Mi piace ricordare o farvi scoprire per la prijma volta questa lettera di Rilke, vista la quantità di "poeti" che scrivono versi, spesso senza neanche avere una minima idea di cos'è la Poesia.
Poeti: Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta
Poeti: Pedro Salinas
Amore
E
sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.
Eterna presenza
Non
importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti desideravo intera.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicina
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell’anima lontana,
eterna presenza.
Ti sta vedendo l’altra
Ti
si sta vedendo l’altra.
Somiglia a te:
i passi, la stessa fronte aggrondata,
gli stessi tacchi alti
tutti macchiati di stelle.
Quando andrete per la strada
insieme, tutte e due,
che difficile sapere
chi sei, chi non sei tu!
Così uguali ormai, che sarà
impossibile continuare a vivere
così, essendo tanto uguali.
E siccome tu sei la fragile,
quella che appena esiste, tenerissima,
sei tu a dover morire.
Tu lascerai che ti uccida,
che continui a vivere lei,
la falsa tu, menzognera,
ma a te così somigliante
che nessuno ricorderà
tranne me, ciò che eri.
E verrà un giorno
– perché verrà, sì, verrà –
in cui guardandomi negli occhi
tu vedrai
che penso a lei e che la amo:
e vedrai che non sei tu.
Pedro Salinas nacque a Madrid nel 1891 e studiò filosofia e letteratura all’Universidad de Salamanca, dove fu allievo di Miguel de Unamuno. In seguito, si trasferì a Madrid, dove insegnò letteratura spagnola e americana all’Instituto de España e all’Universidad Central. Tra le sue opere più importanti si annoverano “Presagios” (1918), “Seguro azar” (1929), “La voz a ti debida” (1933) e “Razón de amor” (1936). La sua attività letteraria fu interrotta dall’inizio della guerra civile spagnola e dall’esilio in America, dove insegnò alla University of Cambridge. Morì a Boston nel 1951.
La vita di Pedro Salinas è stata segnata da importanti eventi storici e culturali, che hanno influito sulla sua attività letteraria. La sua esperienza nella Generación del 27, ad esempio, lo ha portato a sviluppare una poetica profondamente influenzata dalla metafisica spagnola, che si esprime in opere come “La voz a ti debida”. L’esilio in America, invece, lo ha portato a riflettere sulle conseguenze della guerra civile spagnola e a scrivere opere come “El contemplado”. La poetica di Pedro Salinas è stata fortemente influenzata dalla metafisica spagnola e dalle tematiche amorose e naturalistiche. In particolare, Salinas ha sostenuto la necessità di un rapporto autentico tra l’uomo e la natura, che si esprime nella sua poesia attraverso una visione luminosa e armoniosa del mondo. Allo stesso tempo, la sua poetica ha sempre evidenziato una forte tensione tra il desiderio di evasione e la consapevolezza della precarietà dell’esistenza umana. In opere come “La voz a ti debida”, Salinas ha sviluppato una poetica dell’amore che esalta la figura femminile come ispiratrice della poesia e della vita. L’amore, per Salinas, è una forza che trascende il tempo e lo spazio, in grado di unire gli uomini e di superare le differenze culturali e sociali. Allo stesso tempo, Salinas ha sempre sottolineato l’importanza di un rapporto equilibrato tra uomo e donna, che si rispettino e si completino reciprocamente.
