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In fondo al tempo
Stamattina
il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.
***
Nelle
finestre i giorni.
Si animano
pochi visi,
venuti senza
chiedere mai perché ne ho bisogno.
Dove
comincio anch’io. Dove finisco
è una lunga luna, il grande nero delle montagne.
Mi sembrava
una notte con la neve oggi
la piccola
spesa, i pochi soldi, la tua piccola felicità.
E anch’io ho
visto le montagne, mamma, non sempre,
ma ho visto
le tue montagne.
I sassi
rotolano giù, basta non gridare.
Arrivano a
piedi come gli dèi, stanno lì.
L’essere di
qualcuno tra le case e io
con la mano
cancello davanti
un ragnetto
sul foglio,
niente non vuole dire se piango.
Luna,
corridoio bianco, come ho corso!,
e nel vento
sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che
si muove.
Come corro,
come ride l’acqua
e tu mi
guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro
nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa
musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il
pianto grande la voce così bella
sai, dice,
vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie
scarpe le risa le travi dove?
sono qui i
morti? sono qui?
Log Ambleteuse
Un bianco
dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.
Non è mai
tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».
Difendimi,
difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.
E un albero
di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.
A.D.
Penso a come
dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.
Stanca madre
Guardo,
vicino all’acqua, l’acqua.
Quando dici
«erba» piango,
quando nelle
tue parole ci siamo noi e c’è tutto
l’avere
incominciato da piccoli,
qui in
questa terra, dici, questa nostra terra.
Che cos’è la
solitudine.
Ho portato
con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno,
le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.
Ho portato
un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo
con un libro, ingenuamente.
Pareva un
giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva
che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale
nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
Che cos’è la solitudine.
La donna ha
disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa
prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
L’ho letto
in un foglio di giornale.
Scusatemi
tutti.
Di origine friulana, nato a Nimis, in provincia di Udine, dopo la formazione universitaria
a Padova ha insegnato Lettere nella città veneta e poi a Milano. Si è spento
per complicazioni da Coronavirus in un istituto di cura del Cremonese, dove ha
vissuto gli ultimi anni afflitto da una malattia autoimmune e dalle conseguenze
di un ictus, risalente al 2014.
Vogliamo ricordare Mario Benedetti in
quanto poeta fondamentale per la nostra formazione, con alcuni dei testi a cui
siamo più legati, tratti da 4 capolavori, che resteranno oltre la perdita e la
dispersione: Umana gloria (2004), Pitture
nere su carta (2008),Tersa morte (2013) – sillogi riunite in Tutte le poesie (Garzanti, 2017), a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio
Riccardi e Gian Mario Villalta – e infine Materiali
di un’identità (2010), libro
magmatico e difficile da classificare, che contamina poesia, filosofia,
saggistica e autobiografia attraverso appunti sparsi in prosa.
Un libro pressoché impossibile da reperire, che ci auguriamo venga ristampato presto e che abbiamo potuto leggere grazie al nostro incontro con il poeta Guido Mazzoni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Benedetti_(poeta_italiano)
