venerdì 26 febbraio 2010

Visioni d'autore: "Viva la muerte" di Fernando Arrabal a Casa della poesia

Hosted by imgur.comA SOSTEGNO E RILANCIO DELLA PROSSIMA VENUTA IN ITALIA DI FERNANDO ARRABAL - CHE RICORDIAMO: SARA' A ROMA I PROSSIMI 8 E 9 MARZO 2010 - DIAMO NOTIZIA DI QUESTA BELLA E FORTE INIZIATIVA DI CASA DELLA POESIA DI BARONISSI (SA):

PANICO!
visioni d'autore
per un cinema del movimento panico


Lunedì 1 marzo 2010, alle ore 21,00, presso la sede di Casa della poesia di via Convento 21/a, Baronissi (Salerno), prosegue il ciclo "visioni d'autore" con il cinema del "movimento panico". Dopo la serie di film di Alejandro Jodorowsky, saranno proiettati tre film del grande Fernando Arrabal. Il film di apertura di questo nuovo ciclo è "Viva la muerte" del 1970.

La Spagna all'indomani della Guerra civile. Fando un giovane uomo affetto da tubercolosi, vive tra due donne dalla rigda morale, sua madre e sua zia, soffrendo dell'assenza di suo padre. Egli apprende ben presto che il genitore è stato arrestato come rivoluzionario e condannato a morte in seguito alle denuncia di sua madre.Un giorno un'amica gli dice che suo padre è vivo e lo conduce da lui. Il film è raccontato a due livelli, quello della vita quotidiana in un borgo spagnolo e quello della vita interiore di un ragazzo alle prese con il suo inconscio. Ma i due livelli si intersecano e si confondono. Come ha scritto Alberto Moravia, "Arrabal ha capito che il sogno è altrettanto reale della realtà; e che mentre una cosa può essere vera o falsa, tutto, in compenso, è reale, così la verità come la menzogna".

La versione proiettata è stata recentemente restaurata e rimasterizzata.

La proiezione avrà inizio alle ore 21,00

Si raccomanda la puntualità e si ricorda che i posti, nella saletta proiezioni della sede di Casa della poesia, sono limitati.

Viva la muerte
Regia di Fernando Arrabal
1970, Francia, 87 minuti
Audio: francese / sottititoli in italiano

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Casa della poesia Info: 089/953869 - 347/6275911
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Alleghiamo tre testi significativi sul film e sull'opera di Fernando Arrabal.

