Poeti: Mario Benedetti


foto: Dino Ignani

In fondo al tempo


Stamattina il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.

 

***


Nelle finestre i giorni.

Si animano pochi visi,

venuti senza chiedere mai perché ne ho bisogno.

Dove comincio anch’io. Dove finisco

è una lunga luna, il grande nero delle montagne.

Mi sembrava una notte con la neve oggi

la piccola spesa, i pochi soldi, la tua piccola felicità.

E anch’io ho visto le montagne, mamma, non sempre,

ma ho visto le tue montagne.

I sassi rotolano giù, basta non gridare.

 ***

Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.

L’essere di qualcuno tra le case e io

con la mano cancello davanti

un ragnetto sul foglio,

niente non vuole dire se piango.

Luna, corridoio bianco, come ho corso!,

e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo

nel buio che si muove.

Come corro, come ride l’acqua

e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?

Corro nell’acqua increspata, cosa c’è

in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,

e dopo il pianto grande la voce così bella

sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?

Io, le mie scarpe le risa le travi dove?

sono qui i morti? sono qui?

 

Log Ambleteuse

 

Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.

Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».

 

Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.

 

E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.


A.D.


Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.


Stanca madre


Guardo, vicino all’acqua, l’acqua.

Quando dici «erba» piango,

quando nelle tue parole ci siamo noi e c’è tutto

l’avere incominciato da piccoli,

qui in questa terra, dici, questa nostra terra.


Che cos’è la solitudine.


Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:

un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro

come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,

il Natale nei racconti,

le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,

si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,

un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.

Scusatemi tutti.

 

Di origine friulana, nato a Nimis, in provincia di Udine, dopo la formazione universitaria a Padova ha insegnato Lettere nella città veneta e poi a Milano. Si è spento per complicazioni da Coronavirus in un istituto di cura del Cremonese, dove ha vissuto gli ultimi anni afflitto da una malattia autoimmune e dalle conseguenze di un ictus, risalente al 2014.

Vogliamo ricordare Mario Benedetti in quanto poeta fondamentale per la nostra formazione, con alcuni dei testi a cui siamo più legati, tratti da 4 capolavori, che resteranno oltre la perdita e la dispersione: Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2008),Tersa morte (2013) – sillogi riunite in Tutte le poesie (Garzanti, 2017), a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta – e infine Materiali di un’identità (2010), libro magmatico e difficile da classificare, che contamina poesia, filosofia, saggistica e autobiografia attraverso appunti sparsi in prosa.

Un libro pressoché impossibile da reperire, che ci auguriamo venga ristampato presto e che abbiamo potuto leggere grazie al nostro incontro con il poeta Guido Mazzoni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Benedetti_(poeta_italiano)