Patrizia Bambini alcune poesie da "La luce imperfetta"

           Capita raramente  sono d’accordo con l’amica Barbara Alberti,  quando riteniamo che soprattutto la scrittura delle donne ha da dire ancora molto e per lungo tempo. Non a caso fra le mie pubblicazioni del passano spiccano nomi che la grande editoria ignorava e ignora come Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza o Adele Cambria, insieme a un nutrito numero di donne alla loro prima pubblicazioni (eravamo alla fine degli anni ’80).

  Per trovare un linguaggio così nuovo, ricco e illuminato, sebbene l’argomento sia come sempre la separazione e/o l’abbandono, bisogna tornare indietro di oltre cinquant'anni anni con Amelia Rosselli (per quanto concerne la poesia) che, a un argomento così diffuso (specie oggi), regala un verso tanto stringato tanto furibondo. Mi viene in mente un paragone anche semplice con due film quali Luna di fiele e Titanic fra smancerie scontate e veleni dolci come rileva Mauro Macario nella ben attenta prefazione.

Così, con il mezzo che mi rimane propongo alla diffusione, quanto più gradita tanto più opportuna, in questo mondo poco poetico dove si smuovono flaccide parole fantasmi e dove il dolore sembra accompagnarsi a crasse risate.

Non sono un “critico” e quindi non aggiungo altro per non annegare il già detto, frutto di esperienza e maturazione per quello che riguarda l'oggi - ma molto anche ieri - la grande poesia, se non di avere la sensazione che Patrizia Bambini, come i surrealisti, i suoi versi li scriva di getto, fra pensiero e penna un unico fiume in piena.

Beppe Costa

Alcune poesia tratte da La luce imperfetta: 


Mostra la mina che anima il tuo petto

Mostra la mina che anima il tuo petto,

i chiodi di grafite che scivolano sul foglio,

oscillazioni alle dita, tremori su dal fondo.

Mostra la parte assunta all’altro lato,

il verso di civetta in sottofondo,

le corde preparate con mistica cura,

il velo in trasparenza, le frasi abbozzate

e subito dismesse per pudore o spina.

Continua il sangue, fammelo sgorgare,

le vene che ti percorrono mi fanno

china sui polpastrelli, ormai schedata

tra le scartoffie e la polvere di un tempo

che mai c’è stato a risolvere l’argento

tra i capelli inadatti a un’altra prova:

vi passa il vento e tace sul ramo alto.

Lassù qualcosa forse ci ritrova

fra il timido apparire di una gemma.

Sento l’urlo che non posso

Sento l’urlo che non posso.

La disgrazia è il cappio che fallisce

e il cuore penzola attaccato a un corpo

smorto di calore.

Se solo qualcuno si sporgesse di dentro

nell’aggetto mancante che costringe tra muri,

traverse in mezzo alla costante di lutto.

Se solo qualcuno sentisse

l’urlo che resta stantio allo spazio annerito

da nane bianche che furono,

furono negli occhi scie luminose,

furono prima del cielo appannato,

furono prima che il firmamento cadesse

all’acqua fragile,

nella catena al respiro,

all’urlo che non posso.

Se solo il grido si tingesse supernova

e mi strappasse allo strazio

di me che continuo, rifiato, vivo.


Mi appello al cielo

Dovrei lavare a novanta gradi

il groppo che si strozza nel viluppo

di macchie scure allo scuro velo

di me poeta da quattro lire ormai scadute

che implora nel cappello fronte cuore

un obolo di amore, e non si vede

che inutili monete che non chiedo.

...

Intuire non è facile, d’accordo,

dovrei fare una chiosa al mio restare,

appesa a un chiodo che ha bucato l’osso,

e lì svolgere lo stropicciare

che inibisce, assassinando ali.

...

In faccia mi rimangono due fori

che non sanno più guardare oltre l’evento

che porta dritto dritto in fondo a un fosso

dove restano sepolti pianeti e stelle.

...

Il fango verrà via a novanta gradi?

...

Mi appello al cielo che non mi sente,

non una volta si è voltato per capirmi,

non una volta ha saputo

– magari solo per commiserazione o per cordoglio –

se scrivermi con senno un altro giorno

o senza senno, infine, poi finirmi.