Le opere di Pedro Salinas si caratterizzano per una grande attenzione alla forma poetica e alla lingua. In particolare, Salinas ha sviluppato una poetica profondamente influenzata dalla metafisica spagnola e dalle tematiche amorose e naturalistiche. Tra le sue opere più importanti si annoverano “La voz a ti debida”, “Razón de amor” e “El contemplado”. La critica ha sottolineato la capacità di Salinas di esprimere le contraddizioni e le angosce dell’uomo moderno attraverso una poesia luminosa e armoniosa. L’esilio di Pedro Salinas in America è stato un momento decisivo nella sua vita e nella sua attività letteraria. Salinas, infatti, fu costretto a lasciare la Spagna all’inizio della guerra civile, a causa delle sue idee politiche e della sua opposizione al regime franchista. In America, Salinas insegnò alla University of Cambridge, dove ebbe modo di entrare in contatto con la cultura e la letteratura inglese. L’esperienza dell’esilio ebbe un profondo impatto sulla poetica di Salinas, che si espresse in opere come “El contemplado”, dove il tema dell’esilio è al centro della riflessione poetica. In particolare, Salinas sottolineò la necessità di mantenere un legame con la propria terra e la propria cultura, anche quando si è costretti a vivere lontani da esse. Dopo l’esilio in America, Pedro Salinas tornò in Spagna nel 1951, ma morì poco dopo il suo ritorno. Il suo ritorno in Spagna rappresentò per lui un momento importante, ma anche difficile, poiché dovette affrontare le conseguenze del suo esilio e la difficile situazione politica e culturale del paese.
Poeti: Wystan Hugh Auden - “La verità, vi prego, sull’amore”
Dicono alcuni che amore è un bambino,
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo,
e alcuni che è un’assurdità,
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.
Assomiglia a una coppia di pigiami,
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama,
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.
I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.
Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.
Sono andato a guardare nel bersò;
lì non c’era mai stato;
ho esplorato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio,
e non era nemmeno sotto il letto.
Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.
Mi hanno detto che non puoi dimenticare
quello che provi quando lo incontri,
l’ho cercato da quando ero un bambino
ma non l’ho ancora trovato:
sto per avere trentacinque anni
e ancora non so
che tipo di creatura può essere
che riesce a turbare così.
Quando
viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore
Wystan Hugh Audel: Poeta, drammaturgo e librettista inglese naturalizzato statunitense (York 1907 - Vienna 1973), tra le massime personalità della poesia in lingua inglese del Novecento. Leader negli anni Trenta dei poeti di avanguardia, la sua produzione letteraria si contraddistingue per l'impegno politico, sociale ed ideologico (Poems ; The orators ), che A. concretizzò nella sua partecipazione alla guerra civile in Spagna. Trasferitosi negli USA, la poetica di A. registra una sensibile evoluzione in senso morale e religioso, l'uso di un linguaggio sempre più oscuro e l'adozione di una sperimentazione formale assai accentuata (For the time being, About the houseThe age of anxiety).Fu tra i più importanti poeti di avanguardia degli anni Trenta, quando l'impegno politico e l'interesse per le teorie freudiane erano gli elementi caratterizzanti di un gruppo di giovani poeti (S. Spender, L. MacNeice, ecc.) dei quali A. divenne il capo riconosciuto. In questo primo periodo la poesia di A. tratta il tema dell'uomo abitante anonime megalopoli e della crisi delle strutture sociali e ideologiche dell'Inghilterra (Poems, 1930; 2a ediz. 1932; The orators, 1932). Nel 1937 prese parte alla guerra civile in Spagna. Due commedie (The dog beneath the skin, 1935 e The ascent of F 6, 1936, in collab. con C. Isherwood), nelle quali non mancano influenze del teatro espressionista tedesco, testimoniano l'esigenza di un più ampio contatto con il pubblico. Nel 1936 fu in Islanda con L. MacNeice e, nel 1938, in Cina con C. Isherwood: in collaborazione con i compagni di viaggio ne trasse due libri (Letters from Iceland, 1937, e Journey to a war, 1939). Nel 1939 A. si trasferì negli USA e più tardi ne prese la cittadinanza; sposò Erika Mann, figlia di Thomas Mann. In New Year letter (1941), For the time being (Oratorio di Natale, 1944) e The age of anxiety (1947), tre poemi lunghi, si riflette l'evoluzione del pensiero di A.; influenzato da Kierkegaard e R. Niebuhr, convertito alla religione episcopale anglicana, da un impegno politico e scientifico A. passa a un impegno morale e religioso. Abile sperimentatore di tutte le forme e gli stili poetici (ha scritto ballate, villanelle, sestine, terza rima, ha usato lo stile epigrammatico e quello colloquiale), tra i poeti che più hanno contato nella sua formazione sono Yeats e Rilke, il primo per lo stile colloquiale, il secondo per l'uso del paesaggio quale simbolo di una condizione umana. Il linguaggio di A. si è fatto, col passare degli anni, sempre più oscuro e la tendenza a isolarsi in esperimenti formali sempre più accentuata, l'opera del rivoluzionario degli anni Trenta è divenuta una poesia per pochi iniziati (Nones, 1951; Homage to Clio, 1960; About the house, 1966). Con Ch. Kallmann ha scritto i libretti per le opere The rake's progress (1951) di I. Stravinskij e Elegie für junge Liebende (1961) di H. W. Henze. Ha curato antologie di poeti inglesi e americani; di notevole importanza anche le raccolte di saggi: The dyer's hand and other essays (1962; trad. it. 1964), Selected essays (1964), Secondary worlds (1969), Forewords and afterwords (1973). Tra le sue ultime raccolte di versi: Collected shorter poems 1927-1957 (1966), City without walls (1969), Academic graffiti (1971), Thank you, fog (1974; trad. it. 1977). Nel 1957 gli è stato assegnato il premio internazionale Feltrinelli.
