
Per trovare un linguaggio così nuovo, ricco e illuminato, sebbene l’argomento sia come sempre la separazione e/o l’abbandono, bisogna tornare indietro di oltre cinquant'anni anni con Amelia Rosselli (per quanto concerne la poesia) che, a un argomento così diffuso (specie oggi), regala un verso tanto stringato tanto furibondo. Mi viene in mente un paragone anche semplice con due film quali Luna di fiele e Titanic fra smancerie scontate e veleni dolci come rileva Mauro Macario nella ben attenta prefazione.
Così, con il mezzo che mi rimane propongo alla diffusione, quanto più gradita tanto più opportuna, in questo mondo poco poetico dove si smuovono flaccide parole fantasmi e dove il dolore sembra accompagnarsi a crasse risate.
Non sono un “critico” e quindi non aggiungo altro per non annegare il già detto, frutto di esperienza e maturazione per quello che riguarda l'oggi - ma molto anche ieri - la grande poesia, se non di avere la sensazione che Patrizia Bambini, come i surrealisti, i suoi versi li scriva di getto, fra pensiero e penna un unico fiume in piena.
Beppe Costa
Alcune poesia tratte da La luce imperfetta:
Mostra
la mina che anima il tuo petto,
i
chiodi di grafite che scivolano sul foglio,
oscillazioni
alle dita, tremori su dal fondo.
Mostra
la parte assunta all’altro lato,
il
verso di civetta in sottofondo,
le
corde preparate con mistica cura,
il
velo in trasparenza, le frasi abbozzate
e
subito dismesse per pudore o spina.
Continua
il sangue, fammelo sgorgare,
le
vene che ti percorrono mi fanno
china
sui polpastrelli, ormai schedata
tra
le scartoffie e la polvere di un tempo
che
mai c’è stato a risolvere l’argento
tra
i capelli inadatti a un’altra prova:
vi
passa il vento e tace sul ramo alto.
…
Lassù
qualcosa forse ci ritrova
fra il
timido apparire di una gemma.
Sento l’urlo che non posso
Sento
l’urlo che non posso.
La
disgrazia è il cappio che fallisce
e
il cuore penzola attaccato a un corpo
smorto
di calore.
Se
solo qualcuno si sporgesse di dentro
nell’aggetto
mancante che costringe tra muri,
traverse
in mezzo alla costante di lutto.
Se
solo qualcuno sentisse
l’urlo
che resta stantio allo spazio annerito
da
nane bianche che furono,
furono
negli occhi scie luminose,
furono
prima del cielo appannato,
furono
prima che il firmamento cadesse
all’acqua
fragile,
nella
catena al respiro,
all’urlo
che non posso.
Se
solo il grido si tingesse supernova
e
mi strappasse allo strazio
di me che continuo, rifiato, vivo.
Mi appello al cielo
Dovrei
lavare a novanta gradi
il
groppo che si strozza nel viluppo
di
macchie scure allo scuro velo
di
me poeta da quattro lire ormai scadute
che
implora nel cappello fronte cuore
un
obolo di amore, e non si vede
che
inutili monete che non chiedo.
...
Intuire
non è facile, d’accordo,
dovrei
fare una chiosa al mio restare,
appesa
a un chiodo che ha bucato l’osso,
e
lì svolgere lo stropicciare
che
inibisce, assassinando ali.
...
In
faccia mi rimangono due fori
che
non sanno più guardare oltre l’evento
che
porta dritto dritto in fondo a un fosso
dove
restano sepolti pianeti e stelle.
...
Il
fango verrà via a novanta gradi?
...
Mi
appello al cielo che non mi sente,
non
una volta si è voltato per capirmi,
non
una volta ha saputo
–
magari solo per commiserazione o per cordoglio –
se
scrivermi con senno un altro giorno
o senza
senno, infine, poi finirmi.
Ha cercato inutilmente
Ha
cercato inutilmente il luccichio che disfece
il
buio a pagamento, i tratti velati
dalla
prima luna veggente,
saltando
i contorni traballanti dell’urna
che
già l’accolse, infelice ai sorrisi.
