Poeti: Margherita Guidacci

 

foto: Dino Ignani



È come una mancanza di respiro

È come una mancanza di respiro
e un senso di morire
quando mi stringe improvviso
il desiderio di te tanto lontano
e nulla può calmarlo, altro pensiero
non può occuparmi, tranne il Paradiso
che sarebbe per me lo starti accanto.
Ma poiché ciò m’è negato, più cara,
molto più cara d’una fredda pace
mi è la stretta indicibile -
quasi marchio di fuoco che proclami
ancora e sempre quanto sono tua.
A nessun costo vorrei separarmi
da questo mio dolore.

La conchiglia

Non a te appartengo, sebbene nel cavo
Della tua mano ora riposi, viandante,
Né alla sabbia da cui mi raccogliesti
E dove giacqui lungamente, prima
Che al tuo sguardo si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d’alghe
Ebbi vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l’amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
Assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
Mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
E stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

All'ipotetico lettore

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa' che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l'affetto nell'addio
non è minore che nell'incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Lascia sia il vento


Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d' ogni immagine,
che l'uno all'altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

Margherita Guidacci nasce a Firenze, vicino alla «bella chiesa romanica dei SS. Apostoli», il 25 aprile 1921. A tre anni si trasferisce con i genitori in via Santa Reparata, un’altra strada del centro storico.

«Era una casa strana e scomoda, ramificata come un albero, ma con una terrazza sul tetto che era il mio regno. Di là si vedeva tutta la città e tutto il giro dei colli, e quando mi sdraiavo sul pavimento, come spesso facevo, vedevo solo il cielo ed il passare e trasformarsi delle nuvole. Un’altra casa che ha contato per me è stata quella dei miei nonni, in Mugello, dove trascorrevo le vacanze». Il padre Antonio, avvocato, divide lo studio con Piero Calamandrei. La madre si chiama Leonella Cartacci.

«Ero figlia unica, in una famiglia composta, oltre che dai miei genitori, da molte persone anziane. Vivevano ancora, infatti, tutti i miei nonni e una prozia. La mia nonna paterna […] era una persona straordinaria e, nonostante i suoi anni, la persona più giovane di spirito che io abbia mai conosciuto. Ma, naturalmente, non vi era in casa molta allegria: le malattie erano frequenti, il senso del declino, diffuso nell’atmosfera, era più forte di quello della mia crescita».
Nel 1931 il padre si ammala di tumore: ne morirà in pochi mesi.
«Io avevo allora dieci anni, e ritengo che la fine di quel poco di fanciullezza che avevo avuto sia stata segnata da quella morte, alla quale assistei. Poi, uno ad uno, se ne andarono anche tutti i vecchi, e rimanemmo solo mia madre e io: molto sole e molto unite».

https://it.wikipedia.org/wiki/Margherita_Guidacci
UE Feltrinelli