https://www.treccani.it/enciclopedia/tag/w.h.-auden/
Poeti:Juan Rodolfo Wilcock,
Alla vita
Come nel suono colto delle migliori
parole che descrivono l’universo,
c’è un piacere così alto e diverso,
oh vita, nei tuoi rapidi colori,
che in un tempo infinito sognatori
noi vorremmo guardare quel disperso
delirio che ripeti come un verso
riempiendoci lo sguardo di splendori.
Che mirabile onore è l’ondeggiante
principato dell’abito che spieghi,
che paesaggio imperiale è il tuo Presente!
Non potrò mai ringraziare abbastanza
che da un pugno di terra umida e cieca
tu mi abbia fatto così vivo e amante.
Il mondo
Come sei puro e delicato, o mondo!,
con paesaggi notturni e con aurore,
con giornate e con sere riposate,
austero e pieno di un ardore fecondo.
Come sei vasto, apatico e profondo;
con che rigore accogli i nostri sguardi,
e ignori le parole pronunciate
da una bocca che cambia in un secondo!
Nulla diranno che possa commuoverti;
nulla alle stelle può recare danno,
abituate a guardare la stessa morte
che l’uomo attiva e ignaro incoraggia
sperperando i suoi fuochi in vani alterchi
e facendo una vita turbolenta.
Visione e desideri della notte
Con diamanti sulla testa
con una rete di diamanti che brilla come l’acqua,
rapidamente passi per l’etere trasparente
con bagliori e con fiamme
il vento e l’armonia ti hanno cinta di nuvole,
la tua bellezza è eterna e si ripete tra le stelle.
Ma i miei occhi non vedono, soltanto ascolto
vaste ali che muovono lo spazio.
Vivere, morire, tutto è un fumo grigio
quaggiù, e il mio nome giace in fondo a un lago;
debbo piangere davanti a un fiore, sapere che mai,
mai più ti vedrò. Oh baciarti, oh le mie forze
che strappano i rami per piangerci sopra!
Guarda l’autunno già, è da molto che aspetto,
forse le foglie nuove vorranno vedermi ai tuoi piedi,
sui prati del cielo, molto lontano.
Traversa la notte, l’autunno, illuminami
come l’acqua che versa il suo chiarore sulle pietre;
ho tanto sofferto, tanto, tutti sono stati
così crudeli con me. Oh l’aurora, l’aurora
che già prende il volo sul mare!
Wilcock, Juan Rodolfo Scrittore (Buenos Aires 1919 - Lubriano 1978), di padre inglese e
madre italiana. In Argentina, dove apparvero i suoi primi libri di versi (Libro
de poemas y canciones, 1940; Ensayos de
poesía lírica, 1945; ecc.), fu tra i collaboratori della rivista Sur.
