già seduti. Sembravano di metallo dorato. Alle loro spalle, due giovani in abiti civili e piuttosto eleganti, molto alti. A destra, a sinistra, avanti, indietro., a quei quindici o venti tavolini, sedevano altri soldati e ufficiali sovietici, dall'aspetto curato eppure modesto, insieme a donne e ragazze con qualche pretesa d’eleganza, - come un cappellino ornato di un nastro di velluto rosso, - e, vestiti completamente di nero, due cinesi.
Su ogni tavolo c’erano insalata di cetrioli, champagne, caviale, pane scuro e pane bianco. A qualche tavolo, la cameriera serviva del cioccolato caldo.
Come ieri sera, Pietro sedeva di fronte a me; mi parve per un momento, mentre il sole, uscendo dalle nuvole grigie, lo avvolgeva, più pacato. Qualcosa come un sorriso vagava nelle sue pupille azzurro cupo. Volgendosi a Liza mormorò alcune parole in russo, poi, come aspettando, guardò me.
«Pietro dice», tradusse Liza, «che il sole e dolce in Russia, se il cuore è in pace».
«Oh, sì!» dissi commossa.
Liza ripete a Pietro la mia esclamazione.
L’ufficiale si volse ancora a Liza. Parlava con la dolcezza di una donna.
«Pietro spera», disse Liza, «che questo sole vi accompagni fino a Mosca e poi durante tutto il tempo che rimarrete in Russia e, tornando a casa, lo ritroviate sulla soglia della vostra casa».
Queste parole produssero su di me un’impressione violenta. Non potei rispondere nulla e abbassai lo sguardo sul tavolo.
Poco dopo, ecco ancora, davanti a me, una mano spingere un bicchiere di champagne.
Lo sollevo con mano incerta. Non ho mai bevuto a quest’ora del mattino, ma sento che qui tutto e possibile. Infine non sono sicura se questo vino sia solo champagne, o non, anche, sole. Vedo, in mezzo a un gran tremolio, gli occhi azzurri e gravi di Pietro fissare ancora lontano, con quello sguardo da prigioniero, quella pura calma. Vedo gli occhi di Liza abbassarsi; quelli di Sergio guardare tranquillamente la tavola, e Liza, e il sole, con una freddezza non riva di comprensione e pietà.
II treno è fermo in mezzo a una campagna gialla. Nel cielo, qua e là delicatamente azzurro, volano bassi i corvi.
Sergio si curva in avanti sul tavolo e mormora qualche cosa a Liza
Liza traduce: «Sergio vi domanda se vi meravigliano molto questi corvi».
«Sì. Mi sembrano incomprensibili. La natura appare pacata e materna, e questi corvi sembrano graffi sulla fronte. Si direbbe che essa si tormenti per qualche cosa».
Liza tradusse. Sergio ascoltò gentilmente, poi parlò, con un tono direi mondano, e Liza, esitando, tradusse ancora: «Sergio dice che avete ragione. II nostro paese è pieno d’incognite, molte cose vi turberanno, ma egli è del parere di Pietro: il sole è dolce anche in Russia se il cuore è in pace».
Così dicendo, tanto Liza che Sergio non guardarono me, ma per un attimo, sorridendo, passarono lo sguardo intorno alla testa e al petto immobile del loro malinconico compagno.
Dormii durante tutto il pomeriggio - ma dormii male. II mio stato d’animo - il terrore del viaggio, la distanza dall'Italia - ancora mi accompagnava; ma non era più solo, era alleggerito e aiutato da altri pensieri. Questi pensieri riguardavano la Russia, i miei compagni, tutta la gente che incontravo. Io ero una persona comune introdotta in un mondo di cui non esiste da noi alcun presupposto. Ero come uno vissuto sempre in mezzo a una folla di maschere e di commedianti, che improvvisamente si imbatte nella realtà dell’uomo. Questo scendere continuo dei discorsi (e con una straniera) alle cose più universali, questo linguaggio senza equivoci, quest’uomo senza equivoci, e il loro essermi vicina («venite, datemi la mano... Sergio dice... Pietro spera che questo sole... » ecc.). Unico dubbio: forse non erano sovietici, come avevo pensato la sera prima, la Rivoluzione non era passata sulle loro teste, come non aveva neppure sfiorato quella dei coniugi Ivànovic.