...
A
balzelli andava su per i gradini
e
sentiva le coste sobbalzare al cuore,
affettarsi
alla lama imprevista
di
una stucchevole e inutile felicità.
...
Avessero
saputo le viole calpestate,
dell’immolarsi
per nulla, svilite!
Avesse
saputo dei denti fra i tremiti
agghindati
al sorriso e invero voraci,
...
stritolata
dai morsi di un inverno rimasto,
schegge
gravi allo sgorgo di cuore,
mannaie
nascoste all’inginocchiarsi
e
mentire al ventre, al seno, alle spalle
ordire
una trama di acqua e sapone
scivolata
via, defluita al sifone.
...
Resta
nascosta fra acque malsane
lei che
dalle acque è rimasta inane
La materia del dolore
La
materia si trasforma e si fa nebbia,
o
meglio nulla, nell’attimo impensato,
impensabile
punto che diventa centro
di
un abisso che ieri oggi ora
mi
abitava,
ora
che
già si sfora nel passato
e
se lo vivo lo ricordo solo.
...
La
materia è un inganno che mi dice
mi
prega implora di non crederle
ché
se ci credo mi si disfa il cuore
e
giace l’ombra a insultarmi, eterna.
...
Quell’ombra
più che oscura
si
incolla alla pietra, nell’esplosione,
vi
resta impressa, monito, catena
che
se la stringi alle mani sangue,
impasto
di saliva e altri fiumi
nella
salita verso nuovi mondi.
...
Riversami
il tuo fiume, vita dannata,
orbita,
collisione,
rimanimi
terra solo immaginata,
disfami
le ali, ché io cada
dentro
quel miraggio che si fa luogo
per
una ferita, e lì si spreme,
soda
caustica
per
ricordarmi che nel dolore
sono viva.
Tremami dentro
Tremami
dentro, tremami,
le
mani stringile sulle viscere inquiete,
le
mani non le conservare intatte,
sporcamele
nel fascio oscuro che piglia di traverso la luce,
se
ti avvicini io spero il tuo canto e pure l’inferno,
c’è
una qualche bellezza in mezzo allo sbaglio,
posso
sperare, non credi?
E
nella speranza sei presente, sei un fatto,
un
bugiardino che spiega bene la fine.
Resto
aggrappata a un’incertezza,
è
così che ti guardo, troppo da vicino,
hai
gli occhi impastati di orrendi voli,
il
mondo ha imposto le regole, osserva,
c’è
persino chi lo trova normale
questo
trancio di follia avanzato sul desco
dove
la fame non passa mai e poi mai.
Mi
piglio il lusso di esserti felice
nella
libertà anni settanta,
i
figli dei fiori, i figli lasciati al volo,
o
magari braccati dall’amore senza costrutto,
i
figli mai avuti, il peccato mortale in questa eresia.
Per
non perderti, in te si srotolano atti brutali,
etica
spicciola per amanti di fatto.
Ho
scelto la strada più cruda,
la
verità a ogni costo, le croste distrutte,
ogni
volta fiotti di sangue,
e
ripetersi sperando in una fine diversa,
in una
morte sfinita da tanto non pensarla.
Tarli
La
notte passata – passano tutte –
cerchio
d’inferno come una cruna
che
si dilata, si espande mentre la fisso,
attaccata
malamente a una trave tarlata
di
buoni propositi per il giorno che torna
–tornano
tutti, prima o dopo, tranquilla,
patire
non è un margine di errore
strappato
di fretta –
…
Concentro
l’attesa guardando il nulla,
ferma
pupilla, seccata apparente,
in
qualche recesso scavato dall’inopportuno,
torno
marea sotto una luna impietosa.
…
Il
proiettile arriva di botto,
nessuna
previsione sulla rosa che si schiude,
quasi
sollievo l’aprirsi a raggiera,
attraverso
la pelle, un quarto di respiro,
un
ansimo, più che altro,
ma
è già qualcosa.
…
I
tarli insistono nella loro opera di convincimento
alla
trave che continua a sfaldarsi.
Polvere,
polvere! sul pavimento.