In Italia dal 1958, traduttore dall'inglese e dallo spagnolo, collaboratore di
riviste (Il Mondo di
Pannunzio) e quotidiani, pubblicò opere poetiche, teatrali e narrative, nutrite
da una vena fantastica, ironica e grottesca, non esente, negli ultimi anni, da
toni cupi e malinconici. Oltre alle raccolte poetiche (Luoghi comuni,
1961; La parola morte, 1968;
ecc.), poi confluite nell'ed. post. delle Poesie (1980;
2a ed. ampl. 1993), vanno
ricordati, in prosa, Fatti inquietanti (1960),
il romanzo Il
tempio etrusco (1973), Parsifal, i
racconti del "Caos" (1974), L'ingegnere (1975), Il
libro dei mostri (1978). Le opere teatrali, parzialmente
riunite in Teatro in prosa e in versi (1962),
sono poi apparse in L'abominevole donna delle nevi e altre
commedie (post., 1982).
https://www.treccani.it/enciclopedia/juan-rodolfo-wilcock/
Poeti: Mario Benedetti
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In fondo al tempo
Stamattina
il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.
***
Nelle
finestre i giorni.
Si animano
pochi visi,
venuti senza
chiedere mai perché ne ho bisogno.
Dove
comincio anch’io. Dove finisco
è una lunga luna, il grande nero delle montagne.
Mi sembrava
una notte con la neve oggi
la piccola
spesa, i pochi soldi, la tua piccola felicità.
E anch’io ho
visto le montagne, mamma, non sempre,
ma ho visto
le tue montagne.
I sassi
rotolano giù, basta non gridare.
Arrivano a
piedi come gli dèi, stanno lì.
L’essere di
qualcuno tra le case e io
con la mano
cancello davanti
un ragnetto
sul foglio,
niente non vuole dire se piango.
Luna,
corridoio bianco, come ho corso!,
e nel vento
sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che
si muove.
Come corro,
come ride l’acqua
e tu mi
guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro
nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa
musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il
pianto grande la voce così bella
sai, dice,
vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie
scarpe le risa le travi dove?
sono qui i
morti? sono qui?
Log Ambleteuse
Un bianco
dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.
Non è mai
tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».
Difendimi,
difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.
E un albero
di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.
A.D.
Penso a come
dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.
Stanca madre
Guardo,
vicino all’acqua, l’acqua.
Quando dici
«erba» piango,
quando nelle
tue parole ci siamo noi e c’è tutto
l’avere
incominciato da piccoli,
qui in
questa terra, dici, questa nostra terra.
Che cos’è la
solitudine.
Ho portato
con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno,
le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.
Ho portato
un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo
con un libro, ingenuamente.
Pareva un
giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva
che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale
nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
Che cos’è la solitudine.
La donna ha
disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa
prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
L’ho letto
in un foglio di giornale.
Scusatemi
tutti.
Di origine friulana, nato a Nimis, in provincia di Udine, dopo la formazione universitaria
a Padova ha insegnato Lettere nella città veneta e poi a Milano. Si è spento
per complicazioni da Coronavirus in un istituto di cura del Cremonese, dove ha
vissuto gli ultimi anni afflitto da una malattia autoimmune e dalle conseguenze
di un ictus, risalente al 2014.
Vogliamo ricordare Mario Benedetti in
quanto poeta fondamentale per la nostra formazione, con alcuni dei testi a cui
siamo più legati, tratti da 4 capolavori, che resteranno oltre la perdita e la
dispersione: Umana gloria (2004), Pitture
nere su carta (2008),Tersa morte (2013) – sillogi riunite in Tutte le poesie (Garzanti, 2017), a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio
Riccardi e Gian Mario Villalta – e infine Materiali
di un’identità (2010), libro
magmatico e difficile da classificare, che contamina poesia, filosofia,
saggistica e autobiografia attraverso appunti sparsi in prosa.
Un libro pressoché impossibile da reperire, che ci auguriamo venga ristampato presto e che abbiamo potuto leggere grazie al nostro incontro con il poeta Guido Mazzoni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Benedetti_(poeta_italiano)
Poeti: Jorge Luis Borges
Il tempo
Il tempo è
un fiume che mi trascina,
ma sono io quel fiume;
è un tigre che mi divora,
ma sono io quella tigre;
è un fuoco che mi consuma,
ma sono io quel fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale;
io, disgraziatamente, sono Borges.
È l’amore
È
l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica.