In questo dormiveglia, tra immagini fuori del comune, che io tentavo di analizzare, in una disperata volontà di riportarle alla nostra stretta misura occidentale, sentii che gli ,Ivànovic continuavano a discorrere. Poi sentii che Lucia mi metteva un cappotto sulle spalle. Silenzio. Poi si continuava a discorrere. Lucia non rideva. Parlava turbata, come se qualcosa di probabilmente spiacevole l’aspettasse a Mosca. Ma perché non pensava a questo già da ieri sera? Perché, ieri sera, rideva cosi beatamente? Probabilmente rideva per- che aveva cantato, e aveva cantato perché era in pena per qualche cosa. Sì, doveva essere cosi.
Mi tirai su di colpo. Mi ero ricordata che avevo promesso a Liza di portarle lo scialle, e ancora non lo avevo fatto. II sole era nuovamente al tramonto, ed essi dovevano già trovarsi a tavola. Insieme allo scialle, presi un piccolo fazzoletto di seta, a splendenti quadri colorati, e lo misi da parte riservandomi di offrirlo a Lucia più tardi, in un momento che Nicola non ci osservasse. Vidi Lucia sdraiata sul lettino, nell'identica posizione della sera prima, ma con un viso pensieroso, farsi vento col fazzoletto: i suoi occhi alla fine di quella discussione, erano umidi e grandi come se avesse pianto. Sembrava assorta, e quasi non mi vide, mentre uscivo dallo scompartimento.
Rifeci, come la mattina, tutto il cammino dei corridoi, per arrivare al ristorante. Forse perché avevo dormito di pomeriggio, e male, mi sentivo turbata. O forse vedevo troppo, non so. Le porte degli scompartimenti erano sempre aperte e i lettini occupati da persone immobili, sdraiate. Le luci del treno non erano ancora accese, e quelle della natura già spente. La campagna, fuori dei finestrini, passava ora come un’ombra.
Entrando nel ristorante, vidi che il posto di Pietro era vuoto, mentre Liza e Sergio sedevano regolarmente ai loro posti. Supposi che l’ufficiale fosse sceso a qualche stazione durante il pomeriggio, mentre io dormivo, ma Liza mi disse che era ancora sul treno (senza spiegarmi perché non veniva a cena), e anzi mi avrebbe fatto compagnia l’indomani, a tavola. Loro due, invece, mi avrebbero lasciata quella sera, sarebbero scesi dal treno alle dieci.
II volto di Liza, nel dirmi queste cose, era calmo, e i suoi piccoli occhi chiari avevano una durezza ch'era semplicemente un modo per respingere le lacrime. Come per caso, i suoi sguardi andavano continuamente al posto deserto, e subito se ne ritraevano.
Le detti lo scialle, ed essa si soffermò a carezzare quella seta, inconsciamente, freddamente.
«Com'è bello! Vi ringrazio!» disse poi alzando un piccolo viso disperato.
Sergio le mormoro qualcosa.
«Sergio dice», essa ripete rigidamente, «che vi cercheremo a Mosca tra qualche settimana, e passeremo una graziosa serata insieme».
«Grazie», dissi. Chinai la testa perché sapevo che ciò non sarebbe mai accaduto. Per molto tempo Liza avrebbe cercato di non vedere nessuno, e in quanto a me, queste care persone sarebbero fuggite per sempre dalla mia mente.