Fernando Arrabal nasce a Melilla (Marocco spagnolo) l'11 agosto del 1932. Il padre, Fernando Arrabal Ruiz, ufficiale dell'esercito, è repubblicano, la madre è conservatrice. Nel 1936, il generale Franco, seguito dai nazionalisti, dichiara guerra al governo repubblicano. All'alba del 18 luglio 1936, Fernando Arrabal Ruiz, denunciato dalla moglie, viene arrestato, imprigionato e condannato alla pena di morte. In seguito, la condanna sarà tramutata in trent'anni e un giorno di reclusione. Trasferito a Burgos, sarà dichiarato folle e il 4 dicembre 1941 sarà trasferito dalla prigione all'ospedale psichiatrico. Il 28 gennaio 1942, evade in pigiama, senza documenti e senza mantello, "all'epoca, un metro di neve ricopriva certe regioni della Castiglia". Poi, più nessuna notizia.
È questo l'episodio più importante della vita di Arrabal, anch'egli protagonista, nel 1967, di un arresto per "espressioni irriverenti nei riguardi della patria e della religione".
Nel 1940, da Melilla, Arrabal si trasferisce con la madre a Madrid. Studia presso i padri Scolopi e, su indicazione della madre, prosegue i suoi studi per divenire ufficiale dell'aviazione militare. A sedici anni, dato "lo spirito militare nullo", frequenta i corsi di giurisprudenza e, da autodidatta, costruisce la sua formazione letteraria sui testi di Kafka e di Dostoevskij. Comincia a scrivere poesie, a costruire marionette e a scrivere i testi per brevi pièce teatrali.
Nel 1955 vince una borsa di studio che gli permette di andare a Parigi, città nella quale vivrà e nella cui lingua scriverà le sue opere. Entra in contatto con i movimenti avanguardisti e surrealisti dell'epoca. Alla scadenza della borsa di studio, una grave forma di tubercolosi lo costringe a trascorrere un anno e mezzo nel sanatorio di Bouffémont, dove completa la sua prima raccolta di pièce pubblicata, nel 1958, dall'editore Julliard. Dal 1959 per le regie di Jean-Marie Serrau, Peter Brook, Victor Garcia, Jorge Lavelli, Tom O'Horhan, Akira Wakabayshi vengono rappresentate in tutto il mondo.
Nel 1962, con il disegnatore Topor, lo scrittore Stemberg, il regista Jodorowsky, Arrabal fonda il "Movimento Panico". Nel 1967, torna in Spagna per la rappresentazione di un'unica sua opera tradotta in spagnolo. Da un uomo, presentatosi come ammiratore ma in effetti informatore della polizia franchista, gli viene chiesta una dedica "panica". Arrabal viene arrestato il 21 luglio, in piena notte, senza mandato e con destinazione ignota. Viene portato nel carcere di Las Salesas e, in seguito, nel carcere di Carabanchel. Viene liberato il 14 agosto. Durante il processo, celebrato nel mese di settembre, la stampa internazionale, artisti di varie parti del mondo (Ionesco, Muriac, Beckett, Peter Weiss) manifestano la loro solidarietà. Arrabal torna in Francia, dove attualmente vive.
Nel 1971, esce il film Viva la muerte, con il quale debutta come regista. Le sue opere, tradotte in una ventina di lingue, sono pubblicate in Francia da C. Bourgois (Arrabal, Teatre, 17 volumi) e in Italia da Spirali/Vel (Arrabal, Opere I, pp. 1600).
E l'Italia della grande tradizione teatrale, che ha accolto Beckett, Ionesco, Adamov e che non ha rifiutato la lezione surrealista e avanguardista in arrivo dall'Europa, potrà constatare, con Arrabal, un'altra grande prova di teatro, di poesia, di narrazione. Dal teatro dell'assurdo di Ionesco e Beckett al teatro dove il sogno e la dimenticanza costituiscono l'intreccio della narrazione. Rituale ossessivo di ripetizione, forse, personaggi che indossano personaggi, figure che esistono a intermittenza sulla scena: una scena essenziale, arredata dal racconto, dall'occorrenza della narrazione; una messa in questione della logica di un discorso, fino all'esasperazione della normalizzazione, fino al debordamento della parola, fino al suggerimento di un'altra logica che non sia quella del discorso comune.
Nelle opere di Arrabal c'è una storia che si scrive, inimmaginabile, non scontata, depurata da ogni formalismo, libera da ogni manierismo, scostata dalla "buona società" di cui Arrabal riprende i rituali, le ossessioni, le fobie, gli incubi e li rappresenta come tali. L'erotismo, l'incesto, l'omosessualità, la necrofilia, l'intolleranza, la schiavitù, la religione, la famiglia, la patria: sono queste le occasioni di scrittura e di arte che Arrabal ci restituisce su sfondo ora tragico ora comico.