A cosa mi
serviranno i miei talismani:
l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione,
le gallerie della Biblioteca, le cose comuni,
le abitudini, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.
È, lo so,
l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce,
l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.
C’è un
angolo di strada dove non oso passare.
Il nome di
una donna mi denuncia.
Mi fa male
una donna in tutto il corpo.
Ti offro
Ti offro
strade difficili, tramonti disperati,
la luna di squallide periferie.
Ti offro le amarezze di un uomo
che ha guardato a lungo la triste luna.
Ti offro i
miei antenati, i miei morti,
i fantasmi a cui i viventi hanno reso onore col marmo:
il padre di mio padre ucciso sulla frontiera di Buenos Aires,
due pallottole attraverso i suoi polmoni, barbuto e morto,
avvolto dai soldati nella pelle di una mucca;
il nonno di mia madre – appena ventiquattrenne –
a capo di un cambio di trecento uomini in Perù,
ora fantasmi su cavalli svaniti.
Ti offro
qualsiasi intuizione sia
nei miei libri, qualsiasi virilità o vita umana.
Ti offro la lealtà di un uomo
che non è mai stato leale.
Ti offro
quel nocciolo di me stesso
che ho conservato, in qualche modo –
il centro del cuore che non tratta con le parole,
né coi sogni e non è toccato dal tempo,
dalla gioia, dalle avversità.
Ti offro
il ricordo di una
rosa gialla al tramonto,
anni prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa,
teorie su di te, autentiche e sorprendenti notizie di te.
Ti posso
dare la mia tristezza,
la mia oscurità, la fame del mio cuore;
cerco di corromperti con l’incertezza,
il pericolo, la sconfitta.
Il sogno
Se il sonno
fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?
Perché è
triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai
questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?
L’innamorato
Luna,
avorio, strumenti musicali, rose,
lampade e il segno di Durer,
le nove cifre e lo sfuggente zero,
devo fingere che queste cose esistano.
Devo fingere
che nel passato c’erano
Persepoli e Roma e che una sabbia
sottile ha misurato il destino di una torre
che le età del ferro hanno disfatto.
Devo pensare
alle armi e alle fiamme
delle epopee e ai mari plumbei
che rosicchiano i pilastri della terra.
Devo fingere
che ci sono gli altri. È falso.
Ci sei solo tu. Tu, mia ventura
e sventura, inesauribile e pura.
La luna
C’è tanta
solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.
Il terzo
uomo
Invio questo
poema
(per ora accettiamo tale parola)
al terzo uomo che s’incrociò con me l’altra notte,
non meno misterioso di quello di Aristotele.
Il sabato uscii.
La notte era
piena di gente;
ci fu certamente un terzo uomo,
come ce ne fu un quarto ed un primo.
Non so se ci guardammo;
andava verso Paraguay, io verso Cordova.
Forse lo hanno generato queste parole;
non saprò mai il suo nome.
So che c’è
un sapore che predilige.
So che ha guardato lentamente la luna.
Non è impossibile che sia morto.
Leggerà ciò che scrivo e non saprà
che mi rivolgo a lui.
Nell’oscuro avvenire
possiamo essere rivali e rispettarci
o amici e volerci bene.
Ho eseguito
un gesto irreparabile,
ho stabilito un legame.
In questo mondo quotidiano,
che somiglia tanto
al libro delle Mille e Una Notte,
non c’è un solo gesto che non corra il rischio
di essere un’operazione di magia,
non c’è un solo fatto che non possa essere il primo
di una serie infinita.
Mi domando
che ombre getteranno
questi oziosi versi.