Era la seconda notte che passavo in territorio russo, ma la prima che mi accadeva di essere triste pensando a qualcosa che non era il viaggio e la lontananza dall'Italia. Non presi sonno che all'alba, ed ecco un improvviso, doloroso risveglio.
Lucia Ivànovic è in piedi vicino a me, in camicia, con la faccia inondata di lacrime. Mi tocca timidamente sulle spalle, per svegliarmi, e fra i singhiozzi mormora chiaramente: «Rose! Rose! Souvenir Wien! Rose non più!».
Chiudo gli occhi, li riapro. La luce grigia dell’alba invade lo scompartimento, mentre la natura, dietro il finestrino, continua a passare come un’ombra. II dolore di Lucia, la notizia che le rose sono scomparse, mi colpisce improvvisamente come una sventura. La colpevole sono io: per due sere di seguito, senza dir nulla a Lucia, ho messo il vaso dei fiori dietro la porta, affinché non si corrompa l’aria.
Mi alzo a metà sul letto, avvilita e infelice. Nicola e il cugino, dopo aver confabulato un poco, escono, e Lucia rimane seduta sul lettuccio a piangere. Mi guarda con gli occhi spalancati, pieni di una disperazione infinita, occhi di bambino deluso, colmi fino all'orlo di lacrime, e tra quelle lacrime la mia figura deve tremare in modo orribile. Piange e ripete: «Rose! Rose! Souvenir Wien! Rose non più!».
Di colpo la porta si riapre, rientrano Nicola e il cugino seguiti da un militare anziano tutto assonnato. Comincia una spiegazione interminabile, accompagnata da una quantità di gesti. Lucia va al tavolino, fa coppa con le mani imitando qualcosa che si apre; poi mostra la porta, esce fuori , dalla porta e si piega per mostrare il posto in cui e stato collocato il vaso delle rose. Si rialza, rientra, va fuori di nuovo, guarda in terra, esce in una esclamazione di stupore: «Rose non più!».
II militare, il cugino e Nicola escono di nuovo per una ispezione. Adesso sono io che piango, senza accorgermene, piano piano, fissando il filo grigio della pianura che si solleva continuamente dietro il finestrino. Piango, ma per poco, perché due braccia calde, mi circondano il collo, una guancia calda si posa sulla mia fronte e un fazzoletto grande come un lenzuolo, rosso e bianco, mi viene passato adagio sul viso.
«Pardon! Pardon!» mormora teneramente sulla mia fronte Lucia Ivànovic. Dice parole in francese, in russo, incomprensibili, rotte, affannose. Dice: «Lucia non più», vuole dire Lucia non piange più, e si tocca, piena di lacrime nel suo sorriso, i grandi occhi neri, e continua a carezzare i miei.
Rientrano il militare e i parenti portando in mano il vaso di vetro. E tutto ciò che hanno potuto recuperare.
Hanno trovato il vaso di vetro in qualche posto, mentre le rose soffocano di certo, rubate per amore, per desiderio di giardino, in qualcuna di quelle stanzucce piene di gente immobile che sogna.
E Mosca si avvicina.
Sono forse le dieci, mancano poche ore all'arrivo, e sento Mosca già nell'aria, come una presenza immensa, vaga di cupole dorate, misteriosa, febbrile. Benché non ci sia nulla che parli di costruito, qui intorno, benché col viso al finestrino del corridoio, non veda che campi di grano, casupole, boschi e, sul cielo di maiolica celeste, non passino che i corvi e, per un attimo ogni tanto, figure di contadini e soldati, sento che la città si avvicina. Nel silenzio, nel sole.
Sul treno, negli scompartimenti, comincia una lieve animazione. Si disfano i letti, si riordina la roba, si rifanno, con una cura meticolosa, infinita, le valigie. Anche gli Ivànovic sono occupati in questo: lei è più svelta, ma Nicola asciuga già da due ore il vaso di vetro e lo riempie di carta straccia.