La scrittura è temporale. Personaggi bambini, adolescenti, vecchi, uomini e donne, animali con profilo di uomo, esseri umani con sembianze mostruose. Forme di "Teatro panico" che Arrabal esplora nelle sue pièce dove la traversata è un omaggio alla confusione, ma ciò che resta, con evidente chiarezza, è l'impossibilità di liberarsi dei ricordi.
Ecco alcuni esempi. "Fando e Lis". Lis è la donna sulla carrozzella. Fando, l'uomo che conduce a Tar, una città (essa rappresenta la felicità) dove nessuno è mai arrivato. Il viaggio di Fando e Lis è breve, si tratta di girare in tondo e di trovarsi sempre allo stesso punto. Lis ha le gambe paralizzate, viene trascinata dal sadismo di Fando che assicura di amarla, ma che, in uno dei tanti giri intorno a Tar, giunge a lasciarla morire.
Testo tecnicamente sviluppato e tra i più rappresentati di Arrabal è "L'Architetto e l'Imperatore d'Assiria". L'Architetto vive solo in un'isola. Un aereo si schianta su quell'isola e l'unico superstite è l'Imperatore d'Assiria che giunge in scena con una grande valigia piena di vestiti eleganti e ricercati. L'Architetto non sa parlare. Questi rappresenta il padrone e il demiurgo della natura e l'Imperatore d'Assiria la civiltà e la cultura. E incomincia un processo. Ciascuno imbastisce il proprio personaggio ora nei panni del padrone ora nei panni dello schiavo, ora nei panni della donna ora nei panni dell'uomo, del maestro e dell'allievo, del figlio e della madre... Finché l'uno si nutre della sostanza dell'altro e ne prende le sembianze. Un banchetto per celebrare lo scacco dell'identità. Sull'isola resta l'Imperatore con i panni dell'Architetto.
Il "testo" di Arrabal è legato alla sua esperienza di ragazzo. L'educazione, quella dei primi anni della sua vita, è intrisa di cattolicesimo bigotto impartita dall'autoritarismo della madre e dal regime franchista. Giovanissimo, Arrabal perde il padre per questioni politiche. Egli lo ricorda in Baal Babilonia (il suo primo romanzo, divenuto poi film dal titolo Viva la muerte) così: "Un uomo seppelliva i miei piedi sotto la sabbia. Si era nella spiaggia di Melilla. Mi ricordo le sue mani contro le mie gambe. Io avevo tre anni". Un ricordo che né la madre ("- Lui è stato, non io, a compromettere l'avvenire dei figli [...] per le sue idee") né la guerra civile hanno cancellato. Ma è un ricordo che non basta a fare ritornare un padre perduto più volte e di cui Arrabal non avrà più nessuna notizia. "Viva la muerte" era l'inno con cui un milione di spagnoli è stato immolato dal regime franchista.
In Spagna, Arrabal prova l'esperienza del carcere. Arrestato per la sua opera, testimonia della sua esperienza nel carcere di Carabanchel nella pièce dal titolo ... E misero le manette ai fiori: "una pièce sull'inquisizione presente e forse futura". "Nei paesi in cui imperversa la dittatura, io autorizzo la rappresentazione di questa pièce da parte di troupe clandestine, senza formalità d'uso", scrive Arrabal come esergo. La rappresentazione si svolge tra il pubblico che, verso la conclusione, diviene protagonista e completa, da solo, la pièce stessa.. "Il penitenziario è leggendario - dice la voce di un altoparlante. - Vi sono stati commessi crimini spaventosi. Migliaia di uomini sono morti o ne sono usciti per imboccare le strade della morte". E ancora: "Il penitenziario è stato costruito per ospitare quattrocento prigionieri. Vi sono stati incarcerati fino a seimila detenuti". E davanti alla corte marziale il detenuto non può parlare. Un uomo, accusato di avere assassinato il curato del paese, viene condannato a morte. Il curato del paese si presenta e dice di non essere stato assassinato. L'uomo viene condannato lo stesso. Davanti al plotone d'esecuzione, ai condannati viene messa la museruola per evitare che urlino "viva la libertà". "L'inquisizione e l'intolleranza hanno provocato migliaia di morti". "La maggioranza si è assuefatta all'intolleranza". "Chi ha inventato la prigione? Gli animali non ne hanno". "È proibito sognare a voce alta", dice l'altoparlante. "Io sogno e sogno di sognare e penso di sognare e persino sogno di pensare, a volte sogno una parola", risponde qualcuno. "Saremo gli ultimi uomini in catene. Le inquisizioni andranno in mille pezzi. Il terrore e l'intolleranza cesseranno per i secoli dei secoli": ecco il sogno di Arrabal.