Jorge Luis Borges. Scrittore e poeta argentino (Buenos Aires 1899 - Ginevra 1986). Compiuti i primi studî in patria, visse (1914-18) a Ginevra e (1919-21) in Spagna, dove promosse insieme ad altri giovani poeti e scrittori il movimento d'avanguardia dell'ultraísmo. Tornato in Argentina nel 1921, fondò le riviste letterarie Prisma e Proa e, poi conducendo una esistenza estremamente appartata (nonostante la notorietà presto raggiunta in patria), svolse un'intensa attività critica ed erudita, che si riflette nella progressiva elaborazione del suo stile letterario così originale e ricco di riferimenti culturali. Nel 1938 a causa di un incidente fu affetto da una grave malattia agli occhi, che doveva in breve condurlo a una quasi completa cecità. Destituito nel 1946 dal suo ufficio di assistente bibliotecario (da lui ricoperto dal 1937) per aver firmato un manifesto critico contro Perón, alla caduta di questo nel 1955 fu nominato conservatore della Biblioteca centrale di Buenos Aires, incarico da cui si dimise, dopo il ritorno di Perón, nel 1974. A partire dal riconoscimento del premio Formentor (1961) conseguì una sempre più vasta notorietà internazionale. La sua ricchissima cultura letteraria e filosofica, unitamente al dominio di uno stile rigoroso e preciso e nel contempo arcanamente evocativo, caratterizzano la sua produzione nella quale affronta diversi generi letterarî: le raccolte poetiche che accompagnano l'intero svolgimento della sua attività artistica (Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martín, 1929; Poemas 1923-1958, 1958; El Hacedor, 1960; El otro, el mismo, 1964; Elogio de la sombra, 1969; El oro de los tigres, 1972; La rosa profunda, 1975; La moneda de hierro, 1976; Historia de la noche, 1977; La cifra, 1981); i racconti, ai quali è affidata la sua più ampia notorietà (Historia universal de la infamia, 1935; Ficciones, 1944; El Aleph, 1949; El informe de Brodie, 1970; El congreso, 1971); un'originale produzione saggistico-narrativa (Inquisiciones, 1925; Discusión, 1932; Historia de la eternitad, 1936; Nueva refutación del tiempo, 1947; Otras inquisiciones, 1952); le opere scritte in collaborazione, nelle quali il gioco letterario si esplica nella costruzione di accurati intrecci polizieschi e fantastici (con A. Bioy Casares: Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942; Un modelo para la muerte, 1946; Crónicas de Bustos Domecq, 1967; con M. Guerrero: Manual de zoología fantástica, 1957; El libro de arena, 1977). Pure in tale varietà di interessi, l'opera di B. si presenta sostanzialmente unitaria, imperniata com'è nella ricerca del significato più profondo dell'esistenza, attenta a cogliere l'ambiguità e il fascino di situazioni e personaggi al di là delle apparenze. Le opere di B. sono apparse in trad. it.: Tutte le opere, 2 voll., 1984-85.
https://www.treccani.it/enciclopedia/jorge-luis-borges/
Poeti: Fernando Pessoa
Quel che mi duole non è
Quello che c’è nel cuore
Ma quelle cose belle
Che mai esisteranno.
Sono le forme senza forma
Che passano senza che il dolore
Le possa conoscere,
O sognarle l’amore.
Come se la tristezza
Fosse albero e, una ad una,
Le sue foglie cadessero
Tra il sentiero e la bruma.
Chi sogna di più
Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?
Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?
Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?
La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?
Quando ero giovane, dicevo a me stesso
Quando ero giovane, dicevo a me stesso:
Come passano i giorni, a giorno a giorno,
E niente di ottenuto o progettato!
Più vecchio dico, con ugual fastidio:
Come, uno dopo l’altro, i giorni vanno,
Senza nulla di fatto e nulla nell’intenzione!
Così, naturalmente, invecchiato
Dirò, e con ugual voce e senso:
Un giorno verrà il giorno in cui ormai
Non dirò più niente.
Chi niente fu né è non dirà niente.
L’amore, quando si rivela
L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.
Chi vuol dire quel che sente
Non sa quel che deve dire.
Parla: sembra mentire…
Tace: sembra dimenticare…
Ah, ma se lei indovinasse,
Se potesse udire lo sguardo,
E se uno sguardo le bastasse
Per sapere che stanno amandola!
Ma chi sente molto, tace;
Chi vuol dire quello che sente
Resta senz’anima né parola,
Resta solo, completamente!
Ma se questo potesse raccontarle
Quel che non oso raccontarle,
Non dovrò più parlarle,
Perché le sto parlando…