 

Ha cercato inutilmente

Ha cercato inutilmente il luccichio che disfece

il buio a pagamento, i tratti velati

dalla prima luna veggente,

saltando i contorni traballanti dell’urna

che già l’accolse, infelice ai sorrisi.

...

A balzelli andava su per i gradini

e sentiva le coste sobbalzare al cuore,

affettarsi alla lama imprevista

di una stucchevole e inutile felicità.

...

Avessero saputo le viole calpestate,

dell’immolarsi per nulla, svilite!

Avesse saputo dei denti fra i tremiti

agghindati al sorriso e invero voraci,

...

stritolata dai morsi di un inverno rimasto,

schegge gravi allo sgorgo di cuore,

mannaie nascoste all’inginocchiarsi

e mentire al ventre, al seno, alle spalle

ordire una trama di acqua e sapone

scivolata via, defluita al sifone.

...

Resta nascosta fra acque malsane

lei che dalle acque è rimasta inane

 

La materia del dolore

La materia si trasforma e si fa nebbia,

o meglio nulla, nell’attimo impensato,

impensabile punto che diventa centro

di un abisso che ieri oggi ora

mi abitava,

ora

che già si sfora nel passato

e se lo vivo lo ricordo solo.

...

La materia è un inganno che mi dice

mi prega implora di non crederle

ché se ci credo mi si disfa il cuore

e giace l’ombra a insultarmi, eterna.

...

Quell’ombra più che oscura

si incolla alla pietra, nell’esplosione,

vi resta impressa, monito, catena

che se la stringi alle mani sangue,

impasto di saliva e altri fiumi

nella salita verso nuovi mondi.

...

Riversami il tuo fiume, vita dannata,

orbita, collisione,

rimanimi terra solo immaginata,

disfami le ali, ché io cada

dentro quel miraggio che si fa luogo

per una ferita, e lì si spreme,

soda caustica

per ricordarmi che nel dolore

sono viva.

 

Tremami dentro

Tremami dentro, tremami,

le mani stringile sulle viscere inquiete,

le mani non le conservare intatte,

sporcamele nel fascio oscuro che piglia di traverso la luce,

se ti avvicini io spero il tuo canto e pure l’inferno,

c’è una qualche bellezza in mezzo allo sbaglio,

posso sperare, non credi?

E nella speranza sei presente, sei un fatto,

un bugiardino che spiega bene la fine.

Resto aggrappata a un’incertezza,

è così che ti guardo, troppo da vicino,

hai gli occhi impastati di orrendi voli,

il mondo ha imposto le regole, osserva,

c’è persino chi lo trova normale

questo trancio di follia avanzato sul desco

dove la fame non passa mai e poi mai.

Mi piglio il lusso di esserti felice

nella libertà anni settanta,

i figli dei fiori, i figli lasciati al volo,

o magari braccati dall’amore senza costrutto,

i figli mai avuti, il peccato mortale in questa eresia.

Per non perderti, in te si srotolano atti brutali,

etica spicciola per amanti di fatto.

Ho scelto la strada più cruda,

la verità a ogni costo, le croste distrutte,

ogni volta fiotti di sangue,

e ripetersi sperando in una fine diversa,

in una morte sfinita da tanto non pensarla.

 

Tarli

La notte passata – passano tutte –

cerchio d’inferno come una cruna

che si dilata, si espande mentre la fisso,

attaccata malamente a una trave tarlata

di buoni propositi per il giorno che torna

–tornano tutti, prima o dopo, tranquilla,

patire non è un margine di errore

strappato di fretta –

Concentro l’attesa guardando il nulla,

ferma pupilla, seccata apparente,

in qualche recesso scavato dall’inopportuno,

torno marea sotto una luna impietosa.

Il proiettile arriva di botto,

nessuna previsione sulla rosa che si schiude,

quasi sollievo l’aprirsi a raggiera,

attraverso la pelle, un quarto di respiro,

un ansimo, più che altro,

ma è già qualcosa.

I tarli insistono nella loro opera di convincimento

alla trave che continua a sfaldarsi.

Polvere, polvere! sul pavimento.

 
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Patrizia Bambini
La luce imperfetta pp. 58 € 12.00
ISBN 97-88-83142-89-41