Fabiola Giancotti

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SE EDIPO IMPUGNA LA BANDIERA ROSSA
di Alberto Moravia


"Viva la muerte" di Fernando Arrabal è un film doppiamente autobiografico, cioè sia negli eventi che sono quelli della vita stessa dell'autore, sia nelle deformazioni che l'autore non può fare a meno, proprio perché è profondamente e direttamente impegnato nella sua opera, di introdurre negli eventi. Di che si tratta in " Viva la muerte "? In una cittadina spagnola, ai nostri giorni, in una famiglia povera composta dei nonni, della madre e di una zia, vive un ragazzo il cui padre, ufficiale repubblicano, ai tempi della guerra civile, fu arrestato e condannato prima a morte e poi al carcere a vita. Il ragazzo ha assistito all'arresto, sa della condanna a morte e del carcece a vita e ha pure appreso che il padre ha tentato di uccidersi e che alla fine è diventato pazzo ed è scomparso. Ora questa è punto per punto la storia del padre di Arrabal il quale, infatti, ha scritto: "Il 4 novembre del 1941 colpito da turbe mentali, mio padre fu trasferito del carcere centrale di Burgos al maniconio provinciale della stassa città. 54 giorni dopo sfuggi e scomparve per sempre. Il giorno della sua scomparsa, a Burgos, c'era un metro di neve e gli archivi indicano che egli non aveva con sé la carta di identità e indossava soltanto il pigiama Mio padre che era un " rosso ", era nato a Cordoba nel 1903. La sua vita fino alla scomparsa fu una delle più dolorose che io ricordi. Mi piace pensare di avere le sue stesse idee artistiche e politiche ".

Fin qui i fatti. Ma nel film, oitre all'autobiografia fattuale c'è anche quella interiore. Arrabal imagina che il ragazzo è sicuro che sia stata la madre retriva e bigotta a denunziare e fare arrestare il padre dai franchisti. Ora, è accertato che questo " non risponde alla verità ". In realtà la madre si limitò, forse per paura, a non prendere le difese del marito, a non assisterlo con il suo affetto. Bisogna dunque vedere nell'invenzione della delazione una specie di rabbiosa diffamazione da parte di Arrabal il quale, evidemente, "aveva bisogno", e non soltanto per motivi letterari di non perdonare alla madre il suo contegno verso il padre.

Perché insisto sul doppio autobiografismo di " Viva la muerte "? Anzitutto perché esso spiega l'atmosfera dolorosa e soferta della vicenda. E poi perché è la chiave per arrivare al nucleo centrale, tragico e straziante, dell'ispirazione di Arrabal. Il ragazzo Faudo ama sua madre di un amore eccessivo, chiaramente edipico, che alla fine potrebe portarlo, per istintiva rivalità, a prendere le parti della donna contro il padre. Ma Faudo sente, al tempo stesso, oscuramente, che deve rivoltarsi contro sua madre e contro il mondo retrivo e bigotto che essa incarna. Allora, con mezzi drastici e disperati, egli opera una scelta esistenziale. Tra se stesso e sua madre getta la delazione materna, il destino del padre, e, alla fine, la rivoluzione. Si identifica, insomma, con il padre "rosso" ; rifiuta la madre franchista. Lo sforzo durato per ripudiare la madre, lo fa ammalare. Nell'autobus che lo porta all'espedale, egli accuserà apertamente la madre di aver provocato l'arresto del padre. Essa risponderà: "Se egli avesse fatto il suo dovere, oggi sarebbe dalla parte dei vincitori. Oggi sarebbe un padre come tutti gli altri. Ma egli, per le sue idee, ha compromesso tutto : il suo avvenire, quello della moglie e dei figli". Chi non ha udito parole simili al tempi dei fascismi ?

Il film è raccontato a due livelli, quello della vita quotidiana in un borgo spagnolo e quello della vita interiore di un ragazzo alle prese con il suo inconscio. Nella descrizione della vita quotidiana Arrabal è realistico, del realismo, però, fermo e incantato che è proprio dei surrealisti, a cominciare da Buñuel. La vita interiore, d'altra parte, accompagna quella quotidiana con un flusso continuo di immaginazioni simboliche, violente, truculente. Ma i due livelli si intersecano e si confondono. Arrabal ha capito che il sogno è altrettanto reale della realtà ; e che mentre una cosa può essere vera o falsa, tutto, in compenso, è reale, cosi la verità come la menzogna. La bella zia che si denuda davanti al crocefisso e si fa frustare dal ragazzo, è un sogno oppure una realtà ? La madre che sputa sui fucilati, è una realtà oppure un sogno ?

È stato osservato che in " Viva la muerte " Arrabal attinge a piene mani nel museo degli orrori dell'onirismo surrealista cosi che nel film, accanto a parti sentite e autentiche ci sarebbero parti di maniera. Non sono di questo parere. In realtà, come tutti sanno anche se non vogliono ammetterlo, l'inconscio è pieno di mostri che Arrabal ha evocato con esattezza in un contesto che li giustifica. L'avere stabilito un rapporto dialettico tra i mostri dell'inconscio e la vita morale mi pare uno dei meriti principali di questo film eccezionale.

Gli interpreti, tutti molto bravi, cosi a livello quotidiano come a livello onirico, sono Mahdi Chaoud che è il ragazzo, Nuria Alspert che è la madre e Anouk Ferjac che è la zia. Affascinanti i disegni sadici di Topor, accompagnati dalle note beffarde di una agra canzoncina infantile danese.

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"Viva la Muerte"
Fernando Arrabal
di Sergio Di Lino


Esordio cinematografico di uno dei fondatori del movimento Panico "Viva la Muerte", primo lungometraggio di Fernando Arrabal, fa la sua irruzione in scena nel 1970, allorché il regista di Melilla, co-fondatore del movimento Panico assieme agli altri "esuli eccellenti" Roland Topor e Alejandro Jodorowsky, è già una delle personalità più note e irregolari del panorama letterario e teatrale delle nuove avanguardie. Malgrado i protagonisti abbiano, in varie forme e vari modi, almeno parzialmente ritrattato, nelle opere di Arrabal, come in quelle di Jodorowsky (e in maniera diversa in quelle di Topor), sono evidenti le influenze delle avanguardie storiche, in particolare i movimenti surrealista e dadaista: oggi lo stesso Arrabal tende a conferire loro un ruolo "formativo", per così dire, "indotto", nell'ambito della sua poetica, più facilmente attribuibile a un "sentire comune" che non a una reale pratica di assimilazione. Ma è innegabile che le trovate visivo-narrative e il potenziale onirico-perturbante delle opere cinematografiche (e non solo) di Arrabal, a partire proprio da Viva la Muerte, attinga dallo stesso humus culturale e persino ideologico. Differenziale di tutt'altro che secondaria importanza, nell'opera di Fernando Arrabal, è costituita dall'inclusione di un forte elemento autobiografico. E in tal senso "Viva la Muerte", nel rievocare l'infanzia dello scrittore/drammaturgo/regista/giocatore di scacchi nella sua Melilla (una Melilla completamente trasfigurata e "reinventata" dalla fragile memoria infantile dell'autore), compresi gli episodi più scabrosi quali la delazione della madre e l?arresto del padre da parte delle truppe golpiste del generale Franco, costituisce un paradigma efficace di tutta la produzione cinematografica successiva del regista, a partire dal successivo "J'irai comme un cheval fou". Tratto con una certa, programmatica "infedeltà", dal romanzo Baal Babylone, scritto dallo stesso Arrabal nel 1959 (prima della fondazione del Teatro Panico, avvenuta nel 1962), Viva la Muerte trasfigura il dolore della perdita della figura parentale, e al tempo stesso la condanna accorata del totalitarismo, in un campionario di orrori e nefandezze, ben illustrate dai disegni di Topor che accompagnano i titoli di testa (al suono, contrappuntistico, straniante e inquietante, di una nenia infantile danese, costituita perlopiù da suoni onomatopeici), che il regista esibisce con una voluttà "formalista" in grado di farsi spontaneamente provocazione, sberleffo, ma anche denuncia senza mezzi termini dell'orrore della sopraffazione: dare plasticamente forma ai propri incubi, in primis la morte del padre e la controversa figura della madre-mantide, serve al regista a esorcizzarli e ad affrontarli. Nel film si susseguono, senza soluzione di continuità, mutilazioni, defecazioni, vomiti, mattanze di animali e improbabili tassidermie "incrociate" (vedere il finale per credere), tutte pervase da un gusto necrofilo che "gioca" con i corpi, smembrati e straziati, oppure voluttuosamente esibiti come indice della propria colpa (vedasi, ancora una volta, la figura della madre), come un instancabile bric-à-brac, non facendo altro che ricollocare semanticamente il corpo umano all'interno del tessuto filmico, di volta in volta in "luoghi" 'reali e simbolici' differenti. Da notare infine che le sequenze oniriche dei ricordi-visioni del piccolo protagonista Fando sono girate in videotape e quindi manipolate cromaticamente: una piccola, pionieristica avventura espressiva, essendo all'epoca il supporto video magnetico agli albori del suo utilizzo cinematografico. (...